» Rassegna di lavori scientifici
Trattamento logopedico: il ruolo della complessità - PRIMA
PARTE
a cura di Margherita Orsolini,
Facoltà di Psicologia 2 - Università "La Sapienza",
Roma
Gierut, A. J. (2001) Complexity in phonological treatment: Clinical
factors. Language, Speech & Hearing Services in Schools, 32,4,
229-241.
I bambini con un disturbo fonologico costituiscono, secondo una
stima del National Institute on Deafness and other Communication
Disorders, circa il 10% della popolazione scolastica. Gli errori
fonologici nella produzione del linguaggio peggiorano la comprensibilità
di ciò che il bambino dice e questo può avere un
impatto molto negativo sulle relazioni sociali, sull’autostima
e sull’inserimento a scuola.
E’ dunque molto importante capire quale tipo di trattamento
logopedico possa avere una maggiore efficacia per l’intervento
sui disturbi fonologici.
Gli studi che mettono a confronto l’efficacia di diversi
trattamenti logopedici non sono molti, ma suggeriscono che un
aspetto critico dell’intervento è la selezione iniziale
dei “suoni target”. Da quali suoni linguistici cominciare
l’intervento? Questa scelta deve essere orientata da uno
scopo chiaro: indurre nel sistema dei suoni che il bambino sa
utilizzare un forte impatto di generalizzabilità.
In altre parole, i suoni linguistici scelti come target per l’intervento
debbono indurre cambiamenti anche in altri tipi di suoni –
suoni che non sono stati oggetto d’intervento. Gli effetti
di generalizzabilità più interessanti sono quelli
che inducono cambiamenti globali nel sistema dei suoni
che il bambino sa utilizzare. La ricerca clinica suggerisce che
questi cambiamenti si producono quando l’intervento si focalizza,
fin dall’inizio, su proprietà complesse. Ad esempio,
intervenire sulle consonanti fricative induce cambiamenti anche
nella produzione di suoni più “semplici”, come
le occlusive. Indichiamo nel riquadro qui sotto alcuni effetti
di generalizzabilità che sono stati evidenziati dalla ricerca
clinica.
| Riquadro 1 - Risultati di ricerche cliniche che
mostrano effetti di generalizzabilità con trattamenti
che inizano da suoni target complessi |
Occlusive sonore si generalizzano a occlusive sorde
Fricative si generalizzano a occlusive
Affricate si generalizzano a fricative
Liquide si generalizzano a nasali
Strutture sillabiche complesse (es., CCV) si generalizzano
a affricate
Suoni di parole ad alta frequenza d’uso si generalizzano
ad altre parole
Suoni di parole che hanno pochi “vicini lessicali”
(parole con caratteristiche fonologiche simili) si generalizzano
ad altre parole
Suoni di parole che non esistono (non-parole) si generalizzano
a parole
|
Un altro problema cruciale per le terapie logopediche è:
scegliere di trattare suoni che il bambino in parte sa produrre,
oppure iniziare da suoni linguistici completamente assente dal
repertorio fonetico del bambino? Ad esempio, il bambino potrebbe
produrre la fricativa /s/ solo in certi contesti (iniziale di
parola) e non aver ancora alcun tipo di affricata nel suo repertorio
di suoni linguistici. Allora è meglio iniziare stimolando
la generalizzabilità di /s/ ad altri contesti di parola
oppure iniziare trattando consonanti affricate?
La tradizione logopedica è stata finora orientata sulla
prima alternativa, cioè iniziare dal trattamento di suoni
che sono già presenti nel repertorio fonetico del bambino.
Alcuni studi di Gierut indicano tuttavia che sarebbe consigliabile
scegliere la seconda alternativa. Stimolare la produzione di una
consonante affricata, completamente assente dal repertorio del
bambino, avrebbe non solo l’effetto di generalizzarsi ad
altre consonanti affricate ma anche a suoni linguistici che non
sono stati oggetto di trattamento. Se si sceglie la prima alternativa
si inducono cambiamenti locali (ad esempio, /s/ si generalizza
a diversi contesti di parola); se si sceglie la seconda alternativa
si inducono cambiamenti globali, cioè si determina un’espansione
del repertorio fonetico del bambino. Il suggerimento che emerge
dalle ricerche di Gierut è dunque di iniziare l’intervento
scegliendo suoni che sono ancora assenti dal repertorio fonetico
del bambino.
Molti interventi utilizzano la strategia di presentare al bambino
“coppie minime”, cioè coppie di parole che
differiscono per un suono linguistico target (ad esempio, pino-vino).
Anche in questo caso ci sono alcune scelte importanti che si possono
compiere; le abbiamo riassunte nel riquadro 2. I risultati degli
studi di Gierut indicano che ognuna delle scelte ha una certa
efficacia, ma che la scelta 3 è più efficace della
2 e la 2 è più efficace della 1. Anche in questo
caso, iniziare con un trattamento più complesso (la 3,
in cui le coppie minime sono formate da due suoni ambedue assenti
dal repertorio fonetico del bambino), induce cambiamenti globali
e non soltanto cambiamenti locali.
| Riquadro 2 – Trattamenti con “coppie
minime” (es. /pino/-/vino/) |
1) Nella coppia minima c’è una parola con il
suono target e un’altra parola con il suono che il bambino
tende a usare come sostituto. Ad esempio, il target è
/s/ e la consonante con cui il bambino tendea sostituire /s/
è /t/; dunque si scelgono coppie come /sasso/-/tasso/
o /suono/-/tuono/.
2) Nella coppia minima c’è una parola con
il suono target e un’altra parola con il suono che
il bambino sa già usare (ma non un suono che il bambino
usa come sostituto di quello target). Ad esempio, il target
è /s/ e il suono conosciuto dal bambino è
/m/; si scelgono coppie come /sasso/-/masso/ o /sale/-/male/.
3) Nella coppia minima ci sono due suoni target, ambedue
assenti dal repertorio fonetico del bambino. Ad esempio,
i target sono /s/ e /r/, dunque si scelgono coppie come
/sasso/-/sotto/ - /rotto/.
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Prodotto editoriale di riferimento
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» Titolo
"Suono o Sono? - Un compito di consapevolezza fonologica"
- (Cd-rom + guida pp.24)
- di Margherita Orsolini, Sara Capriolo, Angela Santese
- Facoltà di Psicologia 2, Università "La
Sapienza" Roma
» Costo
- Prezzo al pubblico = € 34,00
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