» L’EDUCATORE NEL NIDO: CARATTERISTICHE E
FUNZIONI
di Camilla Monaco, Dipartimento dei Processi
di Sviluppo e Socializzazione - Facoltà di Psicologia 2,
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
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Il ruolo dell’educatore rappresenta uno degli aspetti
fondamentali della vita quotidiana all’interno del nido.
In un contesto educativo di questo tipo, infatti, l’adulto
assume delle caratteristiche e svolge delle funzioni specifiche,
che lo distinguono nettamente dal resto degli adulti con cui il
bambino entra regolarmente in contatto e che costituiscono il
suo mondo sociale in senso allargato.
Si tratta di una figura professionale specifica, cui spettano
una serie di funzioni e di compiti particolarmente complessi e
delicati, che richiedono un processo formativo adeguato e, soprattutto,
continuo. Se da un lato l’educatore deve promuovere e sostenere
lo sviluppo socio-emotivo-relazionale del bambino, dall’altro
deve essere in grado di garantirne e stimolarne la crescita sul
piano cognitivo.
Nella fascia di età compresa tra 0 e 3 anni, i bambini
sono caratterizzati da una doppia tipologia di esigenze, cui il
nido deve essere in grado di dare una risposta coerente ed efficace.
Il bambino piccolo, infatti, ha un forte bisogno di accoglienza
e di sicurezza a livello emotivo-affettivo, ma al tempo stesso
è caratterizzato da una consistente spinta verso l’esplorazione
e la conoscenza del mondo circostante. Il bisogno di sentirsi
accolto in un ambiente emotivamente sereno e rassicurante e le
esigenze di carattere conoscitivo ed esplorativo sono aspetti
distinti – seppur non contrapposti – dello sviluppo
infantile nei primi anni di vita (Galardini, 2003).
In letteratura è possibile individuare diversi costrutti
teorici che si propongono di analizzare e descrivere il ruolo
dell’adulto nel processo evolutivo del bambino, pur non
facendo necessariamente riferimento ai contesti educativi rivolti
alla prima infanzia.
In una prospettiva socio-costruttivista di matrice vygotskiana
– secondo cui ogni forma di sviluppo si realizza sempre
attraverso la comunicazione, la negoziazione e lo scambio con
gli altri (Pontecorvo, 1999) – il costrutto di «Zona
di sviluppo prossimale» (Vygotskij, 1923/1934) è
molto utilizzato per studiare il rapporto tra bambino e adulto
in ambito educativo. Secondo Vygotskij, i processi sociali rivestono
una priorità assoluta rispetto a quelli di natura individuale:
le funzioni psichiche del bambino emergono nelle interazioni che
egli instaura con gli adulti o con i coetanei «più
competenti». La Zona di sviluppo prossimale è quell’area
di funzionamento psicologico che il bambino è in grado
di raggiungere se è sostenuto dall’aiuto di un altro
che «ne sa più di lui». L’attività
congiunta dei soggetti nell’area di sviluppo prossimale,
inoltre, è caratterizzata dall’interazione sociale
in un contesto ben definito e “situato” (Mercer, 1992).
Un costrutto teorico vicino alla Zona di sviluppo prossimale è
quello di schaffolding proposto da Bruner (1990), secondo
cui le interazioni sociali che il bambino costruisce con il mondo
esterno rappresentano le basi del suo sviluppo mentale, purché
gli adulti siano in grado di svolgere con lui la funzione di «impalcatura
di sostegno». In quest’ottica, il ruolo dell’adulto
rispetto allo sviluppo infantile è paragonabile a quello
svolto da una solida impalcatura che, a mano a mano che il bambino
diventa competente e autonomo, deve essere gradualmente smantellata,
al fine di garantirne l’autonomia e l’indipendenza.
Rogoff (1990) ha proposto il concetto di «partecipazione
guidata», che si avvicina a quello bruneriano di schaffolding.
L’autrice, in particolare, fa riferimento ad una situazione
interazionale che coinvolge il bambino e un partner più
competente ed esperto di lui, il cui intervento è in grado
di costruire un «ponte» tra ciò che il bambino
sa e ciò che sta per imparare, fornendo un valido sostegno
ai suoi sforzi ed aiutandolo a superare le difficoltà.
Al di là del costrutto teorico usato per descrivere il
ruolo dell’educatore all'interno di un contesto educativo
come il nido, le strategie educative dell’adulto giocano
sicuramente un ruolo importante nello sviluppo sociale e cognitivo
del bambino. Tali strategie, che includono ad esempio l’individuazione
di uno specifico rapporto numerico adulto-bambini, fanno parte
della cosiddetta cornice educativa, al cui interno agiscono
– e interagiscono tra loro – i vari protagonisti della
vita quotidiana in questo particolare servizio socio-educativo.
(Pontecorvo in Camaioni, 1987).
Il clima emotivo-relazionale e le situazioni volte a stimolare
lo sviluppo socio-cognitivo del bambino, infatti, non dipendono
soltanto dalle caratteristiche individuali del singolo o dalle
dinamiche interazionali che si creano tra due o più individui:
tanto l'organizzazione dell'ambiente quanto le strategie messe
in atto dagli adulti possono influenzare, sia sul piano cognitivo
che sul piano socio-relazionale, il percorso evolutivo dei bambini
che frequentano il nido.
Esistono, ad esempio, degli studi recenti che indagano la relazione
tra alcune caratteristiche psicologiche dell’educatore e
alcuni aspetti dello sviluppo infantile nel nido (Tani, Vaccaro,
2002). Si è visto che un atteggiamento di chiusura psicologica
da parte dell’educatore (definito «dogmatico»)
influisce negativamente sullo sviluppo del bambino. Nello specifico,
i bambini affidati ad educatrici con un alto livello di chiusura
psicologica presentano un andamento evolutivo più lento
rispetto a quelli affidati ad educatrici poco dogmatiche (ibidem).
Le caratteristiche dell’adulto, e le strategie da questi
usate nell’interazione con i bambini e nella gestione della
vita quotidiana nel nido, rappresentano, dunque, un fattore importante
rispetto allo sviluppo socio-cognitivo dei bambini che lo frequentano
con regolarità.
Un altro aspetto rilevante del ruolo dell’educatore rispetto
allo sviluppo dei bambini nel nido è la funzione svolta
nel processo di acquisizione di identità del bambino. Secondo
Levi (1983), ad esempio, il bambino si individua e si separa rispetto
al mondo esterno confrontandosi – e a volte scontrandosi
– con l'Altro, inteso sia come adulto significativo che
come coetaneo.
Tanto la presenza dell’educatore, quanto quella dei «pari»,
rappresentano per il bambino un’opportunità di confronto
con una realtà ambientale e relazionale nuova e diversa
rispetto a quella familiare. La collaborazione in un clima sereno
e armonioso, così come il conflitto (che costituisce l’altra
faccia della cooperazione) in un contesto protetto e controllato,
forniscono infatti ai bambini che vivono il nido un’occasione
per conoscere l’Altro e trovare la «propria posizione»
rispetto ad esso.
Per concludere, è inevitabile il richiamo a Bruner (1996),
secondo cui la possibilità di «stare bene»
con gli adulti e con i «pari» – in un contesto
favorevole sia sul piano fisico che su quello relazionale –
dà al bambino la consapevolezza delle proprie capacità,
lo fa sentire membro di un gruppo e lo accompagna nella scoperta
del mondo.
Riferimenti bibliografici
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- CAMAIONI, L. (a cura di) (1987) Origine e sviluppo della competenza
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- PONTECORVO, C. (a cura di) (1999) Manuale di psicologia dell’educazione,
Bologna, Il Mulino.
- ROGOFF, B. (1990) Apprenticeship in thinking. Cognitive development
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