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» LE ESPERIENZE DEL NIDO - Sezione Speciale - " Infantiae.Org Nido"

La “nostra idea di Cesarino”, ovvero un percorso di formazione per la lettura del disagio dei bambini e delle bambine nella prima infanzia

di Alessandra Gigli, Collabora presso la cattedra di Pedagogia Generale della Facoltà di Scienze della Formazione Università di Bologna.

Cesarino è l’amico immaginario che accompagna un bambino frequentante l’asilo Nido del Comune di V.. Cesarino é abbastanza grande (ha quasi l’età della patente), abita qui vicino, ha molti altri amici, riesce ad apparire e scomparire nell’arco di un attimo. In questo contributo proveremo a raccontare come un percorso di formazione (il progetto cui si fa riferimento ha per titolo: “Strumenti per la lettura del disagio dei bambini e delle bambine nella prima infanzia”. Il progetto è stato realizzato dai Servizi Prima Infanzia Valli del Reno e del Setta, con capofila il comune di Grizzana Morandi e con il contributo della Provincia di Bologna. Il responsabile del progetto è la pedagogista Maria Pia Casarini; i docenti Alessandro Zanchettin e Alessandra Gigli entrambi collaboratori presso la cattedra di Pedagogia Generale della Facoltà di Scienze della Formazione Università di Bologna – prof.ssa Maria Grazia Contini), finalizzato alla lettura del disagio nei bambini e nelle bambine nella prima infanzia, abbia coinvolto delle educatrici di Nido nel difficile lavoro di definizione, analisi, destrutturazione ed infine ristrutturazione “dell’idea di Cesarino”, o meglio della rappresentazione di un possibile problema, di un elemento di potenziale disagio, come tanti di quelli che popolano la quotidianità del lavoro educativo.

Le educatrici, raccolte nel grande gruppo composto dalle colleghe dei cinque asili nido coinvolti nel progetto, raccontano la storia di questo bambino, e dei suoi amici immaginari, esprimendo le loro preoccupazioni, i loro dubbi: temono che il bambino stia vivendo un disagio, sospettano che alcuni suoi comportamenti siano espressione di rischi, potenziali o reali, in grado di pregiudicare la sua crescita e il suo sviluppo.

Riportiamo una sintesi del racconto delle educatrici omettendo alcuni particolari, anche se utili ad una migliore comprensione, sia per rispetto della privacy del bambino e della sua famiglia, sia perché non riteniamo utile ai fini di questo contributo soffermarci troppo sulla storia reale del bambino ma ci interessa piuttosto la rappresentazione che emerge dalla narrazione.

“ Il bambino, che ha tre anni, si è inserito quest’anno nel nido della cittadina dove si è da poco trasferito con la mamma dopo aver trascorso i suoi primi anni nella grande città dove vive suo padre. Il bimbo ha subito dimostrato la sua particolarità rimanendo a lungo seduto sulla sua sedia preferita, apparentemente estraneo ai giochi dei compagni, sguardo triste e a volte assente, in comunicazione con i suoi amici immaginari, tra cui Cesarino. Le educatrici sono state colpite dalla sua capacità di controllare, che spesso è unita alla necessità di negare, le emozioni: ce lo dimostra l’urgenza con cui si è fatto asciugare le lacrime l’unico giorno che gli sono uscite; il modo in cui ha espresso il suo dissenso lanciando un grido dal profondo mantenendo una maschera di impassibilità e negando di avere urlato. Certo, le cose sono con il tempo migliorate e il bimbo ha accettato di svolgere alcune attività, tra cui la psicomotricità, ha trovato una compagna di giochi che lo coinvolge ma non si lascia ancora toccare, baciare, avvicinare da nessuno a parte i suoi famigliari; è fisicamente “rigido”, contenuto e non si rilassa mai. Il bambino è molto competente in alcuni ambiti: dimostra capacità linguistiche oltre la norma, è un grande osservatore, conosce e controlla il passare del tempo, riconosce alcune lettere, inventa continuamente storie popolate di amici immaginari, esprime senso dell’umorismo che, a volte, è vera e propria ironia.”

Che cosa preoccupa le educatrici? Quali sono le manifestazioni di disagio che si possono individuare in questa situazione? Quali rischi corre il bambino? Cosa possono fare le educatrici?

Prima di raccontare come il gruppo di colleghe ha cercato di rispondere a queste domande, vorrei invitare il lettore che sta scorrendo queste pagine a definire la “propria idea di Cesarino”, cominciando ad esempio a trovare in prima persona le risposte ai quesiti appena posti, a definire cioè una prima rappresentazione del problema.

Questo esercizio, simile a quello proposto alle educatrici del gruppo, è la prima tappa di un percorso sostenuto da una ipotesi di fondo che si propone di stimolare, attraverso l’occasione formativa, realizzata in gruppo e condotta da pedagogisti, l’approfondimento della conoscenza di quella prima rappresentazione che gli educatori si sono costruiti del problema presentato; attraverso la conoscenza di come si realizza la conoscenza, mediante il confronto con prospettive divergenti, si ipotizza che si possa giungere ad una trasformazione dell’idea originaria in direzione di un suo ampliamento e apertura a dimensioni possibili.

In altri termini alla “nostra idea di Cesarino” abbiamo riconosciuto il valore euristico e la possibilità di svelare:

i meccanismi interpretativi e i paradigmi conoscitivi che caratterizzano l’orizzonte ermeneutico delle educatrici (in modo diverso per quelle coinvolte direttamente nella relazione con il bambino e per quelle presenti nel gruppo di formazione);

la complessità del fatto educativo così come ci appare nella sua dimensione più concreta (prassi) e l’impossibilità di definire i dispositivi causali secondo ottiche lineari, di formulare diagnosi esaustive e di prescrivere soluzioni certe e unilaterali;

i molteplici significati e i possibili riferimenti pedagogici che possono emergere da una analisi operata sulle strutture teoretiche che sottendono sia l’esperienza educativa reale, sia la sua trasposizione sul piano simbolico operata attraverso la narrazione.

Nell’intenzione di chi ha definito il percorso di formazione, il potenziale formativo della metodologia adottata, che si potrebbe sintetizzare nell’avvicendarsi di fasi di definizione – destrutturazione - ristrutturazione delle idee, può esplicarsi pienamente se il contesto in cui si realizza (setting) esprime scelte pedagogiche ispirate a due principali presupposti: la valorizzazione della duplice dimensione sociale, rappresentata rispettivamente dal piccolo gruppo delle educatrici coinvolte nel problema reale e dal grande gruppo; la salvaguardia della dimensione problematica e dell’esercizio del dubbio come garanzia metodologica antidogmatica (A questo proposito si fa riferimento ai principi del Problematicismo Pedagogico chiaramente espressi nei testi di G.M. Bertin e M. Contini “Costruire l’esistenza”, ed. Armando, Roma, 1983 e M. Contini “Per una pedagogia delle emozioni”, La nuova Italia, Firenze, 1992).

Per quello che riguarda il primo presupposto riteniamo che la ricchezza formativa che si è tentato di far emergere nel gruppo, e che caratterizza potenzialmente ogni setting gruppale, possa essere individuato nell’espressione della pluralità dei punti di vista, nella varietà degli stili cognitivi e relazionali, nel valore dato al confronto tra le diverse visioni del mondo, dai valori espressi e dai simboli utilizzati nella espressione culturale collettiva.

Inoltre la presenza di operatrici che si trovano ad essere coinvolte direttamente con il bambino protagonista del caso analizzato garantisce la ricaduta operativa, in termini di azioni concrete, delle analisi svolte a livello teorico e metodologico in sede di grande gruppo di formazione: la dimensione meta, in cui si riflette e si progetta pedagogicamente, assume maggiore significato perché posta costantemente in relazione con la prassi. L’interdipendenza tra teoria e prassi educativa può realizzarsi in questo caso nella reale possibilità di influenza reciproca tra riflessioni e azioni, tra progettazione e verifica.

Il secondo presupposto, che caratterizza le scelte pedagogiche operate a monte del percorso di formazione di cui stiamo occupandoci, prende le mosse dal maggior rischio implicito in ogni tentativo di risolvere un problema educativo: quello di cercare la sponda sicura dell’interpretazione specialistica, proposta da questo o quell’approccio, per ricevere da un esperto la pozione magica che faccia sparire dall’orizzonte delle pratiche educative l’incertezza, l’ambiguità, la paura di sbagliare. La tentazione rappresentata dalla certezza trasforma molte occasioni di formazione in “visite mediche” laddove il malato è colui che manifesta il problema, nel nostro caso il bambino, e come tale va curato con le migliori e più avanzate terapie. Come ci dimostra l’esempio della “nostra idea ci Cesarino”, spesso il malato da curare non è solo colui che esprime disagio bensì è il contesto, in cui anche gli educatori sono parte attiva, che presenta la necessità di un intervento di risanamento pensato e organizzato in modo flessibile, aperto e pluridisciplinare.

Ma torniamo alla storia di Cesarino e del suo amico in carne ed ossa e andiamo a vedere come il gruppo di educatrici, condotto dai due pedagogisti formatori supervisionato dal coordinatore pedagogico, ha affrontato la questione.

Innanzitutto è utile dire che il caso è stato affrontato in due differenti incontri tra i quali è trascorso circa un mese di tempo, ossia tra la “prima idea di Cesarino” e le successive c’è stato un discreto scarto temporale.

Dopo aver ascoltato e riascoltato la storia narrata dalle educatrici del bambino, si è proceduto con un question-time, finalizzato alla esplorazione conoscitiva del caso, che ha visto impegnate le componenti del grande gruppo nella formulazione di domande “in grado di svelare l’occulto”, cioè gli aspetti non ancora esplicitati o presi in considerazione. Finita la cospicua fase esplorativa, si è tentato, dapprima individualmente, poi collettivamente, di formulare delle ipotesi sulla natura del problema, sugli aspetti maggiormente allarmanti, sulle possibilità di intervento.

Il risultato dell’operazione appena descritta, frutto del lavoro di discussione e di confronto autogestito dal gruppo, è stato sintetizzato nel cartellone in due principali ipotesi condivise da tutte le partecipanti:

mondo immaginario: il bambino si protegge dall’instabilità, dal cambiamento, dai distacchi vissuti nell’ultimo periodo creando una realtà immaginaria, ma tuttavia per lui reale, dove rifugiarsi e stare in pace. Inoltre il suo isolamento, la sua difficoltà di interagire con l’ambiente umano del nido lasciano intravedere il rischio che questa dimensione immaginaria possa rinforzarsi al punto da includere tutte le altre dimensioni esperienziali.

mancato riconoscimento delle emozioni: il bambino non accetta, nega, ha paura di dimostrare le proprie emozioni e dimostra un autocontrollo inquietante per un bambino della sua età. Davanti ad un possibile disagio, come ad esempio un compagno che gli sottrae un gioco, lui ha la tendenza a razionalizzare e verbalizzare riflettendo sull’accaduto con tono di voce basso e monotono. Il rischio che si intravede è che il bambino perda progressivamente il contatto con il proprio mondo emotivo, rendendosi poi incapace di accettarlo e gestirlo, e che si rifugi in meccanismi di difesa alienanti a diversi livelli.

Ed ecco a questo punto definita “l’idea di Cesarino”, la rappresentazione del problema emersa dal gruppo, dopo un’attenta analisi esplorativa e diagnostica; ed ecco giunto il momento di “cambiare idea”, o meglio di destrutturare l’edificio ermeneutico appena eretto, per poi ristrutturarlo alla luce di nuove possibili prospettive. Il ruolo dei formatori in questo momento è cruciale perché spetta a loro stimolare e gestire il processo di revisione del lavoro svolto dal gruppo mettendolo contemporaneamente sia in crisi sia in grado di accettare l’abbandono di ottiche già acquisite. E’ un momento molto delicato in cui sono in gioco tutte le dinamiche inerenti il gruppo, i singoli, l’accettazione del ruolo, le conflittualità, la motivazione, e che può esser affrontato solo in particolari condizioni di continuità, con climi relazionali caratterizzati da fiducia e rispetto reciproco tra partecipanti e formatori. Nel nostro caso erano state gettate da tempo le basi allo scopo di potere iniziare tale avventura nei precedenti cinque anni di formazione permanente; procediamo quindi nell’esposizione di ciò che è accaduto.

Proprio quando il caso sembrava compreso il gruppo è stato messo di fronte ad una versione dei fatti totalmente divergente: uno dei due pedagogisti ha raccontato la “sua” idea di Cesarino e la sua mappa dei rischi spostando completamente il focus del disagio dal bambino al contesto del Nido. Indossando cioè “occhiali” diversi da quelli usati fin ora la realtà si presenta “altra”, nuova, inaspettata: come direbbe Edgard Morin, parlando degli accecamenti paradigmatici che contribuiscono a definire la fallacia, l’illusorietà, la falsità, l’incertezza della conoscenza e dei meccanismi che la sottendono “Il gioco della verità e dell’errore non si gioca solo nella verifica empirica e nella coerenza logica delle teorie. Si gioca anche in profondità nella zona invisibile dei paradigmi (...). Il livello paradigmatico è dunque quello del principio di selezione delle idee che sono integrate nel discorso e nella teoria, o escluse e rifiutate. (...) Il paradigma è nascosto sotto la logica e seleziona le operazioni logiche che diventano nel contempo preponderanti, pertinenti, evidenti sotto il suo dominio” (E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, R. Cortina Editore, 2001, pag. 24).

Per aprire la porta del dubbio, per affacciarci su un percorso di conoscenza pertinente, abbiamo posto, ad esempio, le seguenti domande: su quale idea di rischio e su quale definizione di disagio basiamo le nostre considerazioni? Il tempo che il bambino ha trascorso al Nido è sufficiente per garantire una sua integrazione? Le nostre aspettative sui comportamenti non preoccupanti su quali standard sono basate? Alcuni comportamenti che possono sfiorare il “patologico” non sono per caso l’espressione sana di un soggetto che reagisce a suo modo a condizioni ambientali particolari? Il mondo di Cesarino e dei suoi amici può esser considerato anche un modo per provocare e avere attenzione e far ridere gli adulti (che in effetti colgono la vena umoristica ed ironica), o la manifestazione di un bisogno di relazioni amicali? La capacità di autocontrollo, seppure eccezionale in un bambino così piccolo, non è per caso il frutto di richieste di un mondo esigente a cui il bambino si adatta e che magari si esplica solo nel contesto “estraneo” del nido? Si può ipotizzare che tra le mura domestiche si abbiano tutt’altre manifestazioni?

La folta sequenza di domande e relativi tentativi di risposta che il gruppo si è visto recapitare, dai formatori in un primo momento e successivamente da alcuni membri del gruppo stesso, subito coinvolti nel gioco dell’esercizio del senso critico, hanno occupato una consistente porzione del tempo a disposizione in questa fase di lavoro: in sostanza abbiamo ricominciato a definire ipotesi e nessi causali per giungere a vedere concretizzarsi sul nostro cartellone una “nuova idea di Cesarino”.

Il compito successivo che è stato proposto al gruppo ha preso vita dal confronto tra la prima e la seconda interpretazione del caso: quali logiche, quali riferimenti teorici, quali elementi culturali, quali deformazioni professionali hanno influenzato la prima e la seconda versione? Dal lavoro svolto sono emersi molti elementi tra cui riportiamo, a titolo di esempio, alcuni di quelli che sono reciprocamente in rapporto oppositivo: la logica che privilegia il soggetto o il contesto, l’ottica centrata sul disagio e quella che valorizza le manifestazioni dell’agio, la prospettiva che definisce le tappe evolutive e le soglie di rischio a partire dalle peculiarità del singolo individuo o dalle costanti presenti in un gruppo di riferimento.

Una volta definita la mappa delle possibili ottiche, prospettive ed impianti epistemologici disciplinari adottabili, le educatrici si sono trovate a ricostruire una sorta di “identikit della propria modalità di conoscenza” caratterizzato dalle influenze culturali, dagli stili cognitivi, dalle tendenze emozionali presenti nel quadro dell’esperienza di formazione sia a livello individuale che di gruppo.

Ovviamente si è cercato di sfuggire alla tentazione di esprimere giudizi valoriali sull’uno o l’altro approccio per affermare con forza la necessità di affrontare la complessità del reale con il maggior numero di apporti possibile in considerazione della molteplicità dei punti di vista. Sempre Morin puntualizza in proposito che “Le unità complesse, come l’essere umano o la società sono multidimensionali: così, l’esser umano è nel contempo biologico, psichico, sociale, affettivo, razionale. La società comprende dimensioni storiche, economiche, sociologiche, religiose …La conoscenza pertinente deve riconoscere questa multidimensionalità e inserirvi i suoi dati: non si dovrebbe isolare una parte dal tutto, ma neppure le parti le une dalle altre. (…) (Op. cit. Pag. 38).

In questo lavoro metacognitivo, è emersa la fatica di considerare la complessità e di tollerare l’incertezza del reale laddove la prassi lavorativa risulta essere già sufficientemente impegnativa. Tuttavia si tratta di combattere, attraverso l’occasione formativa, sia atteggiamenti “banalmente realisti”, che si adattano cioè all’immediato, sia “banalmente irrealisti”, che si sottraggono ai vincoli della realtà, altrettanto faticosi da sostenere e così poco gratificanti da poter mortificare la dimensione qualitativa dell’esperienza professionale: crediamo che l’esercizio critico e la ginnastica mentale, seppur faticosi, contribuiscano al benessere degli individui al pari dell’esercizio fisico, cui peraltro molti di noi si sottopongono quotidianamente e volontariamente con abnegazione e spirito di sacrificio.

Il nostro percorso di formazione si è concluso con una ricchissima gamma di proposte operative, di strategie educative da sperimentare per apportare miglioramenti all’esperienza vissuta dal bambino nel Nido. Per economia di spazio non possiamo esporle ma, a titolo di esempio, assumendoci il rischio di banalizzarle, proviamo a elencarle brevemente:

strategie relative allo “scioglimento delle rigidità” con proposte come percorsi di psicomotricità o l’utilizzo di alcuni elementi naturali (come l’acqua, la terra) o materiali poveri (come farina, pasta, ecc..) per attività ludico espressive; attività espressive con l’utilizzo della voce e della mimica;

strategie relative ad una maggiore integrazione del bambino nel gruppo comprendenti il gioco parallelo, l’attribuzione di “compiti importanti” per la vita del gruppo, il coinvolgimento del bambino in giochi di contatto corporeo tra pari, ecc…

In questa occasione abbiamo rilevato come le educatrici, coinvolte nella formazione, siano estremamente competenti sul piano operativo e padroneggino una vasta gamma di strumenti e mezzi di cui avvalersi per qualificare il proprio lavoro e rinforzarne la valenza educativa delle proprie azioni: questo a nostro avviso rappresenta una risorsa insostituibile per definire un alto profilo del servizio offerto.

Per concludere possiamo ricordare la fine del percorso formativo: ci siamo lasciati con “tanta carne al fuoco”, con qualche dubbio in più e con l’impressione di aver attivato un processo di revisione continua di questa e altre possibili “idee di Cesarino” a cui continueremo comunque a pensare con immutato interesse e affetto nonostante l’accresciuta coscienza della loro relatività e fragilità. E’ proprio in questo “attivare il dubbio”, “fornire incertezze”, “ristrutturare idee” che ritroviamo uno dei maggiori interessi per l’esercizio del lavoro di formazione finalizzato a combattere l’appiattimento, l’omogeneizzazione, la specializzazione disciplinare degli approcci adottabili per comprendere e progettare gli avvenimenti ed i contesti educativi.

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- Prefazione di Clotilde Pontecorvo





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