» I sistemi di attività situata al Nido
(1)
Dott.ssa Camilla Monaco PhD - “Sapienza”
Università di Roma
Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione
«L’attività e la mente sono sociali
nel loro contenuto come nelle loro origini; sono attività
sociale e mente sociale».
Marx, 1975, p. 157.
Il presente contributo si colloca all’interno di una più
ampia ricerca di carattere etnografico-conversazionale, incentrata
sullo sviluppo della socialità infantile al nido (Monaco,
2008), adottando una prospettiva storico-culturale, secondo
la quale i processi di sviluppo e di apprendimento hanno un
carattere situato (Rogoff, 1990; Resnick, Pontecorvo,
Saljio, 1997) poiché si realizzano sempre all’interno
di un preciso contesto, inteso tanto in senso fisico-spaziale,
quanto in senso culturale e socio-relazionale. Pertanto, un
servizio socio-educativo come il nido d’infanzia rappresenta
uno dei principali contesti naturali per lo sviluppo
e l’educazione (Galardini, 2003; Bondioli, Mantovani S.,
1988): gli scambi e le interazioni che si costruiscono al suo
interno svolgono una funzione primaria rispetto al processo
di socializzazione dei «nuovi membri» della società.
In particolare, un’esperienza educativa extra-familiare
come quella offerta dal nido può avere un ruolo centrale
nella promozione e nel sostegno dello sviluppo della socialità
(Howes, 1988).
L’obiettivo generale della ricerca qui presentata è
stato quello di indagare, attraverso un processo interpretativo
multilivello (Monaco, 2008), lo sviluppo
della socialità di 18 bambini di età compresa
tra i 20 e i 40 mesi durante la vita quotidiana al nido.
Dal punto di vista epistemologico, la scelta di un approccio
qualitativo e l’adozione di una metodologia etnografico-conversazionale
sono legate all’interesse per la comprensione di specifici
processi sociali «dall’interno» (Mantovani,
G., 2003). Lo studio ha utilizzato, infatti, un impianto metodologico
di carattere etnografico (Padiglione, 1996; Fasulo, 1997): si
è trattato di una ricerca sul campo in situazioni
di vita reale (Mantovani G., 2003), basata sull’osservazione
semi-partecipante (Corsaro, 1985) e su diverse tecniche di rilevazione
di natura osservativa (videoregistrazione, diario di campo,
fotografie, videotour(2) : cfr. Monaco, 2007).
Uno dei quattro livelli di analisi, su cui si è incentrato
il presente contributo, ha riguardato i sistemi
di attività situata, intesi come complesse
interrelazioni tra gli individui e la comunità di cui
fanno parte, ovvero come contesti primari per ogni forma di
cognizione umana (Leontjev, 1975/1977; Engeström, 2001).
Inizialmente i sistemi di attività più studiati
si riferivano soprattutto al gioco e all’apprendimento
collaborativo tra bambini; a partire dagli anni ’70 del
secolo scorso, alcuni ricercatori occidentali hanno iniziato
a rivolgere la propria attenzione anche ad altri domini di attività,
riguardanti ad esempio il mondo lavorativo o le attività
di insegnamento-apprendimento.
Adottare una prospettiva di questo tipo significa assumere come
unità di analisi psicologica non più il singolo
individuo con i suoi costrutti cognitivi, quanto piuttosto i
sistemi di attività e, nello specifico, gli attori sociali
in essi coinvolti. Infatti, nessuna delle nostre attività
quotidiane (in quanto sempre coordinata con altri attori sociali)
può essere descritta semplicemente come la somma di “tanti”
funzionamenti psicologici e/o linee di attività individuali.
Pertanto, l’obiettivo dello studioso non è quello
di astrarre o definire regole generali o strutture tipiche di
processamento cognitivo (ad es. i modelli di presa delle decisioni),
ma piuttosto quello di rendere conto di come all’interno
di situazioni sociali specifiche si articola la creazione
di un significato condiviso che rende ogni azione comprensibile
agli altri. (Zucchermaglio, 2003).
Gli studi sulla cognizione distribuita all’interno dei
sistemi di attività (cfr. ad esempio Hutchins, 1995;
Scribner, 1984; Lave, 1988; Resnick et al., 1997; Suchman, 2000)
sottolineano l’esistenza di diverse funzioni e attività
psicologiche, realizzate in maniera congiunta da più
attori sociali, che non hanno un corrispettivo di carattere
individuale. Tali attività sono talmente complesse che
non potrebbero essere svolte individualmente e, al contrario,
devono la propria complessità ed efficacia proprio al
fatto di essere realizzate all’interno di sistemi di attività
situata, distribuita e mediata da specifici artefatti culturali
(Zucchermaglio, 2003).
Il ricercatore interessato all’analisi dei sistemi di
attività quotidiana e situata si identifica, quindi,
con una psicologia dell’interazione
piuttosto che con una psicologia dei fenomeni cognitivi individuali:
l’attenzione si sposta dalla mente del singolo individuo
verso l’interazione tra le menti delle persone e i processi
di cognizione distribuita all’interno dei contesti sociali
di attività (Zucchermaglio, 2004).
Dal punto di vista operativo, nello studio qui presentato i
sistemi di attività situata sono stati individuati
seguendo due specifiche domande-guida, relative da un lato al
contesto situazionale e dall’altro alle tipologie,
caratteristiche e interrelazioni delle attività svolte
dai partecipanti. I diversi sistemi sono stati analizzati sulla
base dei livelli proposti dalla “activity theory”
(Leontjev, 1975/1977; Vygotskji, Lurja, Leontjev, 1978; Engeström,
2001): attività, azioni e operazioni.
Il primo livello consiste nella cosiddetta attività
esterna, sensibile e pratica (ad es. il lavoro,
il gioco o l’istruzione formale), che ha dei nessi diretti
con il mondo oggettivo ed è caratterizzata da un «motivo»
che ne costituisce l’oggetto. L’attività
è di origine sociale e si può sviluppare solo
in condizione di cooperazione e di comunicazione interpersonale:
il «motivo» stesso viene definito dai partecipanti.
Il livello successivo di analisi delle attività umane
è costituito dalle azioni di
cui si compone l’attività, che sono processi subordinati
ad uno scopo consapevole. L’azione è la sede in
cui avviene la mediazione interpersonale: essa rappresenta il
punto di incontro e di scambio tra “chi sa” e “chi
non sa ancora fare da solo”. I modi di realizzazione di
un’azione sono le operazioni,
che sono associate alle condizioni concrete in cui l’attività
si svolge e costituiscono il terzo e ultimo livello di analisi.
Le operazioni, ovvero i piani esecutivi dell’azione, variano
a seconda di come l’attività è stata definita
dai partecipanti nei suoi termini generali e fanno affidamento
su competenze che si attivano in modo automatico. Esse non hanno
alcun significato da sole: acquistano senso solo nella misura
in cui sono inserite all’interno di azioni significative
(Zucchermaglio, Alby, 2005).
Si pensi al momento del “cambio” al Nido: questa
attività include tutta una serie di azioni,
come la sostituzione del pannolino, e se occorre di qualche
indumento, il lavaggio del viso o quello delle mani. Le operazioni
riguardano, invece, le specifiche modalità esecutive
con cui le azioni si svolgono: ad esempio, il cambio di un indumento
può avvenire aspettando che il bambino faccia autonomamente
dei movimenti che agevolino l’operazione (ad es. alzare
la gamba o piegare il braccio), così come l’azione
di lavarsi le mani – che può essere guidata dall’adulto
oppure essere svolta in maniera autonoma dal bambino –
include operazioni come aprire il rubinetto, versare il sapone,
strofinare le mani sotto il getto dell’acqua, e così
via.
Per l’individuazione e l’analisi dei sistemi
di attività situata (Monaco, 2008), si è
fatto ricorso a materiali osservativi raccolti con tecniche
di rilevazione diverse. Oltre alle videoregistrazioni, sono
stati usati il diario di campo, le fotografie e il videotour
registrato dall’educatrice della sezione dei Medio-Grandi
(della durata di circa 40 minuti), che è stato integralmente
trascritto usando una versione alleggerita del sistema jeffersoniano
(Jefferson, 1985).
Sono stati analizzati i principali sistemi di attività
costruiti e gestiti dai bambini della sezione Medio-Grandi del
nido osservato, in maniera più o meno autonoma rispetto
all’intervento dell’adulto: il bagno,
il giardino, il salone,
l’antibagno e l’angolo
del morbido sono cinque differenti contesti (cfr.
foto 1 e 2), intesi sia in senso fisico sia in senso relazionale,
in cui è stato possibile osservare una vasta gamma di
pratiche sociali, il cui carattere
è senza dubbio fortemente situato, localmente costruito
e socialmente fondato (cfr. Zucchermaglio, 2003).
|
|
|
Foto 1 - In bagno |
|
Foto 2 - In giardino |
Il procedimento interpretativo ha evidenziato che, durante la
giornata educativa al nido, adulti e bambini partecipano attivamente
a numerosi sistemi di attività situata, spesso molto
complessi e caratterizzati da diverse azioni tra loro interrelate.
Spesso, inoltre, un determinato gruppo di bambini, coinvolto
insieme alla/e educatrice/i in un determinato sistema di attività,
si è rivelato in grado di costruire in maniera collaborativa
– e qualche volta completamente autonoma rispetto all’intervento
dell’adulto – sistemi paralleli rispetto a quello/i
“ufficiale/i”.
Dall’analisi dei dati emerge con chiarezza quanto le attività
educative, anche in un nido, siano socialmente costruite e situate,
oltre che mediate da artefatti materiali, linguistici e simbolici.
In altri termini, anche i bambini di età compresa tra
i 20 e i 40 mesi, all’interno di un adeguato contesto
socio-educativo, sono in grado di costruire e negoziare sistemi
di attività complessi, caratterizzati da interessanti
intrecci tra i tre differenti livelli delle attività
umane (attività, azioni, operazioni).
Un esempio di questo tipo è dato dall’estratto
che segue, che propone una situazione in cui un bambino (Emanuele)
perde una scarpa e inizia a urlare ripetutamente “Ppappe,
ppappe!”, intendendo “Scarpe, scarpe!” (foto
7a), dando origine ad uno scambio piuttosto articolato. I partecipanti
all’interazione, oltre all’educatrice, sono Emanuele
(22 mesi), Emma (21 mesi), Martina R. (23 mesi), Simone (24
mesi), Christian (23 mesi), Martina D. (31 mesi).

Estratto 1
– Le “Ppappe”
(Dal diario di campo del 31-05-06)
«L’evento
della scarpa perduta (foto a) attira l’attenzione
di altri bambini che, come Emanuele, stanno aspettando il proprio
turno per lavarsi le mani o indossare il bavaglino. La prima
a manifestare il proprio interesse, prendendo in mano la scarpa
e ripetendo “Ppappe” (foto b), è
Martina R. che, dietro il suggerimento dell’educatrice,
prende il piede del bambino (foto c) e prova –
di fatto senza successo – a risolvere il problema. Quando
la bambina va a lavarsi le mani, anche Simone, Emma e Christian
si avvicinano ad Emanuele. Simone prende in mano la scarpa e
prova a rimetterla al suo posto, dicendo “Io, io!”
(foto d) ma, poiché neanche lui riesce nell’impresa,
Christian decide di fare un personale tentativo. Anche in questo
caso, però, il piede di Emanuele rimane fuori dalla scarpa
e, quando l’educatrice chiede “C’è
qualcosa che non va?”, Christian risponde “Il piede!”
(foto e).
Subito dopo Simone fa un secondo tentativo, guidato dalla voce
dell’adulto, che cerca di aiutarlo a capire come fare
per rimettere la scarpa e, infilando soltanto la punta del piede
di Emanuele nel sandaletto, afferma “Fatto io!”
(foto f). A questo punto interviene Christian che,
avvicinandosi ai due bambini, fa notare loro che la scarpa non
è stata infilata nella maniera giusta e riprova a risolvere
il problema: la sequenza si conclude con l’intervento
dell’educatrice, che rimette il piede di Emanuele nel
sandaletto, facendo vedere ripetutamente ai bambini (incluse
Emma e Martina D., che sono rimaste per tutto il tempo ad osservare
l’attività del piccolo gruppo) qual è il
movimento da compiere. Il passaggio da un’attività
all’altra, quindi, è determinato dall’azione
dell’adulto, dovuta principalmente alla necessità
di rispettare i tempi della giornata educativa: il pranzo è
pronto e il gruppo deve finire di prepararsi per andare a mangiare.
Poiché Emanuele è uno dei bambini che non hanno
ancora lavato le mani, l’attenzione del gruppo viene spostata
dalle sue “ppappe” al lavandino e ai bavaglini da
indossare».
In questo esempio, l’attività
del “provare a rimettere le ppappe” nasce da un
evento casuale, ma viene costruita in maniera collaborativa
da diversi partecipanti (Emanuele, Martina R., Simone, Christian),
che a turno cercano di aiutare il bambino che è rimasto
senza una scarpa, facendo tentativi ripetuti, usando differenti
strategie e traendo conclusioni diverse. In questo caso, quindi,
i bambini costruiscono insieme un sistema di attività
parallelo a quello “ufficiale”, che
è comunemente legato al contesto “bagno”.
In particolare, se l’attività consiste nell’aiutare
Emanuele che è rimasto senza una scarpa, le azioni
sono rappresentate da tutti i tentativi effettuati dai bambini
per infilare il piede del bambino nel sandalo, mentre le operazioni
sono le diverse modalità esecutive con cui le azioni
vengono compiute. Ad esempio, Martina R. afferra il piede di
Emanuele e prova a rimetterlo nella scarpa muovendolo in tutte
le direzioni possibili, mentre Christian ruota ripetutamente
la scarpa intorno al piede, giungendo infine alla conclusione
che il problema stia proprio in questa parte del corpo del bambino.
La sequenza si conclude con l’intervento dell’educatrice,
la quale, dopo aver cercato di guidare i bambini da lontano,
si avvicina loro e – accompagnando ogni movimento con
un’azione verbale di tipo esplicativo – rimette
a posto la scarpa di Emanuele. L’ingresso dell’adulto
nell’interazione tra bambini è determinato, in
questo caso, dalla necessità di rispettare i tempi della
vita educativa: occorre finire di prepararsi per il pranzo e,
poiché è arrivato il turno di Emanuele, questi
deve dirigersi verso il lavandino per lavare le mani e indossare
il bavaglino.
Infine, è interessante notare che l’episodio delle
“ppappe” è una di quelle situazioni in cui
un’attività nata quasi per caso diventa un gioco
ritualizzato, o meglio una vera e propria pratica
di gruppo. Si tratta di un esempio significativo
di attività socialmente costruita, culturalmente situata
e mediata da artefatti linguistici e materiali che implicano
una precisa divisione dei compiti tra i partecipanti. Nello
specifico, mentre a Emanuele spetta il compito di “offrire”
il proprio piede e la propria scarpa a chi, a turno, decide
di provare a risolvere il suo problema, Martina R., Simone e
Christian hanno il compito di cercare di rimettere la “ppappa”
e al tempo stesso di vigilare sui tentativi altrui. Non è
detto, infatti, che al di fuori di quello specifico contesto
situazionale, in un altro momento della vita educativa e con
altri partecipanti si sarebbe venuta a creare la medesima situazione
interazionale.
Il piccolo gruppo di bambini che in bagno, durante un momento
di attesa, ha attivamente co-costruito la specifica attività
del provare a rimettere la scarpa ad Emanuele può essere
considerato come un sistema di attività fortemente
situato, localmente costruito e socialmente fondato (Zucchermaglio,
2003). Le azioni dei partecipanti dimostrano come essi, all’interno
di quella specifica situazione sociale, siano stati in grado
di creare un significato condiviso, che ha reso ogni singola
operazione comprensibile e negoziabile (ad es. Simone che prende
il piede di Emanuele dicendo “Io, io!”). E’
evidente che l’attività in questione non potrebbe
avere un corrispettivo individuale e che l’alternarsi
nel tentativo di risolvere il problema delle “ppappe”
rappresenta il punto centrale dell’attività stessa:
in questo, come in molti altri casi, la complessità della
pratica sociale è dovuta proprio al fatto che essa sia
realizzata all’interno di un sistema di attività
situata, distribuita e mediata.
Un altro aspetto interessante di questo esempio è legato
alla enorme dinamicità e apertura dei sistemi di attività,
che sono tanto più funzionali ed efficaci quanto più
riescono ad adattarsi alle esigenze dei partecipanti e alle
trasformazioni del contesto. Nella sezione del nido, infatti,
l’episodio delle “ppappe” non è rimasto
un’attività fine a se stessa; al contrario, i partecipanti
sono riusciti a “socializzarla” con altri bambini
e a trasformarla – sempre in maniera collaborativa e socialmente
condivisa – in una sorta di rituale da ripetere e riproporre
anche in altri contesti e in altri momenti della giornata educativa
(ad es. durante il gioco libero in salone).
Un’altra considerazione scaturisce da uno sguardo trasversale
ai diversi sistemi di attività individuati e analizzati.
Per quanto riguarda le caratteristiche delle pratiche sociali
in essi coinvolte, è possibile individuare tre sotto-gruppi:
ci sono situazioni che si riferiscono a pratiche
di cura, altre che sono incentrare su pratiche
di gioco e, infine, ci sono quello che riguardano
al tempo stesso pratiche di cura e di gioco,
che peraltro i bambini conoscono benissimo poiché costituiscono
due pilastri della vita al nido.
Dal procedimento interpretativo è emerso, inoltre, che
i momenti di attesa e quelli di passaggio da un’attività
ad un’altra rappresentano delle condizioni particolarmente
favorevoli rispetto al verificarsi del fenomeno appena descritto,
evidenziando in tal modo l’importanza di analizzare in
maniera puntuale gli interstizi temporali
della vita educativa. In altre parole, si è visto che
alcuni ambienti del nido (come il bagno, il salone o l’angolo
del morbido) possono rappresentare dei contesti privilegiati
per l’instaurarsi degli scambi sociali tra bambini,
soprattutto in determinati periodi della giornata e, in particolare,
durante le fasi di passaggio da un momento educativo a quello
successivo.
E’ piuttosto evidente che le modalità con cui gli
adulti gestiscono questi interstizi (di attesa e/o di transizione)
influiscono notevolmente sulla possibilità che i bambini
costruiscano complesse situazioni interazionali e che le gestiscano
in maniera autonoma rispetto al mondo degli adulti. Ad esempio,
un approccio educativo incentrato su quella che Ritscher e Staccioli
(2005) chiamano «Slow life» – ovvero sull’importanza
di soffermarsi con calma e con gusto sui diversi momenti della
vita quotidiana, assumendo una prospettiva che rispetti i tempi,
i ritmi e le modalità dei bambini – favorisce senza
dubbio la creazione di situazioni caratterizzate da una forte
vicinanza, non solo fisica ma anche e soprattutto emotiva e
relazionale, che a sua volta non può che facilitare l’instaurarsi
di scambi sociali ricchi e articolati.
Riferimenti bibliografici
Bondioli, A., Mantovani, S. (a cura di) (1988)
Manuale critico dell’asilo nido, Milano, Franco
Angeli
Bruner, J.S. (1990) Acts of meaning: Four
lectures on mind and culture, Cambridge, MA, Harvard University
Press; trad. it. La ricerca del significato. Per una psicologia
culturale, Torino, Bollati Boringhieri, 1992.
Cole, M. (1996) Cultural psychology: a once and
future discipline, Cambridge, MA, The Belknap Press of
Harvard University Press; trad. it. Psicologia culturale, a
cura di Ligorio, B., Roma, Edizioni Carlo Amore, 2004.
Corsaro, W.A. (1985) Friendship and peer culture
in the early years, Norwood, New Jersey, Ablex Pub. Corp.
Engeström, Y. (1995) Developmental studies
on work as a testbench of activity theory, in Chaiklin,
S., Lave, J. (Eds) Understanding Practice: perspectives on activity
and context, Cambridge, Cambridge University Press.
Engeström, Y. (2001) Expansive Learning
at Work: toward an activity theoretical reconceptualization,
in «Journal of Education and Work», vol. 14, n.
1. pp. 133-156.
Fasulo, A. (1997) La ricerca etnografica,
in Mannetti, L. (a cura di) Strategie di ricerca in psicologia
sociale, Roma, Carocci, pp. 183-223.
Galardini, A.L. (a cura di) (2003) Crescere al
nido. Gli spazi, i tempi, le attività, le relazioni,
Roma, Carocci.
Howes, C. (1988) Peer interaction of young children,
Chicago, University of Chicago Press.
Hutchins, E. (1995) Cognition in the Wild,
Cambridge MA, MIT Press.
Leontjev, A.N. (1975) Dejatelnost’, Soznanie,
Licnost, Moskva, Politizdat; trad. it. Attività,
Coscienza, Personalità, Firenze, Giunti Barbera, 1977.
Mantovani, G. (2003) I metodi qualitativi in psicologia.
Strumenti per una ricerca situata, in Mantovani, G., Spagnolli,
A. Metodi qualitativi in psicologia, Bologna, Il Mulino, pp.
15-45.
Marx, K. (1975) Early writings (a cura di Coletti,
L.), Harmondsworth, Penguin.
Mercer, N. (1992) Culture, context, and the construction
of knowledge, in Light, P., Butterworth, G. (Eds) Context
and Cognition: ways of learning and knowing, London, Harvester
Wheatsheaf.
Monaco, C. (2007) ZeroTre - Che cosa fanno i bambini
al Nido, CD-Rom + libretto guida, Edizioni Infantiae.Org™.
Monaco, C. (2008) Uno studio etnografico-conversazionale
sullo sviluppo della socialità al Nido tra i 20 e i 40
mesi, Tesi di dottorato in Psicologia dell’Interazione,
della Comunicazione e della Socializzazione, “Sapienza”
Università di Roma
Musatti, T. (1993) Tra i più piccoli: il
significato del coetaneo, in Pontecorvo, C. (a cura di)
La condivisione della conoscenza, Firenze, La Nuova Italia,
pp. 97-104.
Musatti, T. (2004) Early educational setting
in Italy: the social context and educational prospects,
in «Prospects», vol. XXXIV, n. 4, December, pp.
447-456.
Padiglione, V. (1996) Interpretazione e differenze.
La pertinenza del contesto, Roma, Edizioni Kappa.
Pontecorvo, C. (2007) Prefazione in Monaco, C.
ZeroTre - Che cosa fanno i bambini al Nido, CD-Rom + libretto
guida, Edizioni Infantiae.Org™.
Resnick, L.B, Säliö R., Pontecorvo C., Burge B. (Eds)
(1997), Discourse, Tools and Reasoning: Essay on Situated
Cognition, Berlin-New York, Sprinter.
Ritscher, P., Staccioli, G. (2005) Vivere a scuola:
programmare per situazioni, Roma, Carocci.
Rogoff, B. (1990) Apprenticeship in thinking. Cognitive
development in social context, Oxford, Oxford University
Press; trad. it. Imparando a pensare. L'apprendimento guidato
nei contesti culturali, Milano, Raffaello Cortina, 2006.
Scribner, S. (1984) Studying working intelligence,
in Rogoff, B., Lave, J. (Eds) Everyday Cognition, Cambridge
Mass., Harvard University Press; trad. it. Lo studio dell’intelligenza
al lavoro, in Pontecorvo, C., Ajello, A.M., Zucchermaglio, C.
(a cura di) I contesti sociali dell’apprendimento, Milano,
LED, 1995.
Suchman, L. (2000) Embodied practices of engineering
work, in «Mind, Culture and Activity», vol.
7, n. 1 e 2, pp. 4-18.
Vygotskij, L.S. (1934) Myslenic i rec’. Psichologiceskie
issledovanija, Moska-Leningrad, Gosudarstvennoe Social’no-Ekonomiceskoe
Izdatel’stvo; trad. it. Pensiero e linguaggio a cura
di Mecacci, L., Bari, Laterza, 1990.
Vygotskij, L.S., Lurja, A. R., Leontjev, A.N. (1978)
Psicologia e pedagogia, Roma, Editori Riuniti; trad.
it. a cura di Cecchini, M.
Zucchermaglio, C. (2003) Contesti di vita quotidiana,
interazione e discorso, in Mantovani, G., Spagnolli, A.
(a cura di) Metodi qualitativi in psicologia, Bologna, Il Mulino,
pp. 47-72.
Zucchermaglio, C., Alby, F. (2005) Gruppi
e tecnologie al lavoro, Roma-Bari, Edizioni Laterza.
Note:
(1) Relazione presentata in occasione del convegno
“In classe ho un bambino che …”, Firenze 06-07
febbraio 2009 (cfr. il sito www.inclassehounbambinoche.it)
(2) Il videotour è una visita
guidata videoregistrata del Nido (Monaco, 2007), realizzata
dall’educatrice – in un momento in cui i bambini
non sono presenti – con l’obiettivo di «illustrare
al ricercatore tutti gli spazi, interni ed esterni del servizio,
e anche le peculiarità degli arredi, degli oggetti presenti,
delle esposizioni, del loro uso previsto dagli educatori, e
quindi dell'organizzazione educativa preordinata» (Pontecorvo,
2007).
» Vai
alla Newsletter 324/2009
» Vai
alla pagina principale di "ZeroTre Nido"
|
|
|
|
| » Titolo
"ZeroTre - Che cosa fanno i bambini al Nido"
- (Cd-rom + guida pp.24)
- di Camilla Monaco
- Prefazione di Clotilde Pontecorvo
- € 18,50 + spese di spedizione
- con pagamento anticipato la spedizione "base" è
gratuita
>> Entra nel catalogo
online di Edizioni Infantiae.Org™!
|
|