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Presentazione del CD-ROM "Suono o Sono? Un compito di consapevolezza fonologica"

di Margherita Orsolini, Sara Capriolo e Angela Santese - Facoltà di Psicologia 2 – Università “La Sapienza”, Roma.

- PRIMA PARTE

"Suono delle parole e significato"

Per i bambini che non sanno ancora leggere e scrivere non è facile comprendere che le parole hanno due aspetti: il suono e il significato.
Ecco un episodio che illustra bene questo punto. E’ un dialogo tra un bambino di 5 anni e un’insegnante di scuola dell’infanzia:

Bambino Perché in inglese rosso si dice red?
Insegnante Perché italiano e inglese sono due lingue diverse;
in italiano si dice rosso e in inglese si dice red
Bambino E perché cane si dice dog?
Insegnante Te l’ho detto, non c’è un motivo, gli inglesi hanno parole con suoni diversi
Bambino Sai perché blu si dice blu anche in inglese?
Insegnante No
Bambino Perché il mare è blu anche in Inghilterra

Insomma, se una cosa è proprio la stessa, allora deve chiamarsi nello stesso modo!

I bambini in età prescolare sono abituati a utilizzare il suono delle parole in maniera inconsapevole, automatica, come un mezzo per arrivare al significato. In effetti, è con la scrittura (e con l’esperienza di una seconda lingua) che il suono delle parole diventa qualcosa a cui pensare consapevolmente, qualcosa che si può analizzare e scomporre.

Fonemi e grafemi
Il fonema è un’unità del suono delle parole. Lo scambio di un fonema, come quello tra cane-pane, fatto-matto, riesce a produrre in una lingua parole con significato diverso.
I sistemi alfabetici traducono le unità fonemiche di una lingua in unità ortografiche ma non sempre si ha una lineare corrispondenza tra fonemi e grafemi (Albano Leoni e Maturi, 2002). Ad esempio, nel sistema alfabetico italiano al grafema C corrispondono due diversi fonemi: la consonante affricata d’inizio della parola ciliegia o la consonante velare di casa. La C di ciliegia e la C di casa sono fonemi con caratteristiche diverse che tuttavia vengono rappresentati nel nostro sistema di scrittura dalla stessa lettera. Per il bigramma SC abbiamo una situazione ancora più complessa. Prendiamo ad esempio le parole scarpa e sciarpa. Nel caso di scarpa il bigramma SC rappresenta due fonemi: /s/ e /k/. Invece nel caso di sciarpa il bigramma SC rappresenta un singolo fonema /?/. Ci sono infine grafemi a cui non corrisponde alcun fonema; questo è il caso della lettera I nelle parole sciarpa o cielo.
Si può osservare anche il caso in cui allo stesso fonema (come in quadro, cane, chiesa) corrispondono tre diversi grafemi (q, c, ch).

Consapevolezza fonemica e apprendimento della lingua scritta

Come afferma Olson (2002), attraverso i simboli della lingua scritta le parti del linguaggio parlato diventano oggetti che possono essere rappresentati, e su cui si può riflettere. Chi usa la scrittura si abitua a riflettere sulle parole: “la parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini” (Yourcenar, 1988; p.22).
Usando i segni dell’alfabeto, ci si abitua ad analizzare le parole della voce umana come se fossero composte da tanti piccoli suoni. La scrittura, in un certo senso, inganna la nostra coscienza illudendola che la voce umana non faccia altro che comporre suoni isolati, così come la scrittura compone le lettere. Questo inganno arriva al punto che quando si chiede ad un adulto di contare i fonemi della parola SCIARPA tenderà a dire che ce ne sono 6 o 7, confondendo così le unità ortografiche con le unità fonemiche (che sono 5).

Se nell’adulto la conoscenza della lingua scritta tende a guidare l’analisi della lingua parlata, nel bambino il rapporto tra le due componenti è molto dinamico. Tra consapevolezza fonemica e apprendimento della lingua scritta c’è un rapporto di reciproca facilitazione. Per i bambini che frequentano l’ultimo anno della scuola dell’infanzia, una facilità nell’analizzare e scomporre in fonemi il suono delle parole può aiutare la scoperta dei meccanismi della scrittura alfabetica. Ad esempio, può aiutare a capire che per scrivere la parola mano servono quattro lettere. D’altra parte, è proprio la conoscenza iniziale di alcune lettere, e la comprensione che la loro funzione è quella di “dire” i suoni delle parole, ad introdurre i bambini a una pratica di analisi fonologica (Orsolini, 2000).

Per i bambini che in prima elementare iniziano un apprendimento sistematico della lingua scritta, una buona capacità di analisi fonemica delle parole può sostenere e facilitare l’attività di scrittura. Ma, di nuovo, la pratica dell’attività di scrittura e lettura rende più sistematica ed efficiente l’analisi fonemica delle parole (su questi argomenti consultare nel CD la sezione “Per saperne di più”-Lo sviluppo della consapevolezza fonologica).

Suono o Sono? per valutare iniziali difficoltà nell’apprendimento della lingua scritta

Il compito Suono o Sono? può essere utilizzato da un logopedista, uno psicologo, o un insegnante di sostegno per chiarire la natura delle prime difficoltà di scrittura e lettura. Infatti alcuni bambini, nonostante abbiano avuto un iniziale contatto con la lingua scritta, e abbiano compreso che le lettere hanno a che fare con il suono delle parole, non riescono ad analizzare con sistematicità e sequenzialità questo suono. La loro difficoltà può interferire negativamente con la scrittura: scrivere richiede un’analisi sequenziale delle unità fonologiche della parola e il suo coordinamento con la conoscenza dei grafemi (in altre parole, una “scansione”-identificazione dei fonemi e la loro traduzione in lettere). A sua volta, una difficoltà iniziale con la scrittura interferisce negativamente con l’apprendimento della lettura (Frith, 1985).

L’utilità di un compito di consapevolezza fonemica sta nell’indicarci una possibile causa della difficoltà con la lingua scritta. Uno psicologo scolastico, un logopedista, o un’insegnante di sostegno vorranno chiarire se il bambino in difficoltà ha una scarsa comprensione del principio alfabetico (ha capito che le singole lettere rappresentano fonemi piuttosto che sillabe?), una limitata conoscenza ortografica (sa riconoscere le lettere?), una difficoltà nella scansione visiva (sa riconoscere lettere in una sequenza?), o una difficoltà con l’analizzare parole in fonemi.

Non tutti i compiti di consapevolezza fonologica riescono a chiarire se un fattore di difficoltà nell’apprendimento della lingua scritta sia proprio una scarsa capacità di analisi fonemica. Infatti alcuni di questi compiti richiedono anche un intenso controllo dell’attenzione; altri sono molto impegnativi per la memoria verbale a breve termine, altri ancora dipendono da un uso di corrette conoscenze ortografiche.

Alcuni studi in cui è stato utilizzato il nostro compito di segmentazione fonemica (consultare nel CD la sezione “Per saperne di più”, “Una ricerca sul compito di segmentazione di parole”) mostrano che esso è abbastanza adeguato per chiarire la presenza di una specifica difficoltà nell’analisi fonemica delle parole. Abbiamo infatti trovato, in analogia con quanto emerge da studi recenti (Metsala, 1999; Foy e Mann, 2001) che il più importante fattore predittivo della prestazione dei bambini al compito Suono o Sono? è la conoscenza lessicale. Bambini che hanno un lessico più ampio riescono più facilmente nell’analisi fonemica. Altre abilità cognitive (memoria a breve termine, controllo dell’attenzione visiva) incidono poco nella prestazione al nostro compito.

Descrizione del compito Suono o Sono?

E’ un’attività di “indovinello”: ognuno deve far indovinare all’altro il nome di un disegno.

Tu dovrai farmi indovinare il nome di ogni disegno che c’è in questo libretto. Per non farmi indovinare subito, mi dici solo un pezzettino del nome. Poi se non indovino mi dici un altro pezzettino. Prima di cominciare ti faccio vedere come si fa… Va bene?”.

Il bambino e l’adulto hanno ognuno un libretto con alcune immagini e si alternano nel ruolo di indovinare.

La prima fase della somministrazione è di familiarizzazione e ha l’obiettivo di aiutare il bambino a capire il compito. Nella familiarizzazione il bambino ha un “modello” (l’adulto che pronuncia il fonema iniziale di una parola e poi aggiunge un fonema alla volta) e qualche commento che porta la sua attenzione sul fatto che si possono dire “pezzi” più piccoli di un’intera parola o di una sillaba.
Soltanto quando ci si rende conto che il bambino ha compreso il compito, si procede con la seconda fase, il test vero e proprio.

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