» LA SCUOLA DELL’INFANZIA VISTA DA LONTANO
Riflessioni di Bianca Della Pietra, supervisore
di Tirocinio presso il CdL di Scienze della Formazione Primaria
dell'Università degli studi di Trieste dal 1 settembre
1999 al 31 agosto 2006, ora comandata all'IRRE FVG.
Dall’anno scolastico 2001/2002 all’interno del nostro
gruppo di supervisori, io mi sono staccata per seguire più
da vicino le scuole dell’infanzia in cui erano inserite
le nostre studentesse: anche qui un mondo tutto al femminile…
Nei due anni precedenti questo non si era reso necessario perché
era esiguo il numero delle studentesse che vi erano inserite su
una progettualità specifica e quindi dal III° anno
in poi. Inoltre in quel periodo ho preferito lavorare di più
sulla trasversalità che la cultura di questo grado scolastico
porta con sé ed in particolare sull’attenzione al
curricolo implicito (da cui la scheda per l’osservazione
degli spazi), sulle programmazioni che possono partire da diversi
punti di vista (e non solo dai contenuti), sulla conoscenza degli
Orientamenti e, successivamente, dei Piani di studio personalizzati
delle attività educative nella scuola dell'infanzia.
Questi alcuni degli aspetti che sono stati oggetto di confronto
anche con le colleghe del tirocinio, oltre che oggetto di approfondimento
con gli studenti, anche con il contributo dell’intervento
dell’Ispettore O. Serena. Il primo anno di attività
infatti, ci siamo avvalse degli intervento di ispettori scolastici
e di insegnanti esperti per far conoscere il mondo della scuola
agli studenti. L’intervento del dott. Serena ha riguardato
l’evoluzione storica della scuola materna, dalla sua funzione
di asilo all’attuale scuola dell’infanzia.
La decisa scelta di campo a partire dall’anno scolastico
menzionato ha consentito di porre l’attenzione su un elemento
particolare: è stato come osservare la scuola dell’infanzia
con delle lenti di un colore diverso da quello usato fino allora.
Questo elemento è l’organizzazione.
L’organizzazione è la traduzione operativa, esplicita
e non, di scelte pedagogiche, ma anche materiali (spesso condizioni
che sono date e non possono essere scelte), economiche, materiali,
ecc., attinenti al “come essere scuola” ed a cosa
offrire in quanto tale.
Queste scelte devono attenersi a dei vincoli e offrono possibilità
che coinvolgono più soggetti, implicano relazioni ed una
precisa gestione dei conflitti, si basano su informazioni e le
offrono, sono finalizzate al raggiungimento di obiettivi di diversa
portata, si collocano in un contesto definito che implica finalizzazioni
specifiche.
Questa traduzione operativa che chiamiamo “organizzazione”
è però frutto di umani, con la loro storia, cultura,
esperienza…desideri, emozioni, aspettative…corpi.
Ecco dunque che l’organizzazione prevista a livello nazionale,
assume localmente fisionomie le più diversificate (dicesi
anche “autonomia”). Non solo: tutti gli aspetti materiali
incontrano quelli immateriali ed il più delle volte imprevisti.
La realtà è il luogo della vita quotidiana con tutti
gli eventi previsti ed imprevisti che, come umani, viviamo. E’
quindi frutto di una lettura umana, cioè emozionata: animata
da emozioni, pensieri, sentimenti che sono il frutto dell’esperienza.
L’esperienza, soprattutto quella sociale, deve essere organizzata,
pena la non integrazione e l’eterno conflitto. Uno dei principali
elementi di organizzazione è l’attribuzione di ruoli,
di compiti e di posizioni verticalizzate o gerarchiche: “…il
riferimento gerarchico organizza, orienta, ordina(1)
l’emozionalità, funzionando, appunto come un mediatore
tra emozionalità e realtà organizzativa”(2).
Per questo, fin dal I° anno dell’attività di
tirocinio, nel quadro conoscitivo di un primo approccio all’istituzione
scuola, nei primi anni della mia attività di supervisore,
mi è parso importante riflettere con gli studenti(3) sull’esistenza
di storie, pensieri, desideri ed altro ancora che affianca e substanzia
addirittura l’organizzazione-scuola, facendo emergere i
loro modelli di riferimento, in modo da poter operare in futuro
con la consapevolezza di sapere chi è il/la bambino/a reale
che avranno davanti e quale la loro idea su di lui/lei. Dice Compagnoni(4)
: “Il problema centrale in una scuola dell’infanzia
è, invece, il fare incontrare le immagini interiori degli
insegnanti con i bambini veri che stanno loro di fronte senza
la pretesa che queste lo interpretino e lo spieghino completamente.
In altre parole occorre che le teorie provvisorie possedute vadano
verso il bambino piuttosto che condurre il bambino verso tali
teorie.”
Questi modelli venivano espressi non soltanto verbalmente, ma
anche con l’aiuto di immagini e parole in libertà,
singolarmente ed in gruppo.(5)
Alle studentesse ho richiesto diversi tipi di materiali nel corso
della relazione tematica(6):
- l’espressione del loro pensiero sull’infanzia e
sulla scuola con l’utilizzo di giornali illustrati da cui
traggono immagini e scritte che collegano in relazione a ciò
che vogliono esprimere, ma anche con l’utilizzo dei propri
pensieri esposti graficamente nel modo più funzionale alla
comunicazione agli altri. Questo consente l’accesso al mondo
emotivo, dei sentimenti e degli affetti, delle sensazioni che
ritengo sia fondamentale conoscere come primo passo verso la padronanza
e l’acquisizione di una professionalità integrata
e non posticcia.
- La sintesi esposta a tutti delle discussioni in piccolo gruppo,
come esperienza significativa del lavoro insegnante, e che molti
di loro hanno già sperimentato alla scuola superiore. Un
aggancio quindi con il vissuto personale come rassicurazione da
un lato, un momento di decentramento dallo stesso per ritrovarlo
rappresentato nelle parole dell’altro, da un altro punto
di vista. Ma anche un costante riferimento e richiamo al gruppo
ed alla sua fondamentale funzione in campo educativo(7). Infatti,
la propria identità si costituisce a partire dalla fondamentale
esperienza di incontro/confronto con “l’altro da sé”
e gli apprendimenti, di qualsiasi genere, si sviluppano in contesti
sociali.
- La riflessione “a freddo” tramite una sintesi espressa
da quelle che per lo studente sono le parole-chiave della relazione,
con i relativi collegamenti. Questo consente loro di identificare
gli aspetti compresi e quelli non compresi (che poi anch’io
conosco) ed assume quindi la valenza di verifica per lo studente
e per il supervisore, nonché di rielaborazione personale
che potrebbe consentire, in relazione all’interesse, di
approfondire e/ o di riprendere il tema in un altro momento.
Naturalmente, dalla relazione interpersonale nel corso della relazione
tematica, sia dai prodotti presentati è possibile cogliere
anche altri elementi, in particolare quelli che consentono un
approccio più diretto con le persone che poi saranno seguite
direttamente dal supervisore. Si ha così una prima conoscenza
diretta.
Questo solo per dire qual è il punto di partenza ed i presupposti
della scelta del percorso che successivamente sarà descritto.
Da qui si aprono due strade: il tirocinio nelle varie scuole accoglienti,
con la caratterizzazione in base all’anno di corso delle
studentesse e per alcuni anni, l’esperienza di “conoscenza”
di scuole diverse nell’ambito di quelle statali e paritarie
che si distinguevano per alcuni elementi innovativi.
Queste due strade sono entrambe nella direzione della scuola dell’infanzia:
una direzione precisa che per le studentesse portava ad una conoscenza
diretta e per me ad un’occasione di conoscenza da lontano,
ma anche a ritrovare rapporti che ormai, da tempo, non coltivavo
più(8) e raramente avevo occasione di incrociare nel mio
percorso. Ho avuto quindi la possibilità di utilizzare
la condivisione di un’esperienza pregressa che mi ha permesso
di accedere subito al terreno comune sul quale progettare l’ingresso
delle studentesse.
Da questo osservatorio non implicato direttamente, ho avuto modo
di riconoscere una scuola sempre in movimento, come la ricordavo,
alla ricerca di nuove e flessibili soluzioni per rispondere ai
bisogni dei bambini. Anche le scuole meno visibili, cioè
meno presenti agli “eventi” quali i convegni, i corsi
di aggiornamento. Ricordo sempre quanto il prof. Compagnoni riusciva
a trarre da tutte le realtà che partecipavano ai corsi
di formazione: ogni esperienza, anche quella che mi pareva banale,
nella sua semplicità, porta in sé degli elementi
importanti, a maggior ragione quando sono semplici. Non è
facile infatti, trovare oggi elementi semplici e riuscire a valorizzarli,
senza invece sminuirli.
Al tempo stesso per le studentesse era l’occasione per verificare
la scelta effettuata, il momento del confronto diretto con idee
e pratiche di lavoro che avevano avuto modo di osservare, ma non
ancora di sperimentare attivamente, anche con la responsabilità
della preparazione dell’intero processo: dalla progettazione
all’attuazione, verifica e valutazione dell’intervento
didattico. Qui l’intervento del supervisore assomigliava
un po’ a Narciso
che “vedeva Boccadoro nutrito da fonti misteriose, di forze
che a lui erano estranee; egli aveva potuto favorire il loro sviluppo,
ma non gli era dato di partecipare ad esse.”(9)
Ancora riprendendo Hesse, trovo che renda molto bene il concetto
di “attuarsi”. Dice infatti Narciso: ”Perché
quando un uomo cerca di attuarsi con le doti che la natura gli
ha date, fa’ ciò che può fare di più
alto ed esclusivamente assennato. Perciò una volta ti ripetevo
sempre: non cercar di imitare il pensatore o l’asceta, ma
sii te stesso, cerca di attuare te stesso!”(10)
In funzione di ciò sono stati predisposti i materiali dai
supervisori, al fine di permettere agli studenti di attuarsi,
di partecipare al processo di conoscenza dei propri desideri,
delle proprie possibilità e soprattutto di farlo prima
dell’ingresso nella scuola come professionisti a tutti gli
effetti.
L’incontro attivo e diretto con la scuola ha fatto anche
emergere però gli “stereotipi” della conoscenza
ingenua: uno di questi su cui vorrei soffermarmi è il gioco
libero.
Viene denominato “gioco libero” quel momento in cui
i bambini sono liberi di scegliere gli oggetti, gli spazi ed i
compagni con cui impostare un’attività di gioco all’interno
del contesto predisposto dalle insegnanti e sotto il loro sguardo
vigile, ma senza il loro intervento diretto nelle azioni dei bambini.
In molti casi questi momenti vengono riportati dalle studentesse
con una semplice annotazione: “i bambini giocano liberamente”.
Basta. Non c’è altro. Probabilmente viene percepito
come un momento di relax, cosa che in parte è ed è
utile che sia. Nella scuola dell’infanzia infatti è
di fondamentale importanza una buona alternanza tra tempi distesi
e tempi strutturati, quindi, in un certo senso “tesi”.
Proprio in quanto momento di gioco “disteso”, quello
del gioco libero rappresenta un ambito di osservazione privilegiato
che fornisce informazioni su:
- il percorso evolutivo di genere
- l’evoluzione delle relazioni
- l’evoluzione della motricità
- la tipologia di gioco adottata
- l’aspetto cognitivo della relazione con l’esterno
(utilizzo degli oggetti, rapporto con lo spazio, uso del linguaggio
verbale, …)
- le modalità di risoluzione dei problemi
Attraverso il gioco i bambini esprimono i loro conflitti e, in
condizioni particolari, hanno modo anche di rielaborarli, purchè
rientrino nella normale fase di sviluppo.
Ma tutto questo non viene visto se lo sguardo non è allenato.
Non solo: è necessario togliere l’alone di apparente
inutilità che lo circonda o, meglio ancora, svincolarlo
dall’opposizione gioco-lavoro che sottomette il primo alla
nobiltà del secondo.
La riflessione su questo, come su altri aspetti è avvenuta
sia negli incontri individuali, che in quelli di gruppo, ma anche
in maniera indiretta con il suggerimento di letture sulle varie
tematiche che emergevano e che era necessario problematizzare
per evitare banalizzazioni.
Le proposte di tipo culturale relative alla conoscenza di modi
di lavorare diversi hanno permesso di affrontare alcune fra le
tematiche possibili:
- l’organizzazione dei gruppi di bambini in base al bisogno,
desiderio o interesse (le Officine nella scuola dell’infanzia
“Collodi” di Monfalcone)
- il plurilinguismo e la documentazione del percorso di crescita
(scuola dell’infanzia di Tarvisio – zona Coccau)
- il metodo montessoriano: l’importanza del materiale didattico
e dell’autonomia (Casa dei Bambini di Trieste)
- il rispetto dei ritmi di sviluppo e l’utilizzo dell’espressività
(scuola dell’infanzia steineriana di Sagrado-GO)
- la scuola inserita nella cultura della comunità e la
comunità che entra nella scuola (scuola ebraica dell’infanzia
e primaria di Trieste)
- l’apprendimento bilingue e la sua funzione nel territorio
(scuola dell’infanzia e primaria di S. Pietro al Natisone)
- altri sistemi scolastici (scuole della vicina Slovenia).
Non solo. Queste visite sono state anche un’occasione per
noi supervisori di arricchire il nostro bagaglio culturale e di
ampliamento della conoscenza da diversi punti di vista:
- conoscenza di insegnanti e dirigenti
- occasione di confronto tra le realtà da noi esperite/conosciute
a vari livelli e realtà a volte, sconosciute
- occasione di approfondimento specifico poiché in funzione
della visita veniva preparato del materiale (articoli da riviste,
fotocopie su indicazione specifica della dirigenza scolastica,…)
da distribuire agli studenti a scopo informativo
- occasione di ampliamento della conoscenza della realtà
scolastica del territorio regionale.
Inoltre agli studenti è stata offerta la possibilità
di partecipare ad importanti momenti di confronto fra insegnanti
della scuola dell’infanzia e primaria con cui hanno potuto
interagire e rendersi conto di persona dei problemi della scuola
attuale e delle tematiche che impegnano di più i docenti
in questo momento.
Questo in sintesi il lavoro svolto e dedicato a far conoscere
la scuola dell’infanzia, ma soprattutto ad avere una visione
ampia a partire da questo punto di osservazione privilegiato.
L’impostazione del tirocinio è cambiata nel corso
di questi anni, ben sette, ormai. Il numero degli studenti è
di molto aumentato e, aihmè, le risorse pian piano sono
diminuite. L’attività ha dovuto essere organizzata
per gruppi più numerosi e con componenti diversificate.
Sono sempre di più infatti, gli studenti che provengono
da altre lauree e che pensano realisticamente di trovare maggiori
occasioni di lavoro nella scuola piuttosto che in altri settori.
Il progetto di tirocinio è quindi diventato più
funzionale alla nuova situazione, ma ha saputo anche sfruttare
ulteriormente (in senso positivo) lei competenze che il gruppo
dei supervisori conteneva, articolandosi in un primo biennio osservativo
ed in un secondo biennio didattico.
Per quanto sembrino molte, soprattutto dal punto di vista degli
studenti, le quattrocento ore previste dall’organizzazione
del corso di laurea non sono quelle che bastano a far capire la
complessità dell’essere insegnante oggi.
Ora che sono passata ad un altro tipo di lavoro, spero di aver
saputo trasmettere ai miei studenti almeno la passione per i bambini,
per la scuola dell’infanzia in particolare, per quel viaggio
continuo che è la ricerca e che questo tipo di scuola in
particolare, ancora consente. Ancora una volta è l’emozione
che permette di entrare in contatto con se stessi e quindi di
imparare. Come dice Tiziano Terzani nelle sue ultime parole: “La
vera comprensione è quella che va al di là della
ragione e che si fonda sull’istinto, sul cuore. Questo cuore
noi ce lo siamo dimenticati”.
E’ non c’è nulla di più facile, soprattutto
nell’Accademia del Sapere.
(1) nel testo tra virgolette
(2) in: R. Carli, R.M. Paniccia, Psicologia della formazione,
ed. Il Mulino, BO, 1999, p. 149
(3) Temi affrontati nelle relazioni rivolte agli studenti del
I° anno sono stati: la professionalità docente, l'osservazione,
le immagini della scuola, di cui mi sono occupata io.
(4) E. Compagnoni (a cura di), Osservazione relazione e programmazione
nella scuola dell’infanzia, Nicola Milano ed., 1989
(5) la musica, il disegno, il movimento, le attività di
tipo non-verbale consentono di allentare il controllo messo in
atto dall’emisfero sinistro cui spettano tutte le funzioni
logiche ed analitiche. In questo modo possono emergere le funzioni
espressive, intuitive ed emozionali che possono essere così
gradualmente, anche se non completamente, portate alla coscienza
ed alla consapevolezza. Non solo: la funzione di supervisione
della corteccia, viene tacitata e può emergere la parte
emotiva governata dal sistema limbico. Lo stesso MacLean afferma:”…io
ho parlato (MacLean 1954) di potenziale “schizofisiologia”
dei sistemi limbico e neocorticale e ho ipotizzato che questa
situazione può spiegare in parte i conflitti fra ciò
che “sentiamo” affettivamente e ciò che “conosciamo”.”
(6) Per relazione tematica intendo un momento, all'interno
di una programmazione specifica, in cui ogni supervisore si occupava
di trattare un tema (da qui “tematica”) di rilevanza
scolastica che potesse, con un primo lancio teorico, diventare
poi oggetto di studio, approfondimento, esperienza all'interno
della scuola, e poi di successivo confronto in Università.
(7) non voglio dilungarmi in affermazioni che possono quasi apparire
scontate. Mi limito ad indicare alcuni degli autori a cui faccio
riferimento, senza assolutamente pretendere di essere esaustiva:
Bion, Bruner, Vygotskij, Pontecorvo C.
(8) Dall’anno scolastico 1997/98 insegno nella scuola elementare
(9) H. Hesse, Narciso e Boccadoro, Arnoldo Mondadori Editore,
collana “Oscar”, Milano, 1989
(10) op. cit.
Bibliografia
B. Edwards, Disegnare con la parte destra del cervello, Longanesi
ed., MI. 1988
C. Pontecorvo, A.M. Ajello, C. Zucchermaglio, Discutendo si impara,
Carrocci ed., Roma, 1999 VII
E. Boncinelli, Il cervello, la mente e l’anima., Mondadori
ed., MI, 1999
E. Compagnoni (a cura di), Osservazione relazione e programmazione
nella scuola dell’infanzia, Nicola Milano ed., 1989
O. Liverta Sempio (a cura di), Vygostkij, Piaget, Bruner. Concezioni
dello sviluppo, Raffaello Cortina ed., MI, 1998
P. D. MacLean, Evoluzione del cervello e comportamento umano,
Einaudi ed., TO, 1884
T. Terzani, La fine è il mio inizio, Longanesi ed., MI,
2006