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"Verso la costruzione di un bambino competente: radici del 900 per il futuro della scuola dell’infanzia" (1)

di Battista Q. Borghi

Premessa

Dove andrà la scuola dell’infanzia alle soglie del terzo millennio? Quali saranno le evoluzioni, i cambiamenti, le direzioni di lavoro? E’ sempre difficile prevedere il futuro. Per poter guardare avanti con fiducia forse dobbiamo voltarci indietro ed interrogare il passato. Mai come in questo caso, è possibile affermare che il futuro dei servizi per l’infanzia poggia sulle solide radici del passato.

Faremo il nostro breve viaggio interrogando cinque personaggi del passato: quattro educatori e uno scienziato. Lo scienziato è Charles Darwin: nella sua teoria dell’evoluzione ha elaborato alcune ipotesi di lavoro che ci paiono importanti anche per l’educazione. Per quanto riguarda gli educatori, due sono donne di inizio secolo (Maria Montessori e Rosa Agazzi) e due sono uomini della seconda metà del novecento (Bruno Ciari e Loris Malaguzzi).

La lezione evolutiva della competenza

Ci pare importante partire dal pensiero di Darwin.

E' quanto mai diffusa nel senso comune una tanto falsa quanto superficia­le concezione del Darwinismo che attribuisce al padre dell'evoluzionismo il merito di avere teorizzato la sopravvivenza, in natura, del più adatto in­teso come il più forte, il più capace e "competente".

Sinteticamente il pensiero di Darwin su questo problema può essere articolato su tre punti, di cui appunto la cosiddetta "selezione naturale" rappresenta solamente il primo dei tre.

Il principio della selezione naturale richiama l'idea di una sorta di estirpa­zione naturale degli errori attraverso l’acquisizione ed organizzazione di competenze specifiche. Viene richiamata una saggezza implicita della natura: da sé stessa eliminerebbe ciò che essa stessa ha sbagliato (G.Bocchi - M.Ceruti, Origini di storie, Milano, Feltrinelli, 1992).

Per molto tempo è stata considerata l'unica categoria introdotta dal Darwi­nismo ed è stata piegata alle esigenze di alcuni contro altri. Pare che i padri del Darwinismo fossero particolarmente soddisfatti quando, nei quartieri poveri dell'America della recessione, i più deboli (che solitamente erano anche neri) morivano a migliaia. Sulla stessa convinzione si è ba­sata l'ideologia del nazismo (le razze concorrenti); non molto distante da queste concezioni si colloca anche la recente tremenda guerra dei Balcani. So­stanzialmente identica posizione è sostenuta dalla concorrenza capitali­stica e dall'ideologia della piccola impresa: insomma è assolutamente legittimo, secondo questo punto di vista, che guadagni di più il più abile, che sopravviva meglio chi è capace di guadagnare più denaro. In questo senso non esisterebbe la sopraffazione e lo sfruttamento dei più poveri. Si tratterebbe invece di un semplice fenomeno riconducibile alla natura: appunto la sopravvivenza del più adatto. In questo senso la natura sem­brerebbe chiedere il successo nella competi­zione attraverso un eccesso di idoneità. In questo senso, la competenza vince, schiaccia, per così dire, la mancanza di competenza.

Darwin aveva però introdotto, nella sua teoria, anche il principio delle mutazioni. Ogni individuo cioè porta con sé una molteplicità di mutazioni sommerse nel proprio pool genetico. Esi­stono mutazioni svantaggiose che hanno delle insidiose proprietà, ma in caso di necessità gli "errori" genetici sono indispensabili all'evoluzione. Come dire: un apparente svantaggio potrebbe divenire, in un ambiente soggetto a rapidi mutamen­ti, addirittura un vantaggio. Non si può parlare, in sé di organismo più competente e organismo meno competente. Si tratta piuttosto di organismi diversi che possiedono competenze diverse. Una certa competenza può essere vantaggiosa in un contesto e meno vantaggiosa in un altro: da qui la necessità di flessibilità e di un patrimonio articolato di competenze da utilizzare in contesti e situazioni diverse.

Il terzo principio è quello dell'isolamento. E' un criterio su cui Darwin ha molto insistito e si basa sulla separazione geografica di individui di una medesima specie. L'isolamento (o diremmo noi, la situazione "protetta") consente alle varietà svantaggiate di esplorare i vantaggi potenziali delle caratteristiche che le svantaggiano e di intraprendere una evoluzione specifica verso direzioni nuove. L'isolamento ha aiutato ad ottimizzare le risorse in un habitat: esso consente di fare in modo che non sia mai proclamato un campione. Come dire: la competenza non è assoluta ma re­lativa. In natura non esiste la competenza in sé ma un possibile buona integrazione fra un determinato soggetto ed un determinato contesto ambientale.

La nozione di competenza

La lezione di Darwin sembra essere questa: occorre passare dall’idoneità dell’individuo all’idoneità del sistema. La scuola, compresa la scuola dell’infanzia è, in questo senso, un sistema.

Su questo postulato si radica, a nostro avviso, il principio della competenza. La competenza è la capacità di modificarsi, anche radicalmente, in rapporto ad un ambiente. E’ muoversi in una direzione, è muoversi all’interno di una cultura ma anche al di fuori di essa per integrarla e superarla. La competenza è vista come una capacità e un sistema di abilità individuali, ma è dentro la cultura. I bambini sono esseri intelligenti e la scuola si dà il compito della gestione della conoscenza ‘obiettiva’, sociale. Il fare e il saper fare: la mente si estende al braccio, alla mano, all’occhio. La competenza è anche la capacità di stare nell’incertezza, di orientarsi e muoversi all’interno di un ambiente non definito. E’ il sapere elaborare delle strategie nell’immediato, è la capacità, anche, di reagire a situazioni non previste.

Integrazione e competenza sono termini vicini che si spiegano a vicen­da. Se da un lato l'integrazione può essere intesa come la capacità di ogni individuo di aderire alle regole ed agli stili della propria comunità di appartenenza non solamente adattandosi passivamente, ma intervenendo attivamente in modo adeguato e funzionale, dall'altro la competenza può essere intesa come la padronanza di alcune abilità che renda possibile e favorisca l'integrazione. La competenza dunque è funzionale l'integrazio­ne e viceversa.

Competente è in sostanza chi è capace di progettare e realizzare corri­spondenze fra intenzioni e risultati di una azione, e di scoprire e correg­gere gli errori o le eventuali mancate corrispondenze (G.F. Lanzara, Capacità negativa, Bologna, Il Mulino, 1993; p. 31). Insomma la com­petenza è una sorta di inter-azione (funzionale, appropriata, pertinente ed efficace) del soggetto con l'ambiente esterno.

La nozione di competenza è particolarmente importante nel caso dell'educazione. Ogni bambino o bambina porta con sé qualche difficoltà che im­pedisce una o più inter-azioni funzionali con l’ambiente esterno. In questo caso la competenza funziona di meno o non funziona affatto. Così il cir­cuito soggetto-ambiente sembra interrotto e l'inter-azione sembra diventa­re più difficile, se non addirittura impossibile. Si assiste insomma ad una separazione fra soggetto e ambiente: il soggetto è inadeguato in rapporto all’ambiente, oppure all'opposto, l’ambiente è inadeguato rispetto al sog­getto. La piena consapevolezza di questo non è cosa di poco conto: sia­mo, in questo modo, avvisati che non è vero che l'in­tegrazione dipenda esclusivamente dal soggetto ma occorre anche agire sull’ambiente (o meglio ancora su entrambi).

La capacità d'azione viene insomma mutilata dalla situazione di difficoltà in cui il soggetto viene a trovarsi perché il percorso si fa particolarmente impervio e di difficile attuazione. E' lo stesso caso di una terribile fluttua­zione subita dall'ambiente, come quando accade un terremoto o si veri­fica una situa­zione estrema (Si pensi, per fare solo un esempio fra i molti, all'esperienza descritta da Levi della propria internazione in un campo di concentramento nazista. P.Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1993). In condizioni estreme, in situazioni fuori norma, è necessario avventurarsi nella ricerca di un agire che, per così dire, nasce dal vuoto ed è orientato all'attivazione di nuovi contesti pos­sibili.

Gli inglesi usano il termine di Negative Capability e, meglio della tradu­zione italiana di Capacità Negativa, richiama l'idea di un’abilità poten­ziale di cogliere le molteplici dimensioni, i significati e le possibilità non immediatamante visibili della realtà che sta intorno. Insomma, "[...] la Ne­gative Capability è la capacità di "essere" nell'incertezza [...], di accettare momenti di indeterminatezza e di assenza di direzione [...]. Essa implica anche una disposizione cognitiva: proprio questo stato di indeterminatezza [...] permette di prestare attenzione ad aspetti della situazione che [...lo stato di tranquilla "normalità"...] non consente di vedere e di apprezzare (G.F. Lanzara, Capacità negativa, cit. p. 13-14).

Come dire: non necessariamente una situazione di particolare difficoltà o disagio porta all'impotenza ed alla mancanza di azione. Questo non significa che sia da preferire l'estemporaneità alla programmazione, l'improvvisazione alla previsione, l'effimero allo strutturato. Si vuole qui semplicemente dire che "contesti speciali" sono in grado a volte di produrre punti di vista innovativi, tenta­tivi di soluzione ad hoc, modelli comportamentali ed organizzativi più adeguati alla situazione. Insomma, il caso estremo stimola ad individuare e trovare soluzioni nuove, più adatte ai nuovi contesti.

» Indice generale di "Curricolo, programmazione e POF"

   

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» Titolo
"DAP - Discorso e apprendimento"
-
(Cd-rom + guida pp.48) - Progetto interuniversitario
- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università "La Sapienza" Roma
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» Costo

- Prezzo al pubblico = € 34,00 + spese di spedizione
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