» Sezione Speciale - Curricolo,
programmazione e P.O.F.
"Verso la costruzione
di un bambino competente: radici del 900 per il futuro della
scuola dellinfanzia" (2)
a cura di Battista Q. Borghi
Lambiente per il bambino
In tutti i suoi scritti Maria
Montessori ha teorizzato il ruolo fondamentale dellambiente,
ed il rapporto che il bambino riesce ad instaurare con esso,
per leducazione.
Maria Montessori è profondamente
convinta che ogni bambino sia in possesso di un potenziale
umano che aspetta di trovare un proprio sbocco, che può
emergere non appena viene valorizzato. In generale lambiente
è già cosparso di stimoli che il bambino deve limitarsi,
quando riesce, a rintracciare ed accogliere. Tutta la cultura
è già presente nellambiente, linsegnante deve
limitarsi a favorire la condizione giusta perché possa essere
assimilata.
La stampa del tempo, in relazione
allopera attuata da Maria Montessori, parlava di come
i bambini andavano incontro, attraverso il metodo Montessori
ad una spontanea acquisizione della cultura
(Maria Montessori, Educazione per un mondo nuovo, Milano,
Garzanti, 1991; pubblicato per la prima volta nel 1946).
Questo fa supporre che il bambino
abbia già, dentro di sé, secondo la Montessori, una vasta
gamma di potenzialità che è da mettere a frutto. Il compito
dellinsegnante non è perciò tanto quello di insegnare
le competenze (poiché sono un processo interno: la
competenza, per essere attuata, deve essere già preventivamente
posseduta), quanto di consentire e promuovere occasioni
molteplici in cui esse possono manifestarsi e, conseguentemente,
poste in atto.
Il cuore metodologico della
ricerca di Maria Montessori consiste proprio in questo:
per un certo tempo si fermava ad osservare i bambini per
accertarsi di ciò che erano in grado di fare in un certo
ambito se lasciati liberi di agire allinterno di un
contesto dato che poteva essere più o meno ricco di determinati
stimoli. Inseriva poi situazioni specifiche di stimolazione
ad hoc sempre di carattere sensoriale - allo scopo
di analizzare le evoluzioni consequenziali dei bambini.
Constatava poi, e faceva constatare al mondo, le potenzialità
impensate e straordinarie dei bambini.
Gli scritti Montessoriani sono
cosparsi di esempi in questo senso. Nel caso, per citarne
uno solo, della scrittura, il percorso compiuto è il seguente.
Si sa, e si sapeva anche ai suoi tempi, che lapprendimento
della scrittura è un compito arduo per molti bambini e che,
conseguentemente, non si doveva insegnare a scrivere prima
dei sei anni. Alla luce di questa consapevolezza tenta qualche
esperimento (ad esempio presentare le lettere dellalfabeto)
a bambini più piccoli (quattro anni). Non accade nulla di
particolare fino a quando non fa passare il dito lungo le
scanalature delle lettere dellalfabeto intagliate
nel legno. Il successo che immediatamente ottiene la porta
a rendersi conto di come il senso del tatto dovesse essere
un grande aiuto per i bambini che avevano uno sviluppo inferiore
(o semplicemente, come in questo caso, erano più piccoli).
La sensazione percettiva delle dita costituiva per il bambino
uno stimolo che illustrava come il linguaggio fosse già
nella mente del bambino e lo aiutava ad esplicitare quanto
già aveva dentro. Da questo esperimento sono nate le lettere
mobili ed il metodo montessoriano di approccio alla scrittura
ed alla lettura.
Il bambino insomma impara da
solo, purché sia posto nelle condizioni giuste. E il compito
dellinsegnante è di fornire laiuto necessario
per il rapporto fra la mente del bambino e il mondo che
gli sta intorno.
Lazione competente
Rosa Agazzi può essere considerata,
in relazione alla scuola dellinfanzia, la vera e propria
fondatrice della didattica. Il compito principale della
scuola è di promuovere la formazione del bambino attraverso
lazione.
Lorganizzazione della
giornata educativa del bambino è una sequenza ordinata di
impegni e di compiti. Il bambino, in altre parole, impara
facendo, acquisisce delle abilità ed affina le proprie capacità
attraverso lazione e il lavoro.
La competenza è, nella prospettiva
agazziana, essenzialmente legata al fare. Non è però un
fare casuale, lazione non è mai fine a se stessa.
Il sapere e la competenza si acquisisce attraverso un lungo
e paziente lavoro. Per Rosa Agazzi la competenza (anche
se non viene mai usato questo termine) assume una dimensione
quasi valoriale. Lo scopo del giardino dinfanzia è
di ingentilire lanimo dei bambini, ossia
formare luomo che è in ognuno di loro. Il paziente
lavoro della maestra agazziana non è perciò schiacciato
sul quotidiano ma si muove costantemente nella prospettiva
di un futuro che le deve apparire sempre visibile. Le azioni
agazziane di ogni giorno sono cioè fortemente finalizzate,
si muovono sulla base di un campo - ipotesi a monte ben
visibile ed esplicito. Questa dimensione appare in tutta
lopera agazziana.
Ci pare che Rosa Agazzi persegua
questo obiettivo agendo in una duplice direzione.
Da un lato promuove, per la
scuola dellinfanzia, un sapere disciplinare. Lingua
parlata ha un proprio oggetto specifico, così come il canto
educativo viene insegnato ai bambini attraverso percorsi
didattici rispettosi dello statuto specifico della musica
come disciplina. La stessa cosa avviene per altri ambiti
di esperienza.
Dallaltro si impegna ad
inserire la disciplina in finalità e contesti globali del
fare scuola: per fare solo un esempio, i materiali
musicali contenuti nella Guida (Rosa Agazzi, Guida per
le educatrici dInfanzia, Brescia, La Scuola Editrice,
1961; prima edizione 1931) hanno sempre un fine extramusicale,
cioè di scoperta dellambiente, di raccordo con la
famiglia, di esplorazione religiosa e così via.
La competenza tecnologica
Le nuove tecniche didattiche
di Bruno Ciari, pubblicate nel 1961, rappresentano un contributo
che, in quegli anni, fu destinato ad incidere profondamente
sul rinnovamento della scuola di base in Italia.
Bruno Ciari era un maestro elementare, ammiratore della
tenace attività di Célestin Frainet ed attivista del Movimento
di Cooperazione Educativa, che si proponeva di offrire agli
insegnanti uno strumento che voleva essere un aiuto concreto
per i maestri nella loro pratica educativa e formativa quotidiana.
Il libro è organizzato in sette capitoli. Il volume si muove
nella scia, non ancora esaurita, dellattivismo pedagogico
e il cuore della proposta di Ciari appare, a prima vista,
interamente incentrata sui contenuti: il disegno e la pittura,
la lingua, la ricerca scientifica e la matematica.
Le tesi di Ciari sembrano essere
due: da un lato occorre partire sempre dal bambino, dallaltro
è indispensabile puntare sui saperi. Si tratta di due assunti
solo apparentemente inconciliabili. Da una parte incontriamo
un bambino ampiamente disponibile alla conoscenza ed allesperienza.
Dallaltro si può correre il rischio che linsegnante,
che incontra quello stesso bambino, abbia già nella testa
un proprio metodo, abbia già individuato un proprio percorso
che il bambino dovrebbe limitarsi a seguire. Il rischio,
temuto per la scuola di allora era che linsegnante
non sentisse il bisogno di conoscere a fondo i singoli bambini
per portare avanti il proprio progetto.
In verità, purtroppo,
non si parte affatto dal fanciullo; il maestro
ha già pronto, se è diligente, tutto il suo programma di
esercitazioni; ha in testa il suo metodo
Il ragazzo diventa subito schiavo del procedimento;
la sua personalità, la sua esperienza di vita, è rimasta
fuori,
(Bruno Ciari, Le nuove tecniche
didattiche, Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 19).
Più oltre, dichiara, a proposito
delle scienze, che La conoscenza scientifica ha
inizio con latto stesso della nascita.
Che
vuol dire conoscere scientificamente il mondo se non prendere
atto dellesistenza dei fenomeni, per utilizzarli e
trasformarli? (Bruono Ciari, cit., p. 150).
Insomma, secondo Ciari, da un
lato occorre puntare sul protagonismo del bambino, dallaltro
sulla validità del contenuto.
Il bambino è, insomma, artefice
della propria crescita. La scuola, compresa quella dellinfanzia,
è perciò, essenzialmente e inevitabilmente, un luogo di
azione. Un luogo nel quale i bambini e le bambine fanno
continuamente delle cose. Il bambino di età della scuola
dellinfanzia avverte il bisogno delle attività più
svariate, di provare e di provarsi. E continuamente
in movimento, in ogni istante è impegnato a fare qualcosa.
E il compito della scuola è di trasformare lesperienza
dei bambini facendola passare da un ritmo disordinato e
dispersivo a un ritmo ordinato e costruttivo che faccia
crescere. La scuola dellinfanzia aiuta il bambino
ad organizzarsi e ad organizzare la realtà che gli sta intorno.
Dal testo di Ciari emerge inoltre
unattenzione forte alle nuove ricerche di quegli anni
sullo sviluppo psicologico; la conclusione alla quale arriva
è che il contenuto conta: le abilità e le conoscenze specifiche
sono paganti sul piano dello sviluppo in generale. In altre
parole, le esperienze che vengono proposte ai bambini non
sono indifferenti: i bambini imparano soprattutto quando
fanno le cose, quando vi si immergono, quando riescono ad
essere concentrarsi per la soluzione di un problema. I bambini
non risolvono mai i problemi in generale, ma sempre quel
determinato e specifico problema che li coinvolge in quel
determinato momento.
Per molto tempo il dibattito
pedagogico ha messo in discussione sul piano antinomico
questi due assunti.
Vi è chi ha puntato tutto sullattenzione
al bambino correndo il rischio di non riuscire ad andare
avanti. La scuola dellinfanzia è diventata in qualche
caso un luogo di attesa in cui, in nome del rispetto del
bambino, non gli venivano formulate proposte e fatte richieste.
In nome del benessere del bambino, si è rinunciato allidea
di raggiungere qualche traguardo.
Vi è chi ha condannato il piano
dei contenuti di attività, cercando un senso
pedagogico che andasse al di là, e considerando i contenuti
indifferenti rispetto allo sviluppo. Tutto questo sulla
base del timore di costruire un bambino solamente sociale
rispetto ad un necessario sistema di valori
che dovevano trascendere le singole esperienze di apprendimento.
il bambino, proiettato nellattività, corre il rischio
di diventare essenzialmente un prodotto sociale. Su questa
scia non sono mancati gli inni alla spontaneità e le critiche
ad un presunto eccesso di richieste ai bambini.
Questi problemi sembrano essere
ben chiari a Bruno Ciari. Le nuove tecniche didattiche
affrontano sistematicamente entrambi questi problemi
e, da questo punto di vista, non sembrano avere perso la
loro attualità.
La scuola ha il compito irrinunciabile
di fornire a tutti i bambini degli strumenti culturali come
condizione indispensabile di sviluppo e di realizzazione
di sé (e, se vogliamo, anche di realizzazione della persona):
nulla più della cultura può favorire tale crescita. E, per
fare questo, occorre unattenzione individualizzata
a tutti i bambini per garantire ad ognuno tale possibilità
di crescere. Ciari più di altri sembra teorizzare il primato
e lautonomia della didattica sulla formazione del
bambino.
Non va poi dimenticata lorganizzazione
che costantemente emerge fra le righe. Basti rileggere le
pagine dedicate al sorgere della comunità scolastica, al
suo progressivo sviluppo, allorganizzazione del lavoro
alle forme di articolazione cooperativa, alle diverse forme
di autovalutazione. Sono pagine che conservano ancora intatta
una loro freschezza e una loro indubbia validità.
La competenza del pedagogista
Partiamo da una annotazione
di Loris Malaguzzi. Non si tratta di un testo, in sé particolarmente
significativo e importante. Scritto di suo pugno in una
pagina di un diario di sezione, è una lettera rivolta personalmente
a due insegnanti a commento del loro diario di sezione.
I diari appaiono puntuali,
formulati con impegno, mai gratuiti, con una loro precisa
carica motivazionale: e efficaci anche i flash di poche
righe che fermano momenti da non perdere. Si intende agevolmente
la grande mole di lavoro e di iniziative che attuate quotidianamente.
I quadri delle attività mensili aiutano ad inquadrare i
tipi di scelta e di programmazione. Ne escono, dai vostri
diari, di iniziative originali.
E
sta bene. Ma vogliate accettare anche qualche appunto.
Manca inizialmente lelenco
dei bambini, aggiungetelo. Avete proposto ai bambini una
serie di prove di agilità, destrezza e così via: state attente
a non sopravvalutare esercitazioni che se hanno senso in
sé non autorizzano né schedature, né registrazioni, né test.
Avrei voluto semmai che i dati ricavati servissero ad integrare
altri elementi di giudizio sui bambini. Solo così la utilizzazione
sarebbe stata piena. Cè lodissea di Alessandro,
drammatica, dolorosa. Ne sarebbe potuta uscire una testimonianza
di estremo interesse, invece è manchevole. I diari dicono
tutto quello che ha fatto, ma dicono assai poco di quello
che voi avete tentato di fare.
Mi risulta che stimoliate
esemplarmente la collaborazione dei genitori: ma raccontate
poco e le riunioni sono registrate sommariamente. Manca,
nel vostro diario
il momento del riassunto, del riepilogo
che cerchi una sistemazione organica delle vostre esperienze
attorno ai vari problemi. Senza
questo, o questi momenti, si corre il rischio di frantumare
troppo lanalisi delle cose che vivete
Loris Malaguzzi aprile 1970.
Il tono è colloquiale, comprensivo, quasi intimo. E,
nello stesso tempo è severo, distaccato, che non intende
fare sconti.
Eppure, questo frammento rappresenta
una traccia importante del mestiere di pedagogista. Ciò
che più ci colpisce è la capacità, di cui il testo riportato
ne rappresenta un interessante esempio, è la compresenza
di posizioni opposte: partecipazione e distacco, esperienza
quotidiana e modelli, teoria e prassi.
Cercheremo di spiegarci.
E evidente la solitudine
dellinsegnante che si trova in difficoltà a gestire
un problema, in particolare le scelte da compiere nel caso
di un bambino difficile da gestire. Si dilunga perciò, come
emerge dal contesto, a descrivere con ricchezza di particolari
quella che Malaguzzi definisce, sinteticamente, lodissea
di Alessandro. E, come si vede, sa ben comprendere il disagio
dellinsegnante e nello stesso tempo sa distaccarsene
ed indicare che cosa sarebbe stato necessario fare.
Il senso del mestiere del pedagogista
che opera sul campo sta proprio qui: essere capace di cogliere
al volo i problemi di chi lavora sul campo,
e formulare delle proposte che siano accettabili per il
proprio interlocutore. E linsegnante accetterà tali
proposte se il pedagogista è culturalmente autorevole e
se, nello stesso tempo, se lo sente umanamente vicino.
Tutto questo non è certo scontato.
Il pedagogista competente sa che deve muoversi contemporaneamente
su due fronti.
Da un lato il pedagogista deve
essere capace di immersione, deve essere cioè in
grado di entrare immediatamente nella situazione concreta
che gli sta di fronte, situazione che linsegnante
vive quotidianamente e drammaticamente e che si presenta
problematica. Dallaltra, deve essere capace, contemporaneamente,
di astrazione, deve cioè avere una visione superiore,
deve guardare con occhio sufficientemente distaccato da
riuscire a fornire un punto di vista alternativo che deve
configurarsi, nello stesso tempo come un aiuto. Calore e
distacco nello stesso tempo. Adesione e distanziamento.
Riuscire a camminare al fianco e proporsi come guida sicura.
E questo uno dei principali problemi del ruolo del
coordinatore pedagogico. Deve sapere comprendere i problemi
della scuola, deve essere vicino agli insegnanti e fare
in modo che essi sappiano che si può contare su di lui.
Deve però anche sapere guardare oltre e infondere nelleducatore
un senso di futuro, fargli vedere come si può procedere,
qual è la strada che si può imboccare. Per usare unimmagine,
il pedagogista vede con il grandangolo ciò che linsegnante
vede con il teleobiettivo. Questultimo vive cioè i
problemi, inevitabilmente, in modo ingrandito, mette a fuoco
il proprio contesto specifico. Il pedagogista deve utilizzare,
per così dire, gli occhiali a lente bifocale. Deve cioè
saper connettere il micro sistema con il meso e il
macro sistema. Agire a livello locale e pensare a livello
generale, si diceva in quegli anni. Ricavare principi dallesperienza.
Partire dai fatti concreti, dal contingente, e sapere astrarre
dalla situazione particolare e specifica.
Un pedagogista solo concreto
e pratico ha perciò il respiro corto. Comprende bene la
situazione, è solidale e vicino allinsegnante ma finisce
per fermarsi quando linsegnante si ferma. Comprende
ma non aiuta. Partecipa ma non riesce a modificare la situazione.
Prevale la dimensione umana a scapito di quella tecnica
e culturale.
Un pedagogista solo teorico
conosce i problemi ma non sa rapportarli alle situazioni
concrete. Elabora proposte ed offre soluzioni che non vengono
seguite o vengono adottate a fatica e con esito incerto.
Questo perché manca il sapere dellesperienza, manca
quella capacità di immersione nelle situazioni che faccia
avvertire una situazione di empatia. Manca, in altre parole,
una capacità di condivisione profonda. Prevale la dimensione
tecnica a scapito di quella umana.
Come si vede, i problemi non
sono molto diversi fra ieri e loggi.
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"DAP - Discorso e apprendimento"
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- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università
"La Sapienza" Roma
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