» Proposte per i genitori
"Come comunicare quando un bambino ha un problema" (PRIMA
PARTE)
a cura di Sara Cerracchio
(Nota 1) In qualsiasi contesto d’apprendimento
ci si trovi, c’è una precisa relazione tra i partecipanti.
Quando pensiamo ad un bambino che non riesce a parlare bene ed
all’adulto, che si propone come educatore, appare chiaro
che uno ha il compito di apprendere l’altro di favorire
l’ apprendimento. Essendo l’adulto ad avere il ruolo
di guida è sua la responsabilità di far sì
che si crei lo spazio adeguato in cui è possibile l’apprendimento.
Vygotskij parlava di zona di sviluppo prossimale, zona tra il
non sapere e il sapere, zona sensibile in cui è possibile
maturare la conoscenza che già è in essere ma che
necessita di essere stimolata.
Sono soprattutto i più piccoli, i bambini che ancora non
hanno acquisito il linguaggio verbale oppure usano un codice loro,
agli altri poco comprensibile, a darci delle informazioni importanti;
ci fanno capire che se vuoi che ti seguano nel percorso dello
sviluppo devi in qualche modo convincerli che ne vale la pena.
Spesso, quando ci si relaziona con un bambino con difficoltà
di linguaggio “qualcosa” nel delicato scambio con
l’altro fallisce; si assiste impotenti prima ad una povertà
di linguaggio verbale, poi ad un impoverimento nella comunicazione
e talvolta alla comparsa di difficoltà comportamentali
o alla chiusura verso il mondo esterno. Perché?
Ragionare sui alcuni fattori che sottendono un armonico sviluppo
comunicativo e linguistico ci sarà di aiuto.
Principi generali
- Empatia
C’è un primo livello che ha a che fare con l’empatia,
la capacità di catturare l’attenzione del bambino
e stimolare la sua voglia di stare con noi. Ed ecco che in maniera
naturale ci si trova ad usare il linguaggio del corpo: sorridere,
produrre cose divertenti e inusuali, aprire le braccia, battere
le mani, mettersi con lui per terra ecc. E’ infatti molto
difficile riuscire a stabilire un dialogo autentico con qualcuno
a cui non siamo molto simpatici soprattutto se si tratta di un
bambino!
- Lasciare il campo libero al bambino
Il comportamento dell’adulto influenza il modo di interagire
del bambino. Questo reagirà in maniera diversa a seconda
che si trovi davanti una persona invadente oppure una persona
in grado di favorirlo senza creargli costrizioni. Bisognerà
avere un comportamento ricettivo lasciando al bambino lo spazio
e il tempo per portare avanti l’interazione in modo attivo
senza soffocarlo con troppe domande e senza ridurre il tutto ad
una triste sequenza di domande e risposte.
- Divertiamoci anche noi
Per illustrare questo punto vorrei raccontare una mia esperienza
di qualche anno fa. Avevo in terapia un bambino con un disturbo
del linguaggio. Arrivavo all’appuntamento piena di buona
volontà e di attività organizzate per stimolare
determinate competenze; ero veramente molto “preparata”
ma sistematicamente i miei intenti fallivano. Il bambino non mi
dava retta, non mi ascoltava, mi girava le spalle e quei 50 minuti
divenivano interminabili, frustranti e quasi dolorosi. A nulla
valevano i miei sforzi!
Piuttosto “abbattuta” ne parlai con Anne Marie Hufty
che in quel periodo mi faceva la supervisione. Lei mi fece una
semplice domanda “tu ti diverti con A.?”….non
ci avevo pensato! Il consiglio fu di non pensare più al
piano di terapia ma di giocare con il bambino; l’obiettivo
era il piacere reciproco!
Quello che successe nel mese seguente mi fece sperimentare il
senso di quelle parole. A. si aprì, diventò più
socievole ed iniziò a parlare. Non solo era ricettivo alle
mie proposte ma era lui stesso a cercarmi ed a creare degli spunti
per divertirci insieme.
- Saper stare in silenzio
E’ difficile stare in una situazione di silenzio, situazione
in cui ci si ritrova spesso quando ci troviamo con bambini con
problemi di linguaggio. La tendenza naturale è quella di
riempire il vuoto di parole senza rendersi conto che si parla
al posto del bambino oppure gli si rivolgono continue domande
e richieste per renderlo attivo ma il risultato è, purtroppo,
una serie di sterili risposte.
- Fornire una “base sicura”
Vorrei prendere a prestito il concetto di base sicura introdotto
da Bowlby, a proposito della teoria dell’attaccamento, per
sottolineare che chi entra in relazione con il bambino può
fornire una “base” per aiutarlo ad esplorare il mondo
dell’apprendimento. Come spiega Bowlby, per quanto riguarda
il rapporto madre bambino, così anche in questo caso non
può esserci un buon apprendimento se il bambino non si
sente sicuro con la persona che lo sostiene, tanto sicuro da poter
decollare per esplorare il mondo e conoscerlo.
- Favorire l’iniziativa da parte
del bambino
Lasciare al bambino l’iniziativa cercando di facilitare
l’incontro tra la sua attività e lo scopo dell’adulto;
in questo modo aumenta la possibilità di stabilire una
buona alleanza di lavoro col bambino. Se sarà lui a prendere
l’iniziativa si avrà una maggiore possibilità
di ottenere dei risultati positivi perché sarà veramente
interessato a stare insieme a noi. Quando saremo noi a rispondere
alle sue iniziative lo aiuteremo a sviluppare il senso di sicurezza
nelle proprie capacità.
- Rinunciare alla visione adultocentrica
Il bambino che apprende con noi è un essere unico che è
in un momento preciso del suo sviluppo cognitivo, linguistico,
affettivo.
Ovviamente il suo momento evolutivo è diverso da quello
dell’adulto ed è necessaria una forma d’adattamento
da entrambe le parti per avere una comunicazione autentica. Sta
all’adulto distaccarsi dalla sua visione adulto-centrica
ed entrare nell’universo del bambino. Per far questo ci
possiamo far aiutare proprio dal bambino e da quello che conosciamo
su di lui.
Detto tutto ciò potremo inserirci nella Zona di sviluppo
prossimale
Cercheremo di stabilire il livello globale del bambino in modo
da non chiedergli troppo o troppo poco e da favorire la maturazione
delle componenti del linguaggio su cui stiamo lavorando.
Lo scambio comunicativo si sviluppa naturalmente
Come si può dunque realizzare uno scambio comunicativo
e linguistico fluido e “senza intoppi”?
Prima di tutto sottolineiamo che è una cosa naturale. Osservando
una mamma che comunica e parla con il suo bambino si vede che,
in maniera semplice e naturale, mette in atto i meccanismo necessari.
Come sottolinea Jerome Bruner “ spesso una mamma non sa
cosa il suo bambino abbia in mente quando vocalizza o gesticola,
né è sicura che le sue parole siano state capite
dal suo piccolo, ma è preparata a trattare, con la tacita
convinzione che sia sempre possibile stabilire qualcosa di comprensibile”.
Pensiamo alle lettura del libro di immagini che il bambino fa
con la mamma. Bruner ben illustra la struttura sottostante lo
scambio che si sviluppa in modo molto naturale.
Struttura |
Enunciato esemplificativo |
Vocativo di richiamo |
"guarda" |
Domanda |
"che cos'è quello" |
Etichettamento |
"è un coniglio" |
Feed-back |
|
Bruner spiega come quest’ordine ben preciso
inizia ad essere modificato dalla mamma dopo i primi interventi
del bambino; la mamma modella il formato in funzione degli atti
del bambino:
se il bambino punta il dito su un‘immagine (Vocativo
di richiamo).
allora la mamma proseguirà con il passo successivo
(Domanda)
se è il bambino a fornire un’etichetta dopo
la domanda (Etichettamento)
allora la mamma passerà alla conferma di tale etichettamento
(Feed-back).
Nasce così un vero dialogo che si sviluppa in maniera sempre
più complessa. La mamma “sufficientemente buona”
è in grado di accogliere la produzione del bambino, rispecchiarla
e ampliarla spingendo il suo piccolo a compiere un nuovo passo
lungo il cammino dello sviluppo.
Un altro esempio che mostra come lo scambio sia regolato da meccanismi
naturali è l’uso della intonazione:
Quando la mamma vuol segnalare al bambino di sapere che lui è
in grado di rispondere alla domanda appena fatta usa un tono discendente,
diventa in qualche modo più richiestiva ; se invece la
domanda riguarda qualcosa di nuovo allora, la mamma, usa un’
intonazione ascendente. Sa che al bambino è richiesto uno
sforzo maggiore a sarà pronta ad accogliere la sua produzione
“qualunque sia”.
Esempio:
Mamma: che cos’è questo? (intonazione discendente,
elemento dato)
Bambino: un pesciolino
Mamma: e che stà facendo? (intonazione
ascendente, elemento nuovo)
La mamma e il bambino“lo sanno” anche
se nessuno glielo ha spiegato.
Forse quando ci si trova davanti ad un bambino con una difficoltà
di linguaggio la naturalità dello scambio comunicativo,
il delicato equilibrio che si crea tra due persone che comunicano
è messo “in crisi”. Nel suo libro Ayala Manolson
utilizza la metafora del ping – pong. Se il nostro compagno
di gioco non risponde alle palle da noi lanciate, o risponde male
o in maniera inaspettata dopo un po’ anche noi perderemo
la naturalità del gioco, rimarremo perplessi, ci ritireremo
e quella che doveva essere un piacevole scambio perderà
le sue caratteristiche primarie; rischieremo di non giocare più
o di cambiare partner!
Forse la cosa più importante da fare quando ci troviamo
con un bambino con difficoltà di linguaggio è smettere
di pensare che è un bambino che “non sa parlare”.
Focalizziamoci sulla comunicazione e ritroviamo ciò che
esiste in natura e che è già in noi.
Vediamo ora quali possono essere alcune “accortezze”
per arrivare a giocare una buona partita di ping - pong.
(Nota 1) Ringrazio Anne – Marie Hufty per
avermi aiutato a comprendere l’importanza della comunicazione
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della Sezione
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Prodotto editoriale di riferimento
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» Titolo
"Suono o Sono? - Un compito di consapevolezza fonologica"
- (Cd-rom + guida pp.24)
- di Margherita Orsolini, Sara Capriolo, Angela Santese
- Facoltà di Psicologia 2, Università "La
Sapienza" Roma
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