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Approfondimenti teorici
"Sviluppo fonologico" - PRIMA
PARTE
a cura di Margherita Orsolini,
Università La Sapienza, Roma
Una definizione
Apprendere a parlare è una delle imprese più
complicate che la specie umana riesca a compiere. Un’impresa
che la psicologia, la linguistica, le neuroscienze, ancora
non riescono a spiegare efficacemente pur avendo compiuto
una grande sforzo per descriverne le principali tappe. In
questo articolo vengono descritte le principali tappe dello
sviluppo fonologico nei bambini seguendone gli intrecci
con lo sviluppo lessicale.
Iniziando con una definizione, sviluppo fonologico significa
imparare a rappresentare mentalmente i suoni che caratterizzano
una lingua, le strutture sillabiche in cui questi suoni
si combinano nelle parole, e le strutture prosodiche (cfr.
“prosodia” nel dizionario) che danno forma melodica
a parole e enunciati. Significa anche utilizzare queste
rappresentazioni per guidare l’apparato articolatorio
(lingua, mandibola, labbra, ecc.) a eseguire quei movimenti
che permettono di produrre parole e enunciati comprensibili.
Alla base dello sviluppo fonologico ci sono diversi fattori.
Il primo è un fattore percettivo: per poter rappresentare
mentalmente i suoni della lingua madre, i bambini elaborano
percettivamente il linguaggio che ascoltano. E’ un’elaborazione
inconsapevole, con cui il cervello categorizza e individua
regolarità. Il secondo è un fattore motorio:
l’apparato articolatorio deve essere abbastanza maturo
per poter compiere un incredibile numero di movimenti diversi
coordinati in un arco temporale molto breve. Un altro fattore
è di tipo lessicale: il bambino usa la sua conoscenza
delle parole come una “base di dati” da cui
costruire rappresentazioni di suoni, sequenze sillabiche,
strutture prosodiche. Più il lessico (cfr. “lessico”
nel dizionario) è ricco e variato, più lo
sviluppo fonologico procede speditamente. |
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La lallazione "canonica"
Tra i 6 e i 10 mesi molti bambini hanno un'attività piuttosto
frequente di lallazione. Diversamente da pianti, strilli, gridolini,
gorgheggi, il suono prodotto dalle "lallazioni" è
molto simile a quello prodotto dalle sillabe più comuni
in tutte le lingue del mondo: le sillabe CV (consonante-vocale),
come [mamama], o [papapa]. L'apparenza fonetica dei suoni pronunciati
dal bambino può talvolta trarre in inganno l'ascoltatore,
facendogli credere di essere in presenza della prima comparsa
delle parole. In effetti, quando i bambini ripetono suoni come
[papapa] fanno qualcosa di diverso da ciò che costituirà
una parola. Non pronunciano il suono avendo in mente un significato
o un particolare referente (es., non vogliono chiamare il papà).
E' piuttosto la scoperta casuale di un effetto sonoro, e il piacere
di riprodurlo, a sostenere l'attività vocale del bambino.
Il bambino ripete un gesto articolatorio per riascoltare il suono
prodotto dalla propria voce. La coincidenza con l’inizio
di un’attivita’ ritmica in altri organi del corpo,
come la mano, suggerisce che la lallazione e’ parte dello
sviluppo senso-motorio del bambino, ed è regolata da quegli
stessi meccanismi funzionali che sono alla base di altri tipi
di coordinazioni senso-motorie.
Il repertorio di consonanti nella lallazione e’ molto limitato
(Bortolini, 1995). Sono occlusive orali ([ba]) e “glottidali”
([ha]), nasali ([ma]) e semiconsonanti ([ja]). Scarsissima è
la produzione di liquide ([la] o [ra]), fricative ([fa]) e affricate
([tsa] o [d'a]). Le vocali sono basse-centrali e frontali ([a],
[è]). Non vi è nessun cluster consonantico ([cra],
[bla]). Molto rare sono le occlusive in finale di sillaba ([pat],
[mop]).
La connessione tra schemi vocali e impressioni
uditive nella lallazione
La conseguenza evidente dell’attivita’ di lallazione
e’ che essa permette al bambino di stabilire un’immediata
connessione tra le sensazioni (tattili e cinestetiche) prodotte
dai movimenti articolatori e le sensazioni uditive prodotte dal
suono. Per alcuni bambini questa connessione si stabilisce con
difficolta’ e allora c’è un forte rischio per
lo sviluppo fonologico e linguistico. Questo accade ad esempio
ai bambini sordi e ai bambini che per un periodo di tempo più
o meno lungo non hanno potuto compiere attività articolatorie.
I bambini sordi iniziano la lallazione qualche mese più
tardi dei bambini udenti (Oller & Eilers, 1988), e mostrano
un repertorio di consonanti più limitato di quello degli
udenti. Questi bambini, rispetto agli udenti, producono meno tipi
di consonanti, producono un minor numero di sequenze multisillabiche
([baba]) e soprattutto, mostrano col tempo un decremento nei tipi
di consonanti prodotte. Anche nei bambini in cui la perdita uditiva
e’ moderata, il tipo di lallazione e’ significativamente
diverso da quello dei bambini udenti.
Il secondo tipo di osservazione riguarda bambini che hanno avuto
un impedimento fisico alla fonazione. La bambina Jenny (Locke
& Pearson, 1990) ha avuto un impedimento fisico alla fonazione
dall’eta’ di 5 mesi fino ai 20 mesi. Anche quando
le sue capacita’ sono ritornate normali, dopo un’operazione,
la bambina produce un tipo di lallazione analoga a quella dei
bambini sordi. A 21 mesi produce ancora una percentuale molto
bassa di sillabe.
Dunque non e’ la semplice percezione dei suoni, ne’
il semplice esercizio motorio ad alimentare l’attività
di lallazione. Jenny non aveva alcun problema di udito, ma per
un lungo periodo di tempo non aveva potuto esercitare i suoi organi
articolatori. I bambini sordi possono esercitare i propri organi
articolatori, ma non ne percepiscono chiaramente le conseguenze
acustiche. La messa a punto delle prime sillabe nella lallazione
dipende dal coordinamento tra impressioni acustiche e sensazioni
tattili e cinestetiche generate dal movimento articolatorio.
Imitazione e messa a punto di schemi
articolatori
I giochi di "lallazione" si accompagnano a un forte
sviluppo nella capacita’ di imitare parole. Un esempio della
nuova capacita’ imitativa e' descritta da Piaget nel suo
libro La formazione del simbolo nel bambino.
Piaget ha proposto alla figlia J. (9;16) il suono [gaga’].
Questo provoca una ricerca portata avanti senza interruzioni:
J.dice [mama’], poi /aha’/, poi [baba’], [vava’]
e infine [papa’]. Un’altra figlia risponde al
[papa’] detto da Piaget, producendo [aha’], [dada’],
[tata’]. Le occorrono numerosi tentativi per arrivare a
[papa’]. Piaget paragona l’attivita’ vocale
con l’attivita’ di esplorazione di oggetti: “vengono
provati di volta in volta schemi differenti per vedere se uno
di questi si possa applicare al modello. Poi, quando e’
possibile, il bambino coordina questi schemi tra loro per trovare
una combinazione conforme al modello” (p.73)
Cerchiamo di capire meglio la possibile funzione di quest’attivita’
imitativa. Perche’ la bambina prima “prova”
un certo movimento articolatorio, e poi lo scarta? Evidentemente,
sta confrontando il suono che lei stessa ha prodotto con il suono
prodotto dall’adulto. Quando questo confronto e’ negativo
viene selezionato un nuovo movimento articolatorio; quando il
confronto ha un esito soddisfacente, la bambina smette di provare.
Attraverso l'imitazione si stabilisce un legame sempre piu' stretto
tra movimenti articolatori e loro conseguenze acustiche. Si crea
così, nella mente del bambino, uno schema articolatorio
(cfr. “schema” nel dizionario), cioè una rappresentazione
in cui suono e movimento articolatorio sono fortemente interconnessi.
Le prime parole
La mamma di Bianca (14 mesi), viene svegliata nel pieno della
notte dai borbottii della bambina che dorme in un lettino a fianco
al suo. Senza accendere la luce, senza lasciare completamente
il sonno, prende il biberon appoggiato sul comodino e lo porge
alla bambina, che lo afferra e inizia a succhiarlo. Dopo qualche
minuto la mamma sente ripetere: [a:tsie], [a:tsie] (grazie). Si
gira verso Bianca e intravede il braccino che le sta porgendo
il biberon: la bambina pronuncia la formula rituale con cui sempre
accompagna il gesto del dare.
Il momento in cui un genitore riconosce che il proprio bambino
ha "iniziato a parlare" ha qualcosa di magico. Finalmente
i suoni pronunciati dal piccolo hanno una forma riconoscibile,
non sono più solo giochi della bocca e della lingua, ma
suoni che possono richiamare un significato nella mente dell'adulto.
In effetti le prime parole del bambino non possono ancora dirsi
parte dello stesso lessico, o dello stesso tipo di memoria mentale
che ha un adulto. Per un adulto le parole hanno una funzione simbolica,
richiamano un significato a prescindere dal particolare contesto
in cui sono pronunciate. Le prime parole dei bambini sono invece
parte indissolubile di un’azione comunicativa e non hanno
ancora una funzione simbolica.
Con le prime parole, il bambino usa il proprio sistema articolatorio
in maniera nuova. Quando Bianca produce [a:tsie] i suoi movimenti
articolatori sono controllati dalla connessione tra tre diversi
tipi di memorie: la conoscenza di una routine comunicativa come
quella dell'offrire; la memoria del suono della parola che si
usa in questa routine; la memoria dello schema articolatorio che
le permette di riprodurre quel suono. Così il muoversi
della bocca e della lingua non è più regolato dal
piacere di riprodurre suoni e movimenti, ma dall'intenzione di
comunicare. Il sistema cognitivo si "impossessa" delle
routines articolatorie che il bambino ha costruito quasi solo
giocando, le utilizza per raggiungere scopi nuovi, e in particolare
per comunicare con altri esseri umani.
Varietà individuale nell’iniziare
a parlare
Non per tutti i bambini è facile identificare il momento
in cui "iniziano a parlare". Molti di loro, come Bianca,
producono prime parole che hanno un aspetto fonetico molto simile
a parole del lessico adulto. Altri bambini utilizzano invece parole
inventate, che non hanno una forma fonetica convenzionale. Eppure
il contesto in cui queste parole sono pronunciate, i gesti, lo
sguardo, permettono all'adulto di capire l'intenzione comunicativa
del bambino.
Per alcuni bambini un’unica sillaba è usata per comunicare
significati simili, e funziona dunque come "protoparola",
entrando a far parte di un lessico privato condiviso dal bambino
e da chi si prende cura di lui. Questo è il caso di Nigel,
che dice [na] ogni volta che chiede un oggetto.
Qualche volta le protoparole hanno una forma fonetica un po’
variabile da una situazione all'altra. Jacob dice [ioioio] o [uiuiui]
per l'azione di girare una ruota, le pagine di un libro, o una
maniglia.
Per altri bambini, alla fine del primo anno di vita compaiono
vocalizzazioni che hanno la melodia di una frase, piuttosto che
di una parola. Con una certa sorpresa dell'adulto, il bambino
produce suoni non riconoscibili come parole, ma con l'intonazione
di una possibile richiesta, di una protesta, di un ordine, di
un'esclamazione. Questa forma di "lallazione conversazionale"
(Menn 1983) è un modo per partecipare al dialogo con l'adulto
e con altri bambini utilizzando la prosodia.
(*) Questo articolo è una rielaborazione
del capitolo Imparare a parlare del libro di Orsolini, M. (a cura
di) (2000) Il suono delle parole. Milano: La Nuova Italia
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CONSONANTI DELL'ITALIANO
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Prodotto editoriale di riferimento
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» Titolo
"Suono o Sono? - Un compito di consapevolezza fonologica"
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