I “trucchi” della poesia
di Raimonda Maria Morani, IRRE Lazio, Sezione
Speciale Infantiae.Org™
Poesie nel cassetto
Oltre a fare cruciverba, puzzle e crostate, molti di noi scrivono
poesie. Pochissimi diventano poeti.
Questo non è grave se consideriamo più importante il processo del
risultato, se diamo valore al piacere di fare qualcosa fine a
se stesso. Un puzzle o un cruciverba richiedono delle abilità
di tipo spaziale e linguistico che ci sostengono nel gioco, ma
vengono risolti per il piacere di giocare più che per migliorare
le nostre abilità o per primeggiare. Fare un maglione soddisfa
il nostro senso estetico, oltre a proteggere dal freddo. Così
chi scrive una poesia lo fa probabilmente per esprimere un’emozione
forte, per comunicare un’immagine, per il gusto di costruire
un oggetto estetico. Poi la poesia finisce in un cassetto e chi
l’ha scritta torna al suo lavoro, ai suoi giochi se è
un bambino, ai suoi pensieri se è un adolescente.
La cosa strana è il rapporto che intercorre tra lettura e scrittura, perché
molti scrivono poesie ma troppo pochi le leggono, anche quelle
d’autore. E’ probabile che le leggano soprattutto
i critici e i poeti.
Questa sproporzione tra la quantità di testi prodotti
e la quantità di testi letti va esaminata.
Perché la poesia è poco letta?
Forse la poesia lirica moderna è poco letta perché si presenta
in modo meno divertente, ricco e stuzzicante della narrativa,
che peraltro è ormai forma letteraria prevalente. L’attrazione
dell’intreccio, del “come va a finire” che agisce
nella narrativa è sicuramente molto forte e ne determina
il grande successo. La narrazione ipnotizza, chi legge, lo incanta
e lo spinge con una forza a volte oscura, come le sirene di Ulisse,
verso il finale.
Il lettore trova pace solo svelato il finale della fiaba, scoperto l’assassino,
concluse le avventure di Natascia…. Questo bisogno di narrazione
è bisogno di compagnia, di ritrovare analogie con la nostra
vita, di descrizioni (simulate o reali) di grandi tragedie collettive
(come in Cecità di Saramago), di uscire dalla banalità
quotidiana per entrare in altre vite e organizzazioni sociali,
di venire in contatto, in modo mediato e indiretto, con i nostri
problemi più profondi, di conoscere, di ridere… La
narrazione ci restituisce la molteplicità, tante possibilità
e occasioni, tutto quello che, anche la migliore delle vite, non
può darci per il solo fatto di essere una.
Il tempo della narrazione può essere ampio e disteso: per questo la narrativa
ci tiene compagnia. La letteratura russa, ad esempio, ha una grande
tradizione di testi lunghi e lunghissimi, che si svolgono nel
tempo, con l’ampiezza delle loro pianure: Tolstoj, Bulgakov,
Dostoevskij.
La poesia invece non ha la forza ipnotica dell’intreccio.
Il testo lirico breve ha un’altra caratteristica che lo differenzia dalla
narrativa. Condensa e distilla le parole per esprimere un’emozione,
un sentimento o un concetto. Ad esempio in questo breve testo
Ungaretti riesce a sintetizzare lo stato d’animo dei soldati:
Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie. (1)
“Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono, - dice Calvino
- il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima
concentrazione della poesia e del pensiero” (2). Ma la concentrazione,
la sintesi e la brevità della poesia complicano le cose
sia perché ci costringono ad una meditazione in contrasto
con il nostro ritmo di vita, sia perché tirar fuori il
senso da un testo, breve e condensato, può richiedere un
lavoro di moltiplicazione delle parole. Come nel caso di questa
poesia di Caproni:
Povere mie parole.
Stracci o frecce di sole? (3)
La lettura di poesia affatica perché i pensieri e le emozioni del poeta,
condensati in immagini sintetiche, devono essere ritrasformate
in pensieri ed emozioni dal lettore. Questa operazione di alchimia,
che fanno poeta e lettore, è molto più semplice
in forme letterarie lunghe e distese come la narrativa. Dice Calvino
che nella sua predilezione per le forme brevi non fa che seguire
la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri
ma sempre ricca di poeti.
Così quando i ragazzi a scuola leggono Montale, o anche Quasimodo che
è più semplice, fanno un’operazione lenta,
lunga e faticosa più vicina alla traduzione che alla lettura
comunemente intesa. In questa poesia, per esempio, utilizzata
nella scuola, è molto evidente la difficoltà a tirar
fuori il senso dalla densità di un testo fortemente metaforico
costruito in modo tale che le immagini s’intreccino e si
confondano continuamente con le sensazioni:
Non recidere forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del suo grande viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.
Un freddo cala… duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
Il guscio di cicala
Nella prima belletta di Novembre. (4)
Sciogliere la metafora
Il linguaggio poetico è, spesso, metaforico, allusivo
e ambiguo.
Provo a spiegare come queste caratteristiche del testo possano ostacolare la
lettura dei ragazzi (e non solo). La metafora è il più
affascinante ma anche il più oscuro ed ambiguo dei meccanismi
poetici. Molta della poesia moderna per adulti, pensate a tutta
la produzione di Montale e di Emily Dickinson, si serve di questo
paragone implicito. Sciogliere una metafora, ricostruire i suoi
possibili significati non è come ricostruire le varie tessere
di un puzzle o come snodare i diversi fili intrecciati di un tessuto
colorato, né possiamo spiegarla usando la logica con cui
dimostriamo il teorema di Pitagora. E’ qualcosa di diverso
perché si tratta di un meccanismo che si basa sulla logica
analogica e fantastica, oltre che sulla logica tradizionale. Per
capirla serve sia la conoscenza del contesto storico sia lasciarsi
guidare dall’intuizione, lasciar spazio alle associazioni
con altre immagini simili della letteratura, all’immaginazione,
insomma, alla parte sinistra del cervello. Se la interpretiamo
servendoci esclusivamente della logica tradizionale rischiamo
di snaturarla e di impoverirla. Le metafore possono essere di
vari tipi: ce ne sono di più facili, di difficili e di
oscure. Quasi tutti i poeti presentano delle metafore e dei simboli
ricorrenti nella loro produzione: questo aiuta a sciogliere i
possibili sensi di un testo.
Ma c’è un altro rischio nell’interpretazione e nel commento.
La metafora si serve spesso delle immagini. La varietà,
la forza espressiva dell’immagine, l’accostamento
di un’immagine ad un concetto, ad un sentimento o ad un
evento è alla base dell’invenzione di metafore forti
o belle, come queste:
Felicità raggiunta si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama. (5)
Perciò cercare di spiegare le metafore solo attraverso il linguaggio rischia
di impoverirle perché è riduttivo tradurre le immagini
in parole. Calvino, dice dei miti, che ogni interpretazione li
impoverisce e li soffoca. E’ meglio non uscire dal loro
linguaggio di immagini. Ci ricorda che commenti ed interpretazioni
rischiano di sciupare la bellezza e la suggestione di alcuni prodotti
letterari. Simone, invece, chiama “non proposizionale”
l’atteggiamento non analitico, che non descrive, non classifica
l’esperienza attraverso il linguaggio ma tende a intuire
globalmente senza sezionare. Sostiene, inoltre, che “il
non – proposizionale costituisce pur sempre una delle colonne
della tradizione del pensiero” (6), pur essendo generico,
vago dal punto di vista referenziale, allusivo, evocativo e non
gerarchico. Porta gli gnostici e il taoismo come esempi alti di
questa tendenza e Coelho, scrittore amato dai giovani, come esempio
ingenuo. Ci segnala addirittura un passo dello Zibaldone nel quale
Leopardi sostiene che ”l’analisi delle cose è
la morte della bellezza e della grandezza loro, e la morte della
poesia” (7).
Ciò che afferma Simone può essere utilmente trasferito nell’ambito
dei meccanismi creativi dell’arte e sulla modalità
di fruirne. Non a caso egli scomoda uno dei nostri più
grandi poeti per fare luce su fenomeni che la scuola spesso rimuove.
Questo atteggiamento “non proposizionale” è, probabilmente,
il più adatto per leggere la poesia (almeno inizialmente)
lasciando agire il testo, senza uscire dal suo linguaggio di immagini.
Le metafore si spiegano leggendole e rileggendole, intrecciando il pensiero razionale
con quello irrazionale, lasciando crescere in noi altre immagini
che aiutino a spiegarle, evocando le immagini letterarie che sono
dentro di noi, associando liberamente suoni, parole, ritmi del
testo, trovando le corrispondenze e le ricorrenze tra suoni, immagini
e parole, e solo dopo, tornando al sistema di regole che governa
il testo.
Se la metafora è un prodotto dell’immaginazione e del pensiero razionale
insieme, nessuna di queste due componenti basta da sola.
La poesia non dice mai solo ciò che sembra dire: ambiguità e vaghezza
dei testi poetici
Un altro ostacolo alla lettura è nell’ambiguità del testo
poetico, nella sua allusività e vaghezza. “Una poesia
non è mai solo quello che vuole dire” (8). Il testo
poetico allude spesso a ciò che si nasconde sotto la sua
buccia, sotto la prima apparenza. Questo tratto della poesia,
che costituisce un elemento importante della sua possibilità
evocativa, permette ad un testo di avere vari livelli di lettura,
vari strati di significato. Nel testo poetico questo avviene con
la costruzione di una serie di espedienti e richiami metrici,
ritmici, fonici, di significato che intrecciandosi tra loro permettono
al testo di presentare corrispondenze e di rimare a vari livelli
di forma e di significato.
La possibilità di dare varie interpretazioni ad una poesia, il suo carattere
allusivo ed ambiguo possono disturbare un lettore molto “razionale”,
qualcuno che vada cercando precisione e unicità di senso.
Il testo poetico può creare delle resistenze alla lettura
da parte di ragazzi immersi in una società nella quale
sembra prevalere un’ottica concreta di tipo logico e scientifico.
Calvino, oltre al piacere dell’esattezza parla, rifacendosi allo Zibaldone
di Leopardi, di una specie di piacere del vago. Questo tipo di
vaghezza, che è la ricerca di un effetto poetico, di un
tipo di straniamento, sembra risvegliare una sorta di godimento
tipico della poesia. Ecco un esempio di vago e indistinto in questo
verso di Montale:
Tendono alla chiarità le cose oscure (9)
oppure:
Forse un mattino andando in un’aria di vetro, (10)
Ne La casa dei doganieri di Montale la vaghezza è collegata
all’imprecisione e alla labilità della memoria:
Tu non ricordi la casa dei doganieri
Sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
[….]
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta. (11)
Poesia e videoscrittura
Informatica e poesia non vanno nella stessa direzione. Il modo nel quale l’informatica
plasma e, gradualmente, trasforma i nostri meccanismi mentali,
sembra, infatti, al momento, non favorire la lettura di poesia.
E’ evidente che la percezione, la lettura, e l’eventuale godimento
di un testo artistico non assomigliano neanche un po’ a
ciò che si attiva quando ci mettiamo al computer. L’informatica
ci spinge a cogliere le relazioni logiche tra le cose, mentre
la poesia, per lo più, evidenzia le relazioni deboli, le
cose marginali, ciò che è superfluo. La poesia non
presenta i contenuti in modo gerarchico; a volte si appiglia ad
aspetti secondari che diventano elementi stranianti per guardare
la realtà. Magrelli, con taglio minimalista, rende poetici
gli oggetti di cucina:
La cucina è gremita di oggetti
e veramente può sembrare un bosco.
Ogni pianta è al suo posto
sorge là dove è messa
con pazienza infinita riposa.
Pensate alle cose
alla flora
metallica delle posate. (12)
Montale trasforma un infilascarpe in un oggetto ironico- poetico:
L’abbiamo rimpianto a lungo l’infilascarpe,
il cornetto di latta arrugginito ch’era
sempre con noi. Pareva un’indecenza portare
tra i similori e gli stucchi un tale orrore.
Dev’essere al Danieli che ho scordato
di riporlo in valigia o nel sacchetto.
Hedia la cameriera lo buttò certo
nel Canalazzo. E come avrei potuto
scrivere che cercassero quel pezzaccio di latta?
C’era un prestigio (il nostro) da salvare
e Hedia, la fedele, l’aveva fatto. (13)
L’informatica costringe all’ordine e alla precisione del linguaggio.
Le cartelle di Windows non hanno nomi allusivi, ma assolutamente
chiari e definiti per permetterci di individuare immediatamente
i file che contengono.
L’allusivo, il vago, l’ambiguo disturbano e creano disordine, mentre
in poesia sono fondamentali per richiamare altro, per creare suggestioni
emotive, collegamenti tra cose e persone, tra sentimenti ed immagini.
Rispetto al rapporto con il tempo il computer è un mezzo
“economico” perché ne fa risparmiare molto
a chi impara a sfruttarlo, mentre la poesia spinge alla lentezza
e alla contemplazione. L’uso del computer spinge a desiderarne
un altro sempre più veloce, all’azione “ottimizzata”;
la poesia alla perdita di tempo, al superfluo, alla meditazione.
Se da un lato, quindi, è necessario sviluppare la parte destra del cervello
(logica, matematica, informatica, linguistica…) dall’altra
non si può trascurare la parte sinistra. Se la scuola saprà
vedere quei fenomeni vaghi, colti con acutezza da Simone, che
differenziano il modo di percepire la realtà dei nostri
nonni da quello dei nostri giovani, potrà sviluppare delle
strategie culturali e didattiche per mediare tra parte destra
e parte sinistra, per non lasciare il godimento dell’arte,
(che è un po’ tutta non - proposizionale, intuitiva,
irrazionale, più basata sul silenzio che sul discorso analitico),
fuori delle aule scolastiche (concerti, teatri, cinema). Se non
rigetterà come altra da sé quella componente irrazionale
ed intuitiva, difficile da trattare, che comunque impregna la
nostra cultura, potrà trovare modi e forme didattiche per
una lettura creativa - e non aridamente “scolastica”
- di quelle forme d’arte delle quali da sempre si occupa.
Va infine considerato che, con l’arrivo di ragazzi di tutti i colori, la
scuola si deve attrezzare per una didattica multietnica e multiculturale.
La fusione e l’armonizzazione tra parte destra e sinistra
del cervello può rappresentare uno dei modi possibili per
facilitare l’incontro tra civiltà come la nostra,
nella quale il razionalismo esasperato ha addormentato la parte
sinistra, e quelle culture che hanno privilegiato, da sempre,
l’intuizione, la meditazione e il silenzio.
n.b. Una versione di quest’articolo è stata pubblicata con il titolo
“Dove va la poesia” sul volume (a cura di ) Raimonda
M. Morani, Parole senza fretta. Riflessioni, esperienze, laboratori
sulla poesia per ragazzi, Milano, Franco Angeli, 2002.
G. Ungaretti, Vita di un uomo, Mondadori, Milano, 1970
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Idem
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E. Montale, Idem
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