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  » I "trucchi" della poesia ©®2000-2008 Tutti i diritti riservati Infantiae.Org™ s.r.l.

I “trucchi” della poesia

di Raimonda Maria Morani, IRRE Lazio, Sezione Speciale Infantiae.Org™

Poesie nel cassetto

Oltre a fare cruciverba, puzzle e crostate, molti di noi scrivono poesie. Pochissimi diventano poeti.

Questo non è grave se consideriamo più importante il processo del risultato, se diamo valore al piacere di fare qualcosa fine a se stesso. Un puzzle o un cruciverba richiedono delle abilità di tipo spaziale e linguistico che ci sostengono nel gioco, ma vengono risolti per il piacere di giocare più che per migliorare le nostre abilità o per primeggiare. Fare un maglione soddisfa il nostro senso estetico, oltre a proteggere dal freddo. Così chi scrive una poesia lo fa probabilmente per esprimere un’emozione forte, per comunicare un’immagine, per il gusto di costruire un oggetto estetico. Poi la poesia finisce in un cassetto e chi l’ha scritta torna al suo lavoro, ai suoi giochi se è un bambino, ai suoi pensieri se è un adolescente.

La cosa strana è il rapporto che intercorre tra lettura e scrittura, perché molti scrivono poesie ma troppo pochi le leggono, anche quelle d’autore. E’ probabile che le leggano soprattutto i critici e i poeti.

Questa sproporzione tra la quantità di testi prodotti e la quantità di testi letti va esaminata.

Perché la poesia è poco letta?

Forse la poesia lirica moderna è poco letta perché si presenta in modo meno divertente, ricco e stuzzicante della narrativa, che peraltro è ormai forma letteraria prevalente. L’attrazione dell’intreccio, del “come va a finire” che agisce nella narrativa è sicuramente molto forte e ne determina il grande successo. La narrazione ipnotizza, chi legge, lo incanta e lo spinge con una forza a volte oscura, come le sirene di Ulisse, verso il finale.

Il lettore trova pace solo svelato il finale della fiaba, scoperto l’assassino, concluse le avventure di Natascia…. Questo bisogno di narrazione è bisogno di compagnia, di ritrovare analogie con la nostra vita, di descrizioni (simulate o reali) di grandi tragedie collettive (come in Cecità di Saramago), di uscire dalla banalità quotidiana per entrare in altre vite e organizzazioni sociali, di venire in contatto, in modo mediato e indiretto, con i nostri problemi più profondi, di conoscere, di ridere… La narrazione ci restituisce la molteplicità, tante possibilità e occasioni, tutto quello che, anche la migliore delle vite, non può darci per il solo fatto di essere una.

Il tempo della narrazione può essere ampio e disteso: per questo la narrativa ci tiene compagnia. La letteratura russa, ad esempio, ha una grande tradizione di testi lunghi e lunghissimi, che si svolgono nel tempo, con l’ampiezza delle loro pianure: Tolstoj, Bulgakov, Dostoevskij.

La poesia invece non ha la forza ipnotica dell’intreccio.

Il testo lirico breve ha un’altra caratteristica che lo differenzia dalla narrativa. Condensa e distilla le parole per esprimere un’emozione, un sentimento o un concetto. Ad esempio in questo breve testo Ungaretti riesce a sintetizzare lo stato d’animo dei soldati:

Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie. (1)

“Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono, - dice Calvino - il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero” (2). Ma la concentrazione, la sintesi e la brevità della poesia complicano le cose sia perché ci costringono ad una meditazione in contrasto con il nostro ritmo di vita, sia perché tirar fuori il senso da un testo, breve e condensato, può richiedere un lavoro di moltiplicazione delle parole. Come nel caso di questa poesia di Caproni:

Povere mie parole.
Stracci o frecce di sole? (3)

La lettura di poesia affatica perché i pensieri e le emozioni del poeta, condensati in immagini sintetiche, devono essere ritrasformate in pensieri ed emozioni dal lettore. Questa operazione di alchimia, che fanno poeta e lettore, è molto più semplice in forme letterarie lunghe e distese come la narrativa. Dice Calvino che nella sua predilezione per le forme brevi non fa che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti.

Così quando i ragazzi a scuola leggono Montale, o anche Quasimodo che è più semplice, fanno un’operazione lenta, lunga e faticosa più vicina alla traduzione che alla lettura comunemente intesa. In questa poesia, per esempio, utilizzata nella scuola, è molto evidente la difficoltà a tirar fuori il senso dalla densità di un testo fortemente metaforico costruito in modo tale che le immagini s’intreccino e si confondano continuamente con le sensazioni:

Non recidere forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del suo grande viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
Il guscio di cicala
Nella prima belletta di Novembre. (4)


Sciogliere la metafora

Il linguaggio poetico è, spesso, metaforico, allusivo e ambiguo.

Provo a spiegare come queste caratteristiche del testo possano ostacolare la lettura dei ragazzi (e non solo). La metafora è il più affascinante ma anche il più oscuro ed ambiguo dei meccanismi poetici. Molta della poesia moderna per adulti, pensate a tutta la produzione di Montale e di Emily Dickinson, si serve di questo paragone implicito. Sciogliere una metafora, ricostruire i suoi possibili significati non è come ricostruire le varie tessere di un puzzle o come snodare i diversi fili intrecciati di un tessuto colorato, né possiamo spiegarla usando la logica con cui dimostriamo il teorema di Pitagora. E’ qualcosa di diverso perché si tratta di un meccanismo che si basa sulla logica analogica e fantastica, oltre che sulla logica tradizionale. Per capirla serve sia la conoscenza del contesto storico sia lasciarsi guidare dall’intuizione, lasciar spazio alle associazioni con altre immagini simili della letteratura, all’immaginazione, insomma, alla parte sinistra del cervello. Se la interpretiamo servendoci esclusivamente della logica tradizionale rischiamo di snaturarla e di impoverirla. Le metafore possono essere di vari tipi: ce ne sono di più facili, di difficili e di oscure. Quasi tutti i poeti presentano delle metafore e dei simboli ricorrenti nella loro produzione: questo aiuta a sciogliere i possibili sensi di un testo.

Ma c’è un altro rischio nell’interpretazione e nel commento. La metafora si serve spesso delle immagini. La varietà, la forza espressiva dell’immagine, l’accostamento di un’immagine ad un concetto, ad un sentimento o ad un evento è alla base dell’invenzione di metafore forti o belle, come queste:

Felicità raggiunta si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama. (5)

Perciò cercare di spiegare le metafore solo attraverso il linguaggio rischia di impoverirle perché è riduttivo tradurre le immagini in parole. Calvino, dice dei miti, che ogni interpretazione li impoverisce e li soffoca. E’ meglio non uscire dal loro linguaggio di immagini. Ci ricorda che commenti ed interpretazioni rischiano di sciupare la bellezza e la suggestione di alcuni prodotti letterari. Simone, invece, chiama “non proposizionale” l’atteggiamento non analitico, che non descrive, non classifica l’esperienza attraverso il linguaggio ma tende a intuire globalmente senza sezionare. Sostiene, inoltre, che “il non – proposizionale costituisce pur sempre una delle colonne della tradizione del pensiero” (6), pur essendo generico, vago dal punto di vista referenziale, allusivo, evocativo e non gerarchico. Porta gli gnostici e il taoismo come esempi alti di questa tendenza e Coelho, scrittore amato dai giovani, come esempio ingenuo. Ci segnala addirittura un passo dello Zibaldone nel quale Leopardi sostiene che ”l’analisi delle cose è la morte della bellezza e della grandezza loro, e la morte della poesia” (7).

Ciò che afferma Simone può essere utilmente trasferito nell’ambito dei meccanismi creativi dell’arte e sulla modalità di fruirne. Non a caso egli scomoda uno dei nostri più grandi poeti per fare luce su fenomeni che la scuola spesso rimuove.

Questo atteggiamento “non proposizionale” è, probabilmente, il più adatto per leggere la poesia (almeno inizialmente) lasciando agire il testo, senza uscire dal suo linguaggio di immagini.

Le metafore si spiegano leggendole e rileggendole, intrecciando il pensiero razionale con quello irrazionale, lasciando crescere in noi altre immagini che aiutino a spiegarle, evocando le immagini letterarie che sono dentro di noi, associando liberamente suoni, parole, ritmi del testo, trovando le corrispondenze e le ricorrenze tra suoni, immagini e parole, e solo dopo, tornando al sistema di regole che governa il testo.

Se la metafora è un prodotto dell’immaginazione e del pensiero razionale insieme, nessuna di queste due componenti basta da sola.

La poesia non dice mai solo ciò che sembra dire: ambiguità e vaghezza dei testi poetici

Un altro ostacolo alla lettura è nell’ambiguità del testo poetico, nella sua allusività e vaghezza. “Una poesia non è mai solo quello che vuole dire” (8). Il testo poetico allude spesso a ciò che si nasconde sotto la sua buccia, sotto la prima apparenza. Questo tratto della poesia, che costituisce un elemento importante della sua possibilità evocativa, permette ad un testo di avere vari livelli di lettura, vari strati di significato. Nel testo poetico questo avviene con la costruzione di una serie di espedienti e richiami metrici, ritmici, fonici, di significato che intrecciandosi tra loro permettono al testo di presentare corrispondenze e di rimare a vari livelli di forma e di significato.

La possibilità di dare varie interpretazioni ad una poesia, il suo carattere allusivo ed ambiguo possono disturbare un lettore molto “razionale”, qualcuno che vada cercando precisione e unicità di senso. Il testo poetico può creare delle resistenze alla lettura da parte di ragazzi immersi in una società nella quale sembra prevalere un’ottica concreta di tipo logico e scientifico.

Calvino, oltre al piacere dell’esattezza parla, rifacendosi allo Zibaldone di Leopardi, di una specie di piacere del vago. Questo tipo di vaghezza, che è la ricerca di un effetto poetico, di un tipo di straniamento, sembra risvegliare una sorta di godimento tipico della poesia. Ecco un esempio di vago e indistinto in questo verso di Montale:

Tendono alla chiarità le cose oscure (9)

oppure:

Forse un mattino andando in un’aria di vetro, (10)

Ne La casa dei doganieri di Montale la vaghezza è collegata all’imprecisione e alla labilità della memoria:

Tu non ricordi la casa dei doganieri
Sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
[….]
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta. (11)


Poesia e videoscrittura

Informatica e poesia non vanno nella stessa direzione. Il modo nel quale l’informatica plasma e, gradualmente, trasforma i nostri meccanismi mentali, sembra, infatti, al momento, non favorire la lettura di poesia.

E’ evidente che la percezione, la lettura, e l’eventuale godimento di un testo artistico non assomigliano neanche un po’ a ciò che si attiva quando ci mettiamo al computer. L’informatica ci spinge a cogliere le relazioni logiche tra le cose, mentre la poesia, per lo più, evidenzia le relazioni deboli, le cose marginali, ciò che è superfluo. La poesia non presenta i contenuti in modo gerarchico; a volte si appiglia ad aspetti secondari che diventano elementi stranianti per guardare la realtà. Magrelli, con taglio minimalista, rende poetici gli oggetti di cucina:

La cucina è gremita di oggetti
e veramente può sembrare un bosco.
Ogni pianta è al suo posto
sorge là dove è messa
con pazienza infinita riposa.
Pensate alle cose
alla flora
metallica delle posate. (12)

Montale trasforma un infilascarpe in un oggetto ironico- poetico:

L’abbiamo rimpianto a lungo l’infilascarpe,
il cornetto di latta arrugginito ch’era
sempre con noi. Pareva un’indecenza portare
tra i similori e gli stucchi un tale orrore.
Dev’essere al Danieli che ho scordato
di riporlo in valigia o nel sacchetto.
Hedia la cameriera lo buttò certo
nel Canalazzo. E come avrei potuto
scrivere che cercassero quel pezzaccio di latta?
C’era un prestigio (il nostro) da salvare
e Hedia, la fedele, l’aveva fatto. (13)

L’informatica costringe all’ordine e alla precisione del linguaggio. Le cartelle di Windows non hanno nomi allusivi, ma assolutamente chiari e definiti per permetterci di individuare immediatamente i file che contengono.

L’allusivo, il vago, l’ambiguo disturbano e creano disordine, mentre in poesia sono fondamentali per richiamare altro, per creare suggestioni emotive, collegamenti tra cose e persone, tra sentimenti ed immagini. Rispetto al rapporto con il tempo il computer è un mezzo “economico” perché ne fa risparmiare molto a chi impara a sfruttarlo, mentre la poesia spinge alla lentezza e alla contemplazione. L’uso del computer spinge a desiderarne un altro sempre più veloce, all’azione “ottimizzata”; la poesia alla perdita di tempo, al superfluo, alla meditazione.

Se da un lato, quindi, è necessario sviluppare la parte destra del cervello (logica, matematica, informatica, linguistica…) dall’altra non si può trascurare la parte sinistra. Se la scuola saprà vedere quei fenomeni vaghi, colti con acutezza da Simone, che differenziano il modo di percepire la realtà dei nostri nonni da quello dei nostri giovani, potrà sviluppare delle strategie culturali e didattiche per mediare tra parte destra e parte sinistra, per non lasciare il godimento dell’arte, (che è un po’ tutta non - proposizionale, intuitiva, irrazionale, più basata sul silenzio che sul discorso analitico), fuori delle aule scolastiche (concerti, teatri, cinema). Se non rigetterà come altra da sé quella componente irrazionale ed intuitiva, difficile da trattare, che comunque impregna la nostra cultura, potrà trovare modi e forme didattiche per una lettura creativa - e non aridamente “scolastica” - di quelle forme d’arte delle quali da sempre si occupa.

Va infine considerato che, con l’arrivo di ragazzi di tutti i colori, la scuola si deve attrezzare per una didattica multietnica e multiculturale. La fusione e l’armonizzazione tra parte destra e sinistra del cervello può rappresentare uno dei modi possibili per facilitare l’incontro tra civiltà come la nostra, nella quale il razionalismo esasperato ha addormentato la parte sinistra, e quelle culture che hanno privilegiato, da sempre, l’intuizione, la meditazione e il silenzio.

n.b. Una versione di quest’articolo è stata pubblicata con il titolo “Dove va la poesia” sul volume (a cura di ) Raimonda M. Morani, Parole senza fretta. Riflessioni, esperienze, laboratori sulla poesia per ragazzi, Milano, Franco Angeli, 2002.

G. Ungaretti, Vita di un uomo, Mondadori, Milano, 1970
I.Calvino, Lezioni americane, Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, Milano, 1988
G.Caproni, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1983
E. Montale, Le occasioni, Mondadori, Milano, 1949
E. Montale, Ossi di seppia, Mondadori, Milano, 1948
R. Simone, La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo, Laterza, Roma - Bari, 2001
Idem
D. Bisutti, La poesia salva la vita, Mondadori, Milano, 1999
E. Montale, Idem
E. Montale, Idem
E. Montale, Le occasioni, Mondadori, Milano, 1949
V. Magrelli, Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi, Torino, 1996
E. Montale, Satura, Mondadori, Milano, 1971.

BIBLIOGRAFIA

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I. Calvino, Lezioni Americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, Milano, 1988.
G. Caproni, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 1983.
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Fonzi e E. Negro Sancipriano, La magia delle parole: alla riscoperta della metafora, Einaudi, Torino, 1975.
H. Gardner, Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Feltrinelli, Milano, 1987.
R. Jakobson, (1933), “Che cos’è la poesia?”, R. Jakobson, Poetica e poesia, Einaudi, Torino, 1985.
R. Jakobson, (1968), “Poesia della grammatica e grammatica della poesia”, cit.
R. Jakobson e P. Bogatyrev, (1929), “Il folklore come forma particolare di creazione”, cit.
Koestler, (1969), L’atto della creazione, Ubaldini, Roma, 1975.
V. Magrelli, Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi, Torino, 1996.
E. Montale, Satura, Mondadori, Milano, 1971.
E. Montale, Le occasioni, Mondadori, Milano, 1949.
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E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Cortina, Milano, 2001.
E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, Cortina,
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C. Pensa, La tranquilla passione. Saggi sulla meditazione buddista di consapevolezza, Ubaldini,
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J. Rosen, Il Talmud e Internet. Un viaggio tra mondi, Einaudi, Torino, 2001.
G. Ungaretti, Vita di un uomo, Mondadori, Milano, 1970.
R. Simone, La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo, Laterza, Bari, 2001.

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