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"Osservare per progettare, monitorare..."
di Battista Q. Borghi
Osservare per progettare, monitorare,
valutare
In educazione, l’osservazione deve essenzialmente
guardare al futuro. E’ necessario esercitare la pratica
osservativa in una prospettiva evolutiva, tenendo conto di ciò
che è progredito e ciò che non lo è, delle
evoluzioni e delle regressioni, della sedimentazione e della maturazione
delle esperienze. In altre parole, non c’è mai -
e tanto meno nel nido - un “bambino dato”, un bambino
definito una volta per tutte. In questo senso, l’osservazione
non dovrebbe tanto registrare ciò che il bambino sa fare
o dire in un determinato momento, ma ciò che saprà
fare e dire fra un po’ (E’ ciò che Lev Vygotskij
ha chiamato “zona di sviluppo prossimale”: Vygotskij
L, Lo sviluppo psichico del bambino, Roma, Editori Riuniti, 1973),
quando ha ricevuto la giusta stimolazione, quando ha ottenuto
l’adeguato sostegno (Jerome Bruner usa il termine inglese
‘scaffolding’ che significa impalcatura di sostegno
e fa riferimento ad una sorta di ‘cassetta degli attrezzi’.
Bruner J., La mente a più dimensioni, Bari, Laterza, 1988),
quando - in una parola - è impegnato in un determinato
aspetto dello sviluppo. Se non si fa questo, l’osservazione
è relegata al passato, è tesa a rendere conto di
ciò che è già accaduto e che quindi è
superato. L’osservazione che presta attenzione allo sviluppo
si preoccupa invece di ciò che deve ancora accadere, ha
uno scopo predittivo.
Per queste ragioni l’osservazione in situazione
educativa deve muoversi su tre direzioni: osservare per programmare,
osservare per monitorare, osservare per valutare.
Osservare per programmare
L’ambiente che circonda il bambino non
è solamente composto da oggetti e da persone ma è
costituito da segni e da sistemi di segni. Partendo dalla consapevolezza
che lo sviluppo è influenzato dall’ambiente nel senso
che gran parte delle capacità ed abilità sviluppate
dal bambino possono essere concepite come contenute nella cultura
(poiché è la stessa cultura che per certi versi
tende a definire gli “stadi” ed a fissare i limiti
dei risultati conseguiti dagli individui), è possibile
ipotizzare, per dirla con H. Gardner (Gardner H., Formae mentis,
Feltrinelli, Milano, 1983), il principio della pluralità
delle intelligenze: esisterebbero cioè intelligenze diverse
tutte connotate da uno stile specifico diverso per ogni individuo.
Il bambino, secondo questa prospettiva, diviene “competente”
attraverso non un unico modo di acquisizione di abilità,
ma per mezzo di una molteplicità di modi di essere intelligente.
La conseguenza è che l’osservazione non deve mirare
tanto ad individuare un livello generale, standard e astratto
dello sviluppo, quanto “di studiare e precisare quali sono
le fasi essenziali all’interno di specifici sistemi cognitivi
e simbolici e le strategie che le caratterizzano” (Pontecorvo
C., (a cura di), Un curricolo per la continuità educativa
dai quattro agli otto anni, La Nuova Italia, Firenze, 1989, p.
9).
Osservare per programmare significa perciò
prestare attenzione alle differenti strade individuali per cogliere
le specificità di ognuno. Significa anche prevedere e proporre
quanto di meglio sia possibile per quel determinato bambino o
bambina quella determinata situazione educativa.
In che cosa consiste dunque l’azione osservativa
che precede la programmazione?
E’ la capacità di prevedere le esigenze
dei bambini e le opportunità da offrire loro. Ma è
anche la capacità di stare nell'incertezza, di orientarsi
e di agire all'interno di un contesto non definito. E’ l’agire
in una situazione nella quale gli eventi sono fluttuanti, è
l'agire attraverso i contesti.
Conseguentemente, consiste nella capacità
dell’educatore di fare riferimento ad un patrimonio solido
di saperi e di modalità della loro trasmissione, ma è
anche, nello stesso tempo, la capacità di elaborare “strategie”
nell'immediato, cioè di reagire a situazioni non previste,
di risolvere i problemi che si presentano in situazione pratica.
E’ anche la capacità di riconoscere come familiari
sequenze di azioni perché le abbiamo incontrate innumerevoli
volte e per questa ragione possono diventare trasparenti, percorse
inconsapevolmente. La routine rassicura, ma diviene uno schema
fisso, risponde ai requisiti di conformità e di regolarità.
Una situazione nuova o imprevedibilmente diversa la mette in crisi.
La programmazione non deve cioè contenere solo previsioni
rassicuranti e fisse: un eccesso di formalizzazione può
mettere i suoi attori in difficoltà se vengono a trovarsi
di fronte ad eventi inattesi. Occorre, in altre parole, un buon
equilibrio fra variabili esplicite e variabili implicite della
programmazione, fra organizzazione funzionale e stereotipo. Ciò
che è importante è che l’azione educativa,
prevista dalla programmazione educativa, non sia solamente ‘visibile’
(e quindi possibile oggetti di monitoraggio) ma anche ‘valida’.
Occorre inoltre che vi sia ‘memoria’, che ci si basi
anche sull’esperienza passata, si agisca in modo critico.
Osservare per monitorare
Che cosa osservare, in itinere, durante il percorso
di sviluppo? La risposta è ovvia: tutto quanto necessario
per garantire un servizio che si conservi permanentemente su buoni
standard qualitativi.
Ci limitiamo, in questa prospettiva, a toccare
due aspetti.
Partiamo in primo luogo dalla consapevolezza
che lo sviluppo del bambino non si svolge nel vuoto ma avviene
sempre, come si diceva più sopra, all’interno di
una qualche trasmissione culturale. Nell’asilo nido non
si tratta cioè, in riferimento agli aspetti più
propriamente cognitivi, di osservare un apprendimento qualsiasi,
ma “un apprendimento correlato ad un insegnamento”.
Si tratta in altri termini di un apprendimento che è correlato
ad un’offerta, che proviene da una cultura. In questo
senso il contesto di sviluppo svolge una funzione fondamentale.
Vygotskij introduce il concetto di “zona di sviluppo prossimale”
per dire che occorrerebbe non tanto valutare ciò che il
bambino sa fare ora, ma quello che saprà fare fra un po’.
L’apprendimento procede secondo lo psicologo russo
dall’esterno verso l’interno: un determinato
sapere è inizialmente colto quando è presente nel
proprio contesto di appartenenza; solamente in seguito (dopo una
fase più o meno lunga di incubazione e di parziali avvicinamenti)
si completa il processo dell’interiorizzazione. il primo
livello dunque è sociale ed il secondo è psichico.
L’oggetto di apprendimento prima entra in contatto con il
campo percettivo del bambino e poi viene interiorizzato, viene
a fare parte del patrimonio interiore. Fra il primo ed il secondo
passaggio occorre un certo tempo. E’ proprio qui che entra
in gioco l’azione dell’educatore quando svolge
la funzione di sostegno. Non si tratta di un aiuto generico ma
un aiuto del tutto particolare: appunto quel particolare tipo
di aiuto che può essere chiamato anticipazione. La mediazione
didattica operata dall’insegnante è essa stessa una
sorta di osservazione implicita, è un indicatore che
ci informa sulla tendenza di quel determinato bambino. Osservare
la zona prossimale di sviluppo significa perciò guardare
adesso ciò che potrà/dovrà essere fatto in
futuro. Si tratta in conclusione di una osservazione dinamica
che è nello stesso tempo un’azione educativa.
Ci pare utile sottolineare un secondo aspetto.
La funzione insostituibile nel nido dello scambio con gli altri.
Infatti sono richieste al bambino non poche azioni cognitive per
risolvere problemi relazionali e sociali. Molti studiosi dello
sviluppo, non escluso Piaget, per l’elaborazione delle
loro teorie hanno osservato i comportamenti del bambino prevalentemente
in situazione, per così dire, di laboratorio, in una situazione
cioè in cui egli era solo e gli altri non potevano influire
in nessun modo. E' noto invece (e del resto diverse ricerche
lo hanno confermato) che il bambino "[...] non agisce
da solo sul reale: coordinando le proprie azioni con quelle
degli altri elabora dei sistemi di coordinazione di queste
azioni ed arriva a riprodurli da solo in seguito. [...] mediante
l'interazione l'individuo controlla certe coordinazioni che
gli permettono di partecipare a interazioni sociali più
elaborate che, a loro volta, diventano fonte di sviluppo cognitivo"
(Doise W. - Mugny G. , La costruzione sociale dell'intelligenza,
Bologna, Il Mulino, 1981). Insomma il bambino parte dall'appropriazione
individuale delle coordinazioni collettive. In altre parole, di
fronte ad un problema nuovo o ad una difficoltà arriva
ad una propria soluzione individuale a partire dalle soluzioni
più o meno efficaci degli altri. Le ricerche di Doise e
Mugny evidenziano l'esistenza di due fasi successive nello sviluppo
di una abilità o una tecnica nuova da parte del bambino.
La prima fase, nella quale il bambino non possiede ancora una
adeguata competenza per la realizzazione del compito assegnatogli,
la cooperazione con gli altri è fondamentale: partire dalle
prove e dagli errori degli altri è essenzialmente economico
perché il bambino può tenerne conto senza incominciare
tutto da capo. Nella seconda fase, nella quale il bambino deve
svolgere un dato compito del quale possiede già una propria
competenza, una cooperazione stretta con altri può essere
fuorviante perché rischia di fare perdere tempo: se fa
da solo raggiunge più facilmente e direttamente lo scopo.
E’ inevitabile che la valutazione prenda in considerazione
anche questi aspetti. Ci troviamo di fronte ad una forma di intelligenza,
l’intelligenza sociale che richiede parametri diversi
di valutazione. E’ noto ad esempio un determinato bambino
presenta una maggiore disponibilità ed una maggiore capacità
di apprendimento se si trova affiancato ad un gruppo di compagni
piuttosto che ad un altro. La manifestazione delle proprie abilità
non dipende cioè esclusivamente dai singoli bambini, ma
dai gruppi nei quali si trovano. Un aspetto importante dell’osservazione
come monitoraggio riguarda perciò anche i gruppi. Ne sanno
qualcosa coloro che sono incaricati, ogni anno, di formare le
nuove classi prime: una delle principali esigenze che sempre
emerge è di formare i gruppi in modo equilibrato.
Dunque, uno degli scopi principali dell’organizzazione
delle attività per piccoli gruppi con un rapporto faccia-faccia
è quello dello sviluppo delle conoscenze e del rafforzamento
delle esperienze in funzione degli scambi (verbali e non verbali)
fra bambini. Le modalità di organizzazione e le regole
che governano le interazioni all’interno del gruppo risultano
perciò fondamentali. Come deve essere formato il gruppo
di bambini? Qual è il contesto migliore in grado di favorire
la discussione e lo scambio? Quali sono le regole che consentono
vantaggiosamente il confronto reciproco?
Osservare per valutare
Non mancano tradizioni diffuse nelle quali assistiamo
ad una pratica nella sostanza assai statica e riduttiva della
valutazione degli apprendimenti. Più o meno le tappe di
questo processo sono le seguenti: un insegnante si propone
il raggiungimento di un certo obiettivo o si aspetta che un bambino
debba giungere a fornire una determinata prestazione; un itinerario
di attività appositamente predisposto ha lo scopo di fare
entrare un determinato bambino (così come l’intero
gruppo di bambini) nel problema; dopo un certo periodo di “prove
ed errori” viene adottata una forma (più o meno formalizzata)
di controllo volta ad accertare se quel bambino o il gruppo di
bambini è in grado di fornire la prestazione desiderata.
Si tratta di somministrare delle prove per accertare la competenza
raggiunta.
Sapere se un bambino non sa fare una cosa è
una informazione importante, tuttavia da sola non è sufficiente.
Il problema sta nella necessità di conoscere anche le ragioni
per le quali un determinato bambino raggiunge un successo oppure
non fornisce la prestazione richiesta. Il rischio è che
l’attenzione cada esclusivamente sul risultato conseguito,
lasciando in ombra il processo, cioè quel percorso dall’esterno
verso l’interno a cui più sopra si accennava. Una
risposta mancata o sbagliata non ci suggerisce, infatti, come
dovremmo fare per aiutare quel determinato bambino, come individuare
delle forme di sostegno. Gli esiti dell’apprendimento e
delle modalità di pensiero riguardano infatti in larga
misura le situazioni e le condizioni in cui ognuno, sulla base
della propria cultura, applica le proprie abilità cognitive.
Non esiste, come si diceva, un bambino “dato”.
Esiste “quel” determinato bambino che agisce e si
rapporta ad altri bambini. E’ inoltre un bambino “in
evoluzione” che effettua scambi con altri bambini anch’essi
in evoluzione. Non esiste nemmeno l’ambiente “dato”.
Esiste quel determinato contesto in quel determinato momento:
anche i contesti si evolvono. Si tratta di un processo dinamico
nel quale nulla rimane immutato nel tempo. Abbiamo insomma a che
fare con una realtà estremamente fluida, costantemente
in divenire, percorsa da una molteplicità vasta di intrecci.
Diventa difficile prendere in considerazione,
per la valutazione, singoli frammenti con la pretesa che i campioni
individuati ci possano riferire in modo attendibile su un tutto.
Assume minore importanza il controllo della singola prestazione
e l’attenzione si concentra invece soprattutto:
• sul raccordo esistente fra un singolo
aspetto-problema ed il sistema (culturale) più globale
a cui esso fa riferimento;
• sulla relazione esistente fra il soggetto
e l’ambiente culturale di vita, il contesto di lavoro, ecc.;
• sulla necessità che l’insegnante
descriva/chiarisca il percorso/processo seguito al fine di determinare
che cosa è generalizzabile e che cosa non lo è;
• sull’importanza di prevedere la
valutazione soprattutto ed essenzialmente come un autentico
processo di ricerca sulla qualità educativa.
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