"Imparare a leggere"
di Margherita Orsolini
Presentazione
In questa parte della sezione “Come romanzi” ci chiediamo
attraverso quali processi i bambini imparino a leggere. Cercheremo
risposte consultando diverse fonti: la ricerca psicolinguistica
e psicoeducativa; le osservazioni di psicologi e di altri operatori
(insegnanti, logopedisti) che hanno esperienza e familiarità
con bambini che stanno imparando a leggere.
Partiamo da alcune convinzioni, che vogliamo comunicare ai nostri
lettori. Per noi l’imparare a leggere è non solo
un apprendimento di abilità, ma anche un processo di costruzione
di conoscenze. La lingua scritta non è infatti una tecnica
per convertire lettere in suoni; è soprattutto una tecnologia
con cui la specie umana, “poco” tempo fa (poco, se
pensiamo all’evoluzione biologica e culturale della nostra
specie) ha inventato un nuovo modo per esprimere e comunicare
significati. Questa tecnologia deve essere compresa nel suo funzionamento
(come fanno le lettere a esprimere significati?) per essere facilmente
e pienamente appresa come meccanismo. In questo la lettura non
è diversa da tanti altri apprendimenti. Anche per l’imparare
ad andare in bicicletta possiamo probabilmente affermare la stessa
cosa: i bambini che imparano facilmente a pedalare comprendono
che muovendo i pedali si muovono le ruote, così che ci
si può spostare e sperimentare la libertà di allontanarsi.
E’ strano non pensare la stessa cosa dell’apprendere
a leggere. Anche qui, se non si comprende che il suono delle lettere
crea una parola, si rischia di non imparare. Eppure, ancora oggi,
la maggior parte dei bambini in prima elementare inizia a “esercitarsi”
con le lettere senza che gli adulti si siano chiesti che cosa
abbiano compreso della lingua scritta.
La seconda convinzione è che l’apprendimento nei
bambini è anche un processo di sviluppo: una costruzione
interna che elabora l’esperienza “esterna” in
maniera organizzata e con cambiamenti sistematici nel tempo. Uno
sviluppo di conoscenze sulla lingua scritta inizia prima che i
bambini ricevano un insegnamento formale e sistematico, e condiziona
gli effetti che questo insegnamento avrà sull’apprendimento.
Riprendiamo quest’idea da Ferreiro e Teberosky (1985): i
bambini costruiscono “concettualizzazioni circa la natura
della scrittura molto prima dell’intervento di un insegnamento
sistematico. Tali concettualizzazioni hanno una logica interna.
La nostra ipotesi è che i processi di concettualizzazione,
indipendenti dalla situazione scolastica, determineranno in gran
misura i risultati finali dell’apprendimento scolare ”.
Infine, la convinzione che anche l’imparare a leggere è
sostenuto dall’atteggiamento più generale verso l’imparare:
dalla sicurezza affettiva, che permetterà di affrontare
la paura delle novità; dalla relazione con gli adulti (genitori
e insegnanti) che sosterrà la motivazione a sopportare
le fatiche dell’apprendere e le frustrazioni dello sbagliare.
In questo articolo iniziamo a chiederci che cosa sia la lettura,
e per quali aspetti il riconoscere le parole nella lingua scritta
sia diverso dal riconoscere parole nella lingua parlata.
Lettura: conservare e ricostruire pensieri
I piu’ antichi esempi di scrittura sono datati intorno al IV millennio
avanti Cristo. Si tratta di sassi o tavolette di argilla con incisioni
geometriche che elencano sacchi di grano o capi di bestiame. La
storia della scrittura e della lettura comincia cosi’ con
il calculus, parola che originariamente designa il sasso, o pietruzza,
e le sue scritte utilizzate per contare. La freddezza della pietra,
e la funzione utilitarista dei calcoli, non possono impedirci
di considerare queste prime forme di scrittura con un senso di
meraviglia e di ammirazione. Guardando i “calcoli”
e osservandone le incisioni possiamo ancora evocare un pensiero,
un messaggio che ci dice “qui ci sono dieci capre”,
qui ci sono dieci pecore”, una frase pronunciata da un allevatore
puntiglioso ai tempi in cui il deserto era verde. Col semplice
fatto di guardare queste tavolette abbiamo prolungato un ricordo
dagli inizi del tempo a oggi, conservato un pensiero molto tempo
dopo che il pensatore aveva smesso di pensare (Manguel, 1997;
p.37).
Leggere significa dire alla propria mente le parole di un testo. Ricevendo queste
parole, e comprendendone il significato, la mente di chi legge
puo’ ricreare il pensiero di qualcuno che non e’ presente.
Le parole scritte conservano messaggi e mettono cosi’ in
comunicazione uno scrittore e un lettore; non garantiscono tuttavia
che essi si comprendano pienamente. Le parole non funzionano infatti
nei testi in maniera migliore che nella nostra vita quotidiana.
Possono servire efficacemente per ricordare un fatto, per organizzare
un’azione, per divertirsi, per sentirsi vicini, per immaginare
il mondo ideale in cui vorremmo vivere... Altre volte le parole
possono tuttavia servire per nascondere le nostre vere intenzioni,
per indurre l’altro a fare qualcosa che non vorrebbe fare,
o per attribuirgli un pensiero che non ha. Insomma, ci si puo’
fraintendere con le parole dei discorsi, cosi’ come con
le parole dei testi: la comprensione e’ un atto interpretativo
e creativo, determinato dalle intenzioni e dalle conoscenze di
chi legge e non solo dalle parole di chi scrive.
Conviene dunque distinguere il “leggere” dal “comprendere
il testo”. Il leggere ha a che fare con il riconoscere le
parole e i loro significati. La comprensione del testo utilizza
queste parole per costruire immagini, pensieri e ragionamenti.
Lingua parlata: sentire parole
Immaginiamo di essere in un paese straniero, dove si parla una lingua che conosciamo
a malapena e che facciamo molta fatica a comprendere. Passeggiando
superiamo una coppia di persone, e all’improvviso sentiamo
una frase “lei non sapeva niente ma lui si vedeva con...”.
Non ci aspettavamo di sentir parlare la nostra lingua, eppure
il nostro orecchio ha colto suoni familiari, il cervello ha velocemente
riconosciuto parole, e nostro malgrado ci ritroviamo a spiare
il racconto di una storia sentimentale. Non abbiamo potuto fare
a meno di “riconoscere le parole” . Tutto e’
avvenuto con la massima naturalezza e velocita’, senza che
prestassimo attenzione, senza che ci impegnassimo a capire.
Quali meccanismi mentali determinano l’apparente naturalezza e facilita’
della percezione delle parole nel linguaggio parlato? Gli studi
psicolinguistici hanno trovato che le persone riconoscono parole
utilizzando un’informazione acustica parziale. L’onda
sonora prodotta dalla pronuncia della parola viene infatti elaborata
attraverso cicli percettivi di circa 30-50 millisecondi. Ad esempio,
il suono “fricativo” (simile a un fruscio) contenuto
nei primi 100 millisecondi della parola fumo, puo’ attivare
nell’ascoltatore le parole festa, fungo, fumo. Procedendo
nell’ascolto, il suono [fum] contenuto nei primi 250 ms
dello spettro acustico fornisce attivazione (per saperne di più
sul termine “attivazione”, consultare la voce “Lessico
mentale”) all’unica parola compatibile con quest’informazione,
mentre l’attivazione delle altre parole decade. Così
i primi 200-300 millisecondi dello stimolo acustico sono in genere
sufficienti per attivare nella mente dell’ascoltatore un
insieme di parole compatibili con l’informazione acustica,
e per far emergere una parola come l’unico candidato possibile.
L’input acustico e’ in grado di attivare memorie lessicali
di tipo non solo acustico-fonetico ma anche semantico. Nella percezione
del linguaggio parlato, l’elaborazione dell’informazione
acustica avviene parallelelamente all’attivazione delle
memorie fonetiche e semantiche nel lessico mentale. Non c’e’
una fase in cui sentiamo il suono della parola e una fase in cui
attribuiamo a questo suono un significato. Nel momento in cui
la percezione uditiva “mette in risonanza” le memorie
lessicali, si attivano sia forme fonetiche sia contenuti semantici.
Quando una parola viene finalmente riconosciuta, forma fonetica
e contenuto semantico sono ambedue attivi nella mente, e utilizzabili
per altri processi. La forma fonetica e’ utilizzabile per
processi fonologico-articolatori (quando qualcuno ci chiede di
ripetere cio’ che abbiamo sentito), e il contenuto semantico
e’ utilizzabile per integrare la singola parola nel contesto
complessivo del messaggio.
E’ necessario un chiarimento finale relativo all’elaborazione
dell’informazione acustica: e’ un processo continuo
di rilevazione di caratteristiche acustiche. Puo’ trattarsi
della rilevazione di una determinata frequenza dell’onda
sonora e della sua durata, della sua parziale co-occorrenza con
un’altra frequenza, o della distanza di tempo che separa
il silenzio dall’inizio della sonorita’. In ogni frazione
di tempo c’e’ qualche informazione acustica che fluisce
dal sistema percettivo alle memorie lessicali. Per tornare all’ascolto
di [fumo], le parole che iniziano con il suono [f] possono cominciare
ad attivarsi nel lessico nel momento in cui sono state identificate
le caratteristiche acustiche di una porzione molto piccola del
suono (ad esempio, le caratteristiche dei primi 30 ms di [fumo]),
e senza che il sistema percettivo abbia identificato -sia pure
per un attimo- una [f]. La percezione e il riconoscimento delle
parole nel linguaggio parlato non ha bisogno di segmentare il
suono.
Possiamo ora concludere che l’apparente naturalezza e facilita’
della percezione delle parole nella lingua parlata, e’ il
risultato di due diversi meccanismi. Il primo e’ un meccanismo
di elaborazione del suono linguistico: l’elaborazione fonetica
del segnale acustico e’ molto rapida, non dipende da una
segmentazione in fonemi (es., non c’e’ bisogno di
identificare [s], [a], [l], [e] perche’ si riconosca [sale]),
e non richiede un particolare insegnamento. L’abitudine
alle caratteristiche acustiche piu’ rilevanti per il riconoscimento
delle parole, e l’automaticita’ con cui la nostra
attenzione si concentra su di esse, rende l’elaborazione
fonetica un processo estremamente “naturale” e rapido.
Il secondo e’ un meccanismo di accesso alle memorie lessicali:
riconoscere una parola del linguaggio parlato non richiede l’ascolto
di tutta l’informazione che la caratterizza; le memorie
lessicali si attivano anche con informazioni acustiche estremamente
parziali.
Lingua scritta: vedere parole
La lettura comincia dagli occhi...Questo e’ piu’ che
ovvio per qualsiasi lettore: le lettere vengono colte attraverso
la vista. Ma per quale alchimia queste lettere diventano parole
intelligibili? (Manguel, 1997; p.38) Continuando con le domande,
perche’ proprio le lettere, disegni schematici e spesso
spigoluti, faticosi da memorizzare, tanto simili l’uno all’altro?
Lettere che non disegnano il mondo ma lo trasformano in linea,
un’unica linea spezzata, contorta, discontinua .
Le linee tracciate dalle lettere non disegnano il mondo: la loro immagine non
e’ in grado di evocare nel lettore alcun’idea sull’oggetto
che la parola designa. La CA di cane e di cavallo non richiama
alla mente code o criniere. Le linee tracciate dalle lettere “disegnano”
invece un sistema di rappresentazione scritta: utilizzano caratteristiche
visive che tendono a ripetersi e a creare dei patterns ricorrenti
in un determinato sistema di scrittura. Nell’alfabeto latino,
una linea verticale unita con un’altra che forma un angolo
acuto con essa , e’ ad esempio un modulo che si ritrova
nelle lettere M,N, K. Una linea verticale unita con un’altra
che forma un angolo retto con essa , e’ un modulo che si
ritrova nelle lettere T, E, F. La ridondanza delle caratteristiche
visive, e la prevedibilita’ dei loro modi di combinazione,
rende il riconoscimento delle lettere un processo per certi versi
“probabilistico”. Non e’ necessario aver visto
tutta la lettera per identificarla: la rilevazione di una o piu’
caratteristiche visive puo’ attivare la memoria di una o
piu’ lettere. La lettera che riceve una maggiore attivazione
dalla percezione visiva e’ quella che fornisce maggiore
attivazione alle memorie lessicali.
Ma a questo punto ritorna la domanda: attraverso quale meccanismo
le lettere diventano parole?
Per rispondere a questa domanda prendero’ in rassegna alcuni
modelli teorici. Il modello di McClelland e Rumelhart (1981) simula
i processi coinvolti nel riconoscimento delle parole scritte,
e ipotizza che questi processi siano di natura parallela, e non
sequenziale. La natura parallela dell’elaborazione dell’informazione
ha due implicazioni. Primo, tutta l’informazione sensoriale
disponibile e’ elaborata simultaneamente: se lo sguardo
del lettore si e’ brevemente fissato su tre lettere, le
caratteristiche visive di queste tre lettere saranno tutte elaborate
nello stesso tempo. Secondo, il processo di riconoscimento delle
lettere e delle parole e’ interattivo: se nella mente del
lettore si attiva una parola (es. vedendo CAP si attiva CAPITALE),
il riconoscimento delle successive lettere di quella parola sara’
facilitato.
Il modello di McClelland e Rumelhart (1981) riproduce un aspetto
importante del processo di lettura: il riconoscimento delle parole
“passa” attraverso il riconoscimento delle lettere;
la pre-attivazione delle parole nel lessico, d’altra parte,
facilita il riconoscimento delle lettere.
Possiamo chiederci se quest’ipotesi di McClelland e Rumelhart
(1981) sia corretta: e’ proprio necessario riconoscere le
singole lettere di una parola? E questo si verifica anche quando
una certa immagine ortografica e’ molto familiare (es. un’insegna
come BAR), oppure quando una parola e’ molto prevedibile
nel contesto della frase (es. Volevo un gelato e sono andato al...)?
In effetti svariate ricerche empiriche (per una rassegna, Just
& Carpenter, 1987) hanno confermato che i lettori, anche quando
sono molto esperti, elaborano ogni lettera delle parole che stanno
leggendo, indipendentemente dal grado di familiarita’ o
di prevedibilita’ della parola (Just & Carpenter, 1987).
Elaborare le caratteristiche visive di ogni lettera non significa
pero’ che ogni lettera sia esplicitamente e consapevolmente
identificata prima di poter riconoscere la parola. Il concetto
di “attivazione” suggerisce che l’elaborazione
delle caratteristiche visive della stringa ortografica conduce,
attraverso un processo probabilistico, alla maggiore o minore
disponibilita’ delle unita’ di memoria che coincidono
con le lettere. Anche l’idea che la pre-attivazione di parole
nel lessico fornisca, dall’alto verso il basso, un’attivazione
alle lettere, e’ confermato da svariati fenomeni: l’identificazione
di una lettera e’ piu’ facile e veloce se stiamo leggendo
parole piuttosto che stringhe ortografiche senza senso (es., il
riconoscimento della L e’ piu’ veloce per PULCE che
per PELCU).
Un’altra caratteristica del modello di McClelland e Rumelhart
(1981) e’ la connessione diretta tra lettere e lessico:
il riconoscimento di singole lettere puo’ attivare in maniera
diretta la memoria ortografica delle parole (es., la lettera T
attiva la parola TRIP, viaggio) senza che ci sia bisogno di utilizzare
un’associazione tra unita’ ortografiche (es., la stringa
TRI) e unita’ fonologiche (la pronuncia [tri]). Anche in
questo caso possiamo chiederci se quest’ipotesi sia corretta.
In effetti, l’ipotesi sembra scontrarsi con un’evidenza
piuttosto semplice: anche un lettore esperto ha talvolta occasione
di incontrare parole nuove, mai incontrate in precedenza. Pur
non avendo una memoria ortografica di queste parole, egli puo’
tuttavia leggerle. Ad esempio, in un testo di botanica possiamo
scoprire che c’e’ una pianta chiamata ELICRISO. Se
vediamo la stringa di lettere ELICRISO per la prima volta, il
riconoscimento delle lettere E o EL non potrebbe attivare la memoria
ortografica ELICRISO.
L’ipotesi di una connessione diretta tra lettere e lessico
puo’ spiegare il riconoscimento di parole familiari, di
cui il lettore ha memoria ortografica, ma non riesce a spiegare
come sia possibile la lettura di parole nuove.
Lettere come “evocatori” di suoni e di significati
Ambrogio, vescovo di Milano, era uno stimato oratore
e un lettore straordinario. Agostino, il famoso autore de “Le
confessioni”, un giorno si reca a fargli visita e lo trova
impegnato a leggere in una maniera piuttosto particolare: “Quando
leggeva” dice Agostino, “i suoi occhi esploravano
la pagina e il suo cuore coglieva il significato, ma la sua voce
taceva e la sua lingua era ferma...spesso quando ci recavamo da
lui lo trovavamo immerso nella lettura, in silenzio, perche’
non leggeva mai a voce alta” (Manguel, 1997; p.57)
Perche’ Agostino si meraviglia tanto di qualcuno che legge
silenziosamente? La lettura silenziosa, per noi cosi’ abituale,
era in effetti un modo di leggere piuttosto raro a quei tempi.
La lettura normale, fino ad almeno tutto il X secolo, era la lettura
ad alta voce. Questa strategia era quella piu’ adeguata
per un sistema di scrittura del testo, la scriptio continua, che
non separava le parole con spazi bianchi. Anche questo dato storico
suggerisce che la lettura ha a che fare in qualche modo con il
pronunciare e non solo con il vedere le parole.
Un modello psicologico noto come “modello a due vie” (Coltheart &
Rastle, 1994) descrive la lettura ad alta voce di parole isolate
ipotizzando due diversi meccanismi. Un primo meccanismo opera
con associazioni grafema-fonema: singole lettere o gruppi di lettere
vengono convertiti in unità fonologiche; a loro volta,
queste unità fonologiche vengono assemblate e pronunciate.
E’ un meccanismo definito prelessicale perché la
pronuncia della parola scritta è mediata da procedure di
conversione grafema-fonema piuttosto che da un recupero lessicale
della parola nella sua interezza.
Un secondo meccanismo utilizza un legame diretto tra memoria ortografica
e memoria fonologica della parola (come previsto nel modello di
McClelland e Rumelhart, discusso sopra). Il riconoscimento delle
lettere attiva una rappresentazione lessicale ortografica che
ha una diretta connessione con il “suono” della parola
nella sua interezza. E’ un meccanismo definito lessicale
perché la pronuncia della parola è ritrovata nel
lessico e non è costruita attraverso associazioni grafema-fonema.
Le due vie di lettura sono definite “prelessicale”
o “lessicale” per il meccanismo che permette di arrivare
a una pronuncia della parola scritta. Tuttavia ambedue i meccanismi
implicano il lessico nel senso che permettono al lettore di venire
a contatto con un significato. Con il meccanismo “lessicale”
il contatto con un significato è immediatamente successivo
o parallelo al recupero lessicale della struttura ortografica
e fonologica della parola. Invece con il meccanismo “prelessicale”
il recupero del significato avviene quando l’assemblaggio
delle unità fonologiche attiva la rappresentazione fonologica
di una parola nel lessico e del contenuto semantico ad essa associato.
In altri termini, quando il suono assemblato viene riconosciuto
come suono di una parola allora avviene il contatto con un significato.
L’applicazione del modello a due vie in ambito evolutivo
ha portato a una teoria che prevede fasi di apprendimento in cui
prevalgono meccanismi di lettura di natura radicalmente differente
(Frith, 1985). In una fase iniziale i bambini utilizzerebbero
una meccanismo di natura visiva, definito come “strategia
logografica”: alcune caratteristiche salienti di una stringa
di lettere vengono memorizzate e in alcune situazioni permettono
il riconoscimento istantaneo di una parola oppure guidano un tentativo
di interpretazione. In questa fase il bambino non utilizza alcuna
procedura di conversione grafema-fonema e tratta le lettere come
indizi visivi che insieme ad altri tratti della scritta (ad esempio,
il colore o la lunghezza) evocano una memoria visivo-contestuale.
Così, ad esempio, il giallo della lettera M in un cartello
pubblicitario può essere un indizio per riconoscere una
scritta e associarla a un significato, a una pronuncia, al ricordo
di un particolare luogo.
In una seconda fase emerge un meccanismo di natura fonologica.
Sotto l’effetto degli apprendimenti che sono avvenuti per
la scrittura, il bambino apprende una strategia alfabetica: applica
procedure di conversione grafema-fonema in maniera sequenzialmente
ordinata, procedendo da sinistra a destra. La strategia alfabetica
non è altro che il meccanismo “prelessicale”
di lettura che abbiamo già considerato per il modello a
due vie. La differenza tra l’applicazione di questo meccanismo
in un lettore esperto, e la strategia alfabetica nei bambini,
è una questione di efficienza e di velocità. In
un lettore esperto le procedure di conversione possono essere
molto veloci; viceversa, in una fase iniziale di apprendimento,
la conversione grafema-fonema e l’assemblaggio fonetico
possono essere molto lenti.
In una terza fase emerge un meccanismo di natura ortografica:
le stringhe di lettere vengono istantaneamente analizzate come
parole, o come morfemi, senza bisogno di una conversione fonologica.
Questa strategia ortografica si diversifica da quella logografica
perché non è basata su indizi visivi e perché
l’ordine sequenziale delle lettere viene analizzato e riconosciuto.
E’ distinta dalla strategia alfabetica perché è
non-fonologica. Con la strategia ortografica emerge il meccanismo
“lessicale” di lettura che abbiamo già considerato
discutendo il modello a due vie.
Questa descrizione dell’apprendimento della lettura, che
qui abbiamo sommariamente esposto, lascia aperti alcuni problemi,
che verranno discussi in un prossimo articolo. Per ora vorrei
invece trarre alcune conclusioni sulle differenze tra il “sentire”
e il “vedere” parole.
Sentire e vedere parole: due diversi passaggi verso il significato
L’esame dei modelli teorici considerati fino a questo punto suggerisce
che il riconoscimento delle parole “parlate” e scritte
si fonda su meccanismi in parte simili e in parte diversi.
Comune alle due modalita’ (parlato e scritto) e’ che
i processi percettivi si svolgono parallelelamente all’attivazione
del lessico. Sia l’analisi del segnale acustico, sia il
riconoscimento delle lettere avvengono in un arco di tempo in
cui la memoria di una o piu’ parole si “accende”
e si rende disponibile per influenzare velocemente l’interpretazione
semantica del messaggio.
Non c’e’ un momento in cui riconosciamo la forma -fonetica
o ortografica- delle parole, e un momento in cui ne comprendiamo
il significato. Nell’ascoltare i suoni della lingua parlata,
cosi’ come nel vedere le lettere di una parola scritta,
non possiamo fare a meno di sentire o di vedere “parole”,
e dunque di cogliere significati .
C’è invece un’importante differenza tra la
modalità scritta e la modalità “parlata”
di riconoscimento lessicale. Il riconoscimento delle parole scritte
utilizza unità intermedie, che collegano la percezione
visiva al lessico. Queste unità sono singole lettere, o
gruppi di lettere, associate a unita’ fonologiche (fonemi
o sillabe). Il riconoscimento delle parole parlate non utilizza
invece alcuna unita’ intermedia; l’elaborazione percettiva
del suono non “passa” attraverso l’identificazione
di singoli fonemi o di singole sillabe. Insomma, non segmentiamo
il segnale acustico quando riconosciamo parole nel parlato.
Questa differenza tra parlato e scritto ha importanti implicazioni
sul piano dell’apprendimento. Per imparare a riconoscere
le parole scritte i bambini non possono utilizzare gli stessi
meccanismi di elaborazione linguistica che utilizzano per il parlato.
Debbono “accedere” al significato delle parole attraverso
un nuovo meccanismo, costituito dal riconoscimento di lettere.
Le lettere scritte determinano cosi’ una sorta di rivoluzione
copernicana nella mente dei bambini: decompongono le parole, le
fanno a pezzi, e le rendono pensabili come forme pure. Prendiamo
imbuto, istrice, inchiostro. A nessun bambino di buon senso verrebbe
in mente di collegare in qualche modo queste cose, di vederci
qualche somiglianza. Attraverso la lettera I, imbuto, istrice,
inchiostro possono ritrovarsi insieme nella pagina di un abbecedario
e convincere un bambino dubbioso che tra loro c’e’
qualche rapporto di parentela: il comune legame con una lettera
e con la pronuncia ad essa associata. Le lettere permettono al
bambino di “pensare” alle parole. In un certo senso,
le lettere ingannano la nostra percezione: ci inducono a credere
che la [f] di [faro] e [fumo] siano lo stesso suono (o lo stesso
gesto articolatorio), diverso dalla [s] di [sale] e [sugo]. In
effetti questa e’ una forte astrazione e, in parte, un’invenzione.
Se analizziamo [f] e [s] nel suono [faro] e [sale], troviamo che
ci sono caratteristiche acustiche molto simili. Se poi prendiamo
i suoni [fa] e [fu], troviamo che ci sono molte diversita: nel
pronunciare [f] le labbra anticipano l’arrotondamento o
l’apertura richieste da [u] o [a], e questo produce due
diversi segnali acustici.
E’ la lingua scritta, con il suo particolare sistema di
rappresentazione, ad aver stabilito nuovi legami di parentela
tra le parole, e a farci considerare “simile” cio’
che la percezione sente invece come diverso.