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  » IMPARARE A RACCONTARE TRA I DUE E I CINQUE ANNI ©®2000-2008 Tutti i diritti riservati Infantiae.Org™ s.r.l.

NARRAZIONI E LIBRI: IMPARARE A RACCONTARE TRA I DUE E I CINQUE ANNI

di Margherita Orsolini
(per Informazioni: margherita.orsolini@uniroma1.it )


Narrazione: un particolare tipo di discorso

Riprendo Bruner (1994) “noi organizziamo la nostra esperienza e il nostro ricordo degli avvenimenti umani principalmente sotto forma di racconti…Il racconto è una forma convenzionale trasmessa culturalmente…I racconti sono una versione della realtà la cui accettabilità è governata dalla convenzione e dalla necessità narrativa anziché dalla verifica empirica e dalla correttezza logica”.

Alcune caratteristiche distinguono la narrazione da altri tipi di discorsi.

I racconti si riferiscono a eventi che hanno un certo ordine nel tempo; quest’ordine può essere espresso in tanti modi diversi (si può iniziare dalla fine), ma viene in qualche modo rappresentato. Così sono racconti i fumetti, alcuni quadri, certi affreschi in cui la rappresentazione visiva è organizzata sequenzialmente.

I racconti si riferiscono a persone o personaggi animati da intenzioni, cioè da desideri, credenze, pensieri. Queste intenzioni non sempre vengono rese esplicite, spesso costituiscono proprio ciò che in una narrazione viene lasciato inespresso, ma sono ciò che permette all’ascoltatore e al narratore di dare un senso e una ragione alle azioni compiute dai personaggi.

Nei racconti c’è una trasgressione della canonicità, del corso degli eventi che tutti si aspettano. Quindi un racconto non è solo un discorso su ciò che è accaduto, ma anche un discorso su ciò che vale la pena di raccontare. Il narratore non è solo uno che ordina verbalmente dei fatti, ma ne dà una sua valutazione, ne mette in luce qualcosa che per lui è inusuale. Sullo sfondo di questa trasgressione ci sono ovviamente delle norme, delle regole sociali che possono essere violate, combattute, ristabilite.

I racconti appartengono a un genere, ognuno con le sue convenzioni caratterizzate in maniera diversa in ogni cultura. I generi letterari forniscono degli schemi che aiutano lo scrittore a dare forma al racconto e il lettore a interpretarlo. I generi sono modi approssimativi ma convenzionali di rappresentare le vicende umane, e sono particolari modi di raccontare.

La referenzialità del discorso, il suo parlare di particolari persone, luoghi, oggetti è fornita dal testo nel suo insieme e non dal rapporto tra linguaggio e realtà. Se io dico “tu” conversando con il mio amico, il rapporto tra linguaggio e contesto chiarisce la funzione referenziale di quel “tu”. Se dico la stessa cosa all’interno di un discorso narrativo, a chi si riferisce il “tu”? Posso capirlo soltanto attraverso il racconto. Per interpretare la singola parte ho bisogno del tutto.

Ogni racconto nasce da un particolare punto di vista, quello che il narratore sceglie per esprimere le sue intenzioni e tenendo conto del particolare contesto in cui il racconto viene prodotto. Qualcuno che riferisce di un litigio tra due persone e di ciò che l’ha originato, racconta sempre le cose dalla sua prospettiva e tenendo conto di chi lo sta ascoltando. Siamo abituati a pensare che di ogni cosa dobbiamo ascoltare le versioni dell’uno e dell’altro. Così il discorso narrativo è uno strumento di negoziazione che permette alle persone, in modi caratterizzati culturalmente, di accordarsi su come la realtà può essere interpretata.

Vediamo ora come possiamo ritrovare le caratteristiche messe in luce da Bruner nei primi versi dell’Odissea. Omero dice che Odisseo tanto vago’, “dopo che distrusse la rocca sacra di Troia: di molti uomini vide le città’ e conobbe i pensieri, molti dolori pati’ sul mare nell’animo suo....E quando il tempo arrivo’, col volger degli anni, nel quale gli dei stabilirono che a casa tornasse, ad Itaca, neanche allora fu salvo da lotte persino tra i suoi”.

eventi che hanno un certo ordine nel tempo tanto vago’ dopo che…e quando il tempo arrivò…
persone o personaggi animati da intenzioni gli dei stabilirono che a casa tornasse

Omero non dice mai che Ulisse vuole tornare a casa, lo lascia capire all’ascoltatore e suggerisce che la sua intenzione conta molto meno di quella degli dei.
una trasgressione della canonicità, delle norme distrusse la rocca sacra di Troia

questa è l’azione che precipita Ulisse nella vendetta degli dei
La referenzialità (chi, che cosa…) del discorso Vide, conobbe, patì…

Tanti verbi col soggetto non espresso. Ma la referenzialità di questi soggetti inespressi è stabilita dal personaggio messo a fuoco all’inizio del discorso
Ogni racconto nasce da un particolare punto di vista Omero inizia la narrazione mettendo in primo piano il vagare di Ulisse. Il “prima” da cui inizia una narrazione può non essere ciò che avviene prima nel tempo, ma l’evento che in qualche modo il narratore vuole comprendere.

Da tutte queste caratteristiche possiamo cogliere quanto la narrazione sia un tipo di discorso complesso, sia quando lo ascoltiamo e cerchiamo di capirlo, sia quando siamo noi a produrlo.
Nonostante ciò, è un tipo di discorso molto amato dai bambini.


Scoprire la narrazione a due anni

Ora chiediamoci perché ai bambini piacciano le narrazioni considerando alcune osservazioni tratte dal libro di Lichtner (1999).

Micol ha 1 anno e 8 mesi quando il padre trascrive queste osservazioni “Nel libretto di Paperino e gli scoiattoli indica col dito vari particolari, chiedendomi: e chetto? Dico: sono le foglie dell’albero. Pensa un momento e poi, con una vocina diversa: pendi foglie! Chi ti prende le foglie? Bicio [sta per Maurizio, il nome del papà]. Il libretto le richiama un ricordo: una volta che ad Alatri, sotto un albero, le prendevo le foglie”.

Guardare insieme il libro, e sentire il papà che dà il nome all’immagine, ricorda a Micol un altro momento della sua vita, un momento in cui il papà le dava qualcosa. Il guardare insieme un libro è una situazione di intimità, in cui l’adulto si dedica al bambino curando la sua attenzione e la sua curiosità. E’ come se accompagnasse il bambino a guardare con divertimento e piacere qualcosa del mondo. E’ un mondo irreale che tuttavia può richiamare al bambino qualche evento reale, soprattutto richiama un modo con cui un evento è stato vissuto in passato. Ai bambini piace la situazione della narrazione, di cui fa parte il libro, il guardare insieme, l’attenzione affettuosa di un adulto, la rievocazione di memorie.

“Vuole che le legga il libro degli scoiattoli. A un certo punto, indicando uno scoiattolo illustrato nel libro dice: Micol, e un altro naturalmente è Luca [un cuginetto più grande di lei di 2 anni]. Voltiamo pagina e le chiedo: chi è questo? Uno scoiattolo? E lei: no, Micol.
“Leggiamo una storia di indiani in cui Penna Bianca chiede al papà un cavallo. Micol resta colpita, esclama: papà papà rivolta all’indiano del libro, loglio cavallo”

Così, già per un bambino molto piccolo, il libro può essere una specie di specchio che permette di pensarsi in un personaggio. Un modo per guardarsi. Ancora, il libro può essere un modo per uscire da se stessi e prendere il ruolo di un altro, in una specie di gioco di finzione, in cui le parole di un personaggio diventano momentaneamente la voce del bambino.

Da questi pochi esempi possiamo già ipotizzare qualcosa sulle competenze narrative di bambini anche molto piccoli, nel secondo anno di vita. Prima ancora di essere capaci di costruire linguisticamente un discorso narrativo, i bambini capiscono che le storie riguardano personaggi con desideri simili a quelli, reali, delle persone. Questa comprensione dell’intenzionalità dei personaggi sembra avvenire per varie ragioni. La prima è che, come ci ha insegnato Piaget, i bambini di questa età comprendono la distinzione tra simbolo e realtà, hanno capito che un oggetto può essere usato non per la sua funzione reale, ma per la sua funzione di rappresentare, richiamare alla mente qualche altra cosa. Così come un rametto può essere usato con la funzione di spada, o di cavallo, anche un disegno può rappresentare un bambino o un papà reali. Dunque l’immagine del libro viene trattata dal bambino come un simbolo, qualcosa che sta-rappresenta un pezzettino di realtà. Un’altra ragione è che, già nel secondo anno di vita i bambini cominciano a capire qualcosa delle intenzioni umane, soprattutto dei desideri. Infine, come vediamo in Micol, c’è un forte piacere nell’identificarsi in altri personaggi. Capire il desiderio di un altro è facilitato da questa tendenza a identificarsi.

Sono interessanti altre osservazioni in cui vediamo Micol prendere un ruolo attivo nella narrazione, e appassionarsi a questo tipo di situazione anche in solitudine. Il libro, anche per una bambina di due anni, può essere un modo per sperimentare una particolare autonomia e libertà, ripensando con calma a quanto è già stato tante volte guardato attraverso le parole di un adulto.

“Rivedendo infinite volte i suoi libretti, da sola la mattina in camera sua, o quando stava sul vasino, o con noi, Micol ogni volta scopriva nuovi particolari, configurando meglio le situazioni. In una storia, a Paperino capitano mille disavventure, si vede persino una tartaruga che gli morde il piede. Lei osserva, e fissa questo particolare: pede morde.”
Ora Micol ha due anni e due mesi. “Quando comincia a leggere per conto suo uno dei suoi libretti, dice Allora, come per avviare la storia. Quando non riesce a cogliere un nesso dice insomma…e va avanti lo stesso”.
“Ogni tanto fa vedere a qualcuno tutti i suoi libretti. A volte lo fa col nonno, quando viene da noi: glieli illustra brevemente, poi li chiude, e per ognuno gli chiede: ti pace? (ti piace?) come chiederemmo noi a lei, come si chiede a un bambino”

Anche nella lettura del libro i bambini imparano la struttura fondamentale della comunicazione, la reciprocità e la complementarità. L’adulto ha proposto il libro come un modo per condividere un piacere. Micol ripropone quest’uso del libro a se stessa, quando è da sola, e agli altri.

E’ evidente leggendo il diario di Lichtner che nella vita di Micol c’è un’intensa condivisone di situazioni narrative. Questa condivisione non avviene soltanto attraverso la lettura del libro, ma più in generale attraverso il modo di comunicare. Micol vive con adulti che non solo narrano a lei e per lei, ma che sono abituati ad usare la narrazione per ricostruire un’intimità tra loro. Si raccontano per costruire insieme un senso di ciò che vivono, per valutare ciò che è capitato.

“In genere tornando da scuola avevo qualcosa da raccontare ad Anna [la moglie]. Micol ascolta con piacere, e vuole sentire ancora: ancora scola! [il papà è un insegnante] Vuole capire meglio, e allora racconto daccapo per lei, in termini semplificati, che possa capire “mi sono arrabbiato con gli alunni, perché non hanno studiato, e ho detto: se non studiate filosofia, non vi faccio fare gli esami”. E’ rimasta soddisfatta, poi la sera qualcuno le ha chiesto: cosa fa papà a scuola? E lei: esami”. Quando io arrivo da scuola, invariabilmente mi chiede: raccontimi c’hai fatto!

Il papà che si racconta alla moglie e alla bambina crea a Micol un ruolo che anche lei vorrà rivestire. Ci sono varie osservazioni in cui Micol racconta, anche con una parola, qualcosa di importante e nuovo avvenuto nella giornata, come quando, tornata a casa, dice corti corti per raccontare che è andata dal parrucchiere e ha tagliato i capelli.

Ma raccontare è già, anche per Micol, un modo per ricordare e per organizzare i ricordi da sola. Il racconto, come abbiamo visto quando leggeva Paperino seduta sul vasetto, è anche un racconto per se stessi.

“Quando stava per addormentarsi in macchina, la sera, tornando a casa, Micol usava ricapitolare la giornata e si preparava al giorno dopo. Era un modo per riconoscere la continuità delle cose..Pensando al giorno dopo diceva tra sé: mi sveglio, chiamo la mamma e usciamo…da Luca. Oppure: io mi sveglio, vado da Luca, busso…io busso”. Oppure, sempre mentre sta per addormentarsi, faceva il quadro della giornata trascorsa, cantando: ….e Luca giocava con la macchinetta…e papà andava a scola, e la mamma al bosco…con la bambina…”

Nell’osservazione riportata sopra vediamo emergere più chiaramente una delle caratteristiche della narrazione, l’ordine temporale. Raccontarsi un ordine delle azioni della giornata, può avere tante funzioni per un bambino. In primo piano sembra essere pensare alla continuità delle cose, come dice il papà di Micol. Pensare a questa continuità della vita è rassicurante nel momento del sonno, in cui questa continuità subisce una brusca interruzione.

Micol a un certo punto sembra diventare più esigente quando cerca di usare da sola un libro e raccontare qualcosa.

“Quando scorre i suoi libri, non le basta più riconoscere e capire certe situazioni in una qualche sequenza, vuole capire una storia. Dice: allora (e dovrebbe seguire qualcosa che però non prende forma); dice.. (ma non riesce a riferire cosa il personaggio dice); prima.. Alla fine si arrabbia, butta il libro per terra, piange”.

Questo episodio ci ricorda che per i bambini il narrare è un modo per essere grandi e sentirsi competenti. Imparare non è soltanto qualcosa che l’adulto vorrebbe veder dispiegarsi nel bambino, è qualcosa che i bambini vogliono per se stessi. Anche i bambini, come noi, amano sentirsi competenti, e sono molto frustrati quando realizzano di non saper fare.
Il desiderio di essere grandi lo dimostrano anche in tante situazioni in cui propongono al genitore uno scambio di ruoli.

Il papà di Micol scrive “Mi tratta decisamente da piccolo quando, mentre metto lo zucchero nel caffè, mi dice: basta, se no li sgrida la mamma (ti sgrida la mamma). Oppure quando mi chiede di metterle il dentifricio sullo spazzolino e non ha tempo da perdere. Dice: metti qua, se no…li picchio (ti picchio).

Lasciamo Micol a due anni e qualche mese, con la scoperta di due importanti caratteristiche della narrazione. Il racconto ha personaggi con intenzioni, desideri, discorsi. Il racconto ha eventi in un ordine temporale.


I racconti dei bambini nell’età prescolare

Nel corso del terzo anno di vita sembra emergere un’altra caratteristica della narrazione: i racconti dei bambini cominciano a incentrarsi di più sulle trasgressioni, le azioni proibite, le infrazioni alle regole, oltre che sui propri stati d’animo. In questo periodo aumentano le domande che i bambini fanno sui sentimenti provati dagli altri, oltre che sulle cause del loro comportamento. Judy Dunn (1990) commenta che la narrazione è uno strumento con cui si esprime questa maggiore comprensione degli altri e di se stesso.

Nei bambini dai 3 ai 5 anni si verifica un notevole sviluppo di abilità narrative. Se ricordiamo le caratteristiche descritte da Bruner, osserviamo che i bambini tendono spesso a raccontare eventi in cui è accaduto qualcosa di inaspettato e inusuale.

Come in questa conversazione in classe, in cui l’insegnante ha introdotto l’argomento del Natale chiedendo a bambini di 4 anni che cosa si fa in genere in questa festa:

Fab.la Maestra! Te ricordi quando era Natale che c’era pure … quello lì..
Ins cosa c’era?
Fab.la quel pupazzo che hanno portato via quando io e Fausto eravamo nanetti
Ins no, quello era Carnevale, era un’altra festa
Mel. e poi ha scoppiato il pupazzo
Ins è vero, ma quello…
Ale hanno bruciato el pupazzo e i pezzi andavano per aria sul cielo
Ins eh, ti ricordi? C’era un vento! Momenti ci bruciamo pure noi, vi ricordate?

In questo dialogo insegnante e bambini partono da due idee diverse del raccontare. L’insegnante vorrebbe che i bambini parlassero di che cosa si fa in genere. Che descrivessero e spiegassero gli eventi tipici di una situazione. Si vede invece che i bambini preferiscono raccontare qualcosa di spettacolare, o che li ha spaventati, o divertiti, anche se in effetti si tratta del Carnevale e non del Natale, come ha proposto l’insegnante.

Tuttavia, in questo stesso periodo i bambini sono molto più competenti anche nel parlare delle regole, di ciò che in genere si fa. Quando l’attenzione dei bambini è sulle norme, sulle regole, il discorso tende a prendere la forma di un’argomentazione, una spiegazione, in cui chi parla asserisce qualcosa, vuole affermare una verità. Saper parlare degli eventi inaspettati e saper parlare delle regole sono probabilmente due capacità che emergono insieme e si sostengono a vicenda.
Sab. Maestra! Lo sai che Babbo Natale viene sempre quando è mattina, da me?
Ins ma che viene a fare?
Al.o portatte il carbone
Sab. ma che! I regali
Al.o de mattina…
Sab. mattina vié Babbo Natale, ce se veste mi padre
Ins. ah si?
Sab. si
Al.o oh, Babbo Natale viene de notte. oh, Babbo Natale viene de notte. oh, Babbo Natale non viene de mattina. De mattina dovemo andà a scuola
Sab. beh, Babbo Natale invece viene de mattina perché mi padre viene de mattina, se veste da Babbo Natale.

E ancora, vediamo che per i bambini di 4 anni la narrazione è uno strumento importante per gestire i rapporti tra pari, per sostenere scherzi e sfide. Uno strumento per negoziare il proprio ruolo sociale.

(Fabiana e Walter dipingono un cartellone, molto malvolentieri, intervallando la loro attività con continue lamentele. Si è appena avvicinata Melania, a cui Fabiana ha fatto uno sberleffo)
Wal. Ammazza quanto sei lagnosa Fabià
Fab. tu, sei lagnoso! Te ricordi la maestra quando…tu facevi tanti macelli…strappavi pure le cose?
Wal. Io sarò lagnoso…ma mò non lo faccio più
  Dopo un po'
Fab. Perché tu…quando te arriva tu madre a menà…nun piangi? Eh? Nun piangi?
Wal. No
  Riprendono a dipingere
Fab. Eh, io ho quasi finito
Wal. non vedi quanto lavoro c’è ancora? (cambia voce, imitando Fab) non voglio pitturà…io
Fab. ah, questo sta lì eh! (indica un segno marrone che per sbaglio Wal. ha tracciato in una parte del cartellone)
Wal. perché t’ho fatto vedé che io…nun me lagnavo come te
Fab. Oh! Ah! Quando glie succede ‘na cosa piange, lui
Wal. nun chiacchierà
Fab. Oh! Quando io glie faccio…quando io glie dice…quando te faccio menà…quando te faccio qualcosa, subito glie ‘o vai a dì ‘a a maestra, ah ah! Subito piange!
  (Fab ha smesso di dipingere parla con il pennello in mano guardando Wal.)
Fab. Te ricordi quando tu…lui…te non pian…non mangiavi? Tu piangevi? (parla adesso con una voce tremolante)
Wal. io me ‘o ricordo, tu…tu ce l’hai sull’occhi!

L’organizzazione narrativa

Il modo con cui i bambini parlano di qualcosa di inusuale nelle narrazioni può essere più o meno articolato. Nelle narrazioni fantastiche ho osservato alcuni anni fa (Orsolini, 1995) che nel secondo anno di scuola dell’infanzia prevalevano due tipi di organizzazioni del discorso narrativo: gli episodi minimi e gli episodi completi (vedere esempi nella tabella qui sotto). La situazione che utilizzavo per chiedere ai bambini di narrare una storia era quella di anticipare una drammatizzazione. C’erano vari personaggi del Playmobil, chiedevo di raccontare qualcosa che sarebbe potuto succedere a questi personaggi. Dopo il racconto drammatizzavamo insieme la trama.

Due tipi di organizzazione narrativa nelle storie inventate da bambini di 4-5 anni

Episodi minimi

C’è un evento iniziale problematico, un personaggio che tenta di risolvere il problema, una conseguenza finale
Fed (4 anni) Si rompeva la motocicletta. La doveva tutta aggiustare, il poliziotto, perché era la sua. Lo aiutavano il robottino e i bambini. Dopo andava più veloce la moto
Episodi completi

C’è una sequenza di problema-tentativi-conseguenza articolata anche con reazioni e risposte emotive dei personaggi.
Gia. (5 anni)
E andavano sopra al treno e c’era il ponte crollato e il ponte se stava a rompere, e poi andavano giù dentro il mare e morivano. Poi veniva un pescatore che stava a prende i pesci. E pescava a loro, e poi diceva: -Quanto pesano! E andava dentro l’acqua a vedere, e poi li prende e li mette sopra alla barca sua e li fa andare dove stavano prima.

Un aspetto della narrazione che i bambini di questa età gestiscono ancora con una certa difficoltà è quello della referenzialità. Il loro modo di costruire linguisticamente i referenti (di chi e che cosa stiamo parlando?) qualche volta crea problemi all’ascoltatore.

Narrazione del bambino Commenti dell’osservatore
Fab.la (5 anni)
Allora se alza la mamma e diciò al ragazzino piccolo, che non ce voleva andà a scuola: -vai subito a scuola, vai subito a scuola se no ti meno, ti metto in castigo. Lui non ci voleva andare.
Personaggio messo a fuoco: la mamma
Il pronome lui reintroduce il riferimento al bambino
L’ha preso (chi?) Qui ci aspettiamo una continuità col riferimento precedente, invece c’è un cambiamento non segnalato linguisticamente (ma che possiamo inferire visto che il focus del racconto è la mamma)
E l’ha messo…sa ‘ndo l’ha messo? L’ha caricato e l’ha messo sul treno, doveva andare cò la nonna e col nonno  


Il ruolo della narrazione nella vita dei bambini
Vorrei concludere chiedendomi quali sono le funzioni più importanti delle narrazioni nella vita dei bambini. Per rispondere è utile distinguere la narrazione di eventi personali e la narrazione di eventi fantastici, mediata dal libro.
Partiamo dalla prima: il bambino racconta qualcosa di se stesso, sia per comunicare con altri sia per dire a se stesso qualcosa (come abbiamo visto fare a Micol prima di addormentarsi). Questo tipo di narrazione sostiene l’immagine che il bambino costruisce di se stesso, il senso della propria identità. La narrazione sostiene ciò che è stata chiamata una “memoria autobiografica”, quella particolare rete di ricordi che ognuno di noi ha narrato e continua a narrare a se stesso e che va a sostenere un senso della propria continuità nel tempo.

Ripensiamo a Micol che prima di addormentarsi si racconta ciò che ha fatto, o ciò che farà il giorno dopo. Piaget avrebbe definito questa narrazione per se stessi una forma di linguaggio egocentrico, perché è un linguaggio che non ha alcuna funzione comunicativa, un linguaggio non socializzato. Vygotsky attribuisce molta importanza a questo particolare uso del linguaggio: il linguaggio che il bambino rivolge a se stesso è la prima comparsa di ciò che diventerà linguaggio interiore. Il linguaggio interiore, dice Vygotsky “è una melodia autonoma che assolve all’orientamento mentale, alla presa di coscienza, al superamento delle difficoltà e degli ostacoli, alla riflessione e al pensiero; è un linguaggio per sé che serve come forma più intima di pensiero del bambino” (Vygotsky, 1934/1990; p.351). La narrazione è dunque un modo con cui i bambini imparano a pensare, anche a pensare a se stessi; l’esperienza che attraverso il racconto viene messa in parole diventa cosciente e va a costruire la consapevolezza di se stessi.

Questo pensare a se stessi costruito dalla narrazione è sempre arricchito dal pensiero di ciò che gli altri apprezzano. Quando raccontiamo ad altri, il nostro racconto è molto influenzato dal contesto sociale in cui siamo immersi: “la storia che costruiamo diventa il risultato di un insieme di ricordi selezionati e di dettagli immaginari che derivano non solo dagli eventi del nostro passato, ma anche dal bisogno di ottenere l’attenzione o l’approvazione degli altri. Le aspettative di coloro che ci ascoltano hanno quindi un ruolo importante nel determinare il tono del racconto, e questa dimensione sociale dei processi narrativi fa sì che il soggetto che ricorda sia continuamente impegnato in un processo di definizione di se stesso all’interno di nuovi contesti” (Siegel, 2001).

Tra narrazione e memoria autobiografica c’è un rapporto molto stretto, nel senso che la memoria sostiene il racconto, ma il raccontare, e soprattutto il raccontare condiviso con le persone care, è un’esperienza che organizza il ricordo, lo modifica nel tempo. La narrazione prodotta nel contesto dell’interazione con i genitori dà al bambino una nuova “voce mentale”: è come se gli eventi che lui ha vissuto venissero ripensati guardandoli anche da un altro punto di vista, appunto quello dei genitori.

Che cosa dire del secondo tipo di narrazione, quello che nei secoli passati avveniva soprattutto attraverso la tradizione orale, la tradizione da cui provengono favole e miti, e che oggi passa attraverso il libro, e la lettura ad alta voce che del libro fanno gli adulti ai bambini? Questo tipo di narrazione contribuisce a creare un “sistema mentale sociale”, nel senso che aiuta i bambini a capire la cultura di cui fanno parte, i valori che vengono attribuiti a certi comportamenti. Se ci pensiamo, le favole e le storie sono piene di insegnamenti per i bambini. Ma le storie fantastiche, e in particolare le fiabe tradizionali, hanno un’altra funzione importante, di carattere emotivo, che è stata messa a fuoco dallo psicoanalista Bettelheim.

“I personaggi e gli eventi delle fiabe personificano e illustrano anche conflitti interiori, ma suggeriscono in modo estremamente sottile come questi conflitti possono essere risolti, e quali potrebbero essere i passi successivi nello sviluppo verso una superiore umanità…”. Il meccanismo con cui le fiabe possono suggerire al bambino, in maniera molto indiretta, come risolvere certi conflitti, è quello dell’identificazione, che abbiamo già visto in Micol.

I temi delle fiabe sono percepiti come meravigliosi perché il bambino si sente compreso e apprezzato fin nel profondo dei suoi sentimenti, speranze e ansie, senza che essi debbano essere trascinati alla superficie ed esaminati alla cruda luce della razionalità”. (Bettelheim, 1978).
Bettelheim ricorda che ogni bambino ha dei temi fantastici preferiti, che sono in rapporto con il suo individuale mondo interiore. Per questo la scelta delle storie da leggere ai bambini è una questione molto delicata. E’ un processo di ricerca in cui l’adulto fa delle proposte al bambino e le modifica osservando il loro gradimento e la reazione emotiva del bambino.

Riferimenti bibliografici


Bettelheim, B. (1977) Il mondo incantato. Uso, importanza, e significati psicoanalitici delle fiabe. Milano: Feltrinelli.

Bruner, J. (1994) La costruzione narrativa della realtà. In M. Ammaniti e D. Stern, (a cura di) Rappresentazioni e Narrazioni. Bari: Laterza.

Dunn, J. (1990) La nascita della competenza sociale. Milano: Cortina.

Lichtner, M. (1999) Le prime parole. Diario di una bambina. Roma: Meltemi.

Orsolini, M. (1995) L'acquisizione di competenze pragmatiche dei bambini. In G. Sabbadini (a cura di) Manuale di Neuropsicologia dell’età evolutiva. Bologna: Zanichelli.

Siegel, D.S. (2001) La mente relazionale. Milano: Cortina.

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