Ludoteca: gioco quotidiano di pratica educativa (I)
Tamara Lavina, Agata Magnani,
Giuseppina Spadaio, Centro di Cultura Ludica,
Comune di Torino
“Se vuoi conoscerli in fretta, falli
giocare…
Se vuoi fare il tuo mestiere, falli giocare, giocare, giocare”
(F. Deligny)
La nostra è la testimonianza di
un gruppo di insegnanti comunali di Torino che da anni sono
impegnate in un’esperienza educativa sul territorio.
Forse si tratta di un’esperienza poco conosciuta ma
riteniamo sia significativa nei contenuti: una concreta
progettualità fondata sulla cura degli aspetti quotidiani
dell’azione educativa e sull’importanza del
gioco.
La stesura di questo documento è per noi occasione
di riflessione critica relativa alla nostra storia e pratica
quotidiana in ludoteca (1), un luogo “dove le idee
diventano immediatamente fatti, dai quali però sembra
non nascere la spinta al passo successivo: quello di una
riflessione teorica, critica, metodologica in grado di produrre,
nello specifico know how e cultura che a loro volta ricadono
sull’esperienza accrescendone il livello della competenza
critica” (2). Nel nostro caso la riflessione teorica
è stata costantemente praticata (essendo un elemento
fondante dell’evoluzione del servizio) anche se non
compiutamente formalizzata.
La nostra analisi parte dalla considerazione che il gioco
oggi è riconosciuto generalmente come un diritto
acquisito. Quanto questo diritto è realmente esercitato
e messo in pratica? E’ come il diritto all’uguaglianza,
al lavoro, alla casa, alla felicità ecc. La realtà
si scontra costantemente con i principi ideali che dalla
Rivoluzione Francese in poi si sono affermati nella società
borghese, ma con la difficoltà di conciliarsi con
un mondo i cui meccanismi ne sono la negazione o l’opposto
contrario.
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Quando il gioco è riconosciuto, spesso lo è nello scimmiottamento
del mondo adulto: nella pubblicità, nella moda, in demenziali
spettacoli televisivi. Questo per la difficoltà della nostra
società di individuare modelli sociali diversi e vincenti
su un piano umano e morale e che non siano identificabili solamente
nell’unico modello forte, che è quello del consumo.
Questa mancanza di un modello alternativo al mercato oggi è
un grave problema per chi si occupa di educazione, ossia per chi
deve scegliere, decidere, progettare e orientare la collettività
su azioni quotidiane che contribuiscano alla formazione del bambino
e dell’adolescente in una società complessa.
Un po’ di storia
Il progetto iniziale di costituzione di una ludoteca
muoveva dall’analisi di un gruppo di insegnanti comunali
del doposcuola e del tempo lungo, in stretto confronto con l’Amministrazione
Comunale e le Organizzazioni Sindacali. Ci si interrogava sui
bisogni dei bambini alla luce degli obiettivi sociali e politici
degli anni ottanta: riqualificare il tempo libero e la qualità
della vita quotidiana dei cittadini attraverso l’attenzione
alla collettività di quartiere e alla famiglia. Il bambino
non veniva considerato isolato dagli altri soggetti sociali cui
era legato - i genitori, i fratelli, gli insegnanti, gli educatori
- ma come soggetto in relazione con il mondo. Il modello più
diffuso di ludoteca in Italia e all’estero in quel periodo
era diverso da quello attuale: “Nata con la fisionomia di
una biblioteca che cataloga e allinea nei suoi scaffali giochi
e giocattoli, anziché libri (Toys library è il suo
nome inglese), la ludoteca si caratterizza inizialmente come spazio
di gioco e per il servizio di prestito dei materiali ludici di
cui dispone”(3).
Il tipo di servizio che abbiamo contribuito a far nascere alla
fine degli anni ottanta nei locali di una ex-scuola torinese già
oltrepassava questa visione di ludoteca come teca dei giocattoli.
Meglio sarebbe stato definirla centro di incontro per la promozione
del gioco rivolto a bambini, ragazzi e famiglie. Infatti la sua
caratteristica principale, che si è mantenuta nel tempo
come un costante fil rouge, è stata la funzione di grande
piazza, dove per quasi duemila bambini è stato possibile
l’incontro, il confronto, lo scambio e lo scontro nel gioco,
attraverso la predisposizione di un ambiente accogliente e articolato
e il lavoro, preparato sia nel lungo periodo che quotidianamente,
di un’equipe di insegnanti.
Sempre in quegli anni la scuola stava perdendo il suo ruolo di
centralità nella formazione dell’individuo. Ci sono
altre “…sedi, situazioni, strutture, che, anche istituzionalmente,
stanno sottraendo alla scuola il privilegio sul quale ha potuto
contare e che ne hanno tracciato la storia… I ragazzi imparano
e si formano in dimensioni spazio - temporali diverse da quelle
cui, per dovere, sono vincolati…” (4). Grazie alle
migliori condizioni economiche, ad una crescente sensibilità
delle famiglie e delle istituzioni, i luoghi e le opportunità
di formazione si vanno moltiplicando ed intensificando: centri
di vacanza, centri sportivi, corsi di vario genere, associazioni,
scambi nazionali ed internazionali, Ognuno di essi propone modelli
e percorsi formativi diversi e favorisce la nascita di un dibattito
sui problemi dell’educazione in un ambiente nuovo rispetto
a quello consueto della scuola.
Nasce parallelamente una nuova figura di educatore che lavorando
a fianco di una serie di figure professionali specializzate –
l’insegnante, lo psicologo, il logopedista, l’istruttore,
il politico e l’amministratore, l’assistente sociale,
il giudice – va creandosi un ruolo sempre più definito
di mediatore culturale e di responsabile di una progettualità
educativa. Scrive ancora Duccio Demetrio: “E’ indubbiamente
vero che la sua (dell’educatore, ndr) giornata di lavoro,
a differenza di altri operatori, è volta a “gestire
il quotidiano”; vale a dire la continuità della relazione,
dei bisogni, dei conflitti derivanti da situazioni spesso molto
stressanti”(5).
I bambini e i ragazzi giungono in ludoteca con tutto il peso del
tempo scolastico (da un minimo di 5 a un massimo di 8 ore giornaliere)
e con una pressione psicologica e fisica che sovente la scuola
non regola né gestisce in modo calibrato. Molti di questi
bambini e ragazzi frequentano, inoltre, corsi di recupero scolastico,
di natura sportiva o creativa (musica, danza, manipolazione, ecc.)
dove l’obiettivo è quasi sempre raggiungere dei risultati,
offrire una buona prestazione di sé, essere conforme ad
un modello tecnico. Il risultato è un bambino conforme
alla norma, deprivato di spazi e tempi di espressione individuale
e di capacità di libera scelta.
Lavorando in modo rigoroso sul gioco non abbiamo potuto esimerci
dal considerare la libera scelta un aspetto fondante del percorso
di crescita della persona, con la coscienza che per il bambino
il gioco è sì un’attività libera e
volontaria ma soprattutto uno strumento di conoscenza e di crescita.
La scelta di orientare il progetto di ludoteca finalizzandolo
al benessere dei bambini e di non occuparci in modo specialistico
di terapia o disagio conclamato era legata alla nostra formazione
e alle nostre competenze professionali acquisite dall’esperienza
del doposcuola, servizio sancito dalla legge del 4 marzo 1958
e rivolto alla scuola dell’obbligo per “superare le
condizioni di natura economico/sociale che rendono difficile l’adempimento
dell’obbligo e che anche possono gravemente compromettere
il rendimento scolastico” (6). Si trattava di un servizio
di carattere assistenziale, finanziato dalle Amministrazioni Locali
e gestito dai Patronati Scolastici a favore degli alunni bisognosi.
Dall’anno 1975 la gestione e l’organizzazione del
servizio passa alle dirette dipendenze dell’Amministrazione
Comunale, esce dalla mera assistenza e si prefigge una finalità
educativa, impostando nuovi progetti per la scuola ed il tempo
libero. La cura verso gli aspetti fondamentali della vita quotidiana
dei bambini a scuola o durante i soggiorni era uno degli aspetti
più importanti del nostro lavoro: il rapporto con il cibo
e l’alimentazione, l’igiene personale e lo stato di
salute con un’attenzione particolare ai bioritmi soggettivi
dei singoli bambini, il recupero dello svantaggio scolastico e
l’autonomia nello studio, il rapporto con l’ambiente
esterno e il legame fra scuola e città. L’esperienza
del doposcuola è stata, quindi, per noi una situazione
lavorativa di frontiera, problematica e ricca di elementi significativi
dal punto di vista pedagogico, come l’ascolto nella relazione,
la flessibilità nell’intervento, la coscienza della
complessità e delle molteplici soluzioni possibili ad uno
stesso problema, la necessità di una progettazione che
tenesse conto dei bambini, dei loro ritmi e del loro bisogno di
esprimersi attraverso il gioco e il fare.
Si tratta di acquisizioni preziose per il futuro progetto di una
struttura territoriale, quale la ludoteca, in cui avrebbe trovato
pieno riconoscimento uno dei bisogni fondamentali del bambino,
ed anche un suo modo di fare cultura: il gioco, questo momento
educativo originario che mette in rapporto l’interiorità
del soggetto con il mondo in una dimensione di costante relazione
e cambiamento. Nel gioco la natura diventa cultura e il bambino
impara in un modo rispettoso del suo sviluppo le regole della
convivenza e dell’autoregolamentazione. In questo contesto
di lavoro educativo, per offrire reali possibilità di affrancamento
culturale, che la scuola disciplinare spesso non riusciva a realizzare
con tutti i bambini, veicoli di conoscenza e crescita personale
e di gruppo erano, oltre alle attività già citate
di cura quotidiana, la manipolazione e l’espressione grafico
- pittorica, il gioco, il canto, la danza, le attività
teatrali, il racconto di storie, lo sport, articolati secondo
tempi e spazi rispettosi delle necessità dei bambini e
delle attività e che spesso erano il frutto di faticose
mediazioni con l’istituzione scolastica.
Ruolo e identità professionale degli educatori in ludoteca
Dai brevi cenni alla nostra storia si può
dedurre il percorso che ci ha portato dallo status di insegnanti,
operanti all’interno della scuola, a quello di educatori
in ludoteca o ludotecari. La scelta del termine è incerta
anche per noi, ma ciò che importa è il contenuto
e l’intenzionalità del lavoro.
La sola esperienza lavorativa, per quanto articolata, non sarebbe
stata sufficiente al fine di costituire un servizio nuovo che
fosse in grado di rispondere alle aspettative .Con il prezioso
contributo metodologico e organizzativo della responsabile del
servizio di allora, Marisa Cortese, siamo partite da un’analisi
e una riflessione attente ai bisogni di gioco e di socialità
dei bambini e degli adolescenti di un quartiere torinese estremamente
eterogeneo dal punto di vista socio - economico. Abbiamo cercato
di salvaguardare la diversità come risorsa che il territorio
ci offriva, contro le tentazioni uniformatrici o verso il basso
evitando la creazione del ghetto sottoculturale o verso l’alto
evitando il club di élite. Ci è parso più
proficuo e stimolante lavorare nella e per la complessità,
sia dal punto di vista pedagogico che sociale.
La nostra funzione passava attraverso la formazione teorica e
la competenza tecnica acquisite anche attraverso corsi di aggiornamento
e formazione che sono stati puntelli indispensabili al farsi quotidiano
del servizio insieme alla consapevolezza sempre più forte
che il messaggio educativo passa attraverso l’agire e il
modo di essere e di comportarsi dell’educatore. Secondo
Jung l’educatore deve sapere prima di tutto che le parole
e gli ordini servono poco, ma che tanto più serve l’esempio.
Se gli educatori stessi si permettono inconsciamente inciviltà,
bugie e cattive maniere, ciò ha un effetto incomparabilmente
più forte di tutte le buone intenzioni, che sono così
a buon mercato (7).
La riflessione continua e intrinseca ad un servizio che necessita
di continue revisioni e cambiamenti ha messo in luce gli elementi
sempre più centrali nel costruirsi del nostro progetto
pedagogico e cioè l’intenzionalità dell’esperienza
quotidiana proiettata nel futuro:
Onde evitare la subalternità dell’educatore
sul piano sia teoretico che procedurale, è necessario ricordargli
che il suo punto di riferimento è l’agire educativo,
con tutte le sue caratteristiche (pedagogiche) di intenzionalità,
decisionalità, finalità, ecc; e non l’agire
psicoterapeutico o l’agire sociale in senso lato. E che,
quindi, il suo oggetto è certamente la relazione educativa,
ma – riempita – di cose da fare e da far fare (8).
Ma c’è anche la responsabilità
educativa delle scelte, imprescindibile dallo schierarsi nel dibattito
interno ed esterno al servizio, pedagogico, gestionale, organizzativo,
politico, culturale. E’ stato anche fondamentale il lavoro
di gruppo quando è riuscito a riconoscere, confrontare,
valorizzare le idee e le competenze dei singoli alla luce sia
dello scopo comune e condiviso, quello di comprendere per educare,
sia degli obiettivi specifici del progetto, anch’esso elaborato
e condiviso da tutti i componenti del gruppo. Scrive in proposito
Duccio Demetrio:
“Nel gruppo si apprende a decidere e si verifica il grado
di autonomia, non di tipo individuale, ma collegiale, che aiuta
il soggetto ad identificarsi. Il cambiamento si realizza nel gruppo,
dunque; e, attraverso le sue dinamiche, soprattutto quando: 1)
un’idea si trasforma in un progetto o in una realizzazione
concreta (in un oggetto fatto insieme, in uno spettacolo, in una
gestione concordata del proprio spazio di vita…); 2) da
aggregato di individui, il gruppo si ritrova, nel corso del tempo,
comunità di lavoro; 3) il singolo membro avverte, e così
avvertono gli altri, che non è più sostituibile:
fattore questo, ancora una volta, di identificazione personale
da ricondursi al fatto che il gruppo è palestra della propria
soggettività” (10).
Un serio e costante lavoro d’équipe
è la risposta alla domanda, che attraversa il nostro impegno
quotidiano: come rendere possibile, attuabile nei fatti l’intenzionalità
educativa? Qui il contributo dei bambini e degli adolescenti diventa
l’elemento catalizzatore e il riferimento continuo per le
necessarie verifiche e riprogettazioni che possono diventare così
patrimonio di tutta la collettività di adulti e bambini.
Altro ingrediente del rapporto educatore - utente è l’attenzione
e la cura quotidiana ai piccoli gesti della convivenza: “L’arte
di curare, in quanto arte di accudire, aiutare a crescere, di
ridar significato (in termini comuni: far sperare, incoraggiare,
promettere…) è pertanto intrinsecamente pedagogica
soprattutto perché si origina dalle esigenze della mente,
del corpo, della relazione con gli altri” (11).
Il saluto, l’accoglienza, la ritualità della merenda
comune curata dal servizio insieme alle famiglie, la gestione
del piccolo o grande conflitto, la coerenza sulla conoscenza e
il rispetto delle regole, le proposte di attività: tutto
ciò crea l’atmosfera educativa necessaria per un
responsabile accompagnamento alla crescita dei bambini e degli
adolescenti e per una socialità adulta consapevole dell’importanza
del gioco nella vita del bambino e solidale nella condivisione
di obiettivi e pratiche educative.
______________
(1)
La Ludoteca Drago Volante nasce a Torino nel 1987, come servizio
iscritto all’interno del Sistema Laboratori Territoriali
dell’Assessorato per l’Istruzione del Comune di Torino
e attualmente è inserita all’interno del Progetto
Gioco dell’Assessorato al Sistema Educativo. Ludoteca “
Drago Volante” : corso Cadore 20, 10153 Torino .Tel. 011/
8989208. e-mail: labdragovolante@comune.torino.it.
(2)
R.Farné, Introduzione, in R. Farnè (a cura di),
La casa dei giochi. Ludoteca, ludobus e processi formativi, Guerini
e Associati, Milano, 1999, pp. 11 – 12.
(3)
R.Farné, Introduzione, R. Farnè (a cura di), op.
cit. p. 16.
(4)
D. Demetrio, Educatori di professione, La Nuova Italia, Firenze,1990,
p.2.
(5)
D. Demetrio, op. cit., p.13
(6)
Questa parte del testo della legge è stata ripresa da G.M.
Bertin in Educazione alla socialità, Armando, Roma,1962,
p. 181.
(7)
In G.M.Bertin, op. cit. p.29.
(8)
D. Demetrio, op. cit. p. 13
(9)
Cfr.P. Bertolini, L’esistere pedagogico, La Nuova Italia,
Firenze, 1988, p. 297.
(10)
D. Demetrio, op. cit. p. 103
(11)
D. Demetrio, op. cit., p. 100
In “Infanzia”, n.2 \ ottobre 2001.
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» Titolo
"PLAYWAY - Giocare per crescere"
- (Cd-rom + guida pp.48)
- di Ilaria Baczynsky de Pukszyn e Barbara De Serio
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Spese di spedizione
- PACCO ORDINARIO (consegna 8/10 gg lavorativi) = €
0,93 (*)
- PACCO ORDINARIO CONTRASSEGNO (consegna 8/10 gg lavorativi)
= € 2,70
- PACCO CELERE TRE CONTRASSEGNO (consegna 3/4 gg lavorativi)
= € 8,00
(*) Pagamento in carta di credito, bonifico
bancario, c/c postale
• Contatti
- Ordini via FAX al numeri +39.06.7102526
- Informazioni al numero mobile 329.7004539
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