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"La gestione dell’azione educativa: collegialità, programmazione e portfolio nella scuola dell’infanzia e nella primaria" (I)

di Maria Antonietta Nunnari, Direttrice di circolo didattico, Settore Servizi per l’Infanzia, Città di Torino


Il contributo che mi propongo di apportare vuole essere, almeno nei propositi, d’idee e di pensieri prima ancora che d’esperienze concrete, sulle questioni legate all’introduzione del portfolio nella scuola dell’infanzia.
Proverò a condividere alcune affermazioni e alcuni interrogativi che possano guidare il confronto nella costruzione di uno strumento che, per la sua delicata funzione, non può che essere frutto d’approfondimenti e scelte collegiali.
Un portafoglio “pensato” prima che “agito”, nella consapevolezza che il discorso pedagogico per sua natura, poiché "discorso progettante", non possa mai dirsi concluso.
In particolare, queste mie riflessioni pongono sullo sfondo il dibattito interno alla Divisione Servizi Educativi della città di Torino e più in generale il mondo scolastico nazionale, sulla specificità dell’offerta formativa dei servizi per la prima infanzia, sull’identità e le linee d’indirizzo di detti servizi alla luce delle novità introdotte dalle recenti normative.
Parlo di servizi per la prima infanzia perché voglio tenere dentro al ragionamento, pur con le dovute ed evidenti specificità, il nido d’infanzia, il quale pur faticando a trovare un riconoscimento legislativo, rappresenta, di fatto, e a pieno titolo, il primo ambiente educativo e formativo, la prima comunità educante accreditata.
Tale riflessione muove dalla necessità di sviluppare un serio ed approfondito confronto sulle innovazioni introdotte dalla recente riforma scolastica per coglierne il senso e l’impatto nella nostra realtà ma anche per prendere in analisi i dubbi, le perplessità e le incertezze che l’ accompagnano.
Con il riconoscimento dell’autonomia delle istituzioni scolastiche e dopo la riforma dei cicli, è cambiato profondamente il modo di progettare l’azione educativa e didattica.
L’attenzione è posta con maggior rilievo su un’offerta formativa pensata e strutturata in ragione d’ogni singola realtà, al fine di garantire ad ogni bambino ed ad ogni bambina il diritto e l’opportunità d’adeguata crescita affettiva, sociale, cognitiva.
Si avverte, dunque, tra gli operatori impegnati a vario titolo nella progettazione educativa, la necessità di un ripensamento sulle pratiche in uso, salvaguardando il meglio dell’esperienza maturata, con l’obiettivo anche di acquisire maggiori consapevolezze sulle filosofie e sulle logiche che informano le scelte (soprattutto con riferimento al cosi detto contratto implicito).


La gestione delle azioni educative

La gestione delle azioni educative richiama un insieme dinamico d’elementi, tra loro fortemente interdipendenti tra questi:
- le linee programmatiche, i cui contenuti che non sono indifferenti giacché contenuti diversi offrono esperienze diverse
- la programmazione curricolare nei suoi multiformi modelli di riferimento,
- l’organizzazione dei gruppi e delle sezioni aperte in attività d’intersezione e/o laboratori, omogenee o disomogenee per età, l’organizzazione degli spazi e dei tempi,
- la documentazione e valutazione dell’attività dei bambini e degli adulti per rendere visibile e trasparente il lavoro effettuato.

C’è l’idea, presente nel POF, di pratiche didattiche e programmatorie pensate, tarate su ogni specifica realtà ma anche su ogni singolo bambino o bambina.
Azioni educative pensate, riesaminate, valutate e documentate che suggeriscono un’immagine di scuola plurale che ripensa i propri percorsi e non di scuola omologata, dove si recitano copioni e liturgie fine a se stesse.
Gestire, organizzare l’azione educativa presuppone, infatti, una “ cultura progettata” intesa come fenomeno attivo e vivo attraverso il quale gli operatori rimettono in discussione le conoscenze acquisite, le routine cognitive e comportamentali, le procedure ritualizzate” (Isabella Benzoni, Portolio delle competenze, Bergamo, Junior, 2003).
Nel concetto d’organizzazione come cultura emerge una scuola come luogo d’apprendimento collettivo in cui educatori ed insegnanti si confrontano per costruire una direzione di senso “ condivisa”.
E’ importante, come dicevamo prima, sapere dove si va, prima di chiederci il come.
Solo se ho chiaro il dove potrò valutare se il come, i mezzi scelti x raggiungere la mia meta sono stati adeguati o meno.
Dovrò prima osservare, valutare e documentare per poi poter riflettere su ciò che penso di fare, sto facendo o ho già fatto.
E non solo, dovrò condividere le mie riflessioni, le mie difficoltà, i miei successi con gli altri perché mi aiutino a capire meglio, a prendere le distanze dalle emozioni a guardare al di là verso nuove mete.
E’ necessario, infatti, esplicitare intenzioni e convinzioni impegnandosi a negoziarli con il contesto in cui si opera.
La collegialità costituisce la chiave d’accesso di una scuola pensata. Rappresenta, inoltre, una messa in gioco della libertà d’insegnamento per stabilire vincoli reciproci ma anche un’opportunità di crescita culturale del team e del collegio.
Penso sia chiaro a tutti che nell’affermare che un’attività debba essere pensata e intenzionale, non s’intenda che tutto debba e possa essere previsto anticipatamente a tavolino. Eventi educativi "casuali", esperienze che hanno carattere di " estemporaneità", o le stesse routines che caratterizzano i tempi e le azioni dei servizi per la prima infanzia, se colti come opportunità, determinano cambiamenti e apprendimenti fortemente significativi.
Lo sforzo sta nell’esplicitare i principi sottesi alla pratica acquisendo maggior consapevolezza dell'agire quotidiano mentre, l'affidarsi a comportamenti automatizzati porta a perdere di vista lo scopo per cui si agisce.
Il curricolo è, in questo senso, un dispositivo teorico e pratico che porta a guardare da un’angolazione strategica, a porsi problemi educativi ed operativi in una cornice ad ampio respiro. Anche il cambiamento va inteso come graduale ri - orientamento verso uno scopo condiviso.

L’esperienza c’insegna come nella scuola, ma credo che il principio valga anche per altre organizzazioni, un cambiamento diviene significativo e implementato solo se si configura come azione collettiva.
Ho detto di una scuola come luogo d’apprendimento collettivo e di cultura progettata, riferendomi agli adulti.
Spostando lo sguardo sugli altri attori del sistema, i bambini, possiamo cogliere, quasi simmetricamente, l’immagine di una scuola come comunità, frutto di un pensiero solidale, di un’azione condivisa, della dimensione sociale dell’intelligenza.


Una scuola luogo d’incontro e di scambio, di partecipazione.

Si tratta di una partecipazione che include tutti i soggetti del sistema scuola e risponde ad un bisogno biologico e culturale (saperi, significati, emozioni, sentimenti).
Un bisogno, ma anche un diritto per tutti:
• Per l’insegnante, che come abbiamo detto, è partecipe dei processi di costruzione della conoscenza, della collegialità del lavoro, del rapporto con le famiglie e l’extra-scuola;
• per la famiglia chiamata a condividere il progetto educativo.
• per il bambino, attivo costruttore dei suoi saperi, che cresce attraverso prestiti di conoscenze e scambi relazionali.

Oggi quando parliamo d’apprendimento ne parliamo per lo più in termini di co-costruzione.
L’enfasi è posta sulle capacità di:
• imparare ad imparare sapendo che s’impara ad imparare non in senso generale ma su precisi compiti.
• imparare a pensare ponendo attenzione si processi d’apprendimento piuttosto che ai risultati e ai prodotti. Fondamentale è la costruzione di un abito mentale
• imparare a fare. La scuola dell’infanzia e ancor prima il nido, hanno da sempre assegnando importanza al “fare” del bambino.
• Imparare ad essere ad essere persona, a governare al meglio la propria intelligenza (anche quell’emotiva)
• sull’apprendere dall’esperienza piuttosto che dall’approfondimento di determinate conoscenze secondo una logica cumulativa. Apprendere non è la trasmissione di un pezzo definito di conoscenza. E’ un processo in cui il soggetto costruisce la sua conoscenza sempre in relazione con gli altri, aperto ai diversi punti di vista, consapevole che la conoscenza individuale è sempre parziale e provvisoria. La conoscenza operata nella scuola frequentemente divide, categorizza, separa e fatica a trovare connessioni tra le diverse discipline.
• Sulle modalità d’apprendimento (strategie cognitive, metacognitive, socioaffettive)

Naturalmente una didattica che si colloca in una prospettiva metacognitiva e che si sviluppa prioritariamente secondo una dimensione sociale, deve essere articolata attorno a situazioni problematiche che possano produrre un apprendimento significativo.
Intendendo per significativo un apprendimento che si costruisce partendo da problematiche contestualizzate all’interno della realtà e per questo motivo più interessanti e coinvolgenti.

E qui passiamo ad una seconda immagine di scuola che c’illustra una scuola capace di identificare processi aperti da promuovere, sostenere e rafforzare per consentire ad ogni bambino ed ad ogni bambina di dare il meglio delle proprie capacità nelle diverse situazioni.
Capace quindi di aumentare le opportunità per tutti e non la selezione. E’ una scuola che riconosce alla centralità della persona il valore di riferimento più importante.
Dicevamo come il pensare e il fare educativi non possono prescindere da un’idea condivisa, il più possibile nitida ed attuale di bambino.
Se condividiamo l’assunto (e non lo slogan) che i bambini, (ogni bambino e ogni bambina) rappresentano il punto di partenza del nostro pensiero educativo e del nostro agire quotidiano, è da loro che dobbiamo partire alla volta dei “nostri” itinerari educativi.
In questo contesto va sottolineata l’importanza dell’osservazione, attività che non può essere superficiale o approssimativa, né estemporanea e legata a situazioni occasionali.
In alcune programmazioni per esempio, si fatica a cogliere il bambino, e il gruppo di bambini, che sappiamo essere diverso dalla semplice somma delle caratteristiche dei sui componenti; si ha piuttosto la sensazione che il destinatario dell'azione educativa sia "anonimo", un bambino "sui generis".
Mancano, infatti, quegli elementi osservativi e valutativi atti a contestualizzare le proposte.
Osservazione, valutazione, documentazione sono le parole chiave dell’esperienza educativa
Parole chiave evocative di teorie, di metodi, di problemi (chi la effettua? con quali strumenti?) che gli addetti ai lavori conoscono molto bene che definiscono la funzione specifica del portfolio nella scuola dell’infanzia.
I documenti ministeriali, sottolineano l’esigenza di partire dall’osservazione dei bambini, sia occasionale sia sistematica, costruendo una documentazione che consenta di cogliere e di valutare le loro esigenze, riequilibrando costantemente le proposte condividendone i risultati con le famiglie.
E’ evidente che non si tratta soltanto di misurare livelli di competenza, quanto piuttosto di descrivere i percorsi compiuti, i comportamenti e le risposte di ciascun bambino nel contesto delle attività progettate.

Accenno qui brevemente ad uno strumento osservativo e valutativo (le Tavole di sviluppo di Kuno Beller) (Battista Q. Borghi, Le tavole di Sviluppo di Kuno Beller, Bergamo, Junior, 1996) che alcuni nidi e scuole dell’infanzia stanno sperimentando perché ritengo possa rappresentare un interessante e utile supporto, anche sotto il profilo formativo.
Innanzi tutto perché coerente all’approccio teorico al quale facciamo riferimento:
• una concezione “ aperta” dello sviluppo,
• l’attenzione ad una pluralità delle intelligenze,
• il concetto di sviluppo inteso sia come “ maturazione dell’IO”, sia in senso piagettiano come maturazione della mente (con item organizzati in fasi ordinate gerarchicamente).

In secondo luogo perché le Tavole consentono ai genitori e agli educatori di cogliere lo sviluppo del bambino o della bambina nella molteplicità dei suoi aspetti sulla base dell’esperienza quotidiana.
L’uso dello strumento consente, infatti, di allenare l’occhio ad osservare, a vedere meglio ciò che non si è abituati a vedere o che non vorremmo vedere
- mantenendo una visione globale e integrata del comportamento e dello sviluppo
- valutando l’adeguatezza dell’ambiente
- riflettendo sugli atteggiamenti degli adulti.

A questo proposito sappiamo bene come anche le modalità d’impostazione e conduzione dell’attività da parte dell’insegnante sia una variabile significativa nel qualificare situazioni dal contenuto formalmente simile.
“Mettere a fuoco” il singolo bambino consente di orientarsi verso percorsi e progetti scanditi, non in termini di prestazioni comportamentali, ma piuttosto di obiettivi crescita.
Obiettivi che definiscono un profilo individuale e che andranno a costituire il piano personalizzato.

La lettura continua

Il presente contributo è pubblicato in Vita dell'Infanzia, Opera Nazionale Montessori, Roma

» Indice generale di "Curricolo, programmazione e POF"

   

  » Prodotto editoriale di riferimento








» Titolo
"DAP - Discorso e apprendimento"
-
(Cd-rom + guida pp.48) - Progetto interuniversitario
- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università "La Sapienza" Roma
- Vai alla Sezione dedicata al "DAP" per conoscere gli altri autori: clicca qui


» Costo

- Prezzo al pubblico = € 34,00 + spese di spedizione
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