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"Sviluppo fonologico" - SECONDA PARTE

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a cura di Margherita Orsolini, Università La Sapienza, Roma



Prime parole e gesti

I gesti sono un aspetto molto importante dello sviluppo comunicativo e linguistico del bambino (Capirci, Iverson, Pizzuto e Volterra, 1996). Riflettono la capacità di segnalare consapevolmente le proprie intenzioni (es., il bambino sa che facendo vedere un oggetto all’adulto, potrà attirarne l’attenzione) e la capacità di usare simboli.
Sono stati osservati due principali tipi di gesti. Il primo tipo, quello dei gesti deittici, è caratterizzato da segnali comunicativi usati con l’intenzione di richiedere o di richiamare l’attenzione dell’adulto. Ad esempio, il gesto di tendere un oggetto verso l’adulto, con l’evidente intenzione di mostrare ciò che si tiene in mano, è un gesto deittico. I gesti deittici non hanno un significato stabile e autonomo dal contesto. Il secondo tipo di gesti, definiti rappresentativi, consiste in movimenti convenzionali delle mani, del corpo, del viso. Sono gesti associati stabilmente a qualche significato e la loro capacità di veicolare un’intenzione del bambino non è strettamente dipendente dal contesto. Il gesto di alzare il braccio oscillando il palmo della mano (FARE CIAO) è un esempio di gesto rappresentativo.
I gesti sono una modalità altrettanto e forse più importante delle parole nella prima fase dello sviluppo linguistico: l’uso di gesti è un indice della capacità del bambino di impadronirsi dei meccanismi della comunicazione e in particolare di usare simboli.

 

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Parole e strategie di semplificazione

Alcuni bambini, intorno ai 18 mesi, sembrano accrescere il loro vocabolario a un ritmo di quattro-dieci parole nuove al giorno. Questa fase di rapida crescita del lessico non si verifica tuttavia per tutti; per molti bambini la crescita è più lenta e graduale, senza forti discontinuità con la fase di comparsa delle prime parole. Una caratteristica di molte parole in questa fase e’ la distanza fonetica dal target adulto: la parola prodotta dal bambino è solo una vaga approssimazione al modo in cui la stessa parola verrebbe pronunciata da un adulto. In effetti i bambini usano strategie per semplificare l’articolazione della parola (vedere gli esempi nella tabella 1 qui sotto).
Una semplificazione può avvenire, ad esempio, stabilendo un’armonia nella sequenza di sillabe, in modo da ripetere nella parola movimenti articolatori molto simili; oppure utilizzando in maniera piuttosto routinaria alcuni schemi articolatori che il bambino già conosce dal periodo della lallazione.
Una comune caratteristica che viene semplificata è la lunghezza: molti bambini di 1-2 anni hanno difficoltà a pronunciare più di due sillabe. Questo è il caso della bambina E. (Matthei, 1989) che pronuncia correttamente "baby" come [beibi] e "book" come [buk], ma quando vuole dire "baby's book" (il libro della bambina) dice [beibu] troncando l'ultima sillaba di ognuna delle due parole. Così la stessa parola viene pronunciata correttamente se isolata, e viene invece troncata se prodotta in un enunciato di due parole.
Per molti bambini la pronuncia di una parola è più accurata quando si tratta di un'imitazione, vale a dire di una produzione che segue a breve distanza di tempo il modello fonetico dell'adulto.

La ricerca di regolarità

L'apprendimento di nuove parole provoca spesso cambiamenti nella pronuncia di parole simili (Menn & Stoel-Gammon, 1993). Talvolta questi cambiamenti portano a un peggioramento della pronuncia di parole acquisite in una fase precedente. E' il caso di Jacob (20 mesi), che prima ha imitato la parola bike [bajk] (bicicletta), poi ha prodotto la stessa parola spontaneamente seppure con qualche modifica [baj]. Successivamente, la /j/ finale con cui ha imparato a pronunciare [baj] per bike sembra averlo molto attratto, al punto da volerla inserire in altre parole che fino a quel momento erano state pronunciate correttamente. Cosi’ bus, grass, mess (bus, erba, confusione) vengono pronunciati come [bajs], [rajs] e [majs].
Questi “errori” mostrano un processo molto attivo di apprendimento che i bambini applicano a tanti altri aspetti del linguaggio: la ricerca di regolarità, la costruzione di sequenze di suoni da applicare a parole che per il bambino sono simili. Anche l’intonazione può essere una struttura da generalizzare. Gerken (1994) ha osservato che l’omissione di sillabe non accentate nelle prime parole dei bambini si verifica perché viene applicata una struttura prosodica del tipo sillaba accentata-sillaba non accentata (come in palla, dove la prima sillaba [pa] ha l’accento e la seconda sillaba è non accentata). Quando la parola inizia invece con una sillaba non-accentata come in morbillo, il bambino tenderà ad omettere la sillaba iniziale dicendo [bìllo].
Osservando lo sviluppo fonologico nelle prime parole dei bambini si nota anche un fenomeno opposto a quello della ricerca di regolarità: alcuni schemi articolatori rimangono isolati a una parola e non vengono generalizzati. Leopold (1970) osserva ad esempio che la figlia Hildegard pronuncia correttamente la parola /pretty/ [priti], con un cluster consonantico iniziale (/pr/); tutte le altre parole con cluster consonantici sono invece semplificate, realizzando una sola consonante iniziale piuttosto che due.

Lo sviluppo fonologico a 3 anni

Abbiamo analizzato in un gruppo di 30 bambini romani di 3 anni, la pronuncia di parole in compiti che richiedevano di ripetere frasi, o denominare immagini (per avere ulteriori dettagli, cfr. Orsolini e collaboratori, 2001). Concentrando la nostra analisi sulle consonanti, abbiamo trovato che vi sono alcune tendenze comuni ma anche alcune particolarità individuali. Per tutti i bambini è piuttosto comune produrre consonanti sorde laddove il suono target è una consonante sonora, e viceversa (es., /mako/ per /mago/, o /kabbia/ per /gabbia/). Questa tendenza non è sistematica, cioè non avviene per tutte le occorrenze di consonanti in cui si richiede la distinzione sordo/sonoro, e può essere spiegata da un occasionale fallimento nella coordinazione temporale tra schemi articolatori. Per tutti i bambini si verificano occasionali errori con strutture sillabiche complesse, in cui vi è un cluster consonantico nell’incipit della sillaba (es., /grande/ pronunciato [rande], o [lande], o [gande]), oppure una consonante di coda (es., /caldo/ (*) pronunciato [caddo]).
Vi sono bambini che non solo manifestano le stesse tendenze del gruppo, ma a questo aggiungono alcune particolarità. Circa un terzo dei bambini osservati sostituisce con una certa frequenza la consonante /r/ con /l/, specialmente in un contesto intervocalico (es., [motolino] per /motorino/). Circa un 25% dei bambini sostituisce, sia pure non sistematicamente, consonanti fricative o affricate con occlusive alveolari o labiali (es., [daso] per /vaso/, [pinestra] per /finestra/).
I risultati di questo studio mostrano che a tre anni la maggioranza dei bambini possiede l’intero repertorio di consonanti che caratterizza il lessico italiano; tuttavia per molti bambini lo sviluppo fonologico deve ancora completarsi, sia sul piano della coordinazione temporale degli schemi articolatori, sia sul piano della rappresentazione delle strutture sillabiche più complesse. Infine, alcuni bambini con uno sviluppo fonologico più lento degli altri producono le consonanti più complesse (fricative, affricate, liquide) solo occasionalmente, senza generalizzarle a tutte le parole che le richiederebbero.

(*)Nella parola /caldo/, /l/ occupa la coda della prima sillaba e /d/ l’incipit della sillaba successiva.

Memoria fonologica e apprendimento lessicale

L’ampliarsi del lessico esercita una potente influenza sullo sviluppo fonologico. L’apprendimento di nuove parole provoca una differenziazione negli schemi articolatori e una spinta verso la messa a punto di nuovi schemi. Vi è tuttavia anche un’influenza inversa: le capacità fonologiche dei bambini facilitano l’apprendimento lessicale. Quest’ipotesi è stata esplorata in svariate ricerche da Gathercole e Baddeley (1990) indagando su un particolare aspetto dello sviluppo fonologico: la capacità di tenere in memoria per un breve lasso di tempo (memoria fonologica a breve termine) le caratteristiche fonologiche di una parola nuova. Questa capacità viene studiata con una prova di ripetizione di non-parole (ad esempio, liogga o cabarnafa). I due studiosi hanno trovato che i bambini più abili nella ripetizione di non-parole tendono ad avere una maggiore facilità nell’apprendimento di parole nuove, e hanno dunque un lessico più ampio. La facilità nel ripetere non-parole è fortemente influenzata dalla lunghezza della non-parola. Non-parole di una o due sillabe sono ripetute molto più correttamente rispetto a non-parole di tre o quattro sillabe. Quest’effetto lunghezza indica l’importante ruolo della memoria a breve termine: più un bambino è in grado di “trattenere” sia il suono della parola che ascolta, sia gli schemi articolatori con cui prepara la sua pronuncia, più la ripetizione di parole nuove è corretta.

Conclusioni

Lo sviluppo fonologico è un processo radicato nello sviluppo motorio e percettivo, è alimentato sia dal piacere di giocare con la voce sia dal desiderio di comunicare, ed è strutturato dalle emergenti capacita’ rappresentative della mente.
Abbiamo considerato le routines articolatorie del bambino che iniziano con la lallazione, vengono controllate e raffinate dalla percezione acustica e diventano più flessibili in seguito ai giochi imitativi. Abbiamo osservato i cambiamenti che le prime parole introducono nell’uso delle capacità vocali, e l’influenza dell’ampliamento del lessico sulle routines articolatorie dei bambini. Abbiamo infine osservato che ancora a tre anni lo sviluppo fonologico non può dirsi completato. Non c’è una fase dello sviluppo fonologico in cui non emergano profonde differenze individuali. Ci sono bambini che amano esplorare movimenti nuovi nelle loro vocalizzazioni, e bambini che preferiscono movimenti articolatori familiari. Bambini che iniziano con un’attenzione per i suoni che compongono singole sillabe, e bambini attratti da enunciati multisillabici di cui manipolano abilmente il contorno melodico.

Tabella dei simboli fonetici delle consonanti dell'italiano

Riferimenti bibliografici

Bortolini, U. (1995) Lo sviluppo fonologico. In G. Sabbadini (a cura di) Manuale di neuropsicologia dell’età evolutiva. Bologna: Zanichelli.
Capirci, O., Iverson, J.M., Pizzuto, E. & Volterra, V. (1996) Gestures and words during the transition to two-word speech. Journal of Child Language, 23, 645-673.
Gathercole, S.E. & Baddeley, A.D. (1990) The role of phonological memory in vocabulary acquisition: a study of children learning arbitrary names of toys. British Journal of Psychology, 81, 439-454.
Gerken, L. (1994) Sentential processes in early child language: Evidence from the perception and production of function morphemes. In J.C. Goodman & H.C. Nusbaum (Eds.) The development of speech perception. Cambridge, Mass.: MIT Press.
Leopold, W. (1970) Speech development of a bilingual child (Vol. I-IV) New York: AMS Press.
Locke, A. & Pearson, D. M. (1990) Linguistic significance of babbling: evidence from a tracheostomized infant. Journal of Child Language, 17, 1-16.
Matthei, E. (1989) Crossing boundaries: More evidence for phonological constraints on early multi-word utterances. Journal of Child Language, 16, 41-54.
Menn, L. (1983) Development of articulatory, phonetic, and phonological capabilities. In B. Butterworth (Ed.) Language Production, Vol.II. London: Academic Press.
Menn, L. & Stoel-Gammon, C. (1993) Phonological Development: Learning sounds and sound patterns. In J. Berko Gleason (Ed.) The development of language. New York: Macmillan.
Oller, D.K. & Eilers, R.E. (1988) The role of audition in infant babbling. Child Development, 59, 441-449.
Orsolini, M., Sechi, E., Maronato, C., Corcelli, A., Bonvino, E. (2001) The nature of phonological delay in children with SLI. International Journal of Language and Communication Disorders, 1, 63-90.
Piaget, J. (1972) La formazione del simbolo nel bambino. Firenze: La Nuova Italia (traduzione da: La formation du symbol chex l’enfant, 1945).
Vihman, M.M. (1991) Ontogeny of phonetic gestures: Speech production. In I.G. Mattingly & M. Studdert-Kennedy (Eds.) Modularity and the motor theory of speech perception.. Hillsdale, NJ: Erlbaum.

(*) Questo articolo è una rielaborazione del capitolo Imparare a parlare del libro di Orsolini, M. (a cura di) (2000) Il suono delle parole. Milano: La Nuova Italia

Indice della Sezione

   

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» Titolo
"Suono o Sono? - Un compito di consapevolezza fonologica"
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