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» 2. Esperienze cromatiche e psicomotorie: il “ritratto impronta” sonoro - Infantiae.Org™ n.248/2005

di Meco Traversa, responsabile pedagogico, Comune di Trino, Vercelli

Eravamo alle prese con il mondo dei colori e sentivo di dover proseguire in questa direzione.
Tutti avevano desiderio di pasticciare, imbrattare diverse superfici, entrare nel piacevole tunnel sensorio evocato dal colore.
Il gioco era quello dei “mondi”, ovvero tutto visto e interpretato in modo monocromatico.
Un mattino decisi di far pitturare ai bambini il “mondo blu”, chiedendo loro di tappezzare un’aula del colore del cielo, finestre comprese.
L’operazione è più semplice e realizzabile di quanto si possa immaginare.
Si dividono le parti e si prepara un unico blu che verrà distribuito ai partecipanti che provvederanno a stenderlo su cartoncino di dimensione diversa, a seconda dell’età.
L’emozione provata dai bambini, a lavoro finito, fu di profonda armonia, pace e serenità.
L’ambiente blu sembrava accoglierli e invitarli alla condivisione di uno stato di benessere e di rilassamento.
Provammo, di seguito, le esperienze legate alla produzione di macchie e forme, lasciando completamente libera l’espressione grafica, utilizzando grandi pennelli e giganteschi fogli bianchi appoggiati al pavimento o affissi alle pareti, favorendo al massimo l’aspetto senso-motorio, il piacere di aprirsi ad un’ampia gestualità e a veri e propri “lanci”.
Lasciare una traccia di sé.
Per poter riconoscere noi stessi, confrontarci e per permettere che gli altri possano sentire la nostra presenza.
Può essere utile ricordare brevemente, ai fini di una prima ma significativa osservazione, quali siano i principali elementi da valutare in questo tipo di produzioni cromatiche:

CARATTERISTICA GRAFICA E CROMATICA
VALUTAZIONE/INTERPRETAZIONE
(approfondimento mediante ulteriore indagine)
scarsa occupazione dello spazio disponibile
scarsa considerazione, bassa autostima, disagio
buona occupazione dello spazio disponibile
pienezza dell’Io, autoaffermazione, autostima
prevalenza di linee curve e forme arrotondate
pacatezza, serenità, dipendenza, adattabilità
prevalenza di linee dure e forme spigolose
presenza di forte energia, carica aggressiva
colore steso con forza e in modo spontaneo
energia, sicurezza e determinazione
colore steso debolmente e in modo snervato
insicurezza, desiderio di celarsi/ comparire poco
prevalenza colori freddi
dominanza di razionalità, controllo, introversione
prevalenza colori caldi
dominanza di istintività, impulsività e estroversione
Presenza eccessiva o ossessiva di un colore
possono essere considerati segnali di uno sbilanciamento, di un disagio o un vero e proprio “segnale d’allarme”

Utilizzammo, infine, i grandi fogli per impostare un articolato percorso didattico correlato con un’attività psicomotoria legata allo schema corporeo e all’immagine corporea.

Prima di intraprendere il nostro viaggio, può essere utile fare alcune considerazioni su questi due concetti e sul simbolismo del corpo in generale.
Quando si parla di percezione del proprio corpo, parliamo di una dialettica tra l’esperienza del sentire interno e del vedere esterno, intendendo una costruzione progressiva nel tempo fatta di percezioni sensoriali – tattili, visive, posturali e cinestetiche – influenzate da fattori biologici, ambientali e psico-affettivi.
Quest’idea di percezione globale del corpo fa riferimento ad un’idea di unità psicofisica che, ancora oggi, stenta a farsi largo culturalmente e ad essere pienamente integrata.
U. Galimberti in “Psiche e Techne” afferma che, nonostante le idee Aristoteliche dell’“anima come qualcosa del corpo”, “il nesso anima-verità, con conseguente rimozione del corpo in quanto espressione del particolare e dell’instabile su cui è impossibile fondare qualcosa di universale e di immutabile, costituisce il centro della speculazione di Platone che inaugura una strategia dell’anima sotto il cui governo si snoderà l’intero arco della filosofia in Occidente”.
Il concetto di immagine del corpo supera il dualismo mente-corpo e il concetto stesso di schema corporeo, legato all’idea di corpo fisico, meccanico, organico, per aderire ad una visione più ampia: un corpo percepito come dialettica e differenziazione tra corpo oggettivo – il corpo che ho – e corpo soggettivo – il corpo che sono – ovvero corpo inconscio profondamente legato alla simbolizzazione.

Invitai i bambini a muoversi liberamente e ad assumere posture piacevoli, come figure che solamente per pochi secondi riescono a tramutarsi in statue, poiché la loro condizione naturale è quella dinamica.
Movimento e poi, per un istante, una posizione gradevole da gustare nel silenzio: una sequenza cinematografica in cui si alternano diversi ritmi filmici.
Avevo preparato grandi fogli bianchi stesi sul pavimento.
Occorreva prima di tutto formare delle coppie.
Successivamente spiegai ai bambini che, a turno, avrebbero dovuto scegliere una posizione particolarmente gradita e, una volta trovata, far disegnare dal compagno, utilizzando una matita, il contorno del proprio corpo.
Per fare questa operazione era possibile chiedere aiuto agli educatori.
Eseguita la propria traccia corporea, si doveva compiere la stessa operazione nei confronti del compagno.
I bambini si stesero sui grandi fogli e assunsero, non senza esitazioni e varie prove, le posizioni maggiormente gradite.
Posizioni chiuse o aperte in una vasta gamma di sfumature.
Di profilo, bocconi o supini.
In alcune sagome era difficile riconoscere le caratteristiche corporee vere e proprie, bensì una forma indistinta e poco differenziata.
In altre era evidente l’intento di “farsi leggere” in modo chiaro, occupando lo spazio in modo tale da determinare una precisa differenziazione del corpo.
Non è sempre facile la lettura dei “ritratti-impronta”.
Occorre valutare globalmente, considerare bene il contesto e le correlazioni posturali, cromatiche e quelle inerenti il significato delle singole parti.
Nel ritratto impronta finalmente ci rappresentiamo proiettivamente nella duplice funzione: da una parte in modo simbolico e dall’altro in modo reale perché tutto si sviluppa a partire dal contatto con il suolo.
Non è fotografia, non è specchio.
E’ uno stampo che ha contenuto il nostro corpo: l’Io si è proiettato scegliendo una posizione, ha sentito il contatto con quel foglio posizionato a terra.
Il ritratto-impronta è la rappresentazione simbolica del proprio corpo e di quello dell’altro.
Il suolo è un oggetto, un oggetto con il quale si stabiliscono permanentemente dei contatti che possono prendere una tonalità affettiva, sessuale ed emozionale.
Il suolo può essere considerato un oggetto sostitutivo.
A tutti i bambini piace moltissimo giocare sul suolo e col suolo e pure gli adulti, quando li si sollecita, vi ritrovano un piacere che anni di divieti avevano fatto dimenticare.
Il suolo è un oggetto particolare nel senso che la sua presenza è costante e la sua attrazione permanente: l’essere umano vive in costante relazione col suolo, sia per trovarvi degli appoggi, sia per prendere distanza in rapporto a tali appoggi.
La vita comincia al suolo, e tutta la storia dell’uomo, sul piano filogenetico, come ontogenetico, è una lunga lotta contro la gravità.
Da qui il simbolismo dell’alto e del basso trasposto fino ai valori intellettuali, morali e sociali.
Dappertutto si tratta di “elevarsi”.
Ma bisogna anche “tenere i piedi per terra”, “avere basi solide” ed “essere equilibrati”.
Con il suolo manteniamo tutta una serie di fantasmi legati alla regressione.

Utilizzando lo schema interpretativo del linguaggio corporeo, valutiamo le seguenti tipologie:

- posizione raggomitolata – di tipo fetale, richiama il bisogno di protezione ed è un’accentuata chiusura della persona

- posizione bocconi – può significare abbandono e un dare le spalle al mondo per rifugiarsi piacevolmente nel proprio mondo; il contatto col suolo è diretto ed investito sensorialmente
- posizione allungata sul dorso – il mondo è visto direttamente e lo si vuole affrontare serenamente; il contatto con il suolo, solitamente considerato regressivo, è “lasciato alle spalle” e si guarda al futuro

- posizione di profilo – c’è una volontà di defilarsi, di ridurre lo spazio di visibilità; se la figura è rigida e chiusa, può essere indicativa di una situazione psicologica di insicurezza

- posizione aperta – le braccia e le gambe sono in evidenza rispetto al tronco: le braccia sono scostate o addirittura sono rivolte in alto, le gambe sono divaricate

- posizione con forme di chiusura – possono essere le mani appoggiate sul petto solitamente in concomitanza con un accavallamento delle gambe oppure gambe allineate e piedi che si toccano o si sovrappongono

- posizione dinamica – queste sagome danno l’impressione del movimento, della voglia di andare incontro agli altri e di grande sicurezza/esuberanza; anche se si presentano di profilo, la zona d’appoggio è notevole e lo spessore enfatizzato

- posizione rigida – solitamente sono appoggiate sul dorso, chiuse o poco aperte e l’insieme conferisce un senso di immobilità

- posizione con forme di nascondimento – la testa è reclinata e si confonde tra collo e spalle, le mani non sono visibili, una gamba è infilata sotto l’altra; alcune volte viene assunta una posizione strana che impedisce una vera definizione del corpo (ad es. corpo sollevato con palme delle mani e dei piedi completamente appoggiati). Questa posizione è indice di imbarazzo corporeo, di disagio per una specifica parte: in qualche modo si vorrebbe ridurre tutto, annullare o evitare una lettura da parte degli altri.

L’ulteriore passo fu la coloratura a tempera delle sagome.
Fu proposto di utilizzare un solo colore, oppure la gamma completa dei colori.
E’ interessante notare come la maggioranza dei bambini si rappresentò monocromaticamente, una minoranza con due colori, corrispondenti alla parte superiore e inferiore della sagoma, mentre un’esigua percentuale mediante una diversificazione cromatica delle varie parti o zone del corpo.
Nacque spontaneamente l’esigenza di correlare colore, suono e segmenti corporei.
Come suonava il colore rosso ?
Poteva essere rappresentato da un suono lungo e dolce ?
Il giallo poteva evocare un colpo forte e cupo ?
I bambini, istintivamente, davano risposte pressoché univoche alle mie sollecitazioni e alle mie domande, dando sempre più credito all’ipotesi, formulata nella mia precedente pubblicazione, sull’attribuzione di significati universali o primari ai suoni e alle musiche e alla capacità infantile di rappresentare fisiognomicamente e sinesteticamente ogni forma di espressione metalinguistica.

Fu così stabilito un codice che regolava il rapporto suono – colore:
rosso: colpi ritmati forti di tamburi con o senza anello di sonagli
giallo: vibrato ottenuto con maracas e sonagliere
verde: suoni squillanti di campane tubolari, triangoli e piatti sospesi
blu: suoni lunghi e dolci di glockenspiele e metallofoni
arancione: suoni misti ottenuti con xilofoni e percussioni acute
marrone: suoni ottenuti con la percussione mista di legnetti, wood-block e pietre
nero: un colpo basso e prolungato ottenuto mediante la percussione di timpani o tamburi grandi
violetto/rosa: suoni soffiati, flauti a coulisse, richiami di uccelli

Un bambino, toccando con le mani o con i piedi le sagome stese a terra, dirigeva il gruppo dei bambini musicisti, preoccupandosi di dare voce a tutti i partecipanti all’esperienza.
Una prima possibilità esecutiva era rivolta alla possibilità sinfonica, dove tutti i bambini suonavano simultaneamente la singola sagoma toccata dal maestro, in base alla dotazione strumentale in loro possesso.
La seconda era indirizzata all’esecuzione del singolo bambino: chi si era dipinto monocromaticamente aveva un solo strumento, mentre chi aveva differenziato le aree con più colori aveva due, tre o più strumenti.
Credete possa essere utile utilizzare in modo così creativo il proprio corpo passando da una fase di pura azione, ad un’altra di rappresentazione iconica e successivamente legarla ad un processo di simbolizzazione ?
Io ne sono convinto.
Tutto il percorso si connota per la sua presa di contatto con il proprio corpo, lavorando su diversi piani, dal ludico al cognitivo, all’espressivo, mentre la metodologia usata si identifica con quella rogersiana non-direttività, così difficile da applicare quanto troppo facilmente e incautamente evocata.



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