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  » Sezione Speciale - "Tirocinio" ©®2000-2008 Tutti i diritti riservati Infantiae.Org™ s.r.l.

» Le teorie - Sezione Speciale - "Tirocinio"

Il tirocinio nella formazione iniziale dei docenti (II)

Maria-Chiara Nichelini, Dirigente Scolastico della Struttura di Tirocinio del Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria Dell’Università di Urbino

Vai alla prima parte

Entro questo paradigma, nel caso specifico del tirocinio universitario per i futuri insegnanti, è da ricomprendere la stessa logica della progettualità, intesa come partecipazione attiva e creativa degli stessi al lavoro di programmazione delle scuole. Così la seconda coordinata metodologica cui abbiamo fatto riferimento, il modello della ricerca-azione è già descritta e si prefigura come “dispositivo metodologico in grado di saldare la ricerca alla prassi educativa così come essa si realizza, in condizioni “naturali”, nell’istituzione scolastica” (1).
Tirocinio quindi non come semplice immersione nella realtà scolastica, ma come occasione di un approccio capace di attivare quello che dovrà essere l’abito mentale dell’insegnante: affrontare le reali situazioni educative, tematizzarne i problemi ritenuti rilevanti, ipotizzare un progetto educativo e didattico, attuarlo, riflettere in itinere e al temine sugli esiti previsti e imprevisti, per tornare a rileggere, riprogettare agire. Le pratiche, i luoghi e i modi in cui si realizza concretamente questa “maniera di vita e di azione”che è l’educazione vengono consapevolmente vissuti ed agiti come “unica fonte” di problemi fondamentali che devono essere studiati, oltre che come banco di prova del risultato di ogni ricerca, conoscenza, conclusione scientifica (2).
Si tratta di dare corpo alla dinamica di costruzione del sapere, attraverso la riflessione preliminare all’azione e a partire dall’azione, secondo un percorso di soluzione di problemi formativi che, in qualche modo, ricalca la struttura del deweyano “pensiero riflessivo, connettendo in un circolo senza termine esperienza e riflessione sull’esperienza” (3). Dare corpo immettendo “nella ricerca-azione una robusta venatura deduttivista, con l’intento, tutto metodologico, di fare precedere sempre all’azione empirica una cifra teorica, uno schema formale siglato da un sistema di ipotesi, secondo una curvatura cara all’impianto del razionalismo critico” (4).
Ci preme articolare questo ragionamento su due assi. Mutuiamo il primo asse dal Dewey delle Fonti di una scienza dell’educazione quando definisce il concetto di pensiero riflessivo in termini di “contributo di libertà, di liberazione”, il secondo da Pourtois, quando descrive i tratti peculiari della ricerca azione.
Dewey tematizza il pericolo della schiavitù che deriva dallo schiacciamento nella monotonia delle pratiche quotidiane, invocando il bisogno di liberare il lavoro attraverso il recupero dell’immaginazione e della invenzione costruttiva, nel passaggio dalla condizione empirica a quella scientifica. Bisogno estremamente attuale per i docenti di oggi a continuo rischio di smarrimento, nel vortice della quantità dei dati e dei ritmi di lavoro della scuola. Si tratta non di recuperare ricette, ma quella dimensione di illuminazione e guida all’osservazione e alla valutazione delle situazioni di fatto, che soltanto le idee possono avere e la fecondità che deriva dall’attivazione di una “corrente vitale” tra colui che opera nel campo pratico e colui che opera sul piano teorico.

Il secondo asse è costituito dai tratti peculiari della ricerca azione che, nel loro insieme, la definiscono come paradigma di ricerca pedagogica. Essi vengono così descritti da Pourtois:
· la connessione con i problemi socioeducativi;
· il circolo analisi-azione;
· l’elaborazione delle transizioni;
· l’emancipazione degli attori;
· il coinvolgimento esistenziale degli attori;
· la riabilitazione dell’affettività e dell’immaginario;
· la centralità dell’efficacia.
In questa sede ci preme sottolineare in particolare:
· l’ancoraggio ai problemi socioeducativi, inteso come capacità di leggere la realtà in cui si è inseriti , con quella dose di distanziamento sufficiente a prendere coscienza di ciò che non va, al punto di tradurlo nella formulazione di un problema da affrontare attraverso l’ideazione e l’attuazione di un progetto educativo-didattico;
· la centralità dell’efficacia, intesa come ricerca di strategie d’intervento risolutive del problema emerso, attraverso la valutazione degli esiti ed il conseguente orientamento dell’azione. La centralità dell’efficacia richiama il problema del controllo empirico del sistema di ipotesi di un progetto oltre che della verifica e valutazione del modello e delle strategie adottate.

Ora, se in generale possiamo affermare che la ricerca-azione tende a configurarsi come sperimentazione di modelli educativi , nello specifico caso del tirocinio va detto che essa lo è diventata per eccellenza, tanto da configurarsi come filo rosso che lega i più svariati progetti realizzati nelle diverse università italiane. La ricerca-azione è diventata lo “strumento intellettuale ” privilegiato per la formazione iniziale degli insegnanti, perché possa essere usata in tutto il corso dell’attività educativa, di fronte alle più disparate situazioni problematiche che la pratica riserverà.
Ci piace pensare con Dewey, quando riferisce del maestro di una scuola di tirocinio per insegnanti che diceva ai suoi allievi: “se trovate che ciò che vi sto dicendo o che qui vi dice un altro maestro, vi preclude l’uso del vostro buon senso, delle vostre facoltà di giudizio di fronte ad un caso di pratica scolastica, dimenticate quello che avete imparato e fidatevi di quanto vi dice il vostro giudizio: è la cosa migliore da fare in queste circostanze” (5). E con lui ci piace pensare che ciò non significhi screditare quanto appreso, al contrario valorizzarlo, affidandosi a quella facoltà di giudizio che gli insegnamenti teorici dovrebbero avere costruito.
Si tratta di recuperare tutta l’avventura del pensiero, nel suo carattere formativo, nel suo valore orientativo, nella sua funzione di illuminazione e guida di ogni situazione di fatto. Recuperare ed immettere vitalmente in quel circuito dinamico infinito che si dipana tra azione e riflessione.
E’ questo genere di dinamica che consente allo studente di rileggere le teorie e gli strumenti, coniugandoli con l’esperienza concreta, in una logica di reciproco arricchimento, superando quell’incapsulamento delle conoscenze di cui abbiamo già detto, praticando sul campo la connessione sostanziale tra l’attività pratica e il lavoro di ricerca, che dovrà diventare una dimensione costante della sua professione. In questa maniera, grazie al circolo tra riflessione e azione educativa e grazie al carattere partecipato delle varie fasi di lavoro, che richiedono analisi condivise e decisioni consensuali nel gruppo di insegnanti, questo modello, se attuato con il dovuto rigore metodologico, tende a caratterizzarsi come un dispositivo di ricerca-formazione, promovendo un apprendimento intelligente dall’esperienza didattica.
Ecco così tracciato un sommario schizzo dell’architettura metodologica del tirocinio, come apprendistato e come ricerca-azione, che costituisce il punto immaginario di equilibrio tra la tradizione (la cui trasmissione è assicurata prevalentemente dal dispositivo dell’apprendistato) e l’innovazione didattica (sollecitata soprattutto dalla dinamica della r-a).
Entro questa architettura ci preme ora sottolineare un aspetto con il quale Frabboni rettifica il percorso metodologico indicato da Pourtois; esso consiste nel porre a Fondamento del progetto un sistema di ipotesi, un modello educativo, uno schema formale di natura teorica che connetta in maniera coerente ed organica un principio teleologico. Ora, nell’ambito del Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria, al di la’ del richiamo alla proposta di Frabboni, si può affermare che individuare il modello educativo in cui inscrivere il tirocinio nel percorso formativo globale offerto è stato per le Università uno degli impegni maggiori, non ancora compiuto integralmente.
Riscrivere i percorsi della formazione,descrivere i curricoli universitari di primaria, includendo in essi il tirocinio è significato, di fatto, scegliere un modello educativo, disegnare le connessioni che lo contestualizzano nel processo formativo globale e definire l’epistemologia di riferimento. Solo dopo si è tradotto nella configurazione del percorso di formatività sul campo, in modo più o meno capace di integrare tra loro il sistema degli insegnamenti, il sistema dei laboratori, il sistema tirocinio, a seconda appunto del modello scelto.
Dentro questa cornice sì è venuto poi definendo quel processo complesso che è la definizione del progetto di tirocinio. Il problema della coerenza e della unitarietà del progetto di tirocinio è anzitutto problema di consapevolezza di scelta del modello educativo entro il quale esso si inscrive. Viceversa le incoerenze e le sbavature di quello non possono non riverberarsi in termini di incompiutezza e limiti del progetto di tirocinio.
Questo nodo è stato schematizzato da L. Guerra nei tre modelli di tirocinio nella formazione dell’operatore socio-educativo (6): separazione, dipendenza, integrazione.
· I modelli della separazione sono quelli in cui formazione in università e apprendimento sul campo sono strutturalmente distinti, corrispondenti ai due ambienti in cui si realizzano (università e istituzioni in cui si pratica il tirocinio) e dipendenti dalle logiche e dalle esigenze di quei due mondi.
Si tratta di un modello che, al di là delle affermazioni di principio, si incardina in consuetudini, linguaggi e regole contrassegnate da una storica separatezza, non risolvibile con gesti di buona volontà.
· I modelli della dipendenza prevedono un collegamento gerarchico tra studio teorico ed esperienza pratica, il secondo dipende culturalmente e funzionalmente dal primo.
· I modelli di integrazione problematica sono quelli su cui si è giocata la fatica dei corsi di laurea di Scienze della Formazione Primaria. Essi privilegiano la relazione dialettica tra teoria e prassi
A ciascun modello teorico-operativo di tirocinio a cascata corrispondono scelte di collocazione del tirocinio stesso (in parallelo o a blocchi), di connessione vera o simulata con i piani di studio delle Facoltà, di permeabilità o impermeabilità (fino alla schizofrenia) tra i due mondi, nello specifico ad esempio di rapporti tra corsi di studio, laboratori e tirocinio.
Nella scelta del modello sta l’alternativa tra il considerare il tirocinio una sorta di deviazione, mal tollerata, perché costituisce una complicazione in più, dal processo formativo o una parte integrante dello stesso, da considerare al pari delle altre attività formative. “Programmare il tirocinio significa innanzitutto programmarne l’incardinamento strutturale all’interno del curricolo formativo” (7) “sia nella prospettiva dell’ingegneria istituzionale, sia in quella del significato formativo” (8).

In questo sta la complessità della costruzione di un progetto di tirocinio che è esperienza di dualità, per sua natura e struttura, chiamata a coniugare binomi potenzialmente antinomici:
Teoria e prassi
Scuola e università
Studio ed esperienza
Azione e riflessione
Discipline (sapere) e pratica (saper fare).

Alla competenza e alla creatività di gruppi di supervisori e consigli di facoltà è toccato in questi anni la scommessa di coniugare le possibili antinomie nella prassi del lavoro di tirocinio.

Il raccordo scuola-università

Ripartiamo da quella che potremmo definire la mission della formazione dei futuri docenti.
Essa si radica nella necessità di trasmettere un sapere professionale consolidato e capace, al contempo, di evolvere continuamente, cercando risposte ai problemi sempre nuovi, alle circostanze mutevoli, alle “crisi” che quotidianamente l’insegnante è chiamato a fronteggiare, attraverso la riflessione sulle pratiche scolastiche. Questa si avvale proficuamente dei saperi della pedagogia nella specificità delle sue forme di ricerca.
Le scuole, come comunità di pratiche, sia pure atipiche, sono in questo senso i luoghi fondamentali dell’innovazione nella misura in cui sanno tematizzare il proprio sapere, tradizionalmente consolidato, rendere esplicite le competenze tacite, aprirsi all’interscambio, a quell’attrito tra idee diverse da cui può sorgere quella sorta di scintilla di cambiamento di una organizzazione che chiamiamo innovazione.
In questo senso l’apprendimento è ponte tra il lavoro e l’innovazione. Ma il tirocinio diventa anche, necessariamente, occasione per superare l’incapsulamento in qualche modo esistente tra il mondo della scuola e il mondo dell’università. Se assumiamo l’ottica di Dewey che considera i processi educativi, “l’unica fonte di problemi fondamentali che devono essere studiati” (9) allora leggiamo il tirocinio e, il confronto tra Scuola ed Università di cui esso è occasione, come spazio in cui portare operativamente a compimento l’incontro trasformante dei saperi esperti propri dell’università con quelli della scuola. Il tirocinio infatti non appartiene né solo all’università, né solo alla scuola, ma è per entrambi occasione di crescita, superando una separatezza antica, forme di dipendenza sterile, percorrendo i fertili sentieri dell’integrazione problematica.
Il rapporto esistente o possibile tra la singola università e la scuola costituisce la seconda dimensione del progetto di tirocinio, fortemente segnato dagli intrecci praticati tra i due mondi.
In questo senso esso è negoziazione della scuola verso l’università, dell’università verso la scuola, essa nasce dal reciproco riconoscimento positivo, da una interazione che consente di dialogare e ragionare insieme.
Questi primi quattro anni di vita del corso di laurea hanno espresso la volontà forte e condivisa di rifiutare rapporti di semplice contiguità o contenimento reciproco (gli studenti dentro le aule, i docenti supervisori in Facoltà), ma anche la fatica di uno scambio ben più complesso ed arricchente.
Il Dibattito del seminario ha descritto questa fatica individuando anche alcuni snodi fondamentali attorno ai quali sviluppare utilmente il rapporto:
Le scuole non possono essere considerate semplici contenitori in cui realizzare il tirocinio, ma devono essere coinvolte e farsi partecipi della costruzione del progetto del medesimo, i cui percorsi non potranno non sostanziarsi delle esperienze specifiche maturate dalle scuole stesse, dei progetti realizzati, delle ricerche svolte, delle priorità che la scuola si è data.
Non basta offrire la lettura del POF agli studenti, occorre integrare la progettualità scolastica, di cui il POF è emblema, con quella del percorso formativo del tirocinio.
Il tirocinio rappresenta un occasione di ripensare il rapporto tra formazione iniziale e formazione permanente dei docenti, a partire dalla domanda forte che le scuole rivolgono all’università affinché queste si impegnino a sostenere la formazione all’interno delle stesse. Ovviamente il tema è da sviluppare anche su altri versante, e non è questa la sede appropriata per articolarlo ulteriormente, ma certamente non si può prescindere da esso.
Un input positivo in questo senso è costituito dal confronto, dalla messa a punto e dall’utilizzo nelle scuole degli strumenti operativi elaborati per il tirocinio (quaderni operativi, strumenti di osservazione, modalità di progettazione etc).
Entro questa cornice di progettazione e formazione vanno pensate esperienze particolari che valorizzino al meglio le ricchezze presenti e si traducano in offerta reciproca. Ci riferiamo in particolare alla realizzazione di laboratori nelle scuole e/o a progetti specifici

La prospettiva è quella di una “fusione di orizzonti” che, lungi dall’essere data genericamente per scontata, va costruita per dare corpo a sinergie capaci di superare autoreferenzialità e incomunicabilità e realizzare così un quadro atto ad ottimizzare le pratiche di tirocinio. La qualità del corpo docente di domani dipende anche dalla vitalità che sapremo assicurare a tali pratiche.

Gli strumenti e l’ organizzazione

A questo punto, ma solo a questo punto, si pone il dibattito attorno agli strumenti organizzativi che si sono individuati lungo il cammino e la loro congruità rispetto agli obiettivi prefissati.
In primis va evidenziata la problematica della scelta dei tempi del tirocinio, non solo come è ovvio, rispetto al ritmo accademico, ma anche in riferimento alle scuole e ai loro tempi.
Un aspetto fondamentale, su cui continuare a confrontarsi, ad esempio, è apparso il raccordo con i tempi della progettazione propria delle scuole.
Ancora sui tempi: le scelte in ordine alla quantificazione e alla collocazione del tirocinio diretto rispetto a quello indiretto, fanno registrare una ricerca di equilibrio che ben traduce la volontà di collocarsi nell’area dell’apprendimento riflessivo di cui si è detto, con un ampio ventaglio di soluzioni; su di esse si snodano ipotesi interessanti.
Altro tema importante si è rivelato quello dell’utilizzo nel tirocinio sia del lavoro individuale che del lavoro di gruppo. Quest’ultimo è stato interpretato non soltanto come strategia per un apprendimento efficace e più consapevole, perché originato dal confronto , ma anche e soprattutto come addestramento ad una pratica professionale indispensabile nella scuola. Gruppi tematici, gruppi di interesse, gruppi di zona, gruppi per anno di corso, gruppi di progetto come prefigurazione di quelle competenze relazionali riferibili all’area della collegialità che sostanzia la funzione docente.
Infine gli strumenti di lavoro offerti agli studenti: potremmo in tal senso rovesciare l’adagio parlando di processo “dal fare al dire”. I gruppi dei supervisori hanno elaborato in questi anni una varietà di strumenti che vanno dai quaderni operativi, ai diari di bordo, ai questionari, alle schede per l’osservazione, alle griglie per la focalizzazione delle attività didattiche, al supporto alle relazioni finali e non solo, al portfolio delle studente, come raccolta della documentazione dell’attività svolta.
Si tratta di una produzione molto ricca e variegata cui ci preme rimandare per due motivi:
· Per la validità della stessa, che andrebbe sicuramente recuperata oltre il contesto d’uso per cui è nata, allargandosi ad esperienze professionali scolastiche che potrebbero giovarsene utilmente.
· Per significare lo sforzo concreto di praticare e rendere praticabile la strada della riflessione sull’azione, che sola, si è già detto, può alimentare la dinamica della ricerca a partire dall’azione.
Attraverso essa lo studente è messo in condizioni di raccontarsi e raccontare le proprie esperienze, riuscendo così a cogliere il significato dei vari momenti e a dare ad essi valore formativo.

Il ruolo del supervisore

Chiave di volta dell’intero quadro del tirocinio di scienze della formazione primaria è il supervisore e il ruolo che egli ha svolto. Il corso di laurea assegna a dirigenti scolastici e ad insegnanti di scuola materna e di scuola elementare, selezionati attraverso apposita procedura concorsuale, distaccati in tutto o in parte dall’insegnamento, la funzione di tutorship nel tirocinio. Anche questa scelta ha avuto ed ha un preciso significato culturale, attribuendo valore all’esperienza vissuta da essi nella scuola .
Il Seminario Nazionale si è occupato diffusamente di ciò, cercando di affrontare le questioni connesse alla funzione attribuita: in che modo intervengono i docenti supervisori nella formazione dei futuri docenti?Qual è il loro ruolo e quale il loro compito specifico? Ora, la novità di tale istituzione e la mancanza di esperienze assodate in questo ambito, suggeriscono di guardare al mondo anglosassone, che, vanta una più consolidata tradizione e che, nell’ambito della formazione al servizio sociale ha individuato tre distinte tipologie di tutorship riferibili ai diversi modelli di tirocinio:

Il modello di crescita personale (growth model) il fulcro è la persona dello studente della quale i tutor si propongono di favorire e supportare la crescita personale.
Questo modello, che risente dell’influenza della psicologia psicodinamica, sottolinea l’importanza della soggettività e della relazionalità nei processi di formazione, dimensioni queste imprescindibili e di tutto spessore.
In realtà esse rappresentano un aspetto ineludibile del fare formazione indipendentemente dal modello di riferimento e dall’approccio utilizzato, in quanto, oltre le possibili, spontanee empatie, sostenere una relazione di aiuto non è un semplice fatto di calore umano.
Il growth model rilancia e, in qualche modo, assolutizza il tema, anche sviluppando i modi e le forme del prendersi cura dello studente da parte del tutor, che è chiamato ad accogliere/sostenere, da un lato, e guidare, dall’altro (10).
Ma una riflessione attenta e seria di questi aspetti non può essere elusa da chiunque si occupi
Di formazione, indipendentemente dal modello di riferimento. Il docente supervisore deve essere professionalmente consapevole del rapporto e capace di gestire deontologicamente la relazione, al di là delle codificazioni di requisiti e caratteristiche richieste ad un terapeuta vero e proprio, ad esempio dagli studi di Ford e Jones, e di Urbanowsky e Dwyer (11).
Non sfugge ovviamente il rischio di una possibile esasperazione di questo approccio per una curvatura eccessivamente psicologica della tutorship. Anche l’esperienza nei Corsi di Laurea in Scienze della Formazione Primaria non è risultata esente, con sconfinamenti in pratiche di maternage, e con la creazione di legami eccessivamente forti tra formatore e formando.

Il modello dell’apprendistato (apprendice model) il fulcro è la professione, rispetto alla quale i tutor addestrano e comunque fanno crescere professionalmente lo studente, ponendosi come guide esperte ed organizzando l’apprendimento di abilità e conoscenze specificamente correlate al lavoro da “imparare”.
In questo modello la funzione di tutorship si definisce soprattutto come funzione di guida esperta, individuata e scelta proprio sulla base di una riconosciuta identità e competenza specifica, articolata essenzialmente nella direzione dello stimolo e del sostegno alla costruzione di conoscenze e competenze professionali, in situazione.
Siamo appunto nell’area dell’apprendimento situato, attraverso l’organizzazione da parte del tutor delle esperienze e della riflessione sulle stesse, in modo da coniugare le conoscenze acquisite con le sperimentazioni nelle pratiche.
Su questi concetti molto si è già detto, preme ora sottolineare soltanto l’attenzione all’autonomia dello studente, che rappresenta un tratto fondamentale della tutorship, secondo questo modello.
L’intervento del tutor dovrebbe continuamente ricercare quel punto di equilibrio tra l’esigenza di stimolare l’apprendimento e quella di favorire autonomi percorsi di rielaborazione di quanto conosciuto e realizzato (si ricordi la dinamica scaffolding-fading).
Da questo punto di vista il tirocinio si pone come strategia delle strategie, in quanto consente l’apprendimento di quella dimensione euristica ed ermeneutica, riflessiva e progettuale che dovrà caratterizzare il docente per l’intero arco vitale professionale.

Il modello basato sul ruolo (role-system model) il fulcro è rappresentato dal tirocinio e dal processo di apprendimento rappresentato dal tirocinio stesso. I tutors sono esperti/formatori che agiscono istituzionalmente il proprio ruolo e quello del percorso di apprendimento rappresentato dal tirocinio stesso.
La tutorship va intesa essenzialmente come orientata al suo oggetto: il processo di formazione e di apprendimento rappresentato dal tirocinio stesso all’interno del curriculum del Corso di Laurea.
L’esigenza forte che questo modello pone è quella di recuperare tutta la valenza del tirocinio formativo, non riducendolo ad addestramento, schiacciato sul piano squisitamente tecnico e professionalizzante.
L’azione del supervisore è quella di formatore, esperto dell’apprendimento di giovani/adulti, rispetto ai quali il suo compito è quello di cogliere i bisogni educativi, definire un contratto formativo che articoli un progetto di tirocinio mirato, supportarne lo svolgimento e valutarne gli esiti.

L’esperienza dei Corsi di Laurea in Scienze della Formazione Primaria ha tentato, pur con fatiche e sbavature, di cogliere la funzione del supervisore di tirocinio nell’intreccio di questi modelli, all’interno di un processo complesso che è contestualmente luogo di maturazione personale, e di acquisizione di competenze professionali e di formazione, intesa come elaborazione-rielaborazione di conoscenze.
Il Seminario ha fatto emergere alcune linee di evoluzione di varie esperienze in tal senso, portando a tema problematiche che continuano ad essere aperte nella vastità di un dibattito riacceso proprio dalla imminente riforma. Dibattito che non può non trovare riferimento nei punti cardine emersi e nel solco tracciato in questi anni dai supervisori. L’ampio spazio dedicato agli interventi degli stessi nell’ambito del seminario vuole rendere ragione dell’impegno e della creatività profusi con intelligenza.

Ma non terminano qui le domande, continuano e, prescindendo dagli aspetti meramente rivendicativi, si affacciano a ragionamenti riferibili al senso delle figura dei supervisori rispetto all’incardinamento nel mondo accademico e in quello scolastico:
in che modo la loro competenza si inserisce nel contesto universitario e come può essere valorizzata e recuperata dalla scuola di cui essi continuano a far parte?
I supervisori nella loro duplice cittadinanza sono stati chiamati a svolgere un ruolo, per certi versi non ben definito, sia sul piano concettuale che su quello organizzativo, per certi altri chiaro, ma di difficile interpretazione per i limiti concreti esistenti nel complesso spazio di intersezione dei due universi. La metafora più accreditata è quella di cerniera tra curricolo accademico e scuola, metafora efficace perché soprattutto dice la facilità con cui la fusione può essere messa in crisi da un solo anello mancante o deficitario. Una doppia cittadinanza che non ha mancato di far sentire i suoi effetti di spaesamento e i rischi di smarrimento in uno scenario articolato e molteplice. Cittadini del mondo può anche voler dire apolidi, non riconosciuti da nessuno in termini di appartenenza ed identificazione.
Fin qui il problema in una lettura quasi affettiva di quanto accaduto. Oltre non possiamo non richiamare l’esistenza di problematiche tuttora irrisolte per quanto concerne una migliore definizione del ruolo del supervisore e del sapere professionale specifico di cui è portatore, sia all’interno dell’università sia per la valorizzazione all’interno della scuola, durante il periodo dedicato al tirocinio, sia al termine dello stesso. Problematiche con ricadute di ordine professionale, di ordine istituzionale e anche contrattuale.
Sintetizzando le funzioni del supervisore che si sono definite a diversi livelli sono:
Di negoziazione di un modello unitario di tirocinio entro il Corso di Laurea, passando attraverso il gruppo dei supervisori;
Di progettazione, coordinamento, organizzazione dell’esperienza di tirocinio in raccordo con il CLFP e con le scuole accoglienti
Di facilitazione di rapporti ed interazioni tra soggetti ed istituzioni;
Di accompagnamento del percorso degli studenti anche attraverso la costruzione di strumenti scientifici e metodologici utili;
Di valutazione della significatività e qualità delle esperienza e del percorso complessivo offerto per la formazione degli studenti .

In tal senso la Legge Delega n. 53 del 28 marzo 2003 che affronta nell’art.5 il tema della formazione iniziale dei docenti e colloca un periodo di apprendistato dopo il conseguimento della laurea, prevedendo contratti di formazione-lavoro “con specifiche attività di tirocinio”, pur non escludendo esplicitamente la possibilità di esperienze di tirocinio in itinere, sembrerebbe addensare nubi all’orizzonte, anziché eliminarne.
Emerge invece con forza la domanda del riconoscimento giuridico ed istituzionale della professionalità consolidata dai supervisori su tutto il territorio nazionale nei CLSFP anche attraverso la valorizzazione delle competenze acquisite nelle attività di formazione, ricerca e sperimentazione delle scuole. Ciò non solo da parte dei diretti interessati, ma anche degli ambienti accademici e delle scuole stesse che più hanno creduto in quest’esperienza, a dimostrazione del fatto che la questione va considerata in termini di risorse e competenze di un processo e non di semplice rivendicazione di categoria.
Nel destino della figura del supervisore si intreccia la questione delle sorti di un modello di formazione iniziale del docente che passi attraverso la pratica e la riflessione sulla stessa, coniugando in maniera efficace conoscenze, esperienze e mediazione delle une con le altre.

(1) BALDACCI M., (2001) , Metodologia della ricerca pedagogica, Bruno Mondadori, Milano.
(2) DEWEY J., op. cit. pag 55.
(3) BALDACCI M., op. cit. pag. 146.
(4) FRABBONI F., (1990), Per una teoria razionalista della ricerca-azione, in TELMON V., BALDUZZI G., Oggetto e metodi della ricerca in campo educativo: le voci di un recente incontro, Bologna, CLUEB, pag. 307.
(5) DEWEY J., op. cit., pag. 19
(6) FRABBONI F., GUERRA L., LODINI E., (1995), Il tirocinio nella formazione dell’operatore socio-educativo, Roma, Carocci.
(7) FRABBONI F., GUERRA L., LODINI E., op. cit., pag. 62.
(8) CERRI R. (a cura di), 2002, Come la fune degli elfi, Genova, Brigati, pag. 28.
(9) DEWEY J. , op. cit., pag. 21.
(10) Per ulteriori approfondimenti si vedano I. PADOAN, la formazione personale, in U.MARGIOTTA (a cura di), Pensare la formazione. Strutture esplicative, trame concettuali, modelli di organizzazione, Armando, Roma, (1998), pag. 181-195 e R. MUCCHIELLI, Apprendere il counseling. Manuale pratico di autoformazione al colloquio di aiuto, Erickson, Trento, 1983.
(11) FORD K. – JONES A., (1991) La supervisione dei tirocini nel servizio sociale, Trento, Erickson. URBANOWSKY M. – DWYER M., (1995), L’apprendimento nel tirocinio: una guida per supervisori e tirocinanti, Vita e Pensiero, Milano.

Indice "Teorie"
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