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» Il simbolismo dei suoni - Infantiae.Org™ n.243/2005

di Meco Traversa, responsabile pedagogico, Comune di Trino, Vercelli

La pulsazione è la rappresentazione primaria attraverso la quale cogliamo il senso vitale che ci pone in contatto con l’altro e con il movimento.
E’ l’analogia con il battito cardiaco, quella traccia sonora che ci lega alla madre, alla nostra origine ma che ci spinge a camminare e a proseguire in modo autonomo.

La vibrazione provoca sensazioni positive prolungando la portata emotivo-affettiva dello scambio tonico con la madre, la relazione basata sulle vibrazioni corporee determinate dal movimento, dalla incontrollabile eccitazione, dal digrignare i denti, dalla perdita di controllo dovuta ad un piacevole stato nervoso che coinvolge la sfera relazionale, emotiva e del sé corporeo.

Il suono lungo rappresenta il legame, la continuità.
Originariamente è la percezione del respiro lungo e profondo della madre, del soffio del vento attraverso le canne, del fluire dell’elemento liquido.
La persona che stabilisce un rapporto positivo con questa tipologia di suono ha bisogno di dolcezza, di rapporti stabili e duraturi, di prolungare nel tempo e nello spazio, attraverso un movimento lento e pienamente cosciente, i piaceri del contatto, della sensorialità e della comunicazione fusionale.

Nel suono breve c’è tutta la precarietà dell’essere e il senso dell’effimero.
E’ un suono che porta a identificarci con il nostro senso di inadeguatezza, con la nostra incapacità di conquistare e investire gli spazi sociali e personali, così come noi vorremmo.
E’ un suono di contrapposizione, di disturbo, di opposizione, tipico di uno stato tensionale o di nervosismo.

Nella pausa e nel silenzio si ritrovano i tratti caratteristici dell’attesa, della perdita d’equilibrio, del vuoto e della momentanea perdita di sicurezza. Sembrano sospesi o introvabili gli abituali punti di riferimento. Nell’uso eccessivo di tali forme si può cogliere il bisogno del soggetto di viversi in modo spezzato e di non riuscire a identificarsi in modo unitario.

L’acuto e il grave sono caratteristiche sonore che corrispondono a diversi vissuti emozionali.
Quando c’è eccitazione, benessere e gioia, l’altezza maggiormente accettata è quella tendente ai toni alti, mentre in situazioni di stanchezza, disagio o stati depressivi, l’altezza più accetta è quella tendente ai toni bassi.
I valori timbrici legati all’altezza rappresentano simbolicamente i livelli di ansia e insicurezza (troppo acuto ), equilibrio (altezza medio-bassa) e stati di disagio/blocco (troppo grave).
Essi vengono inconsciamente comparati all’azione respiratoria: sbilanciamento “alto e bloccato” nella persona stressata e insicura, e sbilanciamento “basso e bloccato” nella persona snervata, e abulica.

Il forte e il piano sono le qualità sonore più vicine alla rappresentazione della forza, dell’autostima, del desiderio di visibilità e di lasciare traccia di sé nel mondo. Se il forte è l’energia dell’essere che vuole sentirsi sicuro e determinante, che mette tutte le sue risorse al servizio del conseguimento dell’obiettivo prefissato, il piano si avvale della sua gamma di sfumature per dileguarsi, per sentirsi evanescente e poco incisivo. Un modo per nascondersi e per affrontare il mondo in “punta di piedi” o in condizioni di ridotta autostima da parte del soggetto.

Il crescendo è un’improvvisa necessità di crescita, un modo di sentirsi importante e una dimostrazione di forza. Al pari del tratto ben evidenziato o effettuato con pressione accentuata o enfatizzata, esso sottolinea un particolare legame con un suono, un rapporto empatico che soddisfa e rinvigorisce la nostra voglia di aderire alla realtà. Un ingigantimento momentaneo del proprio Io che, comunque, riconosce i propri limiti e non si lascia condizionare dall’improvviso sentimento d’onnipotenza, guidandolo e dominandolo sapientemente.
Può essere tipico dei soggetti che hanno bisogno di prendere confidenza e coscienza della loro crescita di sicurezza e autostima in modo progressivo.

Il diminuendo rappresenta un calo della direzionalità, un affievolimento della volontà di agire e di conseguire l’obiettivo. Può anche significare che il soggetto intende cambiare il proprio modo di “sentire le cose”, passando da una fredda percezione razionale ad una valorizzazione del proprio mondo affettivo-emotivo, con un conseguente sviluppo di un avvicinamento empatico con l’oggetto, una minore presa di distanza dalla realtà.
Si può parlare di un adeguamento del rapporto prossemico, così come si fa con un bambino piccolo cui ci si rivolge inginocchiati e con tono basso.

Nel finale sfumato si evidenzia tutta la tematica della morte. Si vuole rendere il distacco dalla fonte sonora, intesa come energia e legame di vita, il più possibile privo di traumi, garantendo una continuità che idealmente si perpetua all’infinito. E’ un modo delicato di allontanare il fantasma della morte e della separazione dall’oggetto amato: la musica adesso c’è, pian piano si affievolisce, ma perdura, anche quando non riusciamo a percepirla … ma c’è !

Il finale pieno e forte è un modo di autoaffermarsi, di sentirsi sicuri anche nel momento del distacco o del sopraggiungere della fine. E’ la forte determinazione e la volontà di conseguire un obiettivo.
Nell’esaurire il percorso sonoro preventivato, c’è la necessità di concludere con una vittoria, un successo sonoro, caratterizzato da forza e reiterazione.

Il canone e l’ostinato ritmico (Fra’ Martino ne è un buon esempio per il primo mentre per il secondo vi invito a pensare al classico tormentone ritmato con le mani) sono entrambi figure molto usate, soprattutto nell’ambito della musica elementare e primitiva. Esse rappresentano la ciclicità e il ritorno sicuro al punto di partenza, al conosciuto.
La melodia e le strutture ritmiche ripetute ad libitum, sembrano voler indicare, nella loro ossessiva reiterazione, una chiara determinazione ma anche rispondere ad una richiesta di sicurezza, come quella di un rito propiziatorio che deve essere consumato o di un desiderio che vuole essere a tutti i costi soddisfatto.

La scala pentatonica è comune a tutte le culture. Una serie di suoni che in qualche modo sono correlati col numero cinque, con la figura del pentagono e con l’archetipo della casa.
E’ l’incontro tra lo statico e il dinamico, il rassicurante e lo slancio verso il nuovo.
Gli intervalli della pentatonica sono facilmente eseguibili a livello vocale e possono venire immediatamente introiettati. Dunque una scala elementare per una musica elementare che non disdegna le implicazioni relazionali: i suoni sono sovrapponibili e combinabili casualmente, creando gradevoli quanto facili sensazioni armoniche.
Una scala per tutti che ci riporta al senso della ciclicità, del suono ripetuto, della nenia melodica, del suono cullante e ipnotizzante.

Il glissando è un momento di grande energia, sia ascendente che discendente, una perdita di controllo, un’improvvisa euforia, un lasciarsi andare alla sensorialità, al gioco e al piacere.
Per i bambini, spesso, il suono è collegato al fenomeno della “bacchetta magica”, al manifestarsi di un’improvvisa metamorfosi dovuta ad una causa misteriosa.
Ci riporta alla vita intrauterina dove è indelebile il ricordo delle piacevoli contrazioni viscerali.


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