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» Le teorie - Sezione Speciale - "Tirocinio"

Formazione iniziale e insegnanti di qualità. Valorizzare le esperienze e integrare i sistemi

Mariella Spinosi, Ispettore Tecnico del Ministero dell’Istruzione nella Regione Marche

1. Bisogno di alta professionalità

L’identità e lo sviluppo della professionalità docente si connettono strettamente con le trasformazioni generali della società oltre che con quelle specificatamente di natura scolastica.
Ma le migliori riforme possono rischiare di essere del tutto inefficaci se non sono capite e condivise dai docenti, unici soggetti in grado di interpretarle portandole dentro l’aula; contrariamente riforme mediocri possono diventare una vera innovazione se sono in grado di stimolare partecipazione vera e voglia di stare nei processi, e se vengono quindi affidate a insegnanti esperti.

Le domande

Le alterne riforme degli ultimi decenni, seppure all’interno di un contesto sociale dai contorni alquanto friabili, hanno rimesso in movimento le capacità ideative dei vari soggetti istituzionali. Ma gli esercizi e le prove, che hanno caratterizzato l’impegno riformatore, non sempre hanno dato esiti certi e fruttuosi, vuoi per difficoltà oggettive, vuoi per l’incertezza normativa, vuoi anche per la mancanza di compattezza di intenti delle varie compagini politiche che, pro tempore, hanno governato e governano il nostro paese.
All’interno di questi scenari ci poniamo alcune domande: innanzitutto, sulle professionalità oggi necessarie ad una scuola che vuole migliorare profondamente la qualità dell’istruzione e degli esiti formativi di tutti gli studenti. Vogliamo poi capire i collegamenti possibili tra riforme della scuola e riforme dell’università, interrogandoci sulle condizioni che rendono efficace la formazione di base dei docenti che oramai costituisce una delle maggiori emergenze del nostro sistema formativo.
Da molto tempo gli insegnanti non sono più soddisfatti del loro ruolo professionale, sia per la debolezza dell’immagine sociale, sia per una formazione (di base e in servizio) povera ed inadeguata. Siamo ora nelle condizioni di dare una svolta a questa tendenza che con pervicacia resiste anche ai vari cambi di maggioranza? Siamo in grado di conquistare un nuovo prestigio sociale e culturale?

I rapporti

Non va dimenticato che la situazione dei docenti sta mostrando tutta la sua complessità. Essi non sono responsabili tout court solo della classe (professionalità d’aula), ma anche garanti della qualità del servizio (organizzazione, integrazione interna ed esterna…). Può la formazione di base corrispondere a queste nuove richieste? L’università è chiamata a fornire professionalità che servono alla scuola dell’autonomia o è libera di scegliere varie tipologie di competenze che dovranno poi adattarsi alle domande delle istituzioni autonome? Che tipo di rapporto istituzionale, professionale, organizzativo… esiste (o è auspicabile), quindi, tra domande della scuola e risposte dell’università?
Il decentramento amministrativo, le politiche autonomistiche, le spinte federaliste impongono una riformulazione dei sistemi formativi e una nuova regolazione di rapporti tra competenze nazionali e organismi governati dalle periferie. Al livello centrale del sistema formativo resta la responsabilità di creare le condizioni per un efficace sviluppo professionale, ma la concreta realizzazione delle iniziative è devoluta ad una pluralità di soggetti pubblici e privati in grado di garantire interventi qualificati e di diversa natura. È necessario, di conseguenza, che si realizzi concretamente un nuovo sistema di regolazione delle responsabilità, competenze ed azioni attraverso la messa a punto di una fruttuosa interazione tra centro nazionale, uffici scolastici regionali, università e la stessa rete territoriale delle istituzioni scolastiche autonome.

2. Interazione tra sistemi

Il sistema formativo integrato non costituisce un “modello”, ma un insieme di opportunità all’interno di un quadro organico in cui vanno intrecciati i rapporti tra i diversi soggetti istituzionali e soprattutto tra centro e periferie, nel rispetto delle nuove regole costituzionali. Esse attribuiscono al centro la definizione dei livelli essenziali delle prestazione concernente i diritti civili e sociali, che devono essere garantiti a tutti i cittadini, e alle periferie il compito di realizzare concretamente la fruizione di tali diritti sulla base delle domande dei soggetti, tenuto conto delle tipologie dei diversi contesti nonché delle risorse e delle capacità che un territorio è in grado di utilizzare nei diversi settori di competenza.

I soggetti dell’interazione

Si tratta, quindi, di concertare e di mettere in rete, attraverso un buon equilibrio, istanze e competenze:
- delle Istituzioni scolastiche, intese come laboratori permanenti di ricerca, sviluppo e sperimentazione, che esercitano capacità di iniziative, di gestione diretta, di utilizzazione efficace delle risorse e degli spazi di autonomia (regolamento dell’autonomia: DPR 275, 8 marzo 1999);
- delle Direzioni regionali che devono non solo predisporre le condizioni amministrative, ma anche attivare le strategie di promozione, sviluppo oltre che di verifica e di monitoraggio. Soprattutto esse devono realizzare le connessioni necessarie con le sedi universitarie, il mondo della ricerca e gli enti locali;
- delle Università cui la recente legge di riforma (n. 53 del 28 marzo 2003), ha assegnato un ruolo prioritario non solo nella formazione di base (art. 5, comma 1), ma anche nella formazione permanente degli insegnanti (centri di eccellenza, art. 5, comma 1, lettera f) e nella formazione in servizio per i docenti interessati ad assumere funzioni di supporto, tutorato e coordinamento dell’attività educativa, didattica e gestionale delle istituzioni scolastiche (art. 5, comma 1, lettera g);
- degli Istituti di ricerca, delle strutture di supporto, variamente distribuiti nel territorio, tra cui gli IRRE, il cui ruolo di sostegno è riconosciuto a livello istituzionale.
Come intrecciare, quindi, il sapere teorico-speculativo rappresentato principalmente dall’università, il sapere istituzionale degli uffici scolastici regionali, il sapere pratico-operativo che appartiene alle scuole? Come mediare tali saperi magari utilizzando proficuamente le decennali esperienze maturate dagli istituti regionali di ricerca educativa (IRRE)?
Le esperienze fino ad oggi realizzate, in più settori, possono costituire una buona pista di riflessione utile a predisporre i nuovi strumenti giuridici, organizzativi e didattici per riaffrontare il problema in maniera più incisiva.

I limiti del passato

Va tenuto, comunque, presente che le sollecitazioni dei cambiamenti sociali e dei sistemi formativi sono dirette prioritariamente alla formazione in servizio piuttosto che a quella di base, perché modificare un impianto strutturalmente definito e consolidato dal tempo è molto più difficile che cercare di intervenire con aggiustamenti parziali che rispondono a logiche di tipo compensativo. Le istanze innovative richiedono cambiamenti immediati, a volte anche radicali, ma non danno contestualmente il tempo necessario perché nuove generazioni di professionisti ben formati possano veicolarli. Se poi si aggiungono i problemi di natura istituzionale che possono ritardare ulteriormente l’istanza di cambiamento, permane incolmabile la distanza tra bisogni dell’innovazione e condizioni per l’innovazione.
Va inoltre rilevato che le riforme nella scuola non sempre vanno di pari passo con quelle universitarie. Abbiamo verificato, in passato, come il principio di una formazione specifica in sede universitaria, per tutti i docenti, enunciata istituzionalmente con i decreti delegati del 1974, ha avuto un primo riscontro solo nel 1990 con la legge 341 (del 19 novembre 1990) che forniva gli strumenti normativi per avviare presso le università la formazione iniziale degli insegnanti della scuola materna e elementare e quelli dell’istruzione secondaria. Essi furono resi operativi con i decreti legislativi 470 e 471 del 31 luglio 1996, che costituirono i successivi regolamenti didattici delle scuole di specializzazione per gli insegnanti, rispettivamente delle scuole secondarie (SSIS) e delle scuole primarie.
In questo lungo periodo, prima dell’attuazione di tali decreti legislativi, la scuola e l’università sono rimaste sempre piuttosto distanti: due mondi, l’uno sconosciuto all’altro, che hanno tentato di costruire rapporti, sicuramente non sistematici, basati su reciproche rappresentazioni, di rado rispondenti alla realtà. La scuola ha visto l’università come luogo cui rivolgere le più disparate domande di formazione e di sviluppo professionale, cui chiedere risposte funzionali ai propri disagi e inadeguatezze di ruolo. L’università, quando ha potuto, ha visto la scuola come campo privilegiato di esercizio di teorie e modelli, molto raramente come interlocutore paritario cui rapportarsi per progetti comuni. L’asimmetria nei rapporti ha connotato i vari tentativi di incontro che si sono via va concretizzati attraverso alcune iniziative condivise di ricerca e formazione, attutita, in questi ultimi anni, dalle esperienze che hanno visto università e scuola predisporre insieme master, borse di studio e di ricerca per docenti già in servizio.

Complessità del ruolo docente

La scuola si trova oggi a fronteggiare, assai più di ieri, una domanda sociale complessa e spesso contraddittoria. Le richieste del sistema educativo formale (ma anche di quello informale) cambiano con una certa rapidità, come cambiano di conseguenza le domande rivolte ai docenti. Essi, per la posizione di ruolo che occupano, si trovano esposti su più versanti:
- sul quello istituzionale, devono rispondere in maniera flessibile ed innovativa ai cambiamenti in corso; devono intessere rapporti con i dirigenti, le famiglie, le agenzie del territorio, le comunità…, sia a livello professionale, sia a livello personale;
- sul piano sociale, hanno il compito prioritario di filtrare i bisogni dell’utenza interpretando la domanda non solo sulla base delle caratteristiche di contesto, ma soprattutto dei principi e dei criteri generali che connotano la specificità del sistema scuola;
- dal punto di vista organizzativo, essendo chiamati a prendere decisioni in situazione di incertezza, devono essere in grado di padroneggiare abilità generali per poter cogliere i cambiamenti ed agire efficacemente in situazioni sempre in movimento;
- a livello culturale, essi sono i primi responsabili degli esiti formativi degli studenti. Tale responsabilità acquista una maggiore evidenza sociale di fronte a risultati non sempre eccellenti (es.: scarse competenze matematiche dei nostri quindicenni: OCSE-PISA 2000). Non possono quindi ignorare l’evoluzione delle scienze sociali e dei saperi scientifici;
- relativamente al curricolo e alla didattica, devono possedere e dominare i saperi disciplinari e l’insieme organizzato di operazioni, strategie, tecniche… finalizzate alla progettazione e alla programmazione degli interventi formativi, all’attivazione dei processi di insegnamento-apprendimento.
La professionalità dell’insegnante è influenzata, quindi, da un complesso di aspetti, socio ambientali, culturali, istituzionali, ma anche individuali. Da qui, vanno ripensate tutte le condizioni che permettono la costruzione delle competenze rispondenti alle attuali domande della scuola e della società, proprio per il ruolo centrale che il docente assume dentro l’operatività del sistema.

Rischi nell’interazione tra sistemi

Quando si tentano forme di integrazione tra diversi sistemi, a partire dai soggetti che provengono da differenti contesti istituzionali, e si cerca di costruire rapporti di collaborazione, vanno considerati realisticamente tutti i possibili rischi: latitanze, ostilità, tentativi di sviamento, omissioni, perplessità…: è la resistenza al cambiamento e la difesa delle proprie prerogative. Il rischio di sovrapposizioni dei vari sottosistemi, è uno dei principali. La scuola, non ancora avvezza a dare valore scientifico al suo “sapere pratico” potrebbe non trovarsi in sintonia con gli esiti della ricerca o avere difficoltà di letture ed interpretazioni, e magari considerare le proprie esperienze in maniera distorta. Ma più diffusamente è possibile riscontrare un ampio fenomeno di sudditanza al sapere teorico, accompagnato da una mancata evidenziazione significativa dei processi di insegnamento-apprendimento, necessaria a dare senso alla ricerca sul campo. Possono prevalere le logiche amministrative nel momento in cui si predispongono atti e provvedimenti che non tengono conto della cultura universitaria o delle esperienze della scuola.
Un alto rischio è che i vari sistemi continuino a non incontrarsi, a non fare rete, a procedere con ritmi autonomi, ad ignorarsi l’un l’altro. È un po’ la storia che conosciamo. Ma il permanere di questa tendenza oggi potrebbe non essere più compatibile con le regole del sistema stesso, e creare ulteriori rotture molto più difficili da sanare.


3. Il sapere della scuola

Ma qual è il vero “sapere” della scuola e degli insegnanti? Rivendicare il così detto “sapere pratico” significa porsi in una posizione di subalternità rispetto al sapere teorico? Ma cosa si intende per “sapere pratico”?

Il sapere pratico

“Il sapere pratico dell’insegnante non è la versione minore di un sapere alto, accademico, scientifico, quanto piuttosto un insieme di competenze, di conoscenze e di abilità che rendono possibile la costruzione di ambienti di apprendimento. È il patrimonio di capacità delle scuole stesse, il capitale che consente agli insegnanti di essere protagonisti dell’azione educativa” (1). Si tratta, quindi di pensarlo, come una forma di conoscenza particolarmente garantita con il suo apparato metodologico didattico e logico strutturale: una conoscenza che si basa, cioè, su esperienze replicabili che autorizzano a costruire sensate generalizzazioni e previsioni (sistema pratico-induttivo - empirico-sperimentale), ma che è anche costituita da un insieme ordinato e coerente di concetti ben definiti (sistema ipotetico deduttivo). Possiamo realisticamente pensare al “sapere pratico” come ad una “scienza giovane” che si serve principalmente del sistema empirico sperimentale per ricercare in maniera sempre più evidente forme di coerenza interna e compattezza relativa al “mondo dei fenomeni”.
Questo processo, da sempre in atto nelle scuole, è stato accompagnato da alcune debolezze. Non sempre l’obiettivo di sganciarsi dalla casualità o da una visione anarchica degli eventi, è stato perseguito con coerenza e con supporti tecnici e scientifici. Spesso è stata la scuola stessa a non crederci troppo e a sottovalutare la significatività di tale sapere: una certa disattenzione sia nelle sue definizioni idealtipiche, sia per i risultati delle indagini empiriche, ha limitato lo sviluppo professionale ed ha anche rallentato il rinnovamento della didattica.
Si fa quindi, per questo, ancora più urgente un nuovo impegno nel regolare i rapporti tra la ricerca e la pratica educativa.
Come superare, quindi, l’assunto implicito che le basi conoscitive dell’educazione sono patrimonio solo della ricerca universitaria che possono essere diffuse solo attraverso momenti “versativi” nella scuola? Come fare per evitare il permanere dell’idea che il lavoro degli insegnanti sia solo quello di applicare gli esiti derivanti dall’investigazione scientifica?

La ricerca-azione

La ricerca-azione potrebbe costituire, per la scuola, una forma di emancipazione del sapere pratico proprio attraverso l’incontro con il sapere teorico. Un incontro fertile se tra scuola e università si costruiscono sistemi permanenti per fondare iniziative didattiche e progetti formativi comuni.
Ma la ricerca-azione è connessa con la concezione dell’insegnante inteso come professionista riflessivo che, proprio attraverso la capacità di leggere la propria azione e di rendersi consapevole dei processi, riesce a cogliere la chiave di volta di una professione vera. Parlare di insegnante riflessivo tout court, come unica risposta sensata di fronte alla richiesta di maggiore professionalità, non è, però, del tutto sufficiente; è necessario che ci siano le condizioni perché la riflessività non diventi fenomeno di autoreferenzialità. Il testimone, l”amico critico”, l’osservatore esterno, i rapporti consulenziali, gli strumenti tecnici di rilevazione dei fenomeni… possono costituire alcune delle modalità utili ad oggettivare il processo riflessivo in maniera che diventi una pratica culturalmente rilevante.
La ricerca-azione è caratterizzata, altresì, dall’impegno attivo del ricercatore (docente) su valori ed obiettivi definiti, il quale affronta la complessità del progetto anche nei suoi aspetti sociali. Per la conoscenza dei fenomeni, che passa attraverso l’analisi e il trattamento dei dati, sono comunque necessari dispositivi che permettono una adeguata elaborazione del progetto relativamente alla previsione degli effetti e all’esame della loro ricaduta.
Ci sono poi le questioni che costituiscono il clima di una scuola, che vanno ad incidere profondamente sullo sviluppo professionale, sia in senso di impulso sia di freno. Tutto il patrimonio di credenze e di conoscenze degli insegnanti dovrebbe essere esplicitato, nell'interazione con la pratica, attraverso sistemi condivisi di letture e di analisi non sempre costruiti artigianalmente dalla scuola stessa. L’interazione “tra insegnanti ed esperti esterni è di beneficio per i docenti stessi, per chi scrive di educazione e per chi, dell’accademia, si occupa di pedagogia e di didattica” (2).


4. Incontro tra sapere pratico e sapere teorico

La costruzione di una professionalità adeguata alle richieste di un sistema sociale in continua trasformazione, non è semplice. Oggi sono tutti convinti che una carente formazione di base difficilmente può essere compensata da rimedi successivi, specialmente se durante il percorso iniziale qualcosa è venuto a mancare. Neanche un forte investimento economico nella formazione in servizio potrà mai risarcirla. Contestualmente, però, va anche considerato che la formazione iniziale non può porsi l’obiettivo della esaustività, essa va intrecciata con il principio generale dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita (life long learning), che è condizione per l’esercizio della cittadinanza attiva, e con la formazione continua, dentro tutte le esperienze lavorative, garantita dall’impegno deontologico di prendersi cura della propria professionalità.

Partnership università-scuola

Mentre in sevizio la formazione ritenuta più efficace è quella che si basa sulla vita lavorativa quotidiana, ma in una forma che procuri stimolo intellettuale, durante il percorso di preparazione le strategie vincenti sono quelle che intrecciano le competenze teorico-concettuali, relative alle scienze dell’educazione, ai fondamenti e alle didattiche delle discipline, con le competenze pratico-operative veicolate dai laboratori didattici e dal tirocinio sul campo.
Ad evitare, quindi, che l’insegnante si senta solo un tecnico che traduce in realtà le acquisizioni di altri, questo incrocio di competenze deve essere alimentato fin dall’inizio.
La partnership tra università e scuola deve continuare ad assumere un ruolo centrale nelle strutture deputate alla formazione dei nuovi docenti attraverso l’affinamento di tutti gli strumenti che permettono una mediazione proficua tra il sapere della scuola e il sapere accademico. Fino ad oggi i supervisori di tirocinio hanno rappresentato queste esigenze. Le esperienze fin qui realizzate non possono essere azzerate con un colpo di spugna, né è conveniente, per la società e per la scuola, un cambiamento di rotta senza una fase di analisi e riflessione sui punti di forza e di criticità insiti nelle esperienze stesse.
Già il DM del 26 maggio 1998 aveva visto nel tirocinio svolto nelle istituzioni scolastiche un momento importante per “l’integrazione tra competenze teoriche e competenze operative”, configurandolo come vero e proprio apprendistato e come pratica riflessiva di apprendimento dall’esperienza.
I supervisori, quindi, costituendo la cerniera di raccordo, facilitano gli studenti nel mettere alla prova i quadri di conoscenze teoriche, via via esplorati ed appresi durante gli studi universitari, all’interno di un contesto scolastico che, però, non sempre si fa leggere ed esplorare con facilità. La capacità di mediazione dei supervisori risiede anche nel saper fornire gli strumenti per la lettura dei contesti, utili alla selezione di ciò che può diventare significativo per il processo di formazione in atto. Naturalmente questo compito richiede alcune competenze che gli stessi supervisori devono aver affinato attraverso momenti di formazione continua durante lo svolgimento dell’incarico.

Utilizzo efficace di un nuovo sapere professionale

Ora, questo nuovo sapere professionale dei supervisori, dovrebbe non solo essere costantemente alimentato, ma soprattutto utilizzato, oltre che nei rapporto di interazione con la scuola, anche in altri contesti non universitari. Oggi, per esempio, le istituzioni autonome hanno bisogno di molte nuove competenze come quelle richieste per un buon coordinamento della didattica, per un adeguato supporto alla mediazione nei processi di apprendimento-insegnamento, per un sostanziale aiuto nella ricerca pedagogica, per un efficace sostegno all’organizzazione della documentazione…. Le riforme istituzionali dovrebbero guardare con attenzione alle figure dei supervisori, soprattutto per i guadagni professionali sicuramente conseguiti, con lo scopo di valorizzarli nell’ottica del servizio all’interno di tutto il sistema formativo.
Bisognerebbe, inoltre, che tali riforme favorissero migliori raccordi tra gli ambiti di intervento e di competenza dei diversi soggetti responsabili. Non basta la buona volontà di un istituto scolastico che decide, in base agli spazi di autonomia, di attivare progetti di ricerca sul settore, magari attraverso una specifica convenzione con l’università. Non basta una università particolarmente attenta ai problemi dei rapporti con la scuola. È necessario che sia meglio articolato il quadro generale entro cui poter collocare gli interventi settoriali, con la determinazione di tutti gli spazi di intervento e l’indicazione di regole comuni e condivise. Una mediazione efficace può essere garantita da rapporti collaborativi integrati, ma definiti nella specificità dei ruoli.

Rafforzare le sinergie

Per evitare che l’università e la scuola rischino di evidenziare le reciproche debolezze, vanno intensificati i rapporti e le intese, ma anche migliorati i criteri di selezione e scelta delle strategie o dei soggetti che si troveranno a scavalco tra i due mondi. Ciò anche a scongiurare il rischio di reciproche intrusività o di incerti meticciati.
In quest’ottica non appare vincente l’ipotesi di prevedere nell’università figure stabili, provenienti dal mondo della scuola, attraverso distacchi permanenti,. La stabilità potrebbe indurre ad un possibile “cambiamento d’abito”, con il rischio di affievolire le competenze professionali d’origine, tentando di assumere tardivamente ruoli che non appartengono alla propria storia professionale. Appaiono invece molto produttivi gli istituti del “contratto temporaneo”, meglio ancora del “semi esonero”, che possono costruire “ponti ideali” tra i due mondi: i docenti conservando una quota del lavoro a scuola con tutte le altre funzioni connesse (programmazione, documentazione, valutazione, rapporto con le famiglie, organi collegiali…) diventato agenti efficaci per positive contaminazioni che passano attraverso la reciproca conoscenza.
Nell’ottica dell’integrazione dei sistemi acquisiscono maggiore significato le varie tipologie di convenzioni che si possono realizzare tra scuole e università. Esse, prendendo spunto dalle esperienze dello stesso tirocinio, possono favorire un processo di generalizzazione di rapporti attraverso l’attivazione di gruppi misti di lavoro per sviluppare progetti di ricerca, per saldare interventi di formazione iniziale con altri di formazione in servizio. Si possono altresì ampliare e migliorare gli stage formativi, i master per i docenti, le borse di ricerca e quant’altro si possa mostrare utile ad entrambi i sistemi.
La scuola ha bisogno che venga sistematizzato e valorizzato il “sapere pratico” dell’insegnante e per questo ha bisogno dell’università. Ma l’università ha anche bisogno di mettere continuamente alla prova la ricerca e il sapere scientifico.
La pratica dei laboratori e dei lavori di gruppo, dove l’aspetto teorico può essere tradotto subito in una pratica didattica, lo scambio di competenze, che significa promozione di una cultura collaborativa tra pari (comunità di pratiche), possono costituire i campi privilegiati per testare le reciproche domande.

La nuova legge di riforma

La nuova legge di riforma (legge delega n. 53 del 28 marzo 2003) dà una svolta significativa alla questione della formazione di base, anche se l’articolazione specifica dei principi ivi contenuti è rinviata ai successivi decreti legislativi. Essa prevede:
- la laurea specialistica per tutti i docenti;
- la possibilità di stage all’estero nella fase della formazione iniziale;
- il valore abilitante della laurea specialistica a seguito dell’esame finale;
- la stipula di appositi contratti di formazione-lavoro per attività di tirocinio utili all’accesso nei ruoli organici del personale docente;
- l’organizzazione di apposite strutture di ateneo o interateneo per i corsi di formazione iniziale (sentita la direzione scolastica regionale);
- l’affidamento dei rapporti con le istituzioni scolastiche alle strutture di ateneo:
- la promozione e il governo di centri di eccellenza per la formazione permanente degli insegnanti a cura delle strutture di ateneo o di interateneo;
- la formazione in servizio degli insegnanti interessati ad assumere funzioni di supporto, di tutorato e di coordinamento dell’attività educativa, didattica e gestionale delle istituzioni scolastiche e formative (sempre a cura delle strutture di ateneo o di interateneo).
Di fronte a tali indicazioni, che sembrano risolvere finalmente le storiche carenze della formazione iniziale, il mondo della scuola e quello universitario hanno entrambi espresso soddisfazione, ponendosi comunque alcuni problemi che possono essere meglio esplicitati di fronte ai prossimi decreti legislativi che hanno il compito di chiarire alcuni passaggi nella legge delega, oggi ancora molto oscuri.
Molto genericamente il mondo accademico teme una possibile intrusività amministrativo-istituzionale nella costruzione delle strutture di ateneo e nella gestione dei corsi di tirocinio. Di contro la scuola teme di non essere riconosciuta come laboratorio di ricerca e di innovazione per la formazione e lo sviluppo professionale (art. 6 DPR 275/1999) dal momento che la legge attribuisce all’università anche il ruolo della formazione in servizio oltre che di base.
Sicuramente il dibattito sulla materia, che dovrebbe aiutare il legislatore a costruire dei buoni decreti delegati, non solo dovrà fondarsi anche su quanto è stato già acquisito in merito alle collaborazioni e alle sinergie tra scuola e università, ma sicuramente contribuirà a trovare soluzioni per quelle aree di problemi in cui persistono forti ambiguità e a delineare quadri di sviluppo più chiari ed efficaci.

(1) M. DUTTO, (maggio 2001), Reinventiamo l’aggiornamento per dar senso all’autonomia, in “Dall’aggiornamento allo sviluppo professionale. Linee essenziali per la lettura dei rapporti regionali”, Firenze, Le Monnier, , p. 21.
(2) DUTTO M., (maggio 2001)Reinventiamo l’aggiornamento per dar senso all’autonomia, in “Dall’aggiornamento allo sviluppo professionale. Linee essenziali per la lettura dei rapporti regionali”, Firenze, Le Monnier, , p. 22.

Bibliografia

CAVALLI A., (2000), Gli insegnanti nella scuola che cambia, Bologna, Il Mulino.
DUTTO M.G., (maggio 2001), Reinventiamo l’aggiornamento per dar senso all’autonomia, in “Dall’aggiornamento allo sviluppo professionale. Linee essenziali per la lettura dei rapporti regionali”, Firenze, Le Monnier.
FRABBONI F., (2002), La scuola ritrovata, Roma, Laterza.
FRABBONI F., GIOVANNINI M.L., LUZZATTO G. , (2000), Università e insegnanti, Bologna, Clueb.
MARCZELY B., (1999), Personalizzare lo sviluppo professionale degli insegnanti, Erikson, Trento.
D.A. Shoen, (2000), Il professionista riflessivo, Bologna, Il Mulino.

Tratto da Maria Chiara Michelini, (a cura di) L'apprendista insegnante, Quattroventi, Urbino 2003

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"DAP - Discorso e apprendimento"
-
(Cd-rom + guida pp.48) - Progetto interuniversitario
- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università "La Sapienza" Roma
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