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Ludoteca: gioco quotidiano di pratica educativa (I)

Tamara Lavina
, Agata Magnani, Giuseppina Spadaio, Centro di Cultura Ludica, Comune di Torino

“Se vuoi conoscerli in fretta, falli giocare…
Se vuoi fare il tuo mestiere, falli giocare, giocare, giocare”
(F. Deligny)

La nostra è la testimonianza di un gruppo di insegnanti comunali di Torino che da anni sono impegnate in un’esperienza educativa sul territorio. Forse si tratta di un’esperienza poco conosciuta ma riteniamo sia significativa nei contenuti: una concreta progettualità fondata sulla cura degli aspetti quotidiani dell’azione educativa e sull’importanza del gioco.
La stesura di questo documento è per noi occasione di riflessione critica relativa alla nostra storia e pratica quotidiana in ludoteca (1), un luogo “dove le idee diventano immediatamente fatti, dai quali però sembra non nascere la spinta al passo successivo: quello di una riflessione teorica, critica, metodologica in grado di produrre, nello specifico know how e cultura che a loro volta ricadono sull’esperienza accrescendone il livello della competenza critica” (2). Nel nostro caso la riflessione teorica è stata costantemente praticata (essendo un elemento fondante dell’evoluzione del servizio) anche se non compiutamente formalizzata.
La nostra analisi parte dalla considerazione che il gioco oggi è riconosciuto generalmente come un diritto acquisito. Quanto questo diritto è realmente esercitato e messo in pratica? E’ come il diritto all’uguaglianza, al lavoro, alla casa, alla felicità ecc. La realtà si scontra costantemente con i principi ideali che dalla Rivoluzione Francese in poi si sono affermati nella società borghese, ma con la difficoltà di conciliarsi con un mondo i cui meccanismi ne sono la negazione o l’opposto contrario.

 
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- Ilaria Baczynsky de Pukszyn, Barbara De Serio,
Ediz. Infantiae.Org™, Roma 2007

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Quando il gioco è riconosciuto, spesso lo è nello scimmiottamento del mondo adulto: nella pubblicità, nella moda, in demenziali spettacoli televisivi. Questo per la difficoltà della nostra società di individuare modelli sociali diversi e vincenti su un piano umano e morale e che non siano identificabili solamente nell’unico modello forte, che è quello del consumo. Questa mancanza di un modello alternativo al mercato oggi è un grave problema per chi si occupa di educazione, ossia per chi deve scegliere, decidere, progettare e orientare la collettività su azioni quotidiane che contribuiscano alla formazione del bambino e dell’adolescente in una società complessa.


Un po’ di storia

Il progetto iniziale di costituzione di una ludoteca muoveva dall’analisi di un gruppo di insegnanti comunali del doposcuola e del tempo lungo, in stretto confronto con l’Amministrazione Comunale e le Organizzazioni Sindacali. Ci si interrogava sui bisogni dei bambini alla luce degli obiettivi sociali e politici degli anni ottanta: riqualificare il tempo libero e la qualità della vita quotidiana dei cittadini attraverso l’attenzione alla collettività di quartiere e alla famiglia. Il bambino non veniva considerato isolato dagli altri soggetti sociali cui era legato - i genitori, i fratelli, gli insegnanti, gli educatori - ma come soggetto in relazione con il mondo. Il modello più diffuso di ludoteca in Italia e all’estero in quel periodo era diverso da quello attuale: “Nata con la fisionomia di una biblioteca che cataloga e allinea nei suoi scaffali giochi e giocattoli, anziché libri (Toys library è il suo nome inglese), la ludoteca si caratterizza inizialmente come spazio di gioco e per il servizio di prestito dei materiali ludici di cui dispone”(3).
Il tipo di servizio che abbiamo contribuito a far nascere alla fine degli anni ottanta nei locali di una ex-scuola torinese già oltrepassava questa visione di ludoteca come teca dei giocattoli. Meglio sarebbe stato definirla centro di incontro per la promozione del gioco rivolto a bambini, ragazzi e famiglie. Infatti la sua caratteristica principale, che si è mantenuta nel tempo come un costante fil rouge, è stata la funzione di grande piazza, dove per quasi duemila bambini è stato possibile l’incontro, il confronto, lo scambio e lo scontro nel gioco, attraverso la predisposizione di un ambiente accogliente e articolato e il lavoro, preparato sia nel lungo periodo che quotidianamente, di un’equipe di insegnanti.
Sempre in quegli anni la scuola stava perdendo il suo ruolo di centralità nella formazione dell’individuo. Ci sono altre “…sedi, situazioni, strutture, che, anche istituzionalmente, stanno sottraendo alla scuola il privilegio sul quale ha potuto contare e che ne hanno tracciato la storia… I ragazzi imparano e si formano in dimensioni spazio - temporali diverse da quelle cui, per dovere, sono vincolati…” (4). Grazie alle migliori condizioni economiche, ad una crescente sensibilità delle famiglie e delle istituzioni, i luoghi e le opportunità di formazione si vanno moltiplicando ed intensificando: centri di vacanza, centri sportivi, corsi di vario genere, associazioni, scambi nazionali ed internazionali, Ognuno di essi propone modelli e percorsi formativi diversi e favorisce la nascita di un dibattito sui problemi dell’educazione in un ambiente nuovo rispetto a quello consueto della scuola.
Nasce parallelamente una nuova figura di educatore che lavorando a fianco di una serie di figure professionali specializzate – l’insegnante, lo psicologo, il logopedista, l’istruttore, il politico e l’amministratore, l’assistente sociale, il giudice – va creandosi un ruolo sempre più definito di mediatore culturale e di responsabile di una progettualità educativa. Scrive ancora Duccio Demetrio: “E’ indubbiamente vero che la sua (dell’educatore, ndr) giornata di lavoro, a differenza di altri operatori, è volta a “gestire il quotidiano”; vale a dire la continuità della relazione, dei bisogni, dei conflitti derivanti da situazioni spesso molto stressanti”(5).
I bambini e i ragazzi giungono in ludoteca con tutto il peso del tempo scolastico (da un minimo di 5 a un massimo di 8 ore giornaliere) e con una pressione psicologica e fisica che sovente la scuola non regola né gestisce in modo calibrato. Molti di questi bambini e ragazzi frequentano, inoltre, corsi di recupero scolastico, di natura sportiva o creativa (musica, danza, manipolazione, ecc.) dove l’obiettivo è quasi sempre raggiungere dei risultati, offrire una buona prestazione di sé, essere conforme ad un modello tecnico. Il risultato è un bambino conforme alla norma, deprivato di spazi e tempi di espressione individuale e di capacità di libera scelta.
Lavorando in modo rigoroso sul gioco non abbiamo potuto esimerci dal considerare la libera scelta un aspetto fondante del percorso di crescita della persona, con la coscienza che per il bambino il gioco è sì un’attività libera e volontaria ma soprattutto uno strumento di conoscenza e di crescita.
La scelta di orientare il progetto di ludoteca finalizzandolo al benessere dei bambini e di non occuparci in modo specialistico di terapia o disagio conclamato era legata alla nostra formazione e alle nostre competenze professionali acquisite dall’esperienza del doposcuola, servizio sancito dalla legge del 4 marzo 1958 e rivolto alla scuola dell’obbligo per “superare le condizioni di natura economico/sociale che rendono difficile l’adempimento dell’obbligo e che anche possono gravemente compromettere il rendimento scolastico” (6). Si trattava di un servizio di carattere assistenziale, finanziato dalle Amministrazioni Locali e gestito dai Patronati Scolastici a favore degli alunni bisognosi. Dall’anno 1975 la gestione e l’organizzazione del servizio passa alle dirette dipendenze dell’Amministrazione Comunale, esce dalla mera assistenza e si prefigge una finalità educativa, impostando nuovi progetti per la scuola ed il tempo libero. La cura verso gli aspetti fondamentali della vita quotidiana dei bambini a scuola o durante i soggiorni era uno degli aspetti più importanti del nostro lavoro: il rapporto con il cibo e l’alimentazione, l’igiene personale e lo stato di salute con un’attenzione particolare ai bioritmi soggettivi dei singoli bambini, il recupero dello svantaggio scolastico e l’autonomia nello studio, il rapporto con l’ambiente esterno e il legame fra scuola e città. L’esperienza del doposcuola è stata, quindi, per noi una situazione lavorativa di frontiera, problematica e ricca di elementi significativi dal punto di vista pedagogico, come l’ascolto nella relazione, la flessibilità nell’intervento, la coscienza della complessità e delle molteplici soluzioni possibili ad uno stesso problema, la necessità di una progettazione che tenesse conto dei bambini, dei loro ritmi e del loro bisogno di esprimersi attraverso il gioco e il fare.
Si tratta di acquisizioni preziose per il futuro progetto di una struttura territoriale, quale la ludoteca, in cui avrebbe trovato pieno riconoscimento uno dei bisogni fondamentali del bambino, ed anche un suo modo di fare cultura: il gioco, questo momento educativo originario che mette in rapporto l’interiorità del soggetto con il mondo in una dimensione di costante relazione e cambiamento. Nel gioco la natura diventa cultura e il bambino impara in un modo rispettoso del suo sviluppo le regole della convivenza e dell’autoregolamentazione. In questo contesto di lavoro educativo, per offrire reali possibilità di affrancamento culturale, che la scuola disciplinare spesso non riusciva a realizzare con tutti i bambini, veicoli di conoscenza e crescita personale e di gruppo erano, oltre alle attività già citate di cura quotidiana, la manipolazione e l’espressione grafico - pittorica, il gioco, il canto, la danza, le attività teatrali, il racconto di storie, lo sport, articolati secondo tempi e spazi rispettosi delle necessità dei bambini e delle attività e che spesso erano il frutto di faticose mediazioni con l’istituzione scolastica.


Ruolo e identità professionale degli educatori in ludoteca

Dai brevi cenni alla nostra storia si può dedurre il percorso che ci ha portato dallo status di insegnanti, operanti all’interno della scuola, a quello di educatori in ludoteca o ludotecari. La scelta del termine è incerta anche per noi, ma ciò che importa è il contenuto e l’intenzionalità del lavoro.
La sola esperienza lavorativa, per quanto articolata, non sarebbe stata sufficiente al fine di costituire un servizio nuovo che fosse in grado di rispondere alle aspettative .Con il prezioso contributo metodologico e organizzativo della responsabile del servizio di allora, Marisa Cortese, siamo partite da un’analisi e una riflessione attente ai bisogni di gioco e di socialità dei bambini e degli adolescenti di un quartiere torinese estremamente eterogeneo dal punto di vista socio - economico. Abbiamo cercato di salvaguardare la diversità come risorsa che il territorio ci offriva, contro le tentazioni uniformatrici o verso il basso evitando la creazione del ghetto sottoculturale o verso l’alto evitando il club di élite. Ci è parso più proficuo e stimolante lavorare nella e per la complessità, sia dal punto di vista pedagogico che sociale.
La nostra funzione passava attraverso la formazione teorica e la competenza tecnica acquisite anche attraverso corsi di aggiornamento e formazione che sono stati puntelli indispensabili al farsi quotidiano del servizio insieme alla consapevolezza sempre più forte che il messaggio educativo passa attraverso l’agire e il modo di essere e di comportarsi dell’educatore. Secondo Jung l’educatore deve sapere prima di tutto che le parole e gli ordini servono poco, ma che tanto più serve l’esempio. Se gli educatori stessi si permettono inconsciamente inciviltà, bugie e cattive maniere, ciò ha un effetto incomparabilmente più forte di tutte le buone intenzioni, che sono così a buon mercato (7).
La riflessione continua e intrinseca ad un servizio che necessita di continue revisioni e cambiamenti ha messo in luce gli elementi sempre più centrali nel costruirsi del nostro progetto pedagogico e cioè l’intenzionalità dell’esperienza quotidiana proiettata nel futuro:

Onde evitare la subalternità dell’educatore sul piano sia teoretico che procedurale, è necessario ricordargli che il suo punto di riferimento è l’agire educativo, con tutte le sue caratteristiche (pedagogiche) di intenzionalità, decisionalità, finalità, ecc; e non l’agire psicoterapeutico o l’agire sociale in senso lato. E che, quindi, il suo oggetto è certamente la relazione educativa, ma – riempita – di cose da fare e da far fare (8).

Ma c’è anche la responsabilità educativa delle scelte, imprescindibile dallo schierarsi nel dibattito interno ed esterno al servizio, pedagogico, gestionale, organizzativo, politico, culturale. E’ stato anche fondamentale il lavoro di gruppo quando è riuscito a riconoscere, confrontare, valorizzare le idee e le competenze dei singoli alla luce sia dello scopo comune e condiviso, quello di comprendere per educare, sia degli obiettivi specifici del progetto, anch’esso elaborato e condiviso da tutti i componenti del gruppo. Scrive in proposito Duccio Demetrio:
“Nel gruppo si apprende a decidere e si verifica il grado di autonomia, non di tipo individuale, ma collegiale, che aiuta il soggetto ad identificarsi. Il cambiamento si realizza nel gruppo, dunque; e, attraverso le sue dinamiche, soprattutto quando: 1) un’idea si trasforma in un progetto o in una realizzazione concreta (in un oggetto fatto insieme, in uno spettacolo, in una gestione concordata del proprio spazio di vita…); 2) da aggregato di individui, il gruppo si ritrova, nel corso del tempo, comunità di lavoro; 3) il singolo membro avverte, e così avvertono gli altri, che non è più sostituibile: fattore questo, ancora una volta, di identificazione personale da ricondursi al fatto che il gruppo è palestra della propria soggettività” (10).

Un serio e costante lavoro d’équipe è la risposta alla domanda, che attraversa il nostro impegno quotidiano: come rendere possibile, attuabile nei fatti l’intenzionalità educativa? Qui il contributo dei bambini e degli adolescenti diventa l’elemento catalizzatore e il riferimento continuo per le necessarie verifiche e riprogettazioni che possono diventare così patrimonio di tutta la collettività di adulti e bambini.
Altro ingrediente del rapporto educatore - utente è l’attenzione e la cura quotidiana ai piccoli gesti della convivenza: “L’arte di curare, in quanto arte di accudire, aiutare a crescere, di ridar significato (in termini comuni: far sperare, incoraggiare, promettere…) è pertanto intrinsecamente pedagogica soprattutto perché si origina dalle esigenze della mente, del corpo, della relazione con gli altri” (11).
Il saluto, l’accoglienza, la ritualità della merenda comune curata dal servizio insieme alle famiglie, la gestione del piccolo o grande conflitto, la coerenza sulla conoscenza e il rispetto delle regole, le proposte di attività: tutto ciò crea l’atmosfera educativa necessaria per un responsabile accompagnamento alla crescita dei bambini e degli adolescenti e per una socialità adulta consapevole dell’importanza del gioco nella vita del bambino e solidale nella condivisione di obiettivi e pratiche educative.

______________

(1)
La Ludoteca Drago Volante nasce a Torino nel 1987, come servizio iscritto all’interno del Sistema Laboratori Territoriali dell’Assessorato per l’Istruzione del Comune di Torino e attualmente è inserita all’interno del Progetto Gioco dell’Assessorato al Sistema Educativo. Ludoteca “ Drago Volante” : corso Cadore 20, 10153 Torino .Tel. 011/ 8989208. e-mail: labdragovolante@comune.torino.it.

(2)
R.Farné, Introduzione, in R. Farnè (a cura di), La casa dei giochi. Ludoteca, ludobus e processi formativi, Guerini e Associati, Milano, 1999, pp. 11 – 12.

(3)
R.Farné, Introduzione, R. Farnè (a cura di), op. cit. p. 16.

(4)
D. Demetrio, Educatori di professione, La Nuova Italia, Firenze,1990, p.2.

(5)
D. Demetrio, op. cit., p.13

(6)
Questa parte del testo della legge è stata ripresa da G.M. Bertin in Educazione alla socialità, Armando, Roma,1962, p. 181.

(7)
In G.M.Bertin, op. cit. p.29.

(8)
D. Demetrio, op. cit. p. 13

(9)
Cfr.P. Bertolini, L’esistere pedagogico, La Nuova Italia, Firenze, 1988, p. 297.

(10)
D. Demetrio, op. cit. p. 103

(11)
D. Demetrio, op. cit., p. 100


In “Infanzia”, n.2 \ ottobre 2001.

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