» GLI STRUMENTI
DEL NIDO - Sezione Speciale - " Infantiae.Org Nido"
Educare al nido: il sapere, il saper
fare, il saper essere dell’educatore e dell’educatrice
(I)
Lucia Trevisan, psicologa, esperta di asili nido
Nell’ecclesiaste (Quelet, 3,15) c’è
un passo in cui Salomone (cui è attribuito questo
scritto) si chiede per ben 14 volte quale sia il senso del
tempo e recita:
“Per ogni cosa c’è il
suo momento,
il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante,
un tempo per demolire e un tempo per costruire,
un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per danzare,
….”
E' per noi importante riflettere come sia”l’Asilo
nella mente e nelle azioni degli educatori e delle educatrici”
ma io propongo anche di riflettere e di chiederci:
“… e oggi qual è il tempo del Nido? qual
è stato ed è, appunto, il tempo del nido che
si è costruito nella mente, nel cuore, nelle intenzioni
e nei gesti delle educatrici/ori e delle tante persone che
in questo progetto, in questa esperienza hanno creduto e
hanno investito tempi della loro vita, tempi di lavoro e
tempi di una storia e di una stagione italiana?
E ora che tempi ci attendono?
E ancora, l’educare al nido e il sapere delle educatrici
sono ancora temi considerati utili e significativi?
E, ancora, che cosa caratterizza e significa il sapere delle
educatrici che nel tempo si è costruito e implementato?
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» Camilla Monaco “ZEROTRE –
Che cosa fanno i bambini al Nido ” (CD-Rom + guida
pp. 24), Ediz. Infantiae.Org™, Roma 2007
Prefazione di Clotilde Pontecorvo,
Università “Sapienza”
Roma. • Vai alla
PRESENTAZIONE (clicca
qui!) |
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Riflettiamoci un po’ insieme.
E’ solo dopo 12 anni dalla L.S. 1044 e
precisamente con il D.P.R. 347 dell’83 (e i successivi 268
dell’87 e del D.P.R. 333 del ‘90) che le educatrici
dei nidi sono state denominate in un apposito contratto Nazionale
di lavoro degli Enti Locali con il riconoscimento del loro lavoro
con una valenza educativa e non solo operativa e assistenziale
come era stato fino ad allora.
Desidero sottolineare fortemente questo passaggio in questi tempi
in cui sembra che le politiche sociali siano sempre più
sottomesse ai ruoli di tipo assistenziale e di risposte individuali
anzichè di cultura sociale, (lo riprenderemo più
avanti).
Siamo consapevoli, e la storia lo ha ben evidenziato,
che il lavoro e la professione delle educatrici si esprimono ai
vari livelli di un sapere sì antico (perché da sempre
le donne hanno cresciuto i bambini) ma con un saper fare che si
è collocato in modo originale e creativo; è stata
proprio l’esperienza del nido a divenire nel tempo un modello
educativo speciale e certamente all’avanguardia.
Il sapere del nido si esprime nei confronti di vari soggetti quali:
• i genitori ( nella stragrande maggioranza
madri )
• i bambini in età precocissima
e in una fase sensibile dello sviluppo
• gli operatori ( nella stragrande maggioranza
donne ).
Questi diversi soggetti si incontrano in un contesto che è
sì istituzionale ma anche un ambiente caldo, morbido e
il cui valore prioritario crediamo sia quello dell’accoglienza
e dell’ascolto.
Lascierò sullo sfondo le dinamiche e gli aspetti che riguardano
i genitori e i bambini e cercherò invece di indagare un
po’ le questioni che riguardano più da vicino le
educatrici.
Il lavoro di educatori, di educatrici – perché è
lavoro - riguarda la presa in carico delle dimensioni umane messe
in gioco nell’incontro con dei bambini piccolissimi, di
saperle affrontare riconoscendole nel loro valore e aiutando i
piccoli ed i loro genitori ad affrontarle e ad elaborarle.
A livello della singola educatrice occorre pertanto sapersi confrontare
con l’ampia gamma delle emozioni che l’esperienza
dello stare con i bambini inevitabilmente suscita e che nel nido
si esperisce.
Nei nidi si ripropone di fatto ai piccoli l’esperienza di
una separazione precoce che può provocare dei vissuti di
perdita, di abbandono e dei sentimenti di ansia e anche di rabbia.
Si tratta di emozioni che possono riecheggiare nell’educatrice
mentre affronta quelle del bambino e che, se non vengono riconosciute
ed elaborate, trasformandole così in risorse per meglio
entrare in sintonia con i piccoli, possono risultare degli impedimenti
all’accoglienza dei bambini stessi.
L’educatrice deve poter riconoscere l’intensità
dei propri sentimenti senza “caricarli” sul bambino
in una sorta di “corto circuito” pericoloso. Il tono
della voce, la postura, lo sguardo dimostrano tangibilmente, al
di là dei contenuti espressi, l’autenticità
o meno del rapporto con i piccoli e la capacità o l’incapacità
di condividerne lo stato d’animo.
Di qui l’esigenza di appoggiare il fare
della singola educatrice con un lavoro che coinvolga l’intero
gruppo delle colleghe attraverso un pensiero di formazione e di
supervisione permanente.
Nel lavoro quotidiano del nido possiamo osservare
come:
• alcuni compiti sono molto simili a quelli
svolti a casa dalla mamma come in una sorta di continuum dell’esperienza
tra casa e nido
• alcuni altri elementi sono più
simili al mondo educativo e scolastico (le regole, la scansione
temporale, l’organizzazione, la numerosità dei soggetti
coinvolti) dove le educatrici, pur assumendo un ruolo ed una funzione
tutoria materna, propongono anche altri elementi di organizzazione
e di apprendimento in un contesto non “domestico”
ma educativo.
In questi momenti le educatrici si trovano inevitabilmente a confrontarsi
coi diversi stili operativi, introiettati a loro volta attraverso
le cure ricevute, o elaborati dai modelli di rappresentazione
rispetto al loro ruolo.
Ogni educatrice infatti compie i gesti quotidiani di accoglienza,
cura e di proposte di gioco verso i bambini in modo uguale e diverso,
così, ogni bambino, riceve e risponde in modo proprio ai
gesti ed alle attenzioni in situazioni uguali, ripetitive ma diverse.
Ne deriva un’esigenza di flessibilità da parte di
tutte le figure coinvolte con il rispetto della soggettività
ma all’interno di una cornice di stabilità che ne
garantisce la buona prosecuzione e la sicurezza delle risposte.
L’assimetria che connota la relazione adulto-bambino richiede
di accogliere e di “governare” (assumendosene la responsabilità
tutoria e di crescita) le istanze del bambino, riconoscendo e
valorizzando i suoi gesti e i suoi bisogni. Ciò aiuterà
il piccolo a passare da un mondo primitivo e pulsionale a un mondo
emozionale precursore di una crescita personale e di individuazione.
In particolare è soprattutto nelle cure di routine che
l’adulto svolge nei confronti del piccolo la vera funzione
materna. Peraltro è qui che l’adulto si trova spesso
a confrontarsi con l’ambivalenza del bambino tra l’essere
dipendente e autonomo, che richiede una continua mediazione e
negoziazione.
Compito dell’adulto in questi momenti è quello di
favorire l’autonomia e attendere senza forzare, tollerare
l’indipendenza, sopportare gli insuccessi e l’opposizione
in un clima di pazienza.
Più che in altri momenti di vita nel nido il lavoro richiesto
nelle attività di cura quotidiana nei confronti dei piccoli
può attivare negli adulti emozioni, sentimenti e pensieri
sia di empatia che di contraddittorietà.
I compiti di cura richiedono infatti:
• sollevare i bambini da terra;
• tollerare i loro escrementi restituendoli
simbolicamente e in modo gratificante, apprezzando lo sforzo e
l’intento;
• lavare, massaggiare , asciugare, trattenere
e tenere con cura e calma il bambino e, nel contempo, tener conto
anche della presenza degli altri bimbi (spesso dietro le spalle);
• tollerare l’inevitabile ritmo incalzante
senza cadere nell’ansia;
• tener conto e tollerare i ripetuti lavaggi,
le ripetute richieste, i ripetuti gesti di condivisione, di designazione
e di rassicurazione;
• tener conto della necessità di
una buona organizzazione esterna in modo da favorire un vero incontro
con i bambini.
E’ in questo sforzo di fatica e di tensione che le routine
comportano che si può correre il rischio di rendere poco
gratificanti questi momenti, invece così strutturanti lo
sviluppo del bambino.
L’educatrice nelle routine ha l’occasione straordinaria
per instaurare un vero “dialogo d’azione” con
il suo toccare tonico o frettoloso, con l’essere emotivamente
vicina senza intrusione e nel saper misurare i gesti e i movimenti.
La tollerabilità delle routine da parte degli adulti comporta
inevitabilmente l’esigenza del controllo e della valutazione
del proprio modo di stare in queste situazioni, situazioni che
contengono un grosso scarto tra:
• il bisogno del bambino e la fatica dell’adulto
• il desiderio del bambino e l’esigenza
di “rispettare” i ritmi istituzionali
• il desiderio dell’adulto e dei
bambini di calma e tranquillità e l’urgenza
dei bisogni dei tanti bambini (pianti, fretta,ecc.)
• tra il bisogno e il desiderio di ciascun
bambino - tra i tanti - di essere
accolto, coccolato e la fatica fisica e psicologica dell’adulto
di nutrire,
sollevare, curare più bambini
• tra il desiderio di un “fare bene”
e di “stare bene” e la ripetitività
quotidiana, lo stress ( tanti lettini, tanti pasti, tanti bagni
).
Questo scarto, questo divario per essere contenibile e metabolizzato
va “considerato” come parte integrante della professionalità
sia dell’educatrice che degli operatori d’appoggio
svelando ed evidenziando le criticità per poterle ripensare,
condividere ed eventualmente riprogrammare gli “interstizi”
possibili.
Osservare, ripensare e riprogrammare può
permettere una elaborazione concreta dei tempi di vita e di lavoro
in modo che l’impianto astratto e teorico del ritmo professionale
non sia eccessivamente superegoico in quanto rischierebbe di frantumarsi
nel ritmo quotidiano connotato dall’ansia o ancor peggio
dalla confusione e dall’occasionalità.
Non va dimenticato che nei gesti di cura vi è un incontro
speciale di intimità tra il corpo del bambino e quello
dell’adulto con un’ espressione di viva sensorialità
reciproca. Ciò può indurre il bambino a proiettare
nell’adulto le sue parti pulsionali non ancora integrate
ed anche l’adulto può sentirsi intensamente sollecitato
nelle sue parti non del tutto evolute o non del tutto contenute
e coese e rispondere quindi in modo a sua volta pulsionale dove
gli agiti prendono il posto di un fare consapevole.
Ancora una volta l’adulto nell’incontrare fisicamente
ed empaticamente i piccoli tocca anche le proprie parti infantili
e incontra dentro di sé o l’opportunità di
procedere nella comprensione di sé e quindi di continuare
a crescere in profondità, o al contrario di sentirsi risucchiato
nelle proprie questioni antiche, forse incistate, che questa professione
speciale può riattivare e riproporre.
Proprio questa complessità richiede che l’adulto
e gli adulti del nido non si sentano a loro volta soli nel proprio
lavoro così vicino al luogo materno e domestico e al contempo
così professionale per la sua qualità intrinseca.
E’ per tutto questo che se un nido può contare su
un buon progetto educativo, adeguatamente e periodicamente supervisionato,
su un gruppo di lavoro che lo sostiene, potrà contenere
i singoli operatori in modo che questi possano a loro volta proporsi
“sanamente” e progettualmente nei confronti dei piccoli
loro affidati.
Il progetto di lavoro non attiene allora solo agli aspetti organizzativi
o astratti del compito del nido o a quelli didattici ma deve piuttosto
considerare prioritariamente la qualità della giornata
educativa.
In particolare, le educatrici nelle cure di routine rivestono
un ruolo strategico perchè uniscono e intrecciano attraverso
il gesto pratico, le risposte al bisogno del bambino, le intenzionalità
educative, i significati simbolici delle emozioni profonde e gli
apprendimenti culturali.
Si aggiunga il fatto che le educatrici, ma anche le operatrici
di appoggio, possono esse stesse sentirsi come “al confine”
tra il loro fare professionale così necessario in questo
ambito, e il loro sentire personale e soggettivo, provocato dalle
situazioni espresse nelle routine (i bisogni e i desideri dei
piccoli).
Le routine, come si è detto, così come sono organizzate
e gestite, dicono molto sulla qualità del nido in quanto
possono essere ritenute una vera e propria azione parlante dell’idea
che le operatrici hanno dei bimbi, di sé stesse e del nido
nel suo insieme. Esse possono subire dei processi di ampliamento,
tanto da occupare pressoché l’intera giornata, che
di restrizione, nell’essere particolarmente circoscritte
e forse anche trascurate.
La qualità del nido quindi si gioca nel riconoscere tutta
la loro pregnanza senza eccessivi sbilanciamenti; inoltre le routine
risentono maggiormente, a differenza di altre aree di intervento
educativo, della traduzione personale che ogni singolo individuo
ne può fare.
Per questo la formazione non può riguardare esclusivamente
l’operatività personale ma coinvolge anche la visione
del mondo della singola educatrice e l’assetto gruppale
delle operatrici con apporti e ricadute anche sull’ambiente
e sul ritmo temporale del nido stesso.
E’ per quanto sopra detto che la formazione, la consulenza,
la supervisione e infine l’auto osservazione divengono elementi
indispensabili per poter far sì che il nido sia luogo di
crescita per tutti i suoi protagonisti: bambini e adulti.
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"ZeroTre - Che cosa fanno i bambini al Nido"
- (Cd-rom + guida pp.24)
- di Camilla Monaco
- Prefazione di Clotilde Pontecorvo
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