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Il tirocinio nella formazione iniziale dei docenti
(III)
Maria-Chiara Nichelini, Dirigente
Scolastico della Struttura di Tirocinio del Corso di Laurea in
Scienze della Formazione Primaria Dell’Università
di Urbino
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alla seconda parte
Conclusioni
Il SEMINARIO NAZIONALE “L’APPRENDISTA
INSEGNANTE: FORMAZIONE E TIROCINIO, QUALE FUTURO?” si è
configurato come occasione di riflessione scientifica e culturale
attorno alle esperienze di tirocinio realizzate nei primi anni
di vita del Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria
e attorno ai paradigmi della formazione dei futuri docenti inaugurati,
sperimentati, validati, o, più umilmente, prefigurati,
da esse.
Non è voluto essere semplicemente una celebrazione delle
pratiche messe in atto, ma da esse ha cercato di cogliere costanti
significative, per imbastire lo scenario pedagogico-culturale
della formazione dei futuri docenti. Ciò entro due cornici:
La prima di ordine pedagogico, con l’intervento della Prof.ssa
Lodini, la quale ha tracciato con efficacia i possibili paradigmi
del rapporto scuola/università (i modelli della separazione,
della dipendenza, dell’integrazione problematica), spingendosi
fino ad una lettura critica, a tratti tagliente, delle questioni
conseguenti e delle traduzioni operative: la negoziazione del
modello unitario di tirocinio, l’equilibrio tra scaffolding
e apprendistato, il tema del rapporto numerico tra supervisori
e studenti;
La seconda di ordine istituzionale, con l’intervento del
Dott. De Gregorio, Direttore Generale del Ufficio Scolastico Regionale
per le Marche, che ha inquadrato l’evoluzione di questo
rapporto dal punto di vista normativo-istituzionale.
Entro questo orizzonte il seminario ha raccolto
la pluralità delle voci, rappresentative di tutti gli attori
del mondo accademico e di quello scolastico che hanno, in questi
anni, agito e costruito con diversità di contributi il
percorso: gli studenti, i docenti e i dirigenti delle scuole accoglienti,
gli ispettori scolastici e il Direttore Generale dell’Ufficio
Scolastico Generale per le Marche, il Preside di Facoltà
e il Presidente del Corso di Laurea di Scienze della Formazione
Priamaria di Urbino, i Docenti Universitari e, in evidenza, i
gruppi dei supervisori di varie realtà italiane e del loro
coordinamento nazionale. Si badi bene non i singoli supervisori,
che pure esprimono e rappresentano il pensiero ed il lavoro anche
di altri, ma i gruppi di supervisori.
Questa è forse la nota distintiva per eccellenza dell’esperienza
che, per sua natura, rompe con la tradizione individuale e individualistica
di formazione dei docenti nel nostro paese e innesta un modello
che fa della formazione un fatto che afferisce alla categoria
della collettività, oseremmo dire della comunità.
L’insegnante non è un solista, ma sempre più
è chiamato a relazionarsi efficacemente e creativamente
con altri. Ciò, oggi, avviene anche nel momento della sua
preparazione e si realizza non solo nel senso che gli vengono
offerte opportunità comprensive di momenti di lavoro di
gruppo, ma anche nel senso che l’offerta formativa nei suoi
confronti è il prodotto dell’interazione consapevole,
e a volta faticosa, di soggetti diversi, con ruoli diversi , eppure
compresenti e necessari al percorso e, vorremmo dire, al fatto
educativo. Questa complessità è mediata nella concretezza
dell’esperienza del tirocinio da un gruppo di tutor, quasi
a rappresentare ed esemplificare la cifra del pluralismo culturale
di tale processo. Essi sono deputati a svolgere direttamente il
ruolo di accompagnamento del percorso tra scuola e università
e tra conoscenze ed esperienze.
L’illustrazione delle diverse esperienze da loro realizzate,
anche a partire da un indagine statistica condotta da Aurora Rondini,
supervisore di Genova, portavoce del Coordinamento Supervisori
Primaria sui 22 corsi di laurea attivati nel territorio nazionale,
è voluto essere essenzialmente un interrogarsi sulle scelte
e sul senso ad esse sottesi. Si è trattato di guardare
al momento fondativo per ricomprenderlo criticamente e vagliare
quanto emerga come valido e, a tratti, irrinunciabile.
Sul senso dell’articolazione del tirocinio nelle dimensioni
del lavoro individuale integrato con le forme cooperative di apprendimento/insegnamento
si sviluppa l’intervento del gruppo di supervisori e coordinatori
dell’Istituto “Suor Orsola Benincasa” di Napoli.
Esso illustra le modalità con cui l’intero processo
viene scandito in momenti di lavoro individuale, di coppia, di
micro-teaching e di macro gruppo, esplicitando le motivazioni
di questa articolazione, sia per le fasi del tirocinio diretto
e di quello indiretto. Emerge essenzialmente una volontà
di allenamento alla collegialità, intesa non come aspetto
quasi formale ed amministrativo della funzione docente, quanto
come esercizio professionale di condivisione e di corresponsabilità,
in un ottica di ricerca e di innovazione. Nella convinzione, per
dirla con Alberta Federico, dirigente scolastico distaccata all’Università
di Perugia, che la “formazione dei docenti abbia una peculiarità:
il mezzo non è diverso dal fine, il cammino ha per meta
il cammino”.
Non è importante tanto l’architettura che ne emerge
in termini di fasi, attività, figure e modalità,
quanto la prefigurazione di una linea di orientamento alla costruzione
di un profilo professionale specifico e, in esso, di competenze
apprese anche attraverso il fare, inteso come sperimentazione
diretta e il riflettere sull’azione.
Con i due interventi del gruppo dei supervisori dell’Università
di Urbino il ragionamento si sposta essenzialmente sulla ricerca-azione
e su come il modello ad essa corrispondente di formazione permanente
dell’insegnante, sia stato interpretato nel progetto di
tirocinio pensato ed attuato in questi anni. Lo sforzo del gruppo
urbinate si articola in due direzioni tra loro fortemente intrecciate:
quella delle idee e dei presupposti da cui ci si è mossi
e quella delle modalità organizzative e degli strumenti
operativi che ci si è dati. Nel fare questo ci racconta
una storia e ci dice perché la ricerca azione è
apparsa come la dimensione teorico-operativa più adeguata
da proporre agli studenti. Ancor prima ci spiega in che modo il
gruppo dei supervisori, mettendo in gioco le proprie biografie
personali e professionali, è pervenuto a tale scelta. Illustra,
poi, come si è configurato il precipitato che da quelle
scelte ha individuato modalità organizzative, tempi, fasi
ed elaborato strumenti operativi specifici.
Una narrazione attenta ai perché e alle domande di senso
sulle parole che hanno dato un nome ed un volto al progetto di
tirocinio del gruppo: attenzione al contesto, osservazione esperienza,
interazione, riflessione, progettazione, documentazione, valutazione.
Una narrazione che volutamente, inoltre, intende riconoscere i
riferimenti pedagogici e culturali cui si è ancorata, con
una specie di restituzione esplicita del contributo dei grandi
maestri e pensatori di cui si è nutrita e su cui è
cresciuta l’esperienza.
Accanto ed intrecciata a questa narrazione si colloca il racconto
a più voci della scuola marchigiana, che accoglie gli studenti
tirocinanti e cui appartengono i supervisori in servizio a Urbino.
In particolare le voci di insegnanti e dirigenti mettono in luce
l’esigenza che la scuola accogliente venga sempre più
e sempre meglio coinvolta nella progettazione stessa del tirocinio,
in modo che, emergano i bisogni, le attese, le buone pratiche,
il progetto educativo, in una parola la vita ed il senso della
scuola che ogni giorno si rinnova e ridefinisce il proprio ruolo
sullo scenario della complessità.
E nel far ciò la scuola affronta il tema/problema del rapporto
scuola università, nella realizzazione dei percorsi di
formazione per i futuri docenti. Due sintesi lucide e sapienti
di questo ci vengono offerte dai contributi degli Ispettori Tecnici
Marchigiani Mariella Spinosi e Franco Deanna.
Mariella Spinosi legge le asimmetrie del rapporto scuola/università
all’interno di due cornici: quella dei rapporti, cioè
dell’interazione tra sistemi diversi, chiamati a mettere
in rete, attraverso un buon equilibrio, istanze e competenze,
pur a partire da storie e limiti pregressi, e quella della domanda
sociale complessa rispetto al ruolo docente.
Entro tali intrecci la Spinosi delinea il nucleo essenziale dell’incontro
tra saper pratico, quello della scuola e degli insegnanti, e sapere
teorico, quello proprio del mondo accademico, per una emancipazione
reciproca e per una formazione più efficace, perché
basata sulla vita lavorativa quotidiana, ma in una forma che procuri
stimolo intellettuale. Tutto sullo sfondo della nuova legge di
riforma della scuola.
Deanna, secondo un approccio da lui definito da “cultura
organizzativa”, piuttosto che da “cultura istituzionale”,
riconduce la ragione di questo rapporto al fatto che ogni organizzazione,
tanto più se grande e complessa, per conservarsi e, possibilmente,
migliorarsi,deve occuparsi del proprio futuro, investendo un flusso
costante ed adeguato di risorse umane nelle dinamiche del proprio
sviluppo. Il rapporto scuola-università viene così
rovesciato rispetto al senso comune di richiesta di accoglienza
di studenti: si tratta di una “delega istituzionale”
della Scuola all’Università, e di un “prestito”
di personale proprio, come investimento per il proprio futuro.
La riflessione procede giungendo a considerare la necessità
che le scuole investano molto di più del “prestito”
di insegnanti supervisori o accoglienti nell’impresa di
formare i docenti del futuro . La conclusione assume la sostanza
della co-progettazione del tirocinio, che si traduca in strutture
e strumenti giuridici che realizzino al meglio le specifiche dei
servizi domandati e offerti. Un auspicio, questo, ma non solo
un auspicio su cui tutti i contributi convergono e rispetto al
quale diverse delle università presenti illustrano esperienze
che hanno tentato di concretizzarlo.
Rimandando alla lettura diretta degli interventi,
qui ci preme porre in evidenza quello di Del Bianco e Cimetta
dell’Università di Udine. Essi mostrano un percorso
articolato di esperienze di raccordo tra Università e Istituti
Scolastici del Territorio ( Udine, Pordenone, Gorizia, Venezia,
Treviso e Belluno), giunto alla formalizzazione di una convenzione
in cui impegni assunti e reciprocità degli stessi danno
la cifra della qualità della integrazione realizzata.
La valutazione del cammino percorso inevitabilmente prefigura
i possibili scenari futuri. Sullo sfondo la riforma incipiente.
Anche se, come si è detto inizialmente, il seminario ha
voluto muoversi su un piano diverso. Su questo fronte si aprono
molti degli interventi raccolti in questo volume, rendendo anche
ragione del pluralismo delle impostazioni. E se unanime è
la convinzione del valore del modello di formazione iniziale dei
docenti capace di integrare formazione scientifica e apprendimento
in situazione e, in esso, dell’insostituibile ruolo giocato
dal tirocinio, diverse e discordi sono le opinioni rispetto al
nuovo impianto che sembra emergere dalla L53/2003.
Molte voci si levano a registrare il timore che la collocazione
di un periodo di apprendistato post lauream, con specifiche attività
di tirocinio nell’ambito di contratti di formazione lavoro,
come unico modello di tirocinio, andrebbe a pregiudicare l’intero
modello di formazione, delegittimando, probabilmente la sopravvivenza
della figura stessa del supervisore. Anche l’intervento
del Direttore Generale del Ufficio Scolastico Regionale per le
Marche, il dott. De Gregorio, conferma tale preoccupazione, pur
nell’ambito di un atteggiamento fiducioso nei confronti
della possibilità che la Riforma risolva positivamente
questo problema e, con esso, quello della formazione iniziale
dei docenti, in una soluzione equilibrata tra ambito pedagogico
ed ambito disciplinare.
Sul versante opposto, quello della preoccupazione forte, si leva
la voce della Federico, che interpreta in maniera assolutamente
pessimistica ”la scelta di confinare il tirocinio tutto
a fine percorso rivelando così la volontà di separare
ulteriormente la teoria dalla pratica, di mettere tra parentesi
le valenze metacognitive, di vanificare la funzione di orientamento
e verifica/rinforzo motivazionale che il tirocinio ha finora svolto.
Il tirocinio nei corsi di laurea di scienze della
formazione primaria nei suoi primi anni di vita è divenuto
occasione di crescita sia dell’offerta di formazione dei
futuri docenti sia dell’incontro tra le realtà accademiche
e scolastiche coinvolte nel processo. Occasione che ha fatto emergere
certamente problemi di non facile soluzione e scenari complessi
da cui non si può prescindere, ma che al contempo ha aperto
prospettive da cui, crediamo, si debba necessariamente guardare,
cimentandosi nella formazione dei futuri docenti.
Vorremmo sintetizzare il senso di queste affermazioni prendendo
a prestito, ancora una volta, le parole di Dewey (1951), la cui
modernità torna ancora a sorprenderci:
“Nella situazione creatasi di recente nulla è più
promettente per lo sviluppo scientifico del fatto che la distanza
intellettuale tra l’università e la scuola elementare,
per esempio, sta diminuendo.” (DEWEY J., (1951), op cit.
pag. 27)
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Mulino.
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