"Didattica per problemi"
di Berta Martini, Ricercatrice di Pedagogia
generale all’Università di Urbino
In prima approssimazione, potremmo dire che l’approccio
a cui intitoliamo questo contributo, pur non esaurendosi
nell’attività di porre e risolvere problemi,
considera questi ultimi e le situazioni problematiche come
oggetto stesso della didattica. La proposizione “per”,
in questo senso, allude contemporaneamente ad una funzione
strumentale del problema, come mezzo “attraverso”
il quale è possibile apprendere qualche cosa, e sostanziale,
come specifica attività intellettuale alla quale
educare.
E’ appena il caso di osservare che questa polisemia,
di per sé positiva, spesso riflette anche una meno
desiderabile ambiguità d’uso didattico del
problema, che induce gli insegnanti, talvolta senza troppa
consapevolezza, a considerarlo un espediente didattico funzionale
all’acquisizione di particolari contenuti, a svantaggio
della promozione di una più complessa capacità
di problematizzazione e di risoluzione di problemi da parte
degli allievi.
A tutt’oggi, comunque, il termine didattica per problemi
non evoca un modello di organizzazione curricolare definito,
né tantomeno univoco, quanto, più genericamente,
il riferimento ad una modalità “globale”
di pensare la trasmissione dei saperi e le sue prassi. Modalità
che, dal nostro punto di vista, necessita di una chiarezza
concettuale e pratica circa le sue caratteristiche, le sue
condizioni di applicazione e il suo valore formativo.
Un primo tentativo di chiarificazione concettuale consiste
nell’attribuire un duplice significato al termine
“problema” per derivarne, di conseguenza, una
diversa caratterizzazione degli approcci didattici.
Il primo interpreta il problema nel senso di “problema
reale”, emergente dai contesti di vita sociale e,
pertanto, “esogeno” al sistema dei saperi scolastici.
Il secondo, al contrario, ne sottolinea la natura “endogena”,
ovvero interna alla disciplina che, anzi, “nasce da
problemi”, siano essi di natura pratica o speculativa.
Didattica per problemi “reali” o esogeni
Assumere il problema come “problema
reale” ci sembra suggerire una didattica che si struttura
intorno a progetti e, in particolare, a progetti pluri-
e inter-disciplinari.
Da questo punto di vista, dunque, la didattica per problemi
può essere ricondotta ad una didattica per progetti,
laddove i progetti siano focalizzati intorno a problemi
reali.
In entrambi i casi, l’approccio didattico è
caratterizzato dalla definizione di situazioni didattiche
basate su questioni o problemi reali e finalizzate alla
realizzazione di prodotti, ideali o materiali.
Tale approccio è normalmente legittimato lungo tre
direzioni: cognitiva, motivazionale e funzionale.
La dimensione cognitiva, implicita nelle
attività di problem posing e problem solving, ne
sancisce la legittimità dal punto di vista dell’apprendimento,
in particolare di quei modelli costruttivisti che rintracciano
nell’attività individuale o collettiva dell’allievo
la condizione principale per un apprendimento significativo
e duraturo.
Non solo. Il procedere per problemi reali, ossia per progetti,
consente la diversificazione, all’interno del gruppo
classe e diacronicamente nel tempo per ciascun allievo,
degli ambiti e delle modalità di lavoro favorendo
lo sviluppo di diverse forme di intelligenza, compresa,
seguendo Gardner, quella inter e intra-personale. Le frequenti
interazioni degli studenti con i propri compagni, con gli
insegnanti, con esperti o con membri della comunità
fanno sì che essi sviluppino capacità interpersonali,
ossia sociali e comunicative. Mentre lo svolgimento di specifiche
procedure come la stesura di diari, la verifica personale
dei risultati, la discussione critica delle idee proprie
ed altrui ne promuove le capacità intrapersonali.
L’aspetto motivazionale rappresenta,
spesso, la giustificazione più macroscopica del ricorso
ad una didattica per problemi reali da parte degli insegnanti.
L’assunto implicito è che gli studenti, concentrando
l’attenzione su temi e problemi che loro stessi hanno
posto e sui quali agiscono in relativa autonomia, aumentino
la loro implicazione personale e il loro controllo. In altri
termini, la possibilità di assumere un ruolo importante
nel condurre la ricerca, nel prendere decisioni, nel valutarne
gli esiti dovrebbe mettere in condizione gli studenti di
“farsi carico” del sapere, di accogliere la
situazione didattica come una sorta di sfida intellettuale,
piuttosto che adeguarvisi passivamente in virtù di
un presunto dovere scolastico.
Ciò non senza qualche eccezione. L’alto grado
di coinvolgimento nella risoluzione del problema, infatti,
può non tradursi in un livello elevato di apprendimento.
Al contrario, sorretto da una forte disposizione affettiva,
l’allievo può agire attivamente all’interno
del contesto, ma rimanendo legato ad esso, quasi “subendolo”,
con il rischio di non aver accesso alle conoscenze per le
quali quel contesto era stato didatticamente pensato.
In altre parole, e in ciò rintracciamo in generale
un limite di questo approccio didattico, i criteri funzionali
del compito (legati allo scopo al quale esso mira) possono
occultare i criteri curricolari (quelli legati alle attese
dell’insegnante) per i quali il compito è stato
assegnato. Le esigenze dell’apprendimento potrebbero,
cioè, essere subordinate alle esigenze del progetto
e le conoscenze in esso implicite non essere riconosciute
come tali né, di conseguenza, disponibili per gli
apprendimenti futuri.
Infine, il progetto e il problema su cui esso è focalizzato,
sono giustificati a priori dal prodotto/soluzione per il
quale entrambi sono stati pensati. Ciò corrisponde
alla dimensione funzionale della didattica per problemi,
in forza della quale, attraverso la simulazione di contesti
problematici del mondo reale o attraverso la partecipazione
a situazioni che sono effettivamente reali, essa viene percepita
“in sintonia” con le prospettive personali di
vita e con le esigenze della società.
Da questo punto di vista, l’apprendimento per problemi
reali può essere assimilato ad una forma di apprendistato
cognitivo, in particolare per i ruoli che in questo àmbito
assumono insegnanti, studenti e, eventualmente, esperti
esterni. Gli insegnanti, anziché limitarsi a fornire
informazioni, sono guide e modelli, mentre gli studenti,
anziché ricettori passivi, sono “apprendisti
cognitivi” che imparano concetti e abilità
alla stregua degli apprendisti che imparano le arti dai
loro maestri d’arte.
Didattica per problemi “epistemici” o endogeni
Nella seconda accezione semantica, come elemento endogeno
di un sapere disciplinare, ossia come elemento che deriva
o che si genera “dall’interno” del sapere,
il problema orienta verso un approccio didattico più
fortemente centrato sulle epistemolgie delle discipline,
sulle conoscenze, sui principi e sulle procedure che le
strutturano.
In questa prospettiva, porre e risolvere problemi rappresenta
una pratica didattica che anche quando si avvale in senso
strumentale di apporti esterni, si caratterizza in senso
disciplinare in quanto è finalizzata all’acquisizione
dei contenuti e dei metodi del dominio di conoscenza all’interno
del quale il problema è posto.
Porre e risolvere problemi all’interno di un certo
sapere significa, infatti, servirsi delle conoscenze di
quel sapere ma, anche, delle sue caratteristiche forme di
pensiero, ovvero del suo metodo scientifico. Anzi, proprio
la messa in campo di quel sistema di conoscenze e di quel
metodo dà vita a nuovi oggetti che, in una certa
misura, sono “costruiti” da quel metodo specifico.
Ciò significa riconoscere che i problemi hanno una
sorta di solidarietà con gli oggetti della disciplina
e che questi sono solidali con i metodi che li costruiscono.
Ne consegue, dal punto di vista didattico, che essendo molti
i metodi e molte le tipologie di oggetti, possiamo sperare
di conseguire non solo una capacità trasversale (A
proposito del carattere trasversale delle competenze scolastico
segnaliamo: B. Rey, Ripensare le competenze trasversali,
Milano, Franco Angeli, 2003.) di risoluzione di problemi
(quella, appunto, che presupporrebbe l’esistenza di
un unico metodo e di un’unica competenza metodologica),
ma anche una specifica competenza disciplinare.
In particolare, allora, le competenze metodologiche, implicite,
almeno come finalità, in un approccio per problemi
(siano essi “reali” o “interni”
al sapere), si configurano come competenze trasversali nella
didattica per problemi reali, mentre assumono il carattere
di competenze metodologiche specifiche, nella didattica
per problemi interni alla disciplina.
Una tale prospettiva, tuttavia, sembra
privilegiare quei saperi disciplinari, come le scienze,
caratterizzati da una ben definita e riconoscibile struttura
interna, o, in altre parole, da un forte statuto epistemologico.
Questo è vero solo in parte, almeno nel senso di
riconoscere che questa circostanza non preclude del tutto
un approccio per problemi, a patto di definire l’oggetto
“problema” conformemente all’assetto epistemologico
del sapere corrispondente.
Il dibattito su una possibile scelta tra una didattica per
temi e problemi, in alternativa ad una didattica organizzata
secondo un ordine diacronico, per esempio, ha attraversato
recentemente il dibattito sull’insegnamento della
storia o della filosofia.
L’esito, a onor del vero, è stato un debole
compromesso che ha visto i testi scolastici, ancora organizzati
in senso diacronico, arricchirsi di inserti tematici, più
o meno originali e più o meno pertinenti.
Eppure, il problematizzare o il porre domande, rappresenta,
seppur in un senso diverso, un’attività tipica
per entrambe le discipline.
Nel caso dell’insegnamento della storia esso può
tradursi, per esempio, in una problematizzazione del nesso
causa-effetto o in un ri-porre il problema così come
esso si è posto in un certo tempo storico, mentre
può corrispondere ad un costante mettere en question
il dato, anche quello che appare ovvio, nel caso della filosofia.
Occorre, allo scopo, interpretare il problema non come una
domanda alla quale si aspetta di dare una risposta, ma come
il dischiudersi di una prospettiva che mettendo in dubbio
un aspetto della realtà (sia essa osservabile o astratta),
si trasforma in progetto di ricerca.
Così facendo, il problema non è più
considerato solo uno strumento funzionale all’apprendimento
di un contenuto disciplinare, strumento che potrebbe essere
relativamente autonomo e esterno ad esso, ma un elemento
che dà senso al contenuto all’interno di una
certa prospettiva disciplinare e che, pertanto, ne regola
l’apprendimento.
L’insegnamento per problemi diventa, in altre parole,
un “insegnamento matematico” per la matematica,
“storico” per la storia, “filosofico”
per la filosofia, e così via, in quanto utilizza
le modalità di problematizzazione e di sistematizzazione
proprie di queste discipline.
Beninteso, ridurre i problemi scolastici (e con essi i metodi
scientifici usati a scuola) a quelli epistemici delle discipline
corrispondenti è una semplificazione impropria, se
non altro perché ad essere insegnate non sono le
scienze, ma una loro trasposizione didattica.
Ma, allora, si tratterà di assumere il “problema”
come una modalità di trasposizione didattica .
Porre un problema significa, da questo punto di vista, ricreare
in maniera fittizia ma verosimile le condizioni in cui le
conoscenze si sono manifestate o avrebbero potuto manifestarsi.
Una “genesi artificiale del sapere” che pur
senza corrispondere necessariamente alla sua genesi storica,
ne preserva il senso. Il sapere si de-storicizza ma per
essere inserito in un’altra storia, quella della classe
e quella individuale dell’allievo.
Operare didatticamente per problemi corrisponde, dunque,
in questo caso, a concepire l’attività della
classe come una sorta di “microsocietà scientifica”
in cui gli allievi, a partire da ciò che sanno e
dei mezzi che hanno a disposizione cercano di acquisire
una conoscenza che è nuova per loro. Il sapere, in
quanto didatticamente trasposto, non è autentico,
ma lo è il lavoro intellettuale che essi mettono
in campo per acquisirlo.
Un’ultima precisazione, ovvia. Tra
i due modi di concepire la didattica per problemi non ce
n’è uno migliore, né si tratta di assumerli
come modelli univoci della pratica didattica. In nessuno
dei due casi, essa si riduce “solo” a porre
problemi, per quanto tra loro diversificati, ma in entrambi
i casi essa li assume consapevolmente come oggetti e strumenti
di apprendimento cercando un equilibrio costante tra sapere
e saper fare, tra cognizione e motivazione, tra valore formativo
e valore culturale.
Il contributo è tratto dalla rivista ufficiale dell'Opera
Nazionale Montessori "Vita
dell'Infanzia"
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generale di "Curricolo, programmazione e POF"
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"DAP - Discorso e apprendimento"
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- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università
"La Sapienza" Roma
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