NARRAZIONI E LIBRI: IMPARARE A RACCONTARE
TRA I DUE E I CINQUE ANNI
di Margherita Orsolini
(per Informazioni: margherita.orsolini@uniroma1.it
)
Narrazione: un particolare tipo di discorso
Riprendo Bruner (1994) “noi organizziamo
la nostra esperienza e il nostro ricordo degli avvenimenti umani
principalmente sotto forma di racconti…Il racconto è
una forma convenzionale trasmessa culturalmente…I racconti
sono una versione della realtà la cui accettabilità
è governata dalla convenzione e dalla necessità
narrativa anziché dalla verifica empirica e dalla correttezza
logica”.
Alcune caratteristiche distinguono la narrazione
da altri tipi di discorsi.
I racconti si riferiscono a eventi che hanno
un certo ordine nel tempo; quest’ordine può essere
espresso in tanti modi diversi (si può iniziare dalla fine),
ma viene in qualche modo rappresentato. Così sono racconti
i fumetti, alcuni quadri, certi affreschi in cui la rappresentazione
visiva è organizzata sequenzialmente.
I racconti si riferiscono a persone o personaggi
animati da intenzioni, cioè da desideri, credenze, pensieri.
Queste intenzioni non sempre vengono rese esplicite, spesso costituiscono
proprio ciò che in una narrazione viene lasciato inespresso,
ma sono ciò che permette all’ascoltatore e al narratore
di dare un senso e una ragione alle azioni compiute dai personaggi.
Nei racconti c’è una trasgressione
della canonicità, del corso degli eventi che tutti si aspettano.
Quindi un racconto non è solo un discorso su ciò
che è accaduto, ma anche un discorso su ciò che
vale la pena di raccontare. Il narratore non è solo uno
che ordina verbalmente dei fatti, ma ne dà una sua valutazione,
ne mette in luce qualcosa che per lui è inusuale. Sullo
sfondo di questa trasgressione ci sono ovviamente delle norme,
delle regole sociali che possono essere violate, combattute, ristabilite.
I racconti appartengono a un genere, ognuno con
le sue convenzioni caratterizzate in maniera diversa in ogni cultura.
I generi letterari forniscono degli schemi che aiutano lo scrittore
a dare forma al racconto e il lettore a interpretarlo. I generi
sono modi approssimativi ma convenzionali di rappresentare le
vicende umane, e sono particolari modi di raccontare.
La referenzialità del discorso, il suo
parlare di particolari persone, luoghi, oggetti è fornita
dal testo nel suo insieme e non dal rapporto tra linguaggio e
realtà. Se io dico “tu” conversando con il
mio amico, il rapporto tra linguaggio e contesto chiarisce la
funzione referenziale di quel “tu”. Se dico la stessa
cosa all’interno di un discorso narrativo, a chi si riferisce
il “tu”? Posso capirlo soltanto attraverso il racconto.
Per interpretare la singola parte ho bisogno del tutto.
Ogni racconto nasce da un particolare punto di
vista, quello che il narratore sceglie per esprimere le sue intenzioni
e tenendo conto del particolare contesto in cui il racconto viene
prodotto. Qualcuno che riferisce di un litigio tra due persone
e di ciò che l’ha originato, racconta sempre le cose
dalla sua prospettiva e tenendo conto di chi lo sta ascoltando.
Siamo abituati a pensare che di ogni cosa dobbiamo ascoltare le
versioni dell’uno e dell’altro. Così il discorso
narrativo è uno strumento di negoziazione che permette
alle persone, in modi caratterizzati culturalmente, di accordarsi
su come la realtà può essere interpretata.
Vediamo ora come possiamo ritrovare le caratteristiche
messe in luce da Bruner nei primi versi dell’Odissea. Omero
dice che Odisseo tanto vago’, “dopo che distrusse
la rocca sacra di Troia: di molti uomini vide le città’
e conobbe i pensieri, molti dolori pati’ sul mare nell’animo
suo....E quando il tempo arrivo’, col volger degli anni,
nel quale gli dei stabilirono che a casa tornasse, ad Itaca, neanche
allora fu salvo da lotte persino tra i suoi”.
| eventi che hanno un certo ordine nel tempo |
tanto vago’ dopo che…e quando
il tempo arrivò… |
| persone o personaggi animati da intenzioni |
gli dei stabilirono che a casa tornasse
Omero non dice mai che Ulisse vuole tornare a casa, lo lascia
capire all’ascoltatore e suggerisce che la sua intenzione
conta molto meno di quella degli dei. |
| una trasgressione della canonicità, delle norme |
distrusse la rocca sacra di Troia
questa è l’azione che precipita Ulisse nella
vendetta degli dei |
| La referenzialità (chi, che cosa…) del discorso |
Vide, conobbe, patì…
Tanti verbi col soggetto non espresso. Ma la referenzialità
di questi soggetti inespressi è stabilita dal personaggio
messo a fuoco all’inizio del discorso |
| Ogni racconto nasce da un particolare punto di vista |
Omero inizia la narrazione mettendo in primo piano il
vagare di Ulisse. Il “prima”
da cui inizia una narrazione può non essere ciò
che avviene prima nel tempo, ma l’evento che in qualche
modo il narratore vuole comprendere. |
Da tutte queste caratteristiche possiamo cogliere quanto la narrazione
sia un tipo di discorso complesso, sia quando lo ascoltiamo e
cerchiamo di capirlo, sia quando siamo noi a produrlo.
Nonostante ciò, è un tipo di discorso molto amato
dai bambini.
Scoprire la narrazione a due anni
Ora chiediamoci perché ai bambini piacciano
le narrazioni considerando alcune osservazioni tratte dal libro
di Lichtner (1999).
| Micol ha 1 anno e 8 mesi quando il padre trascrive queste
osservazioni “Nel libretto di Paperino e gli scoiattoli
indica col dito vari particolari, chiedendomi: e chetto?
Dico: sono le foglie dell’albero. Pensa un momento
e poi, con una vocina diversa: pendi foglie! Chi ti prende
le foglie? Bicio [sta per Maurizio, il nome del papà].
Il libretto le richiama un ricordo: una volta che ad Alatri,
sotto un albero, le prendevo le foglie”. |
Guardare insieme il libro, e sentire il papà che dà
il nome all’immagine, ricorda a Micol un altro momento della
sua vita, un momento in cui il papà le dava qualcosa. Il
guardare insieme un libro è una situazione di intimità,
in cui l’adulto si dedica al bambino curando la sua attenzione
e la sua curiosità. E’ come se accompagnasse il bambino
a guardare con divertimento e piacere qualcosa del mondo. E’
un mondo irreale che tuttavia può richiamare al bambino
qualche evento reale, soprattutto richiama un modo con cui un
evento è stato vissuto in passato. Ai bambini piace la
situazione della narrazione, di cui fa parte il libro, il guardare
insieme, l’attenzione affettuosa di un adulto, la rievocazione
di memorie.
| “Vuole che le legga il libro degli scoiattoli. A
un certo punto, indicando uno scoiattolo illustrato nel
libro dice: Micol, e un altro naturalmente è Luca
[un cuginetto più grande di lei di 2 anni]. Voltiamo
pagina e le chiedo: chi è questo? Uno scoiattolo?
E lei: no, Micol. |
| “Leggiamo una storia di indiani in cui Penna Bianca
chiede al papà un cavallo. Micol resta colpita, esclama:
papà papà rivolta all’indiano del libro,
loglio cavallo” |
Così, già per un bambino molto piccolo, il libro
può essere una specie di specchio che permette di pensarsi
in un personaggio. Un modo per guardarsi. Ancora, il libro può
essere un modo per uscire da se stessi e prendere il ruolo di
un altro, in una specie di gioco di finzione, in cui le parole
di un personaggio diventano momentaneamente la voce del bambino.
Da questi pochi esempi possiamo già ipotizzare
qualcosa sulle competenze narrative di bambini anche molto piccoli,
nel secondo anno di vita. Prima ancora di essere capaci di costruire
linguisticamente un discorso narrativo, i bambini capiscono che
le storie riguardano personaggi con desideri simili a quelli,
reali, delle persone. Questa comprensione dell’intenzionalità
dei personaggi sembra avvenire per varie ragioni. La prima è
che, come ci ha insegnato Piaget, i bambini di questa età
comprendono la distinzione tra simbolo e realtà, hanno
capito che un oggetto può essere usato non per la sua funzione
reale, ma per la sua funzione di rappresentare, richiamare alla
mente qualche altra cosa. Così come un rametto può
essere usato con la funzione di spada, o di cavallo, anche un
disegno può rappresentare un bambino o un papà reali.
Dunque l’immagine del libro viene trattata dal bambino come
un simbolo, qualcosa che sta-rappresenta un pezzettino di realtà.
Un’altra ragione è che, già nel secondo anno
di vita i bambini cominciano a capire qualcosa delle intenzioni
umane, soprattutto dei desideri. Infine, come vediamo in Micol,
c’è un forte piacere nell’identificarsi in
altri personaggi. Capire il desiderio di un altro è facilitato
da questa tendenza a identificarsi.
Sono interessanti altre osservazioni in cui vediamo
Micol prendere un ruolo attivo nella narrazione, e appassionarsi
a questo tipo di situazione anche in solitudine. Il libro, anche
per una bambina di due anni, può essere un modo per sperimentare
una particolare autonomia e libertà, ripensando con calma
a quanto è già stato tante volte guardato attraverso
le parole di un adulto.
| “Rivedendo infinite volte i suoi libretti, da sola
la mattina in camera sua, o quando stava sul vasino, o con
noi, Micol ogni volta scopriva nuovi particolari, configurando
meglio le situazioni. In una storia, a Paperino capitano
mille disavventure, si vede persino una tartaruga che gli
morde il piede. Lei osserva, e fissa questo particolare:
pede morde.” |
| Ora Micol ha due anni e due mesi. “Quando comincia
a leggere per conto suo uno dei suoi libretti, dice Allora,
come per avviare la storia. Quando non riesce a cogliere
un nesso dice insomma…e va avanti lo stesso”. |
| “Ogni tanto fa vedere a qualcuno tutti i suoi libretti.
A volte lo fa col nonno, quando viene da noi: glieli illustra
brevemente, poi li chiude, e per ognuno gli chiede: ti pace?
(ti piace?) come chiederemmo noi a lei, come si chiede a
un bambino” |
Anche nella lettura del libro i bambini imparano la struttura
fondamentale della comunicazione, la reciprocità e la complementarità.
L’adulto ha proposto il libro come un modo per condividere
un piacere. Micol ripropone quest’uso del libro a se stessa,
quando è da sola, e agli altri.
E’ evidente leggendo il diario di Lichtner
che nella vita di Micol c’è un’intensa condivisone
di situazioni narrative. Questa condivisione non avviene soltanto
attraverso la lettura del libro, ma più in generale attraverso
il modo di comunicare. Micol vive con adulti che non solo narrano
a lei e per lei, ma che sono abituati ad usare la narrazione per
ricostruire un’intimità tra loro. Si raccontano per
costruire insieme un senso di ciò che vivono, per valutare
ciò che è capitato.
| “In genere tornando da scuola avevo qualcosa da
raccontare ad Anna [la moglie]. Micol ascolta con piacere,
e vuole sentire ancora: ancora scola! [il papà è
un insegnante] Vuole capire meglio, e allora racconto daccapo
per lei, in termini semplificati, che possa capire “mi
sono arrabbiato con gli alunni, perché non hanno
studiato, e ho detto: se non studiate filosofia, non vi
faccio fare gli esami”. E’ rimasta soddisfatta,
poi la sera qualcuno le ha chiesto: cosa fa papà
a scuola? E lei: esami”. Quando io arrivo da scuola,
invariabilmente mi chiede: raccontimi c’hai fatto! |
Il papà che si racconta alla moglie e alla bambina crea
a Micol un ruolo che anche lei vorrà rivestire. Ci sono
varie osservazioni in cui Micol racconta, anche con una parola,
qualcosa di importante e nuovo avvenuto nella giornata, come quando,
tornata a casa, dice corti corti per raccontare che è andata
dal parrucchiere e ha tagliato i capelli.
Ma raccontare è già, anche per
Micol, un modo per ricordare e per organizzare i ricordi da sola.
Il racconto, come abbiamo visto quando leggeva Paperino seduta
sul vasetto, è anche un racconto per se stessi.
| “Quando stava per addormentarsi in macchina, la
sera, tornando a casa, Micol usava ricapitolare la giornata
e si preparava al giorno dopo. Era un modo per riconoscere
la continuità delle cose..Pensando al giorno dopo
diceva tra sé: mi sveglio, chiamo la mamma e usciamo…da
Luca. Oppure: io mi sveglio, vado da Luca, busso…io
busso”. Oppure, sempre mentre sta per addormentarsi,
faceva il quadro della giornata trascorsa, cantando: ….e
Luca giocava con la macchinetta…e papà andava
a scola, e la mamma al bosco…con la bambina…” |
Nell’osservazione riportata sopra vediamo emergere più
chiaramente una delle caratteristiche della narrazione, l’ordine
temporale. Raccontarsi un ordine delle azioni della giornata,
può avere tante funzioni per un bambino. In primo piano
sembra essere pensare alla continuità delle cose, come
dice il papà di Micol. Pensare a questa continuità
della vita è rassicurante nel momento del sonno, in cui
questa continuità subisce una brusca interruzione.
Micol a un certo punto sembra diventare più
esigente quando cerca di usare da sola un libro e raccontare qualcosa.
| “Quando scorre i suoi libri, non le basta più
riconoscere e capire certe situazioni in una qualche sequenza,
vuole capire una storia. Dice: allora (e dovrebbe seguire
qualcosa che però non prende forma); dice.. (ma non
riesce a riferire cosa il personaggio dice); prima.. Alla
fine si arrabbia, butta il libro per terra, piange”. |
Questo episodio ci ricorda che per i bambini il narrare è
un modo per essere grandi e sentirsi competenti. Imparare non
è soltanto qualcosa che l’adulto vorrebbe veder dispiegarsi
nel bambino, è qualcosa che i bambini vogliono per se stessi.
Anche i bambini, come noi, amano sentirsi competenti, e sono molto
frustrati quando realizzano di non saper fare.
Il desiderio di essere grandi lo dimostrano anche in tante situazioni
in cui propongono al genitore uno scambio di ruoli.
| Il papà di Micol scrive “Mi tratta decisamente
da piccolo quando, mentre metto lo zucchero nel caffè,
mi dice: basta, se no li sgrida la mamma (ti sgrida la mamma).
Oppure quando mi chiede di metterle il dentifricio sullo
spazzolino e non ha tempo da perdere. Dice: metti qua, se
no…li picchio (ti picchio). |
Lasciamo Micol a due anni e qualche mese, con la scoperta di due
importanti caratteristiche della narrazione. Il racconto ha personaggi
con intenzioni, desideri, discorsi. Il racconto ha eventi in un
ordine temporale.
I racconti dei bambini nell’età prescolare
Nel corso del terzo anno di vita sembra emergere
un’altra caratteristica della narrazione: i racconti dei
bambini cominciano a incentrarsi di più sulle trasgressioni,
le azioni proibite, le infrazioni alle regole, oltre che sui propri
stati d’animo. In questo periodo aumentano le domande che
i bambini fanno sui sentimenti provati dagli altri, oltre che
sulle cause del loro comportamento. Judy Dunn (1990) commenta
che la narrazione è uno strumento con cui si esprime questa
maggiore comprensione degli altri e di se stesso.
Nei bambini dai 3 ai 5 anni si verifica un notevole
sviluppo di abilità narrative. Se ricordiamo le caratteristiche
descritte da Bruner, osserviamo che i bambini tendono spesso a
raccontare eventi in cui è accaduto qualcosa di inaspettato
e inusuale.
Come in questa conversazione in classe, in cui l’insegnante
ha introdotto l’argomento del Natale chiedendo a bambini
di 4 anni che cosa si fa in genere in questa festa:
| Fab.la |
Maestra! Te ricordi quando era Natale che c’era
pure … quello lì.. |
| Ins |
cosa c’era? |
| Fab.la |
quel pupazzo che hanno portato via quando io e Fausto
eravamo nanetti |
| Ins |
no, quello era Carnevale, era un’altra festa |
| Mel. |
e poi ha scoppiato il pupazzo |
| Ins |
è vero, ma quello… |
| Ale |
hanno bruciato el pupazzo e i pezzi andavano per aria
sul cielo |
| Ins |
eh, ti ricordi? C’era un vento! Momenti ci bruciamo
pure noi, vi ricordate? |
In questo dialogo insegnante e bambini partono da due idee diverse
del raccontare. L’insegnante vorrebbe che i bambini parlassero
di che cosa si fa in genere. Che descrivessero e spiegassero gli
eventi tipici di una situazione. Si vede invece che i bambini
preferiscono raccontare qualcosa di spettacolare, o che li ha
spaventati, o divertiti, anche se in effetti si tratta del Carnevale
e non del Natale, come ha proposto l’insegnante.
Tuttavia, in questo stesso periodo i bambini sono molto più
competenti anche nel parlare delle regole, di ciò che in
genere si fa. Quando l’attenzione dei bambini è sulle
norme, sulle regole, il discorso tende a prendere la forma di
un’argomentazione, una spiegazione, in cui chi parla asserisce
qualcosa, vuole affermare una verità. Saper parlare degli
eventi inaspettati e saper parlare delle regole sono probabilmente
due capacità che emergono insieme e si sostengono a vicenda.
| Sab. |
Maestra! Lo sai che Babbo Natale viene sempre quando è
mattina, da me? |
| Ins |
ma che viene a fare? |
| Al.o |
portatte il carbone |
| Sab. |
ma che! I regali |
| Al.o |
de mattina… |
| Sab. |
mattina vié Babbo Natale, ce se veste mi padre |
| Ins. |
ah si? |
| Sab. |
si |
| Al.o |
oh, Babbo Natale viene de notte. oh, Babbo Natale viene
de notte. oh, Babbo Natale non viene de mattina. De mattina
dovemo andà a scuola |
| Sab. |
beh, Babbo Natale invece viene de mattina perché
mi padre viene de mattina, se veste da Babbo Natale. |
E ancora, vediamo che per i bambini di 4 anni la narrazione è
uno strumento importante per gestire i rapporti tra pari, per
sostenere scherzi e sfide. Uno strumento per negoziare il proprio
ruolo sociale.
(Fabiana e Walter dipingono un cartellone, molto malvolentieri,
intervallando la loro attività con continue lamentele.
Si è appena avvicinata Melania, a cui Fabiana ha fatto
uno sberleffo)
| Wal. |
Ammazza quanto sei lagnosa Fabià |
| Fab. |
tu, sei lagnoso! Te ricordi la maestra quando…tu
facevi tanti macelli…strappavi pure le cose? |
| Wal. |
Io sarò lagnoso…ma mò non lo faccio
più |
| |
Dopo un po' |
| Fab. |
Perché tu…quando te arriva tu madre a menà…nun
piangi? Eh? Nun piangi? |
| Wal. |
No |
| |
Riprendono a dipingere |
| Fab. |
Eh, io ho quasi finito |
| Wal. |
non vedi quanto lavoro c’è ancora? (cambia
voce, imitando Fab) non voglio pitturà…io |
| Fab. |
ah, questo sta lì eh! (indica un segno marrone
che per sbaglio Wal. ha tracciato in una parte del cartellone) |
| Wal. |
perché t’ho fatto vedé che io…nun
me lagnavo come te |
| Fab. |
Oh! Ah! Quando glie succede ‘na cosa piange, lui |
| Wal. |
nun chiacchierà |
| Fab. |
Oh! Quando io glie faccio…quando io glie dice…quando
te faccio menà…quando te faccio qualcosa, subito
glie ‘o vai a dì ‘a a maestra, ah ah!
Subito piange! |
| |
(Fab ha smesso di dipingere parla con il pennello
in mano guardando Wal.) |
| Fab. |
Te ricordi quando tu…lui…te non pian…non
mangiavi? Tu piangevi? (parla adesso con una voce tremolante) |
| Wal. |
io me ‘o ricordo, tu…tu ce l’hai sull’occhi! |
L’organizzazione narrativa
Il modo con cui i bambini parlano di qualcosa
di inusuale nelle narrazioni può essere più o meno
articolato. Nelle narrazioni fantastiche ho osservato alcuni anni
fa (Orsolini, 1995) che nel secondo anno di scuola dell’infanzia
prevalevano due tipi di organizzazioni del discorso narrativo:
gli episodi minimi e gli episodi completi (vedere esempi nella
tabella qui sotto). La situazione che utilizzavo per chiedere
ai bambini di narrare una storia era quella di anticipare una
drammatizzazione. C’erano vari personaggi del Playmobil,
chiedevo di raccontare qualcosa che sarebbe potuto succedere a
questi personaggi. Dopo il racconto drammatizzavamo insieme la
trama.
Due tipi di organizzazione narrativa nelle storie
inventate da bambini di 4-5 anni
Episodi minimi
C’è un evento iniziale problematico, un personaggio
che tenta di risolvere il problema, una conseguenza finale |
Fed (4 anni) Si rompeva la motocicletta. La
doveva tutta aggiustare, il poliziotto, perché era
la sua. Lo aiutavano il robottino e i bambini. Dopo andava
più veloce la moto |
Episodi completi
C’è una sequenza di problema-tentativi-conseguenza
articolata anche con reazioni e risposte emotive dei personaggi.
|
Gia. (5 anni)
E andavano sopra al treno e c’era il ponte crollato
e il ponte se stava a rompere, e poi andavano giù
dentro il mare e morivano. Poi veniva un pescatore che stava
a prende i pesci. E pescava a loro, e poi diceva: -Quanto
pesano! E andava dentro l’acqua a vedere, e poi li
prende e li mette sopra alla barca sua e li fa andare dove
stavano prima. |
Un aspetto della narrazione che i bambini di questa età
gestiscono ancora con una certa difficoltà è quello
della referenzialità. Il loro modo di costruire linguisticamente
i referenti (di chi e che cosa stiamo parlando?) qualche volta
crea problemi all’ascoltatore.
| Narrazione del bambino |
Commenti dell’osservatore |
Fab.la (5 anni)
Allora se alza la mamma e diciò al ragazzino piccolo,
che non ce voleva andà a scuola: -vai subito a scuola,
vai subito a scuola se no ti meno, ti metto in castigo.
Lui non ci voleva andare. |
Personaggio messo a fuoco: la mamma
Il pronome lui reintroduce il riferimento al bambino |
| L’ha preso |
(chi?) Qui ci aspettiamo una continuità col riferimento
precedente, invece c’è un cambiamento non segnalato
linguisticamente (ma che possiamo inferire visto che il
focus del racconto è la mamma) |
| E l’ha messo…sa ‘ndo l’ha messo?
L’ha caricato e l’ha messo sul treno, doveva
andare cò la nonna e col nonno |
|
Il ruolo della narrazione nella vita dei bambini
Vorrei concludere chiedendomi quali sono le funzioni più
importanti delle narrazioni nella vita dei bambini. Per rispondere
è utile distinguere la narrazione di eventi personali e
la narrazione di eventi fantastici, mediata dal libro.
Partiamo dalla prima: il bambino racconta qualcosa di se stesso,
sia per comunicare con altri sia per dire a se stesso qualcosa
(come abbiamo visto fare a Micol prima di addormentarsi). Questo
tipo di narrazione sostiene l’immagine che il bambino costruisce
di se stesso, il senso della propria identità. La narrazione
sostiene ciò che è stata chiamata una “memoria
autobiografica”, quella particolare rete di ricordi che
ognuno di noi ha narrato e continua a narrare a se stesso e che
va a sostenere un senso della propria continuità nel tempo.
Ripensiamo a Micol che prima di addormentarsi
si racconta ciò che ha fatto, o ciò che farà
il giorno dopo. Piaget avrebbe definito questa narrazione per
se stessi una forma di linguaggio egocentrico, perché è
un linguaggio che non ha alcuna funzione comunicativa, un linguaggio
non socializzato. Vygotsky attribuisce molta importanza a questo
particolare uso del linguaggio: il linguaggio che il bambino rivolge
a se stesso è la prima comparsa di ciò che diventerà
linguaggio interiore. Il linguaggio interiore, dice Vygotsky “è
una melodia autonoma che assolve all’orientamento mentale,
alla presa di coscienza, al superamento delle difficoltà
e degli ostacoli, alla riflessione e al pensiero; è un
linguaggio per sé che serve come forma più intima
di pensiero del bambino” (Vygotsky, 1934/1990; p.351). La
narrazione è dunque un modo con cui i bambini imparano
a pensare, anche a pensare a se stessi; l’esperienza che
attraverso il racconto viene messa in parole diventa cosciente
e va a costruire la consapevolezza di se stessi.
Questo pensare a se stessi costruito dalla narrazione
è sempre arricchito dal pensiero di ciò che gli
altri apprezzano. Quando raccontiamo ad altri, il nostro racconto
è molto influenzato dal contesto sociale in cui siamo immersi:
“la storia che costruiamo diventa il risultato di un insieme
di ricordi selezionati e di dettagli immaginari che derivano non
solo dagli eventi del nostro passato, ma anche dal bisogno di
ottenere l’attenzione o l’approvazione degli altri.
Le aspettative di coloro che ci ascoltano hanno quindi un ruolo
importante nel determinare il tono del racconto, e questa dimensione
sociale dei processi narrativi fa sì che il soggetto che
ricorda sia continuamente impegnato in un processo di definizione
di se stesso all’interno di nuovi contesti” (Siegel,
2001).
Tra narrazione e memoria autobiografica c’è
un rapporto molto stretto, nel senso che la memoria sostiene il
racconto, ma il raccontare, e soprattutto il raccontare condiviso
con le persone care, è un’esperienza che organizza
il ricordo, lo modifica nel tempo. La narrazione prodotta nel
contesto dell’interazione con i genitori dà al bambino
una nuova “voce mentale”: è come se gli eventi
che lui ha vissuto venissero ripensati guardandoli anche da un
altro punto di vista, appunto quello dei genitori.
Che cosa dire del secondo tipo di narrazione,
quello che nei secoli passati avveniva soprattutto attraverso
la tradizione orale, la tradizione da cui provengono favole e
miti, e che oggi passa attraverso il libro, e la lettura ad alta
voce che del libro fanno gli adulti ai bambini? Questo tipo di
narrazione contribuisce a creare un “sistema mentale sociale”,
nel senso che aiuta i bambini a capire la cultura di cui fanno
parte, i valori che vengono attribuiti a certi comportamenti.
Se ci pensiamo, le favole e le storie sono piene di insegnamenti
per i bambini. Ma le storie fantastiche, e in particolare le fiabe
tradizionali, hanno un’altra funzione importante, di carattere
emotivo, che è stata messa a fuoco dallo psicoanalista
Bettelheim.
“I personaggi e gli eventi delle fiabe
personificano e illustrano anche conflitti interiori, ma suggeriscono
in modo estremamente sottile come questi conflitti possono essere
risolti, e quali potrebbero essere i passi successivi nello sviluppo
verso una superiore umanità…”. Il meccanismo
con cui le fiabe possono suggerire al bambino, in maniera molto
indiretta, come risolvere certi conflitti, è quello dell’identificazione,
che abbiamo già visto in Micol.
I temi delle fiabe sono percepiti come meravigliosi
perché il bambino si sente compreso e apprezzato fin nel
profondo dei suoi sentimenti, speranze e ansie, senza che essi
debbano essere trascinati alla superficie ed esaminati alla cruda
luce della razionalità”. (Bettelheim, 1978).
Bettelheim ricorda che ogni bambino ha dei temi fantastici preferiti,
che sono in rapporto con il suo individuale mondo interiore. Per
questo la scelta delle storie da leggere ai bambini è una
questione molto delicata. E’ un processo di ricerca in cui
l’adulto fa delle proposte al bambino e le modifica osservando
il loro gradimento e la reazione emotiva del bambino.
Riferimenti bibliografici
Bettelheim, B. (1977) Il mondo incantato. Uso, importanza, e significati
psicoanalitici delle fiabe. Milano: Feltrinelli.
Bruner, J. (1994) La costruzione narrativa della
realtà. In M. Ammaniti e D. Stern, (a cura di) Rappresentazioni
e Narrazioni. Bari: Laterza.
Dunn, J. (1990) La nascita della competenza sociale.
Milano: Cortina.
Lichtner, M. (1999) Le prime parole. Diario di
una bambina. Roma: Meltemi.
Orsolini, M. (1995) L'acquisizione di competenze
pragmatiche dei bambini. In G. Sabbadini (a cura di) Manuale di
Neuropsicologia dell’età evolutiva. Bologna: Zanichelli.
Siegel, D.S. (2001) La mente relazionale. Milano:
Cortina.
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"Suono o Sono? - Un compito di consapevolezza fonologica"
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