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3. Scenari da fiabe (I) - Infantiae.Org™
n.287/2006
di Meco Traversa, Responsabile
pedagogico, Comune di Trino, Vercelli
Ci fu un momento in cui, come musicista, mi ritrovai
ad amare fortemente quegli autori e quei compositori che tendevano
a portare in primo piano il suono e il valore dei suoni naturali
in rapporto a quelli artificiali.
Molte volte registravo dal vivo e catturavo sonorità indefinite
che raccoglievo rastrellando sistematicamente diversi ambienti:
campagna, bosco, mare, fattorie, officine, spazi urbani, ecc…
Lavoravo successivamente alla ricomposizione di tutto quel materiale,
unendolo con altri suoni e creazioni musicali originali.
Come ogni piccola mania e ossessione espressiva, tutto si spense
dopo poco tempo.
Ma non completamente.
Qualcosa rimane sempre, se non altro come traccia del segno indelebile
che qualsiasi cosa, voluta e amata, ha lasciato dentro di noi.
Era mia intenzione, dunque, sperimentare con un gruppo di bambini
della materna e del 1° ciclo elementare questa ricostruzione
di ambienti sonori.
Sulla carta tutto sembrava essere interessante e stimolante per
i bambini e mi attendevo soddisfacenti risposte.
Anche da un punto di vista didattico, il progetto sembrava rispondere
alle caratteristiche e alle esigenze dei bambini più piccoli,
con possibilità di realizzare obiettivi non solo musicali
ma anche psicomotori e mimico-gestuali-teatrali.
Considerando la fascia d’età interessata, ancora così
legata al mondo magico delle fiabe, degli animali e della natura,
pensai all’ambiente “bosco”.
Consideravo le possibilità realizzative di un ambiente psicologicamente
significativo per il bambino: topos di archetipi emozionali profondi,
di istintualità e di elementi primordiali, territorio incontrastato
di paure, percorso continuamente da nipotine e nonne indifese, case
di marzapane, bimbi che si perdono tra i sentieri…
Per affrontare con il giusto livello di interesse questo viaggio,
fu necessario preparare adeguatamente i bambini.
Pensai di iniziare dal racconto delle principali fiabe, dove il
filo narrativo si snoda e si nutre di humus vitale, partendo proprio
dall’ambiente bosco.
Queste fiabe, come ben sapete, sono popolate di figure terrificanti
e le storie si sviluppano su temi quali l’abbandono e il rifiuto
familiare, l’infanticidio e il parricidio, la presenza di
animali fobici e mostruosi.
Negli anni ‘70 esplose, e ancora perdura, una tendenza pedagogica
che, gradualmente, ha assunto la caratteristica di modello culturale
dominante. Tale modello ricusava completamente questo tipo di letteratura
infantile, bollandola come psicologicamente dannosa, portatrice
di valori morali e sociali non costruttivi e diseducativi, appartenente
ad una obsoleta visione del mondo infantile chiusa e contenuta nella
camicia di forza delle paure e di un Super-Io troppo invasivo e
repressivo.
Veniva contrapposto un modello capeggiato da autori che demonizzavano
la paura e la negatività, portando in primo piano gli elementi
costruttivi del bambino, la sua voglia di apertura al mondo.
Viene ripetuto spesso dai fautori di questo modello letterario infantile
che il bambino non riesce ad accettare le fantasie contenute nelle
fiabe perché troppo dure, crudeli e devastanti sul piano
della strutturazione dell’Io, specie nei confronti delle figure
parentali, dell’ambiente esterno, delle sue sicurezze e delle
sue paure.
Sono le stesse accuse che, negli anni ‘80 e ‘90, con
più forza ed enfasi, sono state rivolte alla televisione
e al cinema attraverso una battaglia condotta da eminenti esponenti
della cultura, da esperti del settore e da un numero sempre più
alto di comitati dei genitori, insegnanti ed educatori in genere.
Credo di essere d’accordo con Bruno Bettelheim che in un articolo
apparso sul “Guardian” (15 marzo 1990) scrive:
“Se guardiamo alla storia, non ci sorprende che genitori,
educatori e altre autorità in fatto di morale dei giorni
nostri siano molto preoccupati per la nocività della televisione,
soprattutto sono preoccupati per i bambini.
I moralisti, per loro natura hanno sempre avuto una tendenza a preoccuparsi
di criticare le più recenti forme dominanti di intrattenimento
popolare (…).
Ogni forma di intrattenimento di massa è vista con considerevole
sospetto nei primi tempi in cui si afferma.
Solitamente diventa accettata quando la gente si rende conto che
la vita continua nello stesso modo casuale di prima.
Allora un mezzo di intrattenimento più nuovo diviene il centro
delle stesse preoccupazioni.
Quando ero bambino, tutti i tipi di influenze demoniache (da evil
n.d.r.) erano ascritte, riferite al cinema: oggi sono riferite alla
televisione. Quando ero ragazzo, i fumetti furono denunciati perché
si supponeva incitassero gli innocenti alla violenza.
Anche allora, comunque, era risaputo che i bambini non erano affatto
innocenti. Si sapeva che essi celavano rabbia, violenza, carica
distruttiva e persino fantasie sessuali ben lontane dall’innocenza
(…).
Nuove forme di intrattenimento sono particolarmente sospette ad
adulti che non ebbero possibilità di sperimentarle durante
la loro fanciullezza.
La maggior parte dei genitori che sono abbastanza giovani da essersi
potuti divertire guardando la TV, si preoccupano meno dei suoi effetti
deleteri.
Essi sanno che le ore trascorse guardando la TV non li ha privati
della possibilità di istruirsi o di vivere una vita utile,
attiva (…).
I miei genitori si preoccupavano del fatto che i bambini trascorressero
troppo tempo dentro ad un buio cinema/castello dove noi ci perdevamo
in sogni tanto spesso quanto le nostre magre finanze ce lo permettevano
(…).
Una delle attrazioni del cinema, sebbene noi non ne fossimo consapevoli,
era che ci aiutava a fuggire dagli attenti occhi dei nostri genitori
a casa e dalla competizione dei giochi di altri bambini.
Guardando i film noi sognavamo ad occhi aperti di avere successo
nella vita e nell’amore come i nostri eroi e eroine.
Vivevamo eccitanti fantasie che rendevano la nostra noiosa esistenza
(se non del tutto sgradevole) più sopportabile. I nostri
bambini cercano di fare la stessa cosa nelle loro case, e nessuna
maschera del cinema vieta loro di guardare continuamente lo stesso
programma.
Essi non sono né annoiati né ridicolizzati: tutti
noi abbiamo bisogno di sognare.
Nel dibattito pubblico sugli effetti della TV sui bambini, il fatto
che i programmi TV forniscano materiale per sogni ad occhi aperti
è così dato per scontato che se ne discute poco.
C’è poco da dubitare che la maggior parte di noi abbia
bisogno di sognare e più la realtà è per noi
frustrante più il bisogno è grande.
Sebbene a noi piaccia pensare che la vita dei nostri bimbi sia priva
di guai, essi sono invece pieni di disappunto e di frustrazioni.
Ecco perché i bambini hanno bisogno di sognare ad occhi aperti
molto più degli adulti.
C’è molta violenza e crimine nelle storie del Vecchio
Testamento così come nelle fiabe.
C’è molta crudeltà inimicizia nella famiglia,
omicidi e anche parricidi e incesti nei drammi greci così
come nelle tragedie di Shakespeare.
Questo suggerisce che la gente ha sempre avuto bisogno dell’elemento
violento come parte integrante dell’intrattenimento popolare.
Aristotele diceva che questo elemento è richiesto per la
catarsi per liberare le nostre tensioni emotive. I bambini hanno
bisogno di questo sollievo forse più degli adulti e l’avranno
sempre”
Bruno Bettelheim nel suo noto saggio “Il
mondo incantato” tratta in specifico i temi dell’uso,
dell’importanza e del significato psicanalitico delle fiabe.
Egli non ha dubbi: anche se le fiabe raccontano storie molto lontane,
parlano dei problemi interiori di ogni essere umano quali l’identità,
la crescita e la maturazione, affrontandoli molto meglio di tanta
edulcorata e insulsa letteratura d’oggi.
In questo mondo a due soli colori, il Bene e il Male sono sempre
rappresentati schematicamente.
Il Male non è privo di attrattive e di forza seduttiva (la
forza di un gigante, di un drago, i poteri magici di una strega)
e per qualche tempo ha la meglio.
Ma non è la vittoria finale della virtù o la sconfitta
del malvagio a rendere morale l’esperienza della fiaba, quanto
il fatto che l’eroe risulta più attraente per il bambino
che è portato a identificarsi in lui e nelle sue lotte.
Solo lottando contro le difficoltà che sembrano insuperabili
l’uomo può riuscire a trovare un significato alla sua
esistenza.
Molte fiabe cominciano proprio con l’abbandono, la povertà
e la morte di un genitore.
Ed è questo che le fiabe insegnano al bambino: la lotta contro
queste difficoltà è inevitabile, fa parte dell’esistenza.
Occorre non lasciarsi intimorire e affrontarle risolutamente.
La fiaba ha un’ultima carta vincente: prende molto sul serio
le ansie esistenziali come il bisogno di essere amati, la paura
di non essere considerati, il rifiuto della morte e l’amore
per la vita.
La fiaba è contro il legame assoluto e monopolizzante con
la madre: è orientata verso il futuro e il futuro continuerà
a essere suo.
Il problema per TV e fiabe è quello del sostegno nella lettura
e nell’interpretazione.
Il genitore e l’educatore devono essere a
disposizione del bambino per poter effettuare, eventualmente, un
primo filtro e dare sostegno anche con le loro sole presenze.
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