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La gestione dell’azione educativa: collegialità, programmazione e portfolio nella scuola dell’infanzia e nella primaria (II)

Maria Antonietta Nunnari, Direttrice di circolo didattico, Settore Servizi per l’Infanzia, Città di Torino

Leggi la parte precedente

La personalizzazione

Nell’impianto pedagogico della riforma elemento fondante, ma certo non nuovo, è la personalizzazione.
Non è questa la sede, né ve ne sarebbe il tempo, per richiami ai principi e alle teorie che ispirano la pedagogia e la filosofia personalistica.
Mi limito a richiamare l’unitarietà della persona, tanto più importante nella bambina e nel bambino piccolo, perché fondamento di ogni sviluppo ulteriore.
Tuttavia, se si vuole andare oltre un vuoto pronunciamento retorico, bisogna che siano esplicitate le condizioni di un’esperienza educativa realmente personalizzante.
Una prima condizione riguarda il modo di organizzare il contesto entro il quale avviene la relazione educativa e didattica.
Contesto, che come spiega Bateson, non equivale ad ambiente, ma ad individuo + ambiente in interazione.
Compito dell’insegnante è usare intenzionalmente gli elementi del contesto sia relativamente alla sua organizzazione sia alla struttura narrativa (ai modi come ci raccontiamo).

Un’organizzazione fatta di:
- sistemi di regole
- gestione condivisa di spazi e tempi
- organizzazioni delle situazioni di apprendimento

E’ noto come la gestione degli spazi e dei gruppi possa fortemente influenzare i processi di apprendimento e di personalizzazione.
Mi riferisco per esempio:
- al dimensionamento dei gruppi in ragione delle diverse proposte: assemblea, lavoro di gruppi,
- alla composizione stessa della sezione omogenea o eterogenea per età,
- all’esigenza di spazi personali e di spazi collettivi, che abbiano la capacità di sostenere l’Io ma anche il Noi, il piccolo e il grande gruppo, (es. zone tana).
Teniamo conto tuttavia che l’attività di ogni bambino, per quanto caratterizzata da un piano personalizzato, si costruisce sempre in relazione con gli altri, adulti e coetanei, in un contesto operativo comune.

Si pone quindi il problema di come costruire il rapporto tra piano personalizzato e piano di lavoro comune.
Un progetto si costruisce dai nostri “gesti” mentali, si struttura e destruttura continuamente e si narra.
La narrazione invece mettendo in sequenza gli eventi, costituisce una delle modi fondamentali attraverso cui ogni individuo costruisce la propria conoscenza, la propria storia.
Le memorie individuali sono l’intreccio e l’incontro con quanto abbiamo imparato, amato, sofferto con gli altri; costruiscono nessi e reticoli e consentono il riappropriarsi della propria storia e della propria identità.
Identità individuale o collettiva che non può esistere senza memoria.
ei. Tutti abbiamo avuto occasione di sperimentare il piacere dei bambini nel ripercorrere la propria storia, l’entusiasmo e l’interesse con cui ci chiedono e ci ri -chiedono di raccontare l’album fotografico.
Nella narrazione l’oralità tranquillizza, rassicura, mentre la scrittura conserva e protegge, lascia traccia permanente. C’è un “ sapere della memoria “che come dice Andrea Canevaro “significa consapevolezza del proprio percorso e possibilità di rintracciare quei volti, suoni, odori, sapori, materiali che popolano la nostra memoria, per organizzarli in una storia che sia dotata di senso.”

La documentazione è dunque memoria, storia, identità, esperienza.

Nel portfolio, il processo di documentazione, lungi dal configurarsi come mera raccolta o archiviazione di materiali, osservazioni … si configura come un processo attivo che richiama ancora una volta ad un rigoroso lavoro collegiale, per passare da strategie intuitive, implicite, a proposte consapevoli, intenzionali, condivise.
Rispetto al fascicolo personale già, il portfolio aggiunge (anche nel significato che emerge dai documenti ministeriali) la visione dei prodotti realizzati dal soggetto quali testimonianza dei passi effettuati, delle competenze acquisite e delle abilità messe in atto.
Ma i prodotti di per sé sono muti; occorre dar loro voce e senso, imparare ad “interrogarli” verificandone la leggibilità, tentando di rintracciare, attraverso l’analisi critica, criteri utili per costruzioni future.
I materiali sono elementi su cui riflettere, confrontarsi, discutere, non solo tra insegnanti ma con gli stessi bambini e con le loro famiglie.

Restano comunque alcune questioni aperte:
• quali materiali inserire nel portafoglio?
• Quali aspetti del percorso di crescita del bambino documentare?
• Chi stabilisce se un elaborato o un prodotto è sufficientemente significativo? Quali i criteri?
• Come lasciar memoria della dimensione della quotidianità così importante nella scuola dell’infanzia?
• Come rispecchiare la plasticità dei processi di apprendimento, la varietà dei percorsi formativi, l’identità culturale del soggetto, la sua matrice cognitiva?

Se la narrazione con le sue categorie di spazio-tempo ci aiuta nel lasciare traccia dei percorsi è difficile documentare i processi, il come il bambino è giunto ad elaborare un dato prodotto, quali ipotesi, tentativi d’azione, spiegazioni, ci sono dietro.
E’ il caso delle discussioni in assemblea o nei gruppi di lavoro, registrate e trascritte.
Come tenere presenti tutte queste variabili nella valutazione e nella predisposizione di un portafoglio?

Per quanto riguarda il nido e la scuola dell’infanzia, sembra opportuno rivisitare l’esperienza definita da qualcuno “valigia” da altri “diario” o ancora “ archivio della memoria” realizzata, nei tre anni di frequenza, allo scopo di accompagnare il bambino nella passaggio alla scuola successiva.
Questa documentazione si compone di una memoria individuale e di una memoria collettiva.

La prima risponde all’esigenza di ricerca e conferma della propria identità e diversità dagli altri e contiene:
- la carta di identità
- materiali relativi all’attività svolta
La gestione condivisa insieme al bambino, consente l’effettiva co-costruzione del processo educativo che si traduce in modo diverso in ciascuna situazione.
Per esempio il bambino può scegliere alcuni materiali piuttosto che altri perché per lui emotivamente significativi, perché apprezzati dal punto di vista estetico, evocativi di esperienze che intende socializzare con gli altri (genitori, compagni).
E’ questa l’occasione per avviare il bambino verso un percorso di auto valutazione, mettendolo in situazione di riflettere su se stesso, sui propri stili e sui propri comportamenti (es. progetto regole, letture.) dedicando tempo all’ascolto anche individuale.

Accanto alle tracce personali l’“ archivio della memoria” o diario contiene una memoria collettiva del gruppo sezione e dei singoli gruppi di lavoro.
Questa parte è costruita per lo più dall’adulto contiene:
- una descrizione essenziale dei percorsi, e dei progetti sviluppati
- una documentazione dei percorsi e dei progetti attraverso i prodotti, le parole dei bambini, (la trascrizione delle discussioni più significative) le letture metacognitive dell’adulto, le immagini.
- una valutazione autentica di capacità e competenze.

In entrambi in casi la narrazione avviene attraverso diversi linguaggi:
- testi: dettati all’insegnante, prove di scrittura spontanea, scritti utilizzando il computer
- immagini: fotografiche, disegni, progetti

Un’ultima considerazione: documentare vuol dire soprattutto comunicare facendosi capire dai destinatari. L’abitudine a rivolgerci a persone con le quali condividiamo un linguaggio tecnico specifico ci fa dimenticare che sovente, interlocutori importanti come sono le famiglie, hanno scarsa familiarità con le nostre formule linguistiche.

Il presente contributo è pubblicato in Vita dell'Infanzia, Opera Nazionale Montessori, Roma.

» Indice generale di "Curricolo, programmazione e POF"

   

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» Titolo
"DAP - Discorso e apprendimento"
-
(Cd-rom + guida pp.48) - Progetto interuniversitario
- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università "La Sapienza" Roma
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