» Oltre le paure: verso un'idea di micromusica.
Il modello di lavoro - Infantiae.Org™ n.222/2004
di Meco Traversa, responsabile pedagogico,
Comune di Trino, Vercelli
La proposta pedagogica e didattica che ne scaturisce rivela la
sua vocazione alla duplice analisi evolutiva che caratterizza
la storia dell’individuo e la storia dell’uomo.
Il risultato che ne deriva è un insieme di acquisizioni
che vanno al di là della sola educazione musicale in vista
di un futuro approfondimento strumentale ma anche in termini di
armonizzazione della proposta educativa generale, di conoscenza
e di sviluppo di tutti quei temi psicopedagogici che la scuola
non sa o non vuole più affrontare.
Ripartire dunque dal bambino. Il bambino con i suoi bisogni, le
sue specificità, la sua soggettività, i suoi diritti.
La pratica micromusicale permette di riflettere sull’attuale
rapporto pedagogico adulto-bambino e sulla portata della comunicazione
verbale e non, sui nuovi valori educativi e sull’attuale
modello scolastico. Una cosa è certa: la micromusica, con
il suo atteggiamento di apertura e di duttilità educativa,
si fa interprete del concetto di disponibilità pedagogica
offrendo un modello di lavoro che possiamo così rappresentare:

La pratica micromusicale si propone il perseguimento
dei seguenti obiettivi:
- completezza educativa
- attivazione di tutti i canali di comunicazione
- conoscenza personale e interpersonale
- rispetto dei tempi esperienziali
- interdisciplinarità e risposte positive alle attitudini,
alle capacità e alle forme d’intelligenza individuali.
Ma andiamo a indagare più approfonditamente sulle origini
di questo suono primario/archetipico, sulle basi della teoria
micromusicale.
Parto dall’ipotesi che dal momento preciso in cui lo spermatozoo
si unisce con l’ovulo nell’utero materno per dare
vita ad un nuovo essere, questo si trova già, fin dal primo
momento, a contatto con le pulsazioni del ritmo cardiaco e di
innumerevoli sensazioni vibratorie, con il movimento e i suoni
prodotti dalle pareti uterine, i rumori intestinali della madre,
la respirazione alta, media e bassa e relativi interessamenti
oro-nasali, toracici e diaframmatico-addominali, gli scricchiolii
dei denti, lo strofinamento articolare dovuto alle diverse posizioni
assunte, i suoni corporei legati al movimento.
A contatto cioè degli elementi del complesso non verbale.
E’ chiaro che, in un primo tempo, percepirà solamente
i fenomeni vibratori e i movimenti ma, a poco a poco, essi saranno
sentiti come vitali ed essenziali per la continuazione della vita.
E’ evidente che, nella misura in cui il feto si sviluppa,
esso acquista la sensazione dell’importanza di questo battito
che avverte in tutto il suo corpo e che percepisce come essenziale
per la propria vita.
La sua diminuzione gli procura la sensazione di mancanza di ossigeno,
di nutrimento, di temperatura. Insomma di vita.
Così come, analogamente, tutte le alterazioni respiratorie
e i rumori corporei della madre procurano forti alterazioni negative
nel feto.
A questi archetipi si aggiungono, in un percorso evolutivo, le
esperienze vissute con il parto, la nascita, i suoni dell’ambiente
familiare e dell’intera vita sociale e affettiva del bambino.
Similmente alla formazione del suono primario individuale si è
sviluppata una struttura primaria inconscia universale: per millenni
i fenomeni corporei, sonori e musicali hanno quotidianamente stimolato
gli individui in modo ripetitivo, provocando percezioni e sensazioni
che si sono depositate dinamicamente, dando vita ad una forma
che è caratteristica della razza umana.
Questi depositi dinamici hanno formato modelli originali e primari,
veri e propri prototipi che si potrebbero paragonare agli archetipi
di Jung.
Dunque il battito cardiaco con la sua struttura di ritmi binari,
la respirazione, il camminare e il correre, i suoni dell’acqua
e del vento ecc., sono archetipi sonori che fanno parte del patrimonio
genetico.
La stessa evoluzione della razza e della civiltà è
avvenuta attraverso l’introiezione di sonorità come
quelle prodotte da tubi di canne di bambù, sonagli, corde
tese o dalla comparsa degli intervalli melodici di alcune scale.
E’ probabile che la scala pentatonica sia dinamicamente
integrata universalmente poiché essa fa parte delle melodie
delle canzoni infantili di tutte le razze, in tutto il mondo,
sia dell’Oriente che dell’Occidente, delle civiltà
più primitive e di quelle più avanzate.
Prima di addentrarmi nella parte più tecnica della metodologia
micromusicale, intendo aprire una finestra sul mondo della scuola
ed effettuare una sintetica disamina del substrato pedagogico
che lo connota.
Tra la fine degli anni ’80 e il decennio ‘90 il bambino
si è trovato relegato e compresso in una serie di “contenitori
sociali”.
La famiglia, in primo luogo, facendo suo un principio di difesa
nei confronti delle insidie del disagio della nostra civiltà,
si è adattata ad un modello di “scatole educative”
e di “attività parcheggio”.
Il bambino non ha più un tempo autonomo dove può
esprimere la sua libertà di fare o non fare, di giocare
o incontrare amici, di utilizzare pienamente il tempo libero o
di annoiarsi ma, al contrario, deve continuamente fare i conti
con un tempo programmato dagli adulti.
Anche gli spazi non appartengono ad una sua precisa scelta o alla
casualità della realtà urbana o dell’ambiente
fisico che lo circonda: sono invece spazi artificiali, stereotipati
e preconfezionati dove si svolgono le attività tipiche
del tempo extra-scolastico infantile, pubblico o privato (palestra,
piscina, aule laboratori, corsi…).
La scuola contribuisce non poco a determinare una frammentazione
e una forte pressione psicologica nei confronti del bambino.
In questi ultimi anni l’organizzazione a moduli che si è
sempre più frammentata (sviluppo a 3-4 classi in orizzontale
o in verticale), la necessità di programmare didatticamente
in subordine alla logica dei “progetti educativi”
– progetto è la nuova parola d’ordine –
e la crescita esponenziale del “sistema di verifica”
sui livelli di apprendimento, hanno prodotto un disagio, un modello
scolastico di base in crisi, fragile, non sempre capace di indirizzare
le proprie strategie in un’azione educativa forte, autorevole
e attiva.
Insegnanti e bambini sono entrambi impacchettati e inscatolati.
Compressi e divisi rigidamente in spazi e tempi di educazione
virtuale.
Il bambino a scuola non trova un ambiente sereno, rassicurante
e aperto, bensì una realtà dove difficilmente e
in modo occasionale riesce ad interagire positivamente con le
sue indiscutibili necessità di apprendere circa il mondo,
degli altri e di se stesso, di crescere globalmente ma, soprattutto,
di sentirsi felice e in armonia.
A scuola il bambino non trova più risposte adeguate ai
suoi bisogni educativi e psicologici.
Ciascun contenitore sociale delega all’altro il problema
pedagogico, secondo una tipica reazione circolare, e tutti finiscono
per fornire un prodotto educativo surrogato che mal si adatta
alle necessità emotive, affettive e psicologiche del bambino.
Tutto ciò provoca nel bambino ansia, paure e frustrazioni
psicologiche.
La pratica micromusicale prende le distanze da
questo modello pedagogico e si caratterizza con la necessità
di 1) definire un’attività completa che risponda
al bisogno del bambino di muoversi e incontrare e 2) portare in
primo piano la sua specifica capacità di offrire opportunità
di conoscenza, di sviluppo della consapevolezza e della padronanza
di se stessi.
Obiettivi che passano attraverso una metodologia che ha come cardini:
- gradualità dell’apprendimento
- priorità dell’attività pratica rispetto
all’acquisizione teorica
- affermazione dell’educazione individualizzata e della
soggettività del bambino
- pieno utilizzo delle potenzialità ludiche motorie e del
corpo in generale
- valorizzazione e interazione dei diversi linguaggi e canali
di comunicazione
- centralità del concetto di unità psico-fisica
Torniamo a trattare della micromusica e dell’elemento minimo
o cellula.
Esso possiede alcune particolarità e presenta potenzialità
non evidenziabili ad un’analisi superficiale.
La prima riguarda la possibilità di sviluppo successivo,
di evoluzione insito nella cellula iniziale che metaforicamente
può costituire il primo mattone per la costruzione della
casa. E’ una possibilità di apertura che può
far scaturire le dinamiche propositive dei bambini.
La seconda è la possibilità di fruire, a tutto campo
in modo globale e interdisciplinare, della “proposta minima”.
E non parlo solo delle discipline espressive vicine alla musica,
ma anche delle discipline più propriamente scolastiche
(educazione linguistica, logico- matematica …).
La terza rappresenta quella formidabile possibilità di
poter approfondire la conoscenza della personalità del
bambino e fornire validi contributi per la diagnosi pedagogica
precoce del soggetto.
Nel prossimo capitolo esamineremo la possibilità di autoconoscenza
dei bambini.
Ma scaviamo ancora intorno al concetto di “cellula iniziale”.
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