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» La cultura della qualità pedagogica dei servizi (III) - Infantiae.Org™ n.215/2004

Anna Grazia Lopez, Scienze della Formazione, Università di Foggia


4. La qualità partecipata

La partecipazione e il coinvolgimento di diversi attori contribuisce ad arricchire il punto di vista di ciascuno di essi ma permette anche di capire meglio come mettere in pratica gli eventuali cambiamenti. La compresenza di figure professionali diverse che operano a livelli differenti consente uno scambio di competenze a vari livelli e permette a ciascuno di conoscere il lavoro e i compiti dell’altro, le difficoltà, gli aspetti critici che si incontrano e quindi di cercare insieme delle risposte efficaci. Una qualità che finisce per essere funzionale non solo a migliorare la qualità educativa offerta dal nido ma anche ad attivare processi formativi in coloro che vi operano.
La rete per l’Infanzia ha affermato che la qualità è un processo caratterizzato dalla partecipazione democratica di gruppi diversi: bambini, genitori, famiglie, personale, ma anche politici, amministratori, che grazie al loro contributo tecnico permettono di elaborare e sperimentare nuove pratiche.
“In un modello democratico, caratterizzato da un’idea di servizio educativo basato sulla condivisione e la partecipazione, tutte queste figure appaiono ugualmente potenzialmente coinvolte nella definizione di qualità” (A.Bondioli, La qualità dei servizi per l’infanzia: una co-costruzione di significati condivisi, in Cittadini in Crescita, n.3/4, 2002, p.53.)

La qualità diventa, così, una transazione di valori cui rifarsi per la definizione dell’identità del nido, di obiettivi da raggiungere, di strategie da utilizzare, tra i diversi gruppi di interesse responsabili, a vario titolo, del servizio. Pertanto, la qualità non è una meta che si può definire a priori, e che si può applicare nella realtà, un progetto educativo, nel caso del nido, che si può calare nella pratica. La qualità, scrive Anna Bondioli, è “riflessione sulla pratica (…), è una modelizzazione delle ‘buone pratiche’, frutto di una riflessione condivisa” (A.Bondioli, E.Becchi, M.Ferrari, Il progetto pedagogico del nido e la sua valutazione, Junior, Bergamo 2002), sulla tradizione del nido, sulle sue pratiche, sul progetto pedagogico che intende realizzare.
Il processo di valutazione della qualità del nido, pertanto, acquista valore formativo perché prevede la restituzione di dati e la riflessione sul processo e sugli esiti raggiunti da parte di tutti coloro che partecipano all’attività di valutazione.


5. La qualità percepita

La qualità “partecipata” chiama in causa la percezione di qualità che hanno gli utenti circa un servizio. La qualità percepita è il criterio per valutare la corrispondenza tra servizio offerto e soddisfazione degli utenti. Essa fa riferimento a modelli teorici sulla qualità di tipo aziendalistico. Infatti, si parla di soddisfazione del cliente come criterio per la valutazione dell’efficacia del servizio rispetto alle esigenze del mercato. Per poter ottenere la soddisfazione del cliente è importante conoscerne i bisogni e le aspettative degli utenti ed esseri pronti ad apportare eventuali azioni migliorative.

La qualità percepita dà alla parola “qualità” un significato “caldo” (A.Galgano, op.cit. p. 39.) perché coinvolge l’utente/persona. E’ nel confronto tra servizio atteso e quello percepito che l’utente del servizio formula un giudizio fondato sulla percezione che ha della qualità offerta.
“La valutazione del cliente è data dal confronto tra due grandezze entrambe determinate dal cliente stesso (le sue attese contro le sue percezioni). Mentre le percezioni riguardano il servizio, le aspettative discendono da una molteplicità di fattori:
a) il passaparola (…);
b) le esigenze personali (i bisogni che il cliente vuole o deve soddisfare e che lo spingono ad acquisire il servizio);
c) le esperienze passate (le precedenti occasioni in cui egli ha già fruito di quel servizio o ha già incontrato l’organizzazione che lo realizza);
d) le comunicazioni esterne dell’organizzazione fornitrice verso i propri clienti” (R.Centazzo, Il nido come organizzazione e la sua qualità, in A.Bondioli, P.O., Ghedini (a cura di), La qualità negoziata, junior, Bergamo 2000, pp. 198-199).

Spesso i servizi pubblici, come i servizi educativi per l’infanzia non tengono conto delle aspettative o della percezione che l’utente ha del servizio. L’orientamento di riferimento è quello autoreferenziale per cui si considerano prioritarie le esigenze organizzative e non le esigenze dell’utente. La qualità percepita, pur non essendo l’unica modalità di valutazione di un servizio, può darci delle indicazioni su come adeguare il servizio ai bisogni dell’utente e creare un rapporto più collaborativo tra organizzazione e utenti.
Pertanto, qualsiasi valutazione si faccia di un servizio non può non tener conto di questi criteri stabiliti in modo intersoggettivo. Non si giungerà a stabilire in modo oggettivo cosa è opportuno raggiungere ma neppure si adotterà l’”opinione” di uno degli attori coinvolti nel servizio. Piuttosto, si cercherà di fare riferimento a una
“ ‘opinione attendibile, rappresentativa e contestualizzata’ frutto di un processo sociale in cui gli interessati realizzano quella che abbiamo chiamato una convenzione (nel senso che convengono tra loro) su una serie di elementi concernenti la valutazione (obiettivi, oggetti, ruoli, metodi, processi, metriche, standard, ecc.)” (R.Centazzo, Il nido come organizzazione e la sua qualità, in A.Bondioli, P.O., Ghedini (a cura di), La qualità negoziata, junior, Bergamo 2000, p. 202).

Contribuiscono alla definizione dell’opinione aspetti quali, ad esempio, la cultura del collettivo cui appartengono gli operatori e la cultura che deriva dall’essere un servizio pubblico (Cfr., R.Centazzo, Il nido come organizzazione e la sua qualità, in A. Bondioli, P.O. Ghedini (a cura di), La qualità negoziata, junior, Bergamo 2000, pp.208-209).


6. Gli attori del nido

La qualità percepita risente, dunque, del giudizio formulato dai gruppi di interesse: i bambini, le famiglie, la comunità e la regione.

a) il bambino
La qualità non può non considerare il più importante degli attori del nido, il bambino, e le ricadute che l’azione di cura ha sul suo benessere. Purtroppo, però, ci sono delle difficoltà oggettive a definire i parametri di riferimento per la rilevazione dello stato d’animo del bambino. Alcuni studi hanno, invece, proposto di utilizzare come parametro di riferimento quelli stabiliti dalla psicologia infantile, altri, invece, il giudizio che l’adulto al bambino. Lilian Katz ha proposto, invece, di chiedere agli educatori di valutare gli stati d’animo del bambino in relazione al contesto educativo. Questa proposta, che non si è risolta nella stesura di un sistema di valutazione sistematico, vuole suggerire agli educatori di guardare la vita del nido “con gli occhi del bambino” (T.Musatti, I servizi integrativi al nido, in L.Cipollone (a cura di), Il monitoraggio della qualità dei servizi per l’infanzia e l’adolescenza, Junior, Bergamo 2001, p.81).

Ancora una volta la metodologia osservativi viene in aiuto. L’osservazione intesa come strumento privilegiato per la rilevazione della qualità pedagogica di un nido può fornire una serie di informazioni importanti circa il benessere del bambino, il suo “stare bene” al nido.
Questa metodologia risulta particolarmente efficace per lo studio dei rapporti che il bambino riesce a instaurare con i pari, e in particolare a stabilire relazioni amicali.
Fin da piccoli i bambini manifestano sentimenti di amicizia: scherzano, ridono insieme, si scambiano sguardi di complicità, fanno le stesse cose, si consolano in caso di bisogno, creando così un rapporto esclusivo (L.Camaioni, E.Baumgartner, Natura ed evoluzione dei legami amicali tra bambini nel secondo e terzo anno, in Età evolutiva, n.54, anno 1986, p.86).

Anche le liti tra amici sono importanti. E’ stato dimostrato, infatti, che i bambini-amici riescono a risolvere più facilmente, rispetto ai non amici, a trovare una soluzione alle situazioni che hanno generato il conflitto. Il conflitto sembra cioè essere un elemento costitutivo fondamentale del legame di amicizia e ciò che discrimina le relazioni di amicizia da altri tipi di legame è rappresentata dalle diverse strategie adottate dagli amici, rispetto ai non amici, per affrontare e risolvere tali situazioni. “Gli amici tendono a criticarsi e a discutere di più, ma sono anche più pronti spiegarsi e mostrano una maggiore capacità di negoziare soluzioni condivise” (L.Camaioni, E.Baumgartner, Natura ed evoluzione dei legami amicali tra bambini nel secondo e terzo anno, in Età evolutiva, n.54, anno 1986, p.86). Anche le liti tra amici sono importanti. E’ stato dimostrato, infatti, che i bambini-amici riescono a risolvere più facilmente, rispetto ai non amici, a trovare una soluzione alle situazioni che hanno generato il conflitto. Il conflitto sembra cioè essere un elemento costitutivo fondamentale del legame di amicizia e ciò che discrimina le relazioni di amicizia da altri tipi di legame è rappresentata dalle diverse strategie adottate dagli amici, rispetto ai non amici, per affrontare e risolvere tali situazioni. “Gli amici tendono a criticarsi e a discutere di più, ma sono anche più pronti spiegarsi e mostrano una maggiore capacità di negoziare soluzioni condivise” (F.Tani, F.Innocenti, Competere fra amici, in Età evolutiva, n.54, anno 1986, p. 96.).

Studi condotti da Ginsberg, Gottman e Parker (1986) hanno rilevato come, già a questa età, l’assenza di amici può avere delle conseguenze sullo sviluppo. Infatti, i rapporti amicali favoriscono l’adattamento sociale del bambino, facendogli acquisire e affinare quelle abilità cooperative e prosociali (Cfr., F.Tani, F.Innocenti, Competere fra amici, in Età evolutiva, n.54, anno 1986) indispensabili per stabilire nuove e più complesse relazioni, oltre a migliorare la conoscenza del proprio Sé (Cfr., Ada Fonzi, Presentazione, Nucleo monotematico, L’amicizia tra bambini, in Età evolutiva, n.54, anno 1986, pp.70).

L’utilizzo dell’osservazione consente, inoltre, all’educatore di rilevare molteplici informazioni relative ai rapporti che si instaurano tra i bambini all’interno del nido e di cogliere la “vita sotterranea” (Cfr. W.A.Corsaro, Le culture dei bambini, Il Mulino, Bologna 2003) che scorre all’interno del gruppo di bambini parallelamente a quella ufficiale.

In questa vita i bambini costruiscono un loro mondo, norme e valori che il più delle volte sono in contrasto con quelli degli adulti. Sistemi di codificazione della realtà elaborati sulla base della interpretazione che loro stessi, nel corso dei loro dialoghi, fanno della cultura degli adulti. Per l’educatore non è facile giungere in questo “mondo”, scoprire questa “vita sotterranea”. L’istituzionalità del proprio ruolo gli impedisce di “vedere” come i più piccoli cercano di comprendere il mondo adulto ma anche di opporvisi.
E’ proprio a partire da questa premessa che Walter Corsaro propone l’osservazione a “partecipazione periferica”. Tale modalità osservativa, che ha origine nella tradizione etnografica, prevede che il ricercatore si sieda in un angolo della stanza e non agisca fino a quando non sono i bambini a chiedergli di partecipare alle attività. Una volta guadagnata la fiducia dei bambini,
l’osservatore viene accolto come membro del gruppo, giungendo ad ottenere informazioni che, generalmente, i bambini nascondono agli adulti (L. Molinari, Osservare e interpretare le pratiche quotidiane nei contesti educativi, in F.Emiliani (a cura di), I bambini nella vita quotidiana, Carocci, Roma 2002, p.201).


b) la famiglia
La qualità partecipata implica, da parte del nido, la rilevazione della qualità percepita dalla famiglia. Tale tipo di indagine non comporta un “venire meno” all’oggettività della rilevazione. Significa, piuttosto considerare i punti di vista di tutti coloro che sono coinvolti nel servizio educativo, conoscere l’immagine che gli utenti hanno del servizio che viene offerto loro, dei possibili cambiamenti che vorrebbero apportare, così come degli aspetti ritenuti soddisfacenti.
Significa fare riferimento alla cultura che sottende l’organizzazione, al sistema dei valori della comunità all’interno della quale sorge il nido.
La rilevazione della qualità percepita dalle famiglie permette al nido di rispondere ai bisogni della sua utenza stabilendo un dialogo attraverso il quale è possibile cogliere gli elementi di criticità e decidere le ipotesi di intervento.
L’attenzione per l’utente ci porta a considerare la qualità percepita che, pur non essendo l’unica modalità di valutazione di un servizio, può darci delle indicazioni su come adeguare il servizio ai bisogni dell’utente e creare un rapporto collaborativo.
La famiglia ha, oggi, con i suoi nuovi bisogni, un ruolo sempre più complesso e nello stesso tempo decisivo per la qualità del nido. Quest’ultimo, infatti, è il luogo dove le giovani coppie hanno la possibilità di confrontarsi tra loro e di ricevere sostegno dagli educatori nello svolgimento del loro ruolo di genitori. E’ il luogo dove
“dare spazio all’espressione dei vissuti personali, dei singoli e dei nuclei, con l’obiettivo di costruire percorsi di incontro e di confronto finalizzati alla creazione delle reti formali e informali di sostegno che sembrano mancare alle famiglie di oggi” (L.Bottigli, La partecipazione delle famiglie nei servizi eductivi, in AA.VV., Percorsi educativi di qualità, Junior, Bergamo 2003, p.146), dall’altra, la famiglia è chiamata a valutare il nido, perché acquirenti del servizio erogato al bambino (Cfr. T.Musatti, I servizi integrativi al nido, in L.Cipollone (a cura di), il monitoraggio della qualità dei servizi per l’infanzia e l’adolescenza, Junior, Bergamo 2001, p.69).


c) gli educatori
Il passaggio del nido da servizio di tipo assistenzialistico a servizio funzionale alla crescita e sviluppo del bambini richiede una maggiore qualificazione professionale degli educatori.
Una professionalità che si esprime nella attenzione empatica per il bambino, per i suoi genitori e per i colleghi che “si caratterizza come disponibilità ad ascoltare, a modulare il proprio intervento con quello delle colleghe, a modificare itinerari prestabiliti, accogliendo imprevisti o nuove variabili, a riconoscere i bisogni degli altri (bambini, genitori, educatori) come importanti, a connettere il proprio punto di vista con gli altri” (F.Emiliani, La vita quotidiana dei bambini, Carocci, Roma 2003, p.143).

Da ciò emerge come l’elemento caratterizzante la professionalità degli educatori sia la flessibilità: nella organizzazione della giornata del bambino, nella capacità di adattarsi agli imprevisti facendo, di questi, elementi nuovi su cui riflettere a dai quali partire per una progettualità sempre attenta alla individualità del bambino e alla complessità dell’azione formativa.
Una professionalità che si esplica anche nella capacità di stabilire relazioni significative con le famiglie, nell’essere un supporto per i genitori e una risorsa per il gruppo di lavoro.
Oltre ad una formazione di tipo metodologico, la competenza educativa dell’operatore si esplica anche nella capacità di relazionarsi con i genitori. Dal genitore, l’educatore ricava informazioni sul bambino importanti per impostare l’attività didattica, dall’educatore il genitore ottiene l’appoggio, il consiglio di una persona esperta, che li rassicuri e li sostenga (A.L.Galardini, Crescere al nido, Carocci, Roma 2003, pp.168-178).

Entrano in gioco, pertanto, due istituzioni: i servizi e le famiglie ciascuna delle quali è portatrice di una propria storia, di modelli educativi impliciti, di rappresentazione della formazione, di sistemi di valori.
Già la legge 1044 del 1971 che istituiva gli asili nido si iniziò a parlare di partecipazione e gestione sociale dei nidi. Tale istanza, a seconda dei luoghi e delle istituzioni in cui si è realizzata, ha evidenziato percorsi differenziati. E, comunque, quei comuni che hanno cercato di promuovere una cultura dei servizi educativi e, di conseguenza, di valorizzare l’importanza formativa del nido, il principio di partecipazione è diventato parte integrante della progettualità pedagogica del nido stesso. Tutto ciò sta a significare che, tra operatore, famiglia e bambino vi è una forte interdipendenza “per cui le relazioni che intercorrono fra alcuni soggetti si riverberano su tutti e che l’intervento dell’operatore sull’utente modifica i comportamenti e le relazioni che intercorrono fra questi e la famiglia” (L.Restuccia Saitta, L.Saitta, Genitori al nido, La Nuova Italia, Milano 2002, p.130).

Infatti, le competenze sviluppate dal bambino in seguito alle attività educative progettate e pianificate dagli operatori, promuovono, da parte della famiglia, comportamenti in linea con le nuove capacità acquisite dal bambino. A loro volta, questi nuovi comportamenti intrapresi dai genitori influenzano le interazioni fra il bambino e l’educatore. Avviene, in tal modo, in una prospettiva circolare, una co-evoluzione data dalla costruzione rielaborativa e trasformativa di significati tra bambino, educatore e genitori (L.Restuccia Saitta, L.Saitta, Genitori al nido, La Nuova Italia, Milano 2002).

Da parte degli educatori, è importante farsi carico dei problemi educativi dei genitori attraverso un ascolto attivo, finalizzato a creare un rapporto empatico e simmetrico con il genitore, partendo da presupposto che non esiste un solo unico modo di relazionarsi con l’altro ma che ogni volta è importante personalizzare il proprio stile relazionale (Cfr., L.Restuccia Saitta, L.Saitta, Genitori al nido, La Nuova Italia, Milano 2002, p.132).

Si tratta, inoltre, di creare all’interno dei nidi una nuova cultura ispirata alla collaborazione, allo scambio e alla reciprocità e che valorizzi le competenze dei genitori ed educatori insieme, allo scopo di realizzare un progetto pedagogico comune e integrato.

Di fondamentale importanza appare “l’ascolto”.
“E’ nella cultura dei gesti e dei pensieri trasmessi attraverso il rispecchiamento di una educatrice professionalmente competente, perché si fa comprendere rendendosi empatica, che si affina la consapevolezza del genitore, aiutandolo a ri-conoscere le personali risorse da mettere in gioco nella relazione con il proprio figlio o a esprimere il bisogno di sostegno a rivolgere a servizi amichevoli, laddove la mancanza di riferimenti può disorientare; è da quella stessa cultura…” (F.Emiliani, La vita quotidiana dei bambini, Carocci, Roma 2003, p.154).

Un strumento valido, facilitante questo “scambio di competenze” tra genitore ed educatore è il “diario di bordo”, all’interno del quale è descritta la “giornata del bambino” al nido. Al suo interno sono riportate, per ciascun bambino del gruppo, le informazioni riguardanti i pasti, le ore dedicate al sonno e la gioco, le attività proposte al bambino nel corso della giornata e, in alcuni casi, anche la descrizione del modo in cui ogni bambino ha partecipato alle attività di gioco: l’umore, l’interesse per le attività. Può essere interessante, anche, decidere con i genitori quali comportamenti si vogliono conoscere meglio, per capire anche come il bambino si comporta in loro assenza e in un contesto diverso da quello familiare (L.D’Odorico, R.Cassibba, Osservare per educare, Carocci, Roma 2001, p.50).

Il giornale di bordo è una modalità di rilevazione delle informazioni e di scambio delle informazioni con i genitori che prevede un maggior grado di strutturazione dei dati. Infatti, il diario comprende annotazioni comportamentali relativi ad eventi accaduti nel corso della giornata ma anche commenti ed interpretazioni dell’osservatore. E’ uno strumento utile per monitorare gli interventi formativi, ma anche per analizzare le dinamiche interpersonali che si instaurano durante l’intervento educativo (R.Trinchero, Manuale di ricerca educativa, Franco Angeli, Milano 2002, p. 258).


e) la comunità
Gli obiettivi di qualità del nido sono realizzabili se a supporto dell’azione degli educatori vi è ciò che la Marchesi chiama “città educante” ovvero una comunità che tutela il bambino rispettandone i diritti e che considera il bambino un
“soggetto attivo nel proprio percorso di crescita, (…) contenuto da molteplici mondi di vita in stretta connessione tra loro (famiglia, nido, altri ambiti), (…) che ha spazio nella città e nei pensieri di coloro che ne hanno cura, (…) che trova corrisposta la sua azione di gioco e di interazione viva e sensoriale con il mondo (…) (F.Emiliani, La vita quotidiana dei bambini, Carocci, Roma 2003, p.142)” .
Pertanto, alla valutazione del nido partecipano il Comune e la Regione.
Al Comune compete l’attuazione delle attività di valutazione e controllo del servizio. La valutazione, condotta a livello comunale, ha lo scopo di orientare l’attività di controllo dei nidi e di progettare attività che coinvolgono più nidi.
A livello di nido è importante, invece, condurre il monitoraggio continuo del servizio offerto, della formazione data agli operatori e delle relazioni con le famiglie.
Parlare del ruolo del Comune nella realizzazione di un servizio di qualità non può prescindere dal fatto che si sta parlando, di un ente, quello comunale cui fanno riferimento diversi “servizi alla persona”. Pertanto, una gestione organizzativa adeguata del servizio significa superare l’idea che l’intervento nell’ambito della Pubblica Amministrazione debba essere “omogeneo ed indifferenziato” (R.Centazzo, Il nido come organizzazione e la sua qualità, in A.Bondioli, P.O., Ghedini (a cura di), La qualità negoziata, junior, Bergamo 2000, p. 210-211).
All’interno del Comune agiscono numerosi e diversificati interlocutori, che hanno, a loro volta, relazioni con altri e differenti servizi. Tra i quali vi sono: il coordinamento pedagogico, gli uffici comunali di Assessorato, l’Assessore, ecc.

Gli ambiti di applicazione di un processo di valutazione della qualità all’interno di un plesso riguarda:
a) il miglioramento del servizio, attraverso la messa in atto di interventi finalizzati alla valutazione e autovalutazione del servizio, nonché le attività di miglioramento;
b) il coinvolgimento delle famiglie;
c) la formazione del personale attraverso forme di apprendimento che possono derivare dall’analisi degli interventi educativi messi in atto e la rilevazione degli elementi di criticità (R.Centazzo, Il nido come organizzazione e la sua qualità, in A.Bondioli, P.O., Ghedini (a cura di), La qualità negoziata, junior, Bergamo 2000, p. 221).

A livello comunale, un ruolo importante è ricoperto dal coordinatore pedagogico.
Il coordinatore pedagogico va visto anch’esso come “standard qualitativo” di un servizio per l’infanzia. Al coordinatore, infatti, sono attribuiti compiti complessi come: organizzare il lavoro e il contesto educativo, definire i turni, distribuire i compiti e le responsabilità tra gli operatori, organizzare gli spazi, decidere i materiali.
Spetta al coordinatore coinvolgere il personale nel raggiungimento degli obiettivi del nido favorendone la partecipazione ai processi decisionali e verificandone le esigenze; progettare attività di formazione continua; valorizzare le risorse presenti sul territorio: esperti, genitori, servizi presenti nella comunità, ricercatori, amministratori; monitorare le attività; controllare la qualità dell’ambiente di lavoro sia nei sui aspetti strutturali che relazionali; gestire un sistema informativo attraverso il quale stabilire nuovi obiettivi e identificare nuove strategie di miglioramento.
Questi compiti del coordinatore comportano un dialogo continuo con i responsabili amministrativi, i quali sono chiamati ad aiutarlo nei casi in cui questi deve affrontare problemi di natura organizzativa (A.Bondioli (a cura di), Il progetto del nido e la sua valutazione, Junior, Bergamo 2002, p.104).
In sintesi, a questa figura professionale spetta:
- la individuazione delle competenze e la distribuzione delle responsabilità;
- la promozione dell’empowerment attraverso la partecipazione degli operatori ai cambiamenti del servizio;
- la progettazione di attività di formazione e aggiornamento del personale;
- lo scambio di esperienze e di materiali attraverso la predisposizione di momenti di audit;
- l’attivazione di un sistema informativo interno;
- la identificazione e l’uso delle risorse materiali e finanziarie (Cfr., G.Palasciano, F.Pinto Minerva, M.De Nicolò, Il profilo di salute della scuola, Pensa Multimedia, Lecce 2002).

La Regione interviene non tanto nella erogazione del servizio quanto a livello legislativo nella definizione delle norme e delle disposizioni legislative relative alla realizzazione di un sistema di monitoraggio della qualità del servizio. Un sistema di monitoraggio che può rappresentare un obiettivo in sé ma anche uno strumento per la presa di decisioni riguardanti il servizio educativo.

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