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» Motivi montessoriani: la concentrazione - Infantiae.Org™ n.289/2006

di Sergio Neri

Ambiente educativo e concentrazione

Sul valore preminente dell'ambiente montessoriano abbiamo più volte, nel corso di queste conversazioni, fissato la nostra attenzione. Esso, abbiamo detto, è il vero maestro esterno che, sprovvisto di cattedra e alieno da ogni pretesa di voler svolgere a tutti i costi un particolare programma, si offre come il massimo fornitore di materiali e di stimoli per l'apprendimento, il solo capace di appagare quella fame mentale che caratterizza il bambino.

L'ambiente costituisce dunque, e lo abbiamo chiarito anche in altre parti della Rivista, una pietra angolare dell'edificio montessoriano: è un tutto, un qualcosa di profondamente unitario nel quale si svolge una vera vita educativa, e non una qualsivoglia forma di istruzione.

Forse nessuna epoca, come la nostra, seppure abbia realizzato un così alto livello di sviluppo tecnico-scientifico ha sottratto al bambino tanto spazio vitale: le strutture urbane hanno ridotto o, più frequentemente, dimenticato le sue possibilità di sviluppo; l'adulto stesso si mostra sempre più impreparato ad andare incontro al bambino con quel vero amore che ne promuove l'attuarsi; la scuola, per citare solo i fenomeni più rilevanti, non è capace di quella trasformazione atta a farne un'istituzione al servizio del bambino. Il tutto, è bene notarlo, in un contesto nel quale non si perde occasione per parlare in nome del bambino, per far mostra di una grande sollecitudine per la difesa dei diritti dell'infanzia, senza che ciò comporti, lo constatiamo quotidianamente, un corrispondente impegno reale.

È naturale allora, che, misconoscendo nella sostanza il valore e la funzione dell'ambiente, non si riesca a cogliere la fondamentale importanza di un fenomeno che ad esso si connette intimamente: la concentrazione — o polarizzazione — dell'attenzione.
D'altra parte, alla luce di quanto siamo venuti dicendo, è inevitabile. All'inesistenza di un ambiente nel quale i motivi di dissipazione e di distrazione dell'attenzione del bambino siano quanto più ridotti, si contrappone un atteggiamento di osservazione superficiale che definisce come irrilevanti quei comportamenti - quale il gusto della ripetizione, del silenzio, dell'ordine - che corrispondono alla volontà del bambino di concentrarsi nell'opera di costruzione di se stesso.

Le osservazioni della Montessori

La preparazione di un ambiente che, accogliendolo, infonde al bambino serenità e sicurezza e l'offerta, nello stesso tempo, di un insieme di oggetti capaci di risvegliarne e attivarne le più profonde e caratteristiche potenzialità, misero in grado la Montessori, che, ricordiamo, da scienziato coerente, non smise neppure per un attimo il suo abito di attenta osservatrice, di fornirci questa gustosa ed illuminante descrizione:

Il primo fenomeno che richiamò la mia attenzione fu quello di una bambina di forse tre anni, che si esercitava a infilare e sfilare i cilindretti degli incastri solidi, che si maneggiano analogamente ai turaccioli delle bottiglie, che però sono cilindri di grossezza graduata, a ciascuno dei quali spetta un determinato collocamento. Fui sorpresa di vedere una bambina così piccola ripetere più e più volte un esercizio con profondo interesse. Non si palesava nessun progresso di rapidità e di abilità nell'esecuzione: era una specie di moto perpetuo. Ed io, per abitudine all'esame, cominciai a contare gli esercizi, poi volli provare a qual punto poteva resistere la strana concentrazione che mi si rivelava: e dissi alla maestra di far cantare e muovere tutti gli altri bambini. Ciò che infatti avvenne, senza che la bambina si scomponesse affatto nel suo lavoro. Allora presi delicatamente la poltroncina ove la bimba era seduta e, con essa dentro, misi il tutto sopra un tavolino. Con mossa rapida la piccola aveva afferrato il suo oggetto e mettendoselo sulle ginocchia, continuò il medesimo lavoro. Da quando avevo cominciato a contare la bambina aveva ripetuto l'esercizio quarantadue volte. Si fermò come uscendo da un sogno e sorrise come una persona felice: i suoi occhi lucenti brillavano, guardando tutto intorno. Sembrava che non si fosse accorta nemmeno di quelle manovre che non erano riuscite a disturbarla. E adesso, senza nessuna causa esterna, ecco che quel lavoro era finito. Che cosa era finito, e perché?
Questo fu il primo pertugio che si aprì dal profondo inesplorato dell'anima infantile. Quella era pure una bimbetta piccolina; di quell'età ove l'attenzione è instabile, inafferrabile, e passa da cosa a cosa senza potersi fermare. Eppure era avvenuto un fatto di concentrazione dove l'io si era sottratto a tutti gli stimoli esterni. Quella concentrazione era accompagnata da un movimento ritmico della mano, attorno ad un oggetto esatto, graduato scientificamente.
Simili fatti si ripeterono. E ogni volta i bambini ne uscivano come persone riposate, piene di vita, con l'aspetto di chi ha trovato una grande gioia
”.

Il « rapimento »

Sarebbe facile, a questo punto, riprendere coloro che negano al bambino le capacità di poter concentrare l'attenzione e che, fermandosi alle manifestazioni superficiali, provocate appunto dall'ambiente profondamente diseducativo in cui il bambino è costretto a vivere, danno dell'infanzia un'immagine non corrispondente al vero, tralasciando la sua natura più profonda.

A noi interessa, invece, in questa sede, mettere in evidenza il momento di “rapimento” nel quale il bambino si immerge, isolandosi dal mondo circostante e facendosi attento solo all'esercizio che sta svolgendo. Egli lo ripete più e più volte, evidentemente sospinto dalla sua gran fame di attività, così che la ripetizione non finisce certo per stancarlo, ma per nutrirlo e soddisfarlo, accrescendo e rinnovando le sue forze.
Viene spontaneo chiedersi, davanti alla continuata, ostinata, ripetizione dell'esercizio, quanto di automatico, di meccanico, vi sia in esso.

Ebbe a notare, a questo proposito, la Montessori: “Benché questi fatti di concentrazione, tali da rendere quasi insensibili al mondo esterno, non fossero usuali, notai però una strana maniera di comportarsi, che era comune a tutti e pressoché costante in ogni azione, ed è quel carattere proprio del lavoro infantile, che chiamai più tardi la ripetizione dell'esercizio.
Vedevo lavorare quelle manine sudicie e un giorno pensai di insegnare ai bambini una cosa utile: a lavarsi le mani. Osservai che i bambini dopo che già avevano ottenuto le mani pulite, ancora continuavano a lavarsi. Uscivano di scuola e andavano a lavarsi le mani. Alcune madri raccontarono che i bambini la mattina erano scomparsi da casa e li avevano ritrovati in lavanderia dove stavano a lavarsi le mani: erano superbi di mostrare a tutti le loro mani pulite, tanto che una volta furono scambiati per mendicanti che stendessero la mano. L'esercizio si ripeteva e si ripeteva senza più alcuno scopo esterno
”.

Il significato della ripetizione dell'esercizio

Evidentemente il bambino ha di mira lo sviluppo interiore e non il semplice affinamento dei sensi e dei movimenti: la ripetizione della attività, completamente disancorata da ogni scopo esterno (se così non fosse, perché mai il bambino continuerebbe a ripetere l'esercizio anche dopo aver realizzato lo scopo?) lo impegna nella costruzione della sua personalità umana, sotto la spinta di una profonda urgenza spirituale.

Il fatto che il bambino scelga liberamente l'esercizio che vuol compiere conferma che il momento della concentrazione assume una funzione costruttiva della personalità: l'ambiente, con il suo materiale e con gli atti della vita pratica, inserisce il bambino in un contesto a sua misura, nel quale, operando quelle scelte che rispondono ai suoi bisogni interiori, egli si accomuna ai suoi compagni e ritrova quell'equilibrio così profondo che consente alla sua personalità di emergere in tutta la sua purezza e di formarsi nel migliore dei modi.

Basta entrare in una classe montessoriana per verificare che ciò che stiamo esponendo corrisponde alla realtà. Vedremmo il bambino muoversi liberamente nell'aula per prendere, nelle apposite credenze basse, il materiale sul quale compiere quel determinato esercizio; lo vedremmo compiere ciò silenziosamente, muovendosi e camminando leggermente, senza far rumore, agile e accorto nei movimenti; lo vedremmo ritornare al tavolo o sistemarsi sul pavimento immergendosi nel suo lavoro e riporre il tutto al suo posto, in ordine, dopo averlo usato.

Non c'è niente di miracoloso in tutto ciò.

Più semplicemente, ma non è scoperta da poco, visto che da più partì si continua ad ignorarlo, l'atteggiamento montessoriano risponde alle più profonde esigenze del bambino; lo guida ad un esercizio vero e proprio, cioè ne impegna l'interesse: si vede, scrive la Montessori, “l'anima del bambino, che, liberata dagli ostacoli, agisce secondo la propria natura”.

Neri Sergio, Motivi montessoriani: la concentrazione, in Vita dell’Infanzia – Opera Nazionale Montessori, Roma, 1969, n. 3 p. 13-14

Si ringrazia l'Opera Nazionale Montessori per l'autorizzazione alla pubblicazione.

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» Titolo
"DAP - Discorso e apprendimento"
-
(Cd-rom + guida pp.48) - Progetto interuniversitario
- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università "La Sapienza" Roma
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