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  » Quattro cose su Pinocchio ©®2000-2008 Tutti i diritti riservati Infantiae.Org™ s.r.l.

“Quattro cose” su Pinocchio

Raimonda M. Morani, IRRE Lazio

Lo leggo e lo rileggo perché è il nostro bambino nazionale, un ragazzaccio che ci piace contemplare, il miglior figlio unico che la fantasia nazionale abbia prodotto.
Non rileggo mai i romanzi ma Pinocchio lo ho letto molte volte ad alta voce, integralmente a bambini piccoli, a scuola e in famiglia. E’ bene che bambini siano veramente piccoli perché la cultura e l’immaginario collettivo ne sono talmente impregnati che l’interesse si consuma in fretta. Già in quinta elementare la televisone, i cartoni, le figurine, i videogiochi e i vari gadgets ne hanno inflazionato la storia e le immagini, ed in parte svuotato il contenuto. Ad esempio l’immagine del naso che si allunga dopo una bugia è profondamente radicata in noi. Sappiamo che è l’invenzione fantastica di una mente geniale, che è una sorta di archetipo nato dall’immaginazione, eppure il naso che si allunga dopo una bugia sembra un fatto vero, quasi assimilabile ad un fenomeno naturale, quale diventare rossi per la vergogna.
Il film (uno dei più brutti di Disney a mio parere), i cartonati e i libretti con la storia illustrata non devono arrivare al bambino prima della lettura del testo originale perché
altrimenti le immagini e le sequenze del film si sovrappongono alle immagini prodotte dopo la lettura. Si sa che la visione di un film prima della lettura del libro dal quale è stato tratto influenza e condiziona molto l’immaginazione di chi legge il romanzo. Ma in questo caso è proprio un peccato perché le immagini di Pinocchio sono speciali . Il burattino viene costruito, prende anima e alla fine, dopo la linguaccia, scappa, Pinocchio sul caldano che si brucia i piedi, i torsoli delle pere lasciati lì e poi mangiati avidamente, il pulcino che scappa vivo dall’uovo, il grillo spiaccicato sul muro, Pinocchio e Lucignolo che si scoprono le orecchie d’asino, il naso che cresce e gli uccelli che lo divorano, il portone della fata che resta chiuso nella notte, la capretta dal pelo azzurro…Queste immagini cresciute in ciascuno di noi i bambini dovrebbero costruirle in modo autonomo dopo la suggestione della lettura del testo senza incagliarsi nelle immagini preconfezionate di Disney. Se il film precede l’ascolto del libro la potenza evocativa delle immagini viene in parte bruciata.
Leggere Pinocchio ad un bambino è uno dei modi migliori per discutere con lui, per sondare, in modo indiretto, cosa pensi di sè e del mondo. E’ come se gettassimo un forte ponte con l’infanzia perché rivivendo emozioni della nostra entriamo facilmente in contatto con la sua in modo divertente.
Lo ho letto e lo ho riletto anche allo stesso bambino perché non è un libro qualunque:è un momento del processo d’inculturazione, è il libro dei libri, una delle fonti della nostra immaginazione e anche della nostra capacità di scrivere. Ci permette di provare gioia e pietà, di ridere e di essere tristi. E’ tale la varietà dei sentimenti e delle situazioni descritte che non resta fuori molto: dalla lettura di Pinocchio si esce placati e soddisfatti.
Se il mondo è abitato da volpi assassine e da gatti imbroglioni ci sono anche gli animali amici che rappresentano la parte buona del genere umano, i colombi che ci salvano attraverso il volo. Per ogni animale “nemico” ce n’è uno amico.
Per ogni pescecane divoratore c’è un tonno che ti salva portandoti a riva, per ogni cane imbroglione (Melampo) ce n’è un altro fedele (Alidoro). Per ogni animale saggio, noioso o petulante che incontri al mondo (il grillo parlante e la lumaca) Collodi te ne inventa un altro fresco e simpatico come il pulcino delizioso del quinto capitolo:

“Mille grazie, signor Pinocchio d’avermi risparmiato la fatica di rompere il guscio! Arrivedella, stia bene e tanti saluti a casa!”.


Leggiamo per avvicinare una varietà di situazioni reali ed esistenziali nelle quali riconoscerci. Ci piace vedere rappresentati noi stessi e gli altri, i lati solari e quelli oscuri. Un bell’intreccio, la varietà delle situazioni e dei tipi umani sono gli elementi del successo di un romanzo. Ma Pinocchio ci piace soprattutto perché ci permette di regredire in modo intelligente. Ci fa rivivere l’infanzia: la sua solitudine e la disperazione, la noia e l’avventura, la stizza e lo stupore. Ci piace perché è una delle forme più divertenti di regressioni che possiamo concederci da adulti, spesso giustificata dal fatto di leggerlo ad un figlio, ad un nipote, agli alunni.
Ma perché piace tanto ai bambini?
Perché Pinocchio è profondamente solo (come i figli unici di oggi); perché come l’eroe delle fiabe affronta antagonisti e difficoltà e, alla fine, vince; insomma piace perché costituisce ancora uno dei migliori modelli di identificazione che la nostra cultura possa fornire ai bambini.
E come può lo stesso romanzo piacere ad un bambino di quattro anni e a un adulto scanzonato di cinquanta?
Questa, si sa, è la caratteristica dei classici che sono fatti a strati: ciascuno recepisce quello che è in grado di capire ma tutti si divertono. E’ ovvio che l’ironia e l’amarezza che stanno sotto l’episodio di Pinocchio che è derubato delle monete d’oro e, per castigo, si busca quattro mesi di prigione non può essere percepita a sei anni. E neanche la polemica sulla cattiva qualità dei libri scolastici del ventisettesimo capitolo. Ma la disperazione di Pinocchio che si è bruciato i piedi o che fugge dagli assassini quella sì che la capiscono tutti.
Lo leggo e lo rileggo anche per capire come si deve scrivere, per evitare di tirar fuori dalla penna ( o dal computer!) cose troppo noiose. In Collodi la forma è più che mai contenuto; scrive come un bambino fa le capriole e scappa via, con la stessa agilità mentale con cui i ragazzini si arrampicano sugli alberi e spenzolano a testa in giù.
Pinocchio è seriale e ad episodi (è uscito a puntate sul Corriere dei Piccoli ), ha un ritmo narrativo stupendo, anche se non tutti gli episodi hanno la stessa potenza espressiva. I capitoli più belli, adorati dai piccolissimi, sono, secondo me, quelli iniziali nei quali il ritmo e la ricchezza fantastica raggiungono il massimo.
E’ una straordinaria scuola di scrittura che, forse, si potrebbe sfruttare di più nella scuola di base. Più che un “testo sacro” dovremmo considerarlo un qualcosa da usare e da ricalcare con libertà, di cui imitare il ritmo narrativo, le frasi corte, la ricchezza dei dialoghi, di cui riprendere il tono scanzonato e divertente, a cui aggiungere episodi inventati ( i testi episodici quali Marcovaldo o il signor Bonaventura sono particolarmente adatti a questo tipo di operazione).
Ciascuno ragazzo troverà gli aspetti del testo e il registro che meglio lo rispecchiano: nella storia accadono cose comiche (lo scambio di parrucche tra Geppetto e Mastro Ciliegia) cose che fanno ridere e che fanno pensare (la bocca di Pinocchio che, non ancora finita di fare, comincia subito a ridere e a canzonare Geppetto) e cose assolutamente tragiche (la morte di Lucignolo). Perché Pinocchio è un mondo in equilibrio che non idealizza né demonizza ma ci descrive proprio come siamo.

(Questo articolo è stato pubblicato su Valore scuola, n.13, 2002)

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