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» PENSARE LA GIORNATA DEL NIDO: UN EQUILIBRIO DINAMICO TRA SOSTEGNO E AUTONOMIA

di Camilla Monaco
Dipartimento dei Processi di Sviluppo e Socializzazione - Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.

- I numeri precedenti: newsletter 299 - newsletter 303 - newsletter 305 - newsletter 309 - newsletter 312


L’ultimo contributo di questo breve percorso relativo alla vita nel nido è dedicato al modo in cui può essere pensata e strutturata la giornata di adulti e bambini.
Come è emerso nei contributi precedenti, è di fondamentale importanza che nell’organizzazione del servizio nulla sia lasciato al caso e che tutti gli interventi e le decisioni siano supportati da un attento processo di riflessione. In particolare, per quanto riguarda la strutturazione dei vari momenti della giornata, è indispensabile che si tengano in considerazione due aspetti distinti ma strettamente interconnessi:
- la funzione di sostegno che l’adulto è chiamato a svolgere;
- il bisogno di autonomia che caratterizza ciascun bambino e che deve adeguatamente essere promosso e supportato.
Se da una parte non è opportuno che i bambini siano esposti a stress eccessivi o a richieste che possano rappresentare fonti di ansia perché sostanzialmente incongruenti, dall’altra sarebbe altrettanto fuorviante pensare di strutturare la giornata e le attività del nido basandosi soltanto su ciò che essi “sanno già fare”.
Per dirla con altre parole e chiamando in causa voci ben più autorevoli, anche nell’organizzare la giornata del nido è assolutamente indispensabile muoversi nella cosiddetta Zona di Sviluppo Prossimale (Vygotskij, 1923/1934; Wood et al., 1976), ovvero all’interno di quell’area in cui ciascun bambino può raggiungere nuove acquisizioni e nuove competenze, se opportunamente sostenuto da un adulto. Vygotskij (1923/1934) considerava, infatti, quest’area come “il domani dello sviluppo”.
Una delle acquisizioni più importanti per il bambino nei primi anni di vita, assolutamente trasversale a tutta una serie di apprendimenti, abilità e competenze, è senza dubbio la conquista dell’autonomia. Imparare a “fare da soli” (Montessori, 1952), grazie ad una solida operazione di “scaffolding” (Bruner, 1986; 1990; Bruner et al., 1966) da parte di un adulto competente rappresenta un traguardo centrale del processo di crescita e di sviluppo del bambino piccolo (cfr. newsletter 305/2006).
La traduzione di questi concetti teorici basilari in situazioni operative non è, tuttavia, un passaggio semplice né immediato. Cosa significa per un bambino imparare e acquisire oggi qualcosa che sta nel suo futuro evolutivo? E, soprattutto, come il nido può promuovere e sostenere questo processo?
Prima di avanzare qualche considerazione su alcuni momenti specifici della giornata del nido, è opportuno fare una premessa di carattere generale rispetto alle implicazioni che la promozione dell’autonomia può avere per gli educatori.
E’ indubbio che per un adulto sia più semplice, e spesso anche più rapido, aiutare in maniera diretta i bambini nelle varie operazioni e attività che la vita quotidiana prevede all’interno di un servizio per l’infanzia. Viceversa, saper rispettare i loro tempi, mettendoli in condizione di ricevere l’aiuto minimo necessario per diventare autonomi e attivi in tutto ciò che li riguarda, richiede la capacità di aspettare e di non intervenire sempre e comunque in qualità di “più esperti”.
Si pensi al momento della merenda o a quello del pranzo: entrambi rappresentano un esempio significativo di come si possa impostare la vita del servizio, al fine di promuovere e supportare l’autonomia e la competenza del bambino. Il presupposto fondamentale è dato dalla consapevolezza che nel nido – inteso non come servizio di cura e custodia ma come importante contesto educativo – ogni momento, gesto e attività ha un preciso significato. Pertanto, tutti gli aspetti della vita quotidiana devono essere pensati e impostati in modo tale che i bambini possano coglierne, comprenderne ed elaborarne il senso, sia a livello individuale che a livello sociale.
Ma come è possibile, ad esempio, garantire che il momento della merenda o del pranzo sia qualcosa di più che un’occasione per un piacevole spuntino o un fondamentale momento di scambio e interazione?
Già a partire dal primo anno di nido, è possibile strutturare questi momenti in modo da favorire l’attribuzione di senso nei confronti di “ciò che si fa insieme” e promuovere la conquista dell’autonomia da parte di ciascun bambino. E’ evidente che nel corso dei tre anni esistono delle grosse differenze rispetto all’organizzazione della giornata e alle operazioni che i bambini sono in grado di compiere in maniera sempre più autonoma; tuttavia è necessario partire dal presupposto che anche i “piccoli” possono iniziare da subito a partecipare in maniera attiva alla vita in comune.
Ad esempio, mantenendo livelli di complessità diversificati a seconda dell’età e delle capacità individuali, è possibile coinvolgere direttamente i bambini nella preparazione e nella distribuzione della merenda o del pranzo. Dalla fine del secondo anno di vita, inoltre, si può permettere loro di utilizzare – sotto l’attenta supervisione dell’adulto – utensili come il coltello o lasciare che versino autonomamente l’acqua da bere nei bicchieri.
I bambini più grandi, ad esempio, possono essere coinvolti nelle attività di apparecchiare la tavola, distribuire il cibo e l’acqua agli altri bambini e agli educatori o riordinare una volta che il pasto è concluso. Addirittura, nel caso in cui il numero di bambini non fosse troppo alto e la struttura lo permettesse, si potrebbe pensare di rendere partecipi i bambini dell’attività di lavare i piatti.
E’ ovvio che organizzare i momenti della merenda e del pranzo con l’obiettivo di rendere protagonisti i bambini e di sostenerli nel loro imparare a “fare da soli” richiede l’impiego di grandi risorse, sia dal punto di vista educativo che dal punto di vista temporale. Mentre un pranzo gestito e organizzato dall’adulto implica l’utilizzo di un tempo piuttosto ridotto (soprattutto se si tende ad imboccare i bambini anziché lasciare che mangino da soli), una situazione impostata all’insegna del sostegno dell’autonomia e della competenza necessita di tempi ben più dilatati.
Un altro aspetto importante di questo secondo tipo di scelta educativa risiede nella piena consapevolezza dell’importanza dell’errore: il nido ha un ruolo fondamentale nel processo di sviluppo e di acquisizione della conoscenza dei bambini, anche nella misura in cui è in grado di lasciare spazio alla possibilità di sbagliare. Ciascun bambino deve essere libero di commettere errori, senza che ci sia immediatamente un adulto che gli indichi la via giusta da seguire. Laddove è possibile, e sempre all’interno di un contesto che vede l’educatore come un elemento di sostegno, i bambini devono essere messi in condizione di poter sbagliare, ritentare e magari ri-sbagliare per poi intraprendere nuovi tentativi e fare nuove ipotesi, non solo a livello individuale ma anche insieme ad altri bambini.
Questo non significa lasciare il bambino a se stesso o non intervenire in alcun modo nel corso delle principali attività della vita quotidiana nel nido: si tratta, piuttosto, di pensare e calibrare l’intervento mantenendosi all’interno della famosa Zona di Sviluppo Prossimale ed evitando il più possibile di “fare le cose al posto dei bambini”. In quest’ottica assumono grande rilevanza anche tutti gli aspetti legati alla sfera della socialità infantile, poiché i bambini, sin da piccoli, sono in grado di mettere in atto raffinate strategie di aiuto e sostegno nei confronti degli altri bambini.
Per agevolare tanto gli adulti quanto gli stessi bambini nella continua ricerca di un equilibrio dinamico tra sostegno e autonomia, è importante che il nido abbia una organizzazione adeguata anche rispetto a spazi, oggetti e strumenti. Ad esempio, se i recipienti per l’acqua sono non eccessivamente grandi e facili da impugnare, possono facilitare ai bambini l’operazione del versare, che sarebbe estremamente difficoltosa con delle bottiglie da 2 litri o con delle brocche giganti.
Lo stesso discorso vale per altri tipi di contenitori e di utensili, oltre che per numerosi ambiti della vita del nido che non hanno a che fare con la merenda o con il pranzo. Si pensi, ad esempio, al rapporto che i bambini instaurano sin da piccoli con i libri: è importante che questi ultimi siano “a portata” oltre che “a misura” di bambino, ovvero che siano posti in luoghi accessibili e che i bambini possano guardarli insieme o in compagnia, senza dover necessariamente ricorrere all’intermediazione dell’adulto.
Quelli qui riportati sono solo dei piccoli esempi di come sia possibile, attraverso semplici accorgimenti e l’adozione di un determinato punto di vista, attribuire importanza e significato ai diversi momenti della giornata del nido, in un’ottica di promozione e sostegno del percorso di crescita individuale e sociale del bambino.
Per concludere, non si può che ribadire l’ampiezza e la complessità delle potenzialità educative di un servizio come il nido – purché attentamente pensato e organizzato – sia sul piano cognitivo che su quello socio-affettivo-relazionale. Seppure con diversi livelli di competenza e differenti implicazioni operative, sia gli adulti che operano al suo interno sia i genitori dei bambini che lo frequentano devono essere consapevoli di tutti quei fattori che, nell’insieme, contribuiscono a fare del nido un contesto educativo che si pone come obiettivo il sostegno e la promozione del benessere e dello sviluppo cognitivo e sociale del bambino.


Riferimenti bibliografici

- BRUNER, J. S. (1986), Actual Minds, Possible Worlds, London, Harvard University Press.
- BRUNER, J. S. (1990) Acts of meaning: Four lectures on mind and culture, Cambridge, MA, Harvard University Press; trad. it. La ricerca del significato. Per una psicologia culturale, Torino, Bollati Boringhieri, 1992.
- BRUNER, J. S., OLVER, R. R., GREENFIELD, P. M., et al. (1966), Studies in cognitive growth, New York, J. Wiley.
- MONTESSORI, M. (1952), La mente del bambino, Milano, Garzanti.
- VYGOTSKIJ, L. S. (1923/1934) Problemy psichiceskogo razvitija rebënka; trad. it. Lo sviluppo psichico del bambino; trad. it. a cura di VILLA, A., Roma, Editori Riuniti, 1973.
- WOOD, D., BRUNER, J. S., ROSS G. (1976), The Role of Tutoring in Problem Solving, in «Journal of Child Psychology and Psychiatry», 17, pp. 89-100.

 
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