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» » L'atrio come spazio educativo - Infantiae.Org™ n.273/2006

I bisogni formativi. Breve cronaca di un percorso

di Patrizia Corso, Antonio Fazio, Alida Galasso, Anna Pellegrino, Nicoletta Vigliani, direttori didattici, Città di Torino


Due giorni a Reggio Emilia un paio d’anni fa potevano sembrare pochi per conoscere in maniera non superficiale le scuole reggiane, se questo fosse stato l'intento. Tuttavia, sono stati sufficienti per avviare una riflessione sulla realtà torinese, avendo offerto uno stimolo potente, non facilmente ottenibile altrimenti.

Le scuole di Reggio mostrano di essere caratterizzate da elementi portanti quali: scelta di valori, condivisione di un progetto, senso di appartenenza alla comunità e all'istituzione, importanza della documentazione pedagogica, attenzione alla configurazione (anche estetica) ed all'uso degli spazi e dei materiali. L'educazione viene intesa come un processo di ricerca attiva, in cui il bambino è protagonista a vari livelli. In questo contesto l'insegnante ha principalmente una funzione di regia.

far sì che siano sempre i bambini a dare forma alle cose, piuttosto che siano le cose a dare forma ai bambini” (Malaguzzi, 1994)

Essenziale è la formazione, ottenuta attraverso una continua riflessione, nonché la consapevolezza di essere inseriti in un sistema all'interno di una rete.

Questo viaggio ha reso visibile una situazione torinese nella quale coesistono differenti modelli pedagogici, non sempre esplicitati, e non sempre in sintonia tra loro: le energie impiegate non convergono in una progettualità cittadina.

Ne è risultata l'esigenza di individuare strumenti operativi condivisi e condivisibili, per una rilettura delle prassi didattiche esistenti.

La sensazione, diffusa tra molti Responsabili, di lavorare talvolta in un contesto di isolamento ha riproposto il bisogno di confrontarsi, per tentare di recuperare dei collegamenti che sembrano mancare, attraverso la ricerca di un pensiero pedagogico forte. Un pensiero pedagogico è forte se sa trasformarsi in pratica didattica diffusa, generare una storia, creare appartenenza e motivazione, raccogliere intorno a sé una comunità educante, che sia in grado di far crescere chi nel tempo vi si inserisce, e di continuare a produrre pensiero.

A Torino non è mancata né l'elaborazione teorica, né la capacità di tradurla didatticamente: c'è un significativo patrimonio di abilità e competenze e c'è una storia importante cui dare seguito. Quello che forse è mancato è però una capacità generativa forte, aggregante, che consentisse il salto dal servizio al sistema educativo, che sapesse creare una comunità educativa ampia, radicata e partecipata, nella quale ad esempio le pratiche didattiche scaturissero in qualche modo per necessità intrinseca, più che per volontà del singolo, dove si vedesse all'opera una intenzionalità di sistema più che un insieme di buone, e anche ottime, intenzioni.

L'idea di individuare un argomento specifico (l'atrio) sul quale concentrare gli sforzi concreti di gruppi di insegnanti di varie scuole era un modo per verificare, attraverso una modalità operativa comune, la possibilità di trovare una metodologia efficace, in grado di ottenere almeno qualcuno dei risultati auspicati, in particolare una modificazione dell'impostazione didattica consolidata, tale da produrre un rilancio delle questioni cruciali in ambito educativo.

Una di queste questioni concerne indubbiamente il ruolo dell'esperienza nell'apprendimento, da intendere come la capacità di dare senso agli eventi cui si partecipa. E' evidente come questo riguardi al tempo stesso i bambini e gli adulti, in quanto soggetti ugualmente coinvolti nei processi educativi. Supponendo che la metodologia proposta sia riuscita ad avere una ricaduta formativa, è importante notare che l'aspetto formativo non è una sorta di propedeutica all'attività pedagogica, ma ne è piuttosto una componente ineliminabile, se si vuole evitare il rischio della cristallizzazione.

La formazione, dunque, non va confusa con la preparazione, altrettanto importante, ma da intendere come un requisito di partenza. Essa è invece una sorta di corollario, sempre presente allorché l'azione pedagogica si manifesta come intenzionale, e quindi pensata, dove nuovamente il pensiero non è semplicemente un elemento preliminare, ma piuttosto una costante ricerca di significato.

Ne consegue che la caratteristica della consapevolezza, che è indispensabile all'attività educativa in quanto tale, deriva solo in parte da una chiarezza di partenza, che non può essere assoluta fin dall'inizio. Per questo motivo, non ci si è preoccupati oltre misura di mettere a punto dei protocolli perfettamente definiti, prima di procedere all'individuazione delle consegne da passare alle insegnanti.

Con questo, non si deve pensare che si sia lasciato uno spazio eccessivo all'approssimazione, che sarebbe stata deleteria. Si è trattato semmai di inserire un elemento di provvisorietà, in quanto ogni ricerca di senso tende a produrre risultati solo temporaneamente soddisfacenti.

La necessità, da parte delle insegnanti coinvolte, di dover preparare una documentazione sufficiente alla presentazione dei percorsi di ricerca ha fatto sì che ci si attrezzasse in relazione a un'altra delle esigenze formative ritenute essenziali, ma spesso poco rilevate, vale a dire la capacità di documentare quanto è stato fatto, affinché rimanga traccia di ciò che per sua natura è fuggevole: l'evento.

La documentazione implica uno sforzo di sistematizzare ciò che, nel momento in cui si svolge, presenta la caratteristica di non essere del tutto controllabile. Essa introduce dunque nel materiale prodotto un'aggiunta di senso che in precedenza poteva non esserci. D'altra parte, la presentazione del materiale offre un'ulteriore occasione di rielaborare l'esperienza, anche in relazione al dibattito ed al confronto con i colleghi.

Questa questione del confronto appare particolarmente significativa all'interno di una concezione pedagogica che privilegi l'acquisizione della conoscenza come un processo di costruzione socialmente condiviso. Ciò sembra valere sia per i bambini, che per gli adulti, in specie gli adulti che operano in ambito pedagogico. Da qui l'importanza di lavorare attraverso il gruppo, sia come scelta didattica, sia come metodologia.

Naturalmente, il fatto in sé di trovarsi all'interno di un gruppo non offre nessuna garanzia di successo. Ancora una volta, si tratta di una modalità che viene adottata per le sue potenzialità euristiche, ma i cui esiti vanno ricondotti all'efficacia dei percorsi effettivi.

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