La programmazione per “sfondi
integratori”
di Silvia Fioretti, Docente del
laboratorio di Didattica generale all’Università
di Urbino.
Negli ultimi decenni, all’interno
della scuola italiana, abbiamo visto un’ampia e multiforme
“sfilata” di modelli di programmazione. Tale
successione ha assunto la forma di “mode” programmatorie
alternative, ognuna delle quali presenta la formula utile
per ottimizzare il processo di insegnamento/apprendimento,
e per focalizzare l’attenzione, di volta in volta,
sull’educando, sull’educatore o sull’oggetto
dell’apprendimento. I risultati ottenuti in seguito
alla prova empirica associati ad alcuni connotati costitutivi
hanno fatto sì che questi modelli si collocassero
all’interno di segmenti scolastici particolarmente
definiti. Troviamo, ad esempio, la programmazione “per
sfondi integratori” ampiamente usata nella scuola
dell’infanzia, la programmazione “per obiettivi”
e quella “per concetti” largamente utilizzate
nella scuola primaria e secondaria.
Il minimo comune denominatore che possiamo ravvisare nella
pluralità di modelli di programmazione attualmente
noti e utilizzati all’interno del sistema scolastico
italiano è il carattere dell’intenzionalità
(Per l’intenzionalità quale categoria metodologica
connotante la programmazione cfr. Baldacci M., Insegnare
a programmare, Milano, Ethel Giorgio Mondadori, 1994. pp.
56-61; anche Baldacci M., Insegnare oggi, Lecce, Pensa Multimedia,
2000, pp. 39-45). Riconoscendo un carattere di intenzionalità
ai modelli di programmazione diffusi nel sistema scolastico
italiano si constata, quanto meno, la scomparsa o, meglio,
la forte attenuazione dell’elemento di estemporaneità
e improvvisazione presente nel “fare scuola”.
In questo senso, si riconosce la possibilità di controllare
e influenzare i processi di sviluppo e di apprendimento
attraverso la pianificazione di interventi adeguati e, nello
stesso tempo, viene riconosciuto al docente il ruolo di
progettista della formazione. Assumere il ruolo di progettista
della formazione obbliga ad analisi, scelte e decisioni
(preliminari e in corso d’azione) relativi ad una
valutazione degli effettivi guadagni formativi che si intendono
perseguire.
Elementi teorici e metodologici
Nell’ambito di una programmazione
per “sfondi integratori” le analisi, le scelte
e le decisioni prese muovono da una prospettiva che vede
l’allievo soggetto attivo e motivato di apprendimento.
Per meglio dire, l’allievo non apprende solo in virtù
del curricolo esplicito, perseguito dalla scuola, ma ancor
di più in virtù del curricolo implicito, ravvisabile
sia nelle procedure della vita scolastica, sia nei materiali
didattici, sia negli approcci culturali e nelle relazioni
adottate dagli operatori della scuola. L’idea basilare
afferma che si dà apprendimento reale solo all’interno
di ambienti altamente relazionali, investiti da una esplicita
affettività. L’apprendimento scolastico viene
interpretato in base al rapporto comunicativo che si instaura
fra i docenti e gli allievi, dalla qualità della
relazione che si sviluppa e dalla visione strutturata e
sistemica che i componenti la relazione si formano dell’ambiente
scolastico. L’allievo porta con sé, nell’ambiente
scolastico, la dimensione progettuale del crescere e dell’imparare,
e la pratica della programmazione “per sfondi integratori”
va ricondotta a questa dimensione per far sì che
diventi esperienza significativa nella storia di vita di
ciascun soggetto. In questo senso la programmazione diventa
un campo in cui si incontrano e si confrontano i progetti
di apprendimento di ciascuno dei componenti la relazione,
cioè sia docenti sia discenti. Si calibra cioè
su bambini e bambine reali, concreti collocati in un particolare
territorio, tiene conto della realtà scolastica e
delle risorse professionali e materiali. In questo senso
si pone come una programmazione che trova in un’alta
flessibilità il suo punto di forza.
La programmazione per sfondi integratori nasce da un’esigenza
di integrazione di soggetti in situazione di handicap e,
come affermato dagli stessi promotori (Canevaro A., Programmazione
per sfondi integratori, in La Didattica, 1997, n. 3, pp.
22-27), muove dal riconoscere come ostacolo un evento che
provoca difficoltà di integrazione nelle nostre conoscenze.
Questo ostacolo provoca una “dissonanza cognitiva”
(La teoria afferma che esiste in ogni persona, in presenza
di una dissonanza cognitiva, una pressione tendente a ridurla,
tanto più forte quanto maggiore è la dissonanza.
Festinger L., Teoria della dissonanza cognitiva, Milano,
Franco Angeli, 1973) che conduce ad un’attività
orientata verso la riduzione e il superamento della dissonanza
o dell’ostacolo che provoca la dissonanza stessa.
L’inserimento dell’ostacolo in uno “sfondo”consente
l’integrazione del soggetto in situazione di handicap
ma riveste indubbia valenza formativa per tutti i soggetti
“attivi” compresi nella situazione di apprendimento,
sia discenti che docenti. Lo “sfondo” si pone
come una sorta di quadro di riferimento motivazionale, con
una cornice di significati e contenuti che orienta le attività
didattiche e consente la realizzazione di esperienze diverse.
L’ipotesi dello sfondo integratore ha subito, nel
corso del tempo, importanti rivisitazioni e revisioni che,
grazie alla prova empirica, hanno modellato le impostazioni
originali. L’analisi dello sfondo viene condotta su
due livelli diversi: quello strumentale e quello metodologico
(Berlini M.G., Canevaro A., Potenziali individuali di apprendimento,
Firenze, La Nuova Italia, 1996, pp.28-31).
Il livello “strumentale” assegna allo sfondo
un potenziale di organizzazione del lavoro della classe
o della sezione, si pone come “contenitore”
concettuale e affettivo del reale vissuto dei discenti.
Il livello “metodologico” delinea lo sfondo
integratore come possibile “sistema di mediatori”
organizzato con il coinvolgimento diretto degli stessi soggetti
nella definizione delle “regole”, orientato
all’acquisizione di meta-apprendimenti e metacontesti.
Il livello “strumentale” non
prende esclusivamente la forma di un contenitore fantastico
ma può essere sia reale sia mentale, e aiutare effettivamente
l’integrazione affettiva e motivazionale del discente.
Le modalità di sfondo maggiormente praticate sono
quelle relative all’organizzazione dell’ambiente
come sfondo metaforico, quelle relative alla predisposizione
dello sfondo come trama narrativa e quelle relative alla
simulazione di contesti. Lo sfondo metaforico consente ai
discenti di riconsiderare, da un punto di vista diverso,
meno affettivamente carico di elementi dissonanti, la situazione
problematica, di integrarla e condividerla con gli altri.
La situazione problematica rappresenta chiaramente un elemento
di forte significatività per gli studenti, inserita
in uno sfondo metaforico può essere affiancata da
elementi nuovi che consentono una ristrutturazione, da un
punto di vista evolutivo, dello sfondo e una ristrutturazione
della storia problematica che subisce così una modificazione.
L’utilizzo della trama narrativa come trama di riferimento
delle attività costituisce l’esempio maggiormente
diffuso dell’uso strumentale dello sfondo. Possono
essere utilizzate le trame delle fiabe o di testi narrativi,
conosciuti dagli studenti, per fornire il riferimento delle
attività che si andranno a proporre, per orientare
e collegare le esperienze vissute a livello personale con
l’esperienza scolastica guidata. La trama narrativa,
che accompagna e contiene le attività vissute dagli
alunni, permette agli stessi di orientarsi, di provare esperienze
in un ambiente protetto e di controllare gli effetti del
proprio comportamento in relazione a qualcun’altro
o a qualcos’altro. L’opportunità di prevedere
l’organizzazione di contesti simulati intesi come
riproduzione pratica, ridotta, di situazioni storiche, geografiche
o sociali consente di unificare, spazialmente, diverse attività
e poterle condurre sia individualmente che in gruppi. La
simulazione del contesto potrebbe vedere la riproduzione
in scala, all’interno della scuola, dell’ambiente
particolare scelto come “sfondo”, ad esempio
il bosco, dove far simulare incontri con il personaggio,
ad esempio lo gnomo, che svolge il ruolo del protagonista.
In sostanza l’utilizzo dello sfondo integratore, quale
strumento di organizzazione delle attività, consente
ai docenti di organizzare un ambiente di apprendimento strettamente
connesso al vissuto emotivo ed affettivo dei discenti, di
poter integrare situazioni problematiche in situazioni simulate
e quindi controllate, di poter cogliere elementi occasionali
considerati importanti e inserirli in uno scenario estremamente
flessibile e soggetto a modifiche. La possibilità
di fruire di un’organizzazione delle attività
basata sullo strumento unificante dello sfondo integratore
consente, ai discenti, di fare esperienze di attività
strettamente connesse con il proprio vissuto emotivo ed
affettivo. Le esperienze vissute vengono riassorbite in
sequenze motivanti e percepite come possibili di modifica,
quindi attività e contenuti non predeterminate. Lo
strumento dello sfondo consente di riprendere e riconsiderare
le storie personali e familiari e le storie vissute con
il gruppo della classe o della sezione, in uno scenario
protetto e condiviso con gli altri, grazie all’utilizzo
di un “oggetto mediatore” che veicola la situazione
problematica. Pur riconoscendo la validità dell’uso
strumentale dello sfondo integratore per le sue potenzialità
di “contenitore” affettivo e motivazionale risulta
opportuno considerare come questa proposta risulti, a volte,
abusata e assolutizzata nella pratica scolastica. Nell’ambito
della programmazione della scuola dell’infanzia si
è identificata la strutturazione dello “sfondo”
come l’argomento unificante e totalizzante dell’intera
attività programmatoria di un anno scolastico, abbiamo
infatti l’anno del “mare”, l’anno
del “bosco”, l’anno della “montagna”
e così via. Nel momento in cui la proposta viene
assolutizzata, come unico argomento dell’anno, attorno
al quale far confluire tutta l’attività progettata,
si corre il rischio di generare episodi di noia, demotivazione
e scarso interesse degli studenti. In questo senso la stessa
attività programmatoria si configura e si risolve
come una mera riproposizione dei “centri d’interesse”
di decrolyniana memoria.
L’analisi del livello “metodologico”
dello sfondo integratore impone una riflessione sulle tesi
riconoscibili all’interno dei testi di riferimento
fondamentali (Zanelli P:, Uno sfondo per integrare, Bologna,
Cappelli, 1986; Canevaro A., Lippi, G., Zanelli P., Una
scuola, uno sfondo, Bologna, Nicola Milano, 1988; Severi
V., Zanelli P., Educazione, complessità e autonomia
dei bambini, Firenze, La Nuova Italia, 1990; Berlini M.
G., Canevaro A., Potenziali individuali di apprendimento,
Firenze, La Nuova Italia, 1996) di questa proposta di programmazione.
Riferendoci al carattere di intenzionalità possiamo
individuare la tesi unificante nella possibilità
di organizzare, da parte dei docenti, uno sfondo integratore
per facilitare l’autonoma organizzazione dei discenti.
Gli autori evidenziano come le azioni compiute siano soggette
ad interpretazione e acquistano significato all’interno
del particolare “contesto” in cui si trovano
ad essere inserite. Sostengono altresì che le azioni
compiute assumono significato in quanto emergono come “figure”
da uno “sfondo”. E’ lo sfondo che attribuisce
la significatività o la mancanza di significatività
alle azioni/figure. E’ implicito il riconoscimento
della situazione didattica che si configura come sfondo
che consente alcune attività e ne limita altre. Il
ruolo programmatorio e intenzionale del docente si sostanzia
allora nella strutturazione di sfondi che favoriscano processi
di integrazione non più esclusivamente affettivi
ma soprattutto cognitivi. Sfondi intesi come contesti da
cui emergano le connessioni significative, le pertinenze
evidenti, i linguaggi utili, che realizzino la percezione
di una connessione evolutiva, storica, possibilmente risolutoria
dell’ esperienza. In pratica si suppone un’analogia
fra “sfondo integratore” e “contesto”.
Sembra quasi che venga attribuita allo sfondo integratore,
intenzionalmente costituito dal docente, la capacità
di generare spontaneamente apprendimenti costruttivi. Quegli
apprendimenti cioè in grado di favorire la strutturazione
delle conoscenze tramite immagini reticolari e complesse.
Tale strutturazione sembra essere affidata al caso e sfuggire
all’intenzionalità della progettazione condotta
dai docenti. In un’articolazione progettuale fondata
sull’organizzazione dello sfondo integratore non si
ha la possibilità di controllare il verificarsi della
strutturazione delle metaconoscenze e dei meta-apprendimenti.
La valutazione, in questo caso, è sostanzialmente
un’osservazione e una riflessione sul percorso compiuto,
sull’interpretazione data al senso o al significato
formativo raggiunto sia dai docenti sia dai discenti. Ricordiamo
che la programmazione per sfondi nasce dall’esigenza
di integrare soggetti “diversamente abili”,
accogliere e superare esigenze problematiche e, in questo
senso, è certamente importante innescare il processo,
favorire l’integrazione e superare l’impasse.
Tale forma di programmazione ha visto una diffusione nella
scuola dell’infanzia proprio perché questo
segmento scolastico è stato in grado di raccogliere
le sollecitazioni positive, soprattutto per quanto riguarda
la possibilità di configurarsi come “contenitore”
affettivo e motivazionale particolarmente flessibile, non
avvertendo l’impellente necessità di un controllo
sui risultati cognitivi raggiunti dagli alunni ma prestando
attenzione al clima relazionale e sociale che si instaura
nel rapporto formativo.
Il contributo è tratto dalla rivista
ufficiale dell'Opera Nazionale Montessori "Vita
dell'Infanzia"
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generale di "Curricolo, programmazione e POF"
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"DAP - Discorso e apprendimento"
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- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università
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