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"Come comunicare quando un bambino ha un problema" (SECONDA PARTE)


a cura di Sara Cerracchio

- PRIMA PARTE

Da parte del bambino: spronarlo a “lanciare la palla”

Avere l’atteggiamento mentale giusto
Non possiamo forzare nessuno alla comunicazione tanto meno un bambino. Le persone imparano a parlare solo quando vogliono e non quando qualcuno glielo impone; diamo al bambino il tempo di decidere di esprimersi e lo spazio necessario per farlo.
Dobbiamo saper aspettare, osservare e soprattutto ascoltare, stare in attesa ma non anticipare i bisogni del bambino; anche se immaginiamo le sue necessità aspettiamo che sia lui a fare il primo passo che non dovrà necessariamente essere una parola o una frase compiuta.
Dobbiamo avere le giuste aspettative e non attenderci cose che il bimbo non può fare. Il primo passo è un’intenzione comunicativa che prende forma in un atto comunicativo a seconda del livello del bimbo. Quindi, se il bimbo non parla ci accontenteremo di un gesto, se emette pochi suoni ci aspetteremo un suono o un gesto accompagnato dal suono. Se è in grado di utilizzare le parole aspetteremo quelle e via dicendo.
Dobbiamo stimolare ma non testare il bambino. Una volta capito il livello del bimbo, e le cose che possiamo fare per lui, sarà bene “dimenticarsi” che ha una difficoltà. Concentriamoci sul rapporto, stiamo insieme, giochiamo offrendo l’opportuna stimolazione ma non testiamo in continuazione il livello cui è arrivato. Ricordiamoci sempre che i bambini sentono l’altro e capiscono se è interessato a “come fa le cose” piuttosto che a “cosa fa”. Mettiamo l’accento sui contenuti non sulla forma.

Fattori generali che facilitano
Attirate l’ attenzione del bambino prima di rivolgersi a lui; se non ci guarda richiamiamolo per essere sicuri che ci stia ascoltando.
Non dire mai “ hai detto male”, “dillo bene” “ripeti, il bambino ne soffrirà , forse perderà il desiderio di prendere l’iniziativa ed, inoltre, i suoi errori saranno rafforzati.
Collochiamoci fisicamente al livello del bambino, non dobbiamo avere paura di sederci per terra con lui; collocandoci al suo livello potremo utilizzare maggiormente l’espressione non verbale là dove non arriva il linguaggio verbale. Consideriamolo un appiglio a cui possiamo agganciarci per mandare avanti la comunicazione e per non rischiare di “mancare il colpo”. Inoltre il bambino inizierà a capire che siamo veramente interessati a lui e forse ci sentirà più vicini.
Collochiamoci verbalmente al livello del bambino, utilizziamo frasi semplici, ridondanti modulando il tono della voce. Pensiamo alla situazione in cui noi ci potremmo trovare se fossimo in un paese straniero; pensiamo a qualcuno che arriva e comincia a parlarci nella sua lingua utilizzando frasi lunghe, complesse con termini non frequenti! Dopo un po’ non ci rimarrà che tentare di evitare lo scambio; se proprio siamo dei grandi comunicatori insisteremmo cercando una nuova forma di comunicazione. Pensiamo invece al nostro stato d’animo se quella stessa persona usasse frasi semplici, brevi e non si stancasse di ripetercele; se accompagnasse la sua produzione con segni non verbali per aiutarci a comprendere. Immaginiamo il sollievo che proveremmo! Il bambino con problemi di linguaggio si trova un po’ nella stessa situazione, con la differenza che, essendo piccolo, ha molti meno strumenti da utilizzare.

Un aiuto pratico per spronare il bambino a “lanciare la palla“
Inseriamoci al momento giusto, non avviamo una comunicazione se stiamo uscendo di fretta o dobbiamo fare un’altra cosa; stimoliamola quando sappiamo che non dovremo interromperci.
Diamogli il tempo di esprimersi
In qualsiasi situazione ci troviamo non “sommergiamo” il bambino di parole. Aspettiamo che lui dica la sua e diamogli il tempo per farlo.
Rispondiamo immediatamente alla comunicazione fattaci e non facciamo finta di non aver sentito quando questo “ci fa comodo”.
Utilizziamo frasi semplici e ridondanti modulando il tono della voce. Non stanchiamoci mai di ripetere le stesse cose. I bambini cercano regolarità ed hanno bisogno di eventi che si ripetono. Pensiamo a quei bimbi che ci chiedono di raccontare sempre le stesse storie e non si stancano mai di ascoltarle. Hanno bisogno di questo per poter fare una analisi sempre più profonda dello stimolo proposto e ricavare le regolarità. Proprio come quando noi vediamo un film o leggiamo un libro per la seconda volta cogliendo nuovi significati che ci erano sfuggiti la prima volta.

Se proprio non “lancia la palla” creiamo noi delle situazioni che lo spronino a farlo
Stimoliamo l’emergere del linguaggio nel quotidiano. Verbalizziamo ad esempio quello che si sta’ per fare: “Ora usciamo, poi andiamo a prendere il gelato ecc”; sfruttiamo le routine quotidiane accompagnandole col linguaggio e aspettiamo che il bimbo si inserisca. Ad esempio quando lo aiutiamo a lavarsi accompagniamo questa attività con una canzoncina in cui inseriamo i nomi delle parti del corpo in una struttura sintattica semplice che ripetiamo come una filastrocca.
Raccontiamo noi per primi
Se vogliamo che il nostro bambino ci racconti e condivida con noi le sue esperienze dobbiamo noi per primi metterci in gioco. Prendiamo l’abitudine di raccontare quello che abbiamo fatto e di commentare quello che stiamo facendo.
Raccontiamo quotidianamente delle storie al bimbo o sfogliamo dei libri illustrati favorendo il turno e la produzione del bambino proprio come nell’esempio di Bruner precedentemente descritto.
Organizziamo delle situazioni in cui il bambino è costretto a chiedere. Qualche volta offriamogli il gelato “dimenticandoci” il cucchiaino in modo che lo chieda , diamogli lo spazzolino senza il dentifricio oppure il succo senza la cannuccia ecc.

Lui ha “lanciato la palla”: tocca a noi

Avere l’atteggiamento mentale giusto
Se il messaggio non è chiaro cerchiamo di capire cosa vuole dire e mettiamo le parole per lui.
Se le sue iniziative non sono comunicative cerchiamo di portare noi il senso. Proviamo ad offrire delle possibilità al bambino in modo che lui scelga quella più appropriata in quel momento; lo aiuteremo ad “uscire dalla confusione” e a dare un senso a quello che sta facendo. Più avanti lo ritroverà da solo.

Rispondere e favorire l’emergere del linguaggio fornendo modelli corretti: la tecnica della riformulazione
A) Riformulazione
La riformulazione consiste nel ripetere e riformulare la produzione verbale del bambino. Ha due scopi principali:
1.Fargli capire che è stato compreso
2.Fornirgli un modello corretto
Si adatta alla produzione linguistica del bambino in quel momento: Se il bambino non parla, cercate sempre di riformulare con una sola parola
- B. tende la mano verso l’acqua fuori dalla sua portata.
- A. dice “sì, acqua” e la indica.
Se il bambino utilizza una parola, allora ne dite due ecc
- B. dice “ma” guardando il gatto che mangia
- A. dice “si, gatto mangia”
Con la riformulazione si aiuta il bambino a utilizzare espressioni diverse per significati diversi. Rappresenta un “bagno di linguaggio”, l’importante è mettere l’accento su pochi elementi alla volta. In questo senso non bisogna aver paura di ripetere più volte la stessa cosa.

B) Espansione
Dopo aver riformulato potete aggiungere un altro elemento in modo da espandere la produzione verbale
B. dice “gelato”
G. dice “è buono il gelato”
Si offre un modello più complesso che rappresenta la prossima tappa d’apprendimento: chiediamo al bambino di fare un passo in più.

Manteniamo la continuità degli scambi: una piccola partita a ping pong
Prolunghiamo il palleggio
Quando”siamo dentro” allo scambio comunicativo dobbiamo cercare di favorirne il mantenimento. Se il bambino ci ha lanciato la palla noi dovremo tentare di non fallire il colpo successivo ma di rimandargliela in modo che lui sia in grado di riceverla e rispondere. Quindi:
Mostriamogli che aspettiamo una sua risposta. Facciamo una piccola pausa e rimaniamo in attesa.
Segnaliamogli che è il suo turno. Possiamo ricorrere a segnali non verbali come lo sgranare gli occhi, il sorridere, l’anticipare ecc insomma usare tutto il linguaggio non verbale che possiamo! Ancora una volta diamogli tempo ( contiamo fino a 5 prima di dire un’altra cosa), molto spesso, i bambini hanno bisogno di più tempo per rispondere.
Se non risponde allora riprendiamo il “filo del discorso”. Ricorriamo al linguaggio verbale, guardiamolo, ripetiamo quello che abbiamo detto oppure semplifichiamolo utilizzando una struttura verbale più semplice.
Se non risponde proviamo a formulare una domanda. La domanda deve rispettare il livello del bambino: domande con risposta a scelta multipla se usa il pointing, oppure domande a risposta aperta se è in grado di usare due parole.

In poche parole cerchiamo in tutti i modi di mandare avanti l’interazione.
Oltre a tutto quello che si è detto, il modo migliore per giocare una buona partita di ping pong è quello di “acquistare” un buon tavolino per giocare. In poche parole utilizzare il materiale giusto. Il gioco lo è sicuramente.
Vorrei concludere portando un piccolo esempio che illustra tale potenzialità.

Il gioco
Il gioco ha uno scopo a seconda della specie vivente che lo opera; in nessuna specie inferiore all’uomo si trovano i giochi tipici di quella umana che dipendono dall’uso e dallo scambio linguistico. Sono giochi costituiti dal linguaggio e che possono esistere solo dove il linguaggio è presente.
Proviamo ad elencare alcuni dei suoi vantaggi:
Il gioco costituisce una realtà definita in cui bambini ed adulto possono cooperare e comunicare su qualcosa che è presente e comune; costituisce una grande occasione per l’uso sistematico del linguaggio; deve essere ben strutturato proprio come il linguaggio; permette di ripartire l’attenzione su una sequenza ordinata di eventi ; possiede la caratteristica della sistematicità e della ridondanza; è un’attività piacevole…..vi vengono altre idee?

Il gioco del cucù
Esistono diversi tipi di gioco, sensoriale, rappresentativo, simbolico che vengono messi in atto a seconda dell’età dell’uomo; qui voglio soffermarmi su un tipo di gioco che potrà fornire uno spunto di riflessione.
Pensiamo al gioco del cucù: un oggetto viene nascosto e poi fatto riapparire. Quante cose ci sono in questo evento. L’attenzione dei due partecipanti alla relazione è posta su un oggetto comune e questa è la base miliare per costruire la comunicazione e viene stimolata la reciprocità. Nel gioco del cucù c’è una vera e propria struttura di base: scomparsa – comparsa dell’oggetto. Questa è la struttura profonda che rimane identica per tutta la durata del gioco. Tale regolarità organizza, offre sistematicità, tranquillizza, crea un attesa e la appaga, diverte. Man mano che il bambino se ne appropria la comprende e utilizza. L’attenzione sarà offerta spontaneamente oppure richiamata nel momento in cui qualcosa sta per succedere (scomparsa - ricomparsa dell’oggetto). Su questa struttura di base si costruisce e si avvia la “comunicazione” dove la struttura profonda resta immutata (scomparsa – comparsa) ma quella superficiale cambia e assume i diversi colori del linguaggio fatto di enunciati, pause, scambi , prosodia.
Mentre fa scomparire l’oggetto (struttura profonda) la mamma può commentare in modi diversi lo stesso evento (struttura superficiale).
Vediamo nell’esempio seguente lo scambio tra mamma e bambino che giocano a nascondere e ritrovare un coniglietto.

La mamma può usare:
- una esclamazione ? “ohh”
- una parola sparito
- due parole coniglietto via
- una piccola frase “il coniglietto è scomparso”
e così via al riapparire dell'oggetto  
- una esclamazione “ahh”
- parole “ecco coniglietto”
- una piccola frase “il coniglietto è tornato”


Il bambino ascolta, osserva e dopo inizierà ad imitare il modello, a chiedere di nascondere l’oggetto a commentare ecc…
In poco tempo tutto quello di cui abbiamo parlato emergerà in maniera naturale. Forse sarà proprio il gioco che ci aiuterà a ritrovare quella primaria naturalezza che avevamo momentaneamente smarrito.

 

Bibliografia
Manolson, A. (1983). It takes two to talk, Toronto, Hanen early language resource centre.
Bowlby J. (1989). Una base sicura , Raffaello Cortina editore, Milano,.
Bruner, J. (1983). Childs talk: learning to use language, New YorK, Norton, trad. it. Il linguaggio del bambino, Roma, Armando, 1987.
Camaioni, L. , Perucchini, P. (2001). Lo sviluppo della comunicazione prima del linguaggio,in Camaioni L.( a cura di), Psicologia dello sviluppo del linguaggio, pp 21 – 52, Bologna, il mulino.
Caselli M.C. (1983). Gesti comunicativi e prime parole, in “età evolutiva”, n.16, pp.36-51.
Liverta Sempio, O. a cura di (1998) . Vygotskij, Piaget, Bruner concezioni dello sviluppo, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Miller, H.P. 1994. Teorie dello sviluppo psicologico, (pp.297-424). Bologna: Il Mulino.

- Fine
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Indice della Sezione

   

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» Titolo
"Suono o Sono? - Un compito di consapevolezza fonologica"
-
(Cd-rom + guida pp.24)
- di Margherita Orsolini, Sara Capriolo, Angela Santese
- Facoltà di Psicologia 2, Università "La Sapienza" Roma

» Costo
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