“Quattro cose” su Pinocchio
Raimonda M. Morani, IRRE Lazio
Lo leggo e lo rileggo perché è
il nostro bambino nazionale, un ragazzaccio che ci piace contemplare,
il miglior figlio unico che la fantasia nazionale abbia prodotto.
Non rileggo mai i romanzi ma Pinocchio lo ho letto molte volte
ad alta voce, integralmente a bambini piccoli, a scuola e in famiglia.
E’ bene che bambini siano veramente piccoli perché
la cultura e l’immaginario collettivo ne sono talmente impregnati
che l’interesse si consuma in fretta. Già in quinta
elementare la televisone, i cartoni, le figurine, i videogiochi
e i vari gadgets ne hanno inflazionato la storia e le immagini,
ed in parte svuotato il contenuto. Ad esempio l’immagine
del naso che si allunga dopo una bugia è profondamente
radicata in noi. Sappiamo che è l’invenzione fantastica
di una mente geniale, che è una sorta di archetipo nato
dall’immaginazione, eppure il naso che si allunga dopo una
bugia sembra un fatto vero, quasi assimilabile ad un fenomeno
naturale, quale diventare rossi per la vergogna.
Il film (uno dei più brutti di Disney a mio parere), i
cartonati e i libretti con la storia illustrata non devono arrivare
al bambino prima della lettura del testo originale perché
altrimenti le immagini e le sequenze del film si sovrappongono
alle immagini prodotte dopo la lettura. Si sa che la visione di
un film prima della lettura del libro dal quale è stato
tratto influenza e condiziona molto l’immaginazione di chi
legge il romanzo. Ma in questo caso è proprio un peccato
perché le immagini di Pinocchio sono speciali . Il burattino
viene costruito, prende anima e alla fine, dopo la linguaccia,
scappa, Pinocchio sul caldano che si brucia i piedi, i torsoli
delle pere lasciati lì e poi mangiati avidamente, il pulcino
che scappa vivo dall’uovo, il grillo spiaccicato sul muro,
Pinocchio e Lucignolo che si scoprono le orecchie d’asino,
il naso che cresce e gli uccelli che lo divorano, il portone della
fata che resta chiuso nella notte, la capretta dal pelo azzurro…Queste
immagini cresciute in ciascuno di noi i bambini dovrebbero costruirle
in modo autonomo dopo la suggestione della lettura del testo senza
incagliarsi nelle immagini preconfezionate di Disney. Se il film
precede l’ascolto del libro la potenza evocativa delle immagini
viene in parte bruciata.
Leggere Pinocchio ad un bambino è uno dei modi migliori
per discutere con lui, per sondare, in modo indiretto, cosa pensi
di sè e del mondo. E’ come se gettassimo un forte
ponte con l’infanzia perché rivivendo emozioni della
nostra entriamo facilmente in contatto con la sua in modo divertente.
Lo ho letto e lo ho riletto anche allo stesso bambino perché
non è un libro qualunque:è un momento del processo
d’inculturazione, è il libro dei libri, una delle
fonti della nostra immaginazione e anche della nostra capacità
di scrivere. Ci permette di provare gioia e pietà, di ridere
e di essere tristi. E’ tale la varietà dei sentimenti
e delle situazioni descritte che non resta fuori molto: dalla
lettura di Pinocchio si esce placati e soddisfatti.
Se il mondo è abitato da volpi assassine e da gatti imbroglioni
ci sono anche gli animali amici che rappresentano la parte buona
del genere umano, i colombi che ci salvano attraverso il volo.
Per ogni animale “nemico” ce n’è uno
amico.
Per ogni pescecane divoratore c’è un tonno che ti
salva portandoti a riva, per ogni cane imbroglione (Melampo) ce
n’è un altro fedele (Alidoro). Per ogni animale saggio,
noioso o petulante che incontri al mondo (il grillo parlante e
la lumaca) Collodi te ne inventa un altro fresco e simpatico come
il pulcino delizioso del quinto capitolo:
“Mille grazie, signor Pinocchio d’avermi
risparmiato la fatica di rompere il guscio! Arrivedella, stia
bene e tanti saluti a casa!”.
Leggiamo per avvicinare una varietà di situazioni reali
ed esistenziali nelle quali riconoscerci. Ci piace vedere rappresentati
noi stessi e gli altri, i lati solari e quelli oscuri. Un bell’intreccio,
la varietà delle situazioni e dei tipi umani sono gli elementi
del successo di un romanzo. Ma Pinocchio ci piace soprattutto
perché ci permette di regredire in modo intelligente. Ci
fa rivivere l’infanzia: la sua solitudine e la disperazione,
la noia e l’avventura, la stizza e lo stupore. Ci piace
perché è una delle forme più divertenti di
regressioni che possiamo concederci da adulti, spesso giustificata
dal fatto di leggerlo ad un figlio, ad un nipote, agli alunni.
Ma perché piace tanto ai bambini?
Perché Pinocchio è profondamente solo (come i figli
unici di oggi); perché come l’eroe delle fiabe affronta
antagonisti e difficoltà e, alla fine, vince; insomma piace
perché costituisce ancora uno dei migliori modelli di identificazione
che la nostra cultura possa fornire ai bambini.
E come può lo stesso romanzo piacere ad un bambino di quattro
anni e a un adulto scanzonato di cinquanta?
Questa, si sa, è la caratteristica dei classici che sono
fatti a strati: ciascuno recepisce quello che è in grado
di capire ma tutti si divertono. E’ ovvio che l’ironia
e l’amarezza che stanno sotto l’episodio di Pinocchio
che è derubato delle monete d’oro e, per castigo,
si busca quattro mesi di prigione non può essere percepita
a sei anni. E neanche la polemica sulla cattiva qualità
dei libri scolastici del ventisettesimo capitolo. Ma la disperazione
di Pinocchio che si è bruciato i piedi o che fugge dagli
assassini quella sì che la capiscono tutti.
Lo leggo e lo rileggo anche per capire come si deve scrivere,
per evitare di tirar fuori dalla penna ( o dal computer!) cose
troppo noiose. In Collodi la forma è più che mai
contenuto; scrive come un bambino fa le capriole e scappa via,
con la stessa agilità mentale con cui i ragazzini si arrampicano
sugli alberi e spenzolano a testa in giù.
Pinocchio è seriale e ad episodi (è uscito a puntate
sul Corriere dei Piccoli ), ha un ritmo narrativo stupendo, anche
se non tutti gli episodi hanno la stessa potenza espressiva. I
capitoli più belli, adorati dai piccolissimi, sono, secondo
me, quelli iniziali nei quali il ritmo e la ricchezza fantastica
raggiungono il massimo.
E’ una straordinaria scuola di scrittura che, forse, si
potrebbe sfruttare di più nella scuola di base. Più
che un “testo sacro” dovremmo considerarlo un qualcosa
da usare e da ricalcare con libertà, di cui imitare il
ritmo narrativo, le frasi corte, la ricchezza dei dialoghi, di
cui riprendere il tono scanzonato e divertente, a cui aggiungere
episodi inventati ( i testi episodici quali Marcovaldo o il signor
Bonaventura sono particolarmente adatti a questo tipo di operazione).
Ciascuno ragazzo troverà gli aspetti del testo e il registro
che meglio lo rispecchiano: nella storia accadono cose comiche
(lo scambio di parrucche tra Geppetto e Mastro Ciliegia) cose
che fanno ridere e che fanno pensare (la bocca di Pinocchio che,
non ancora finita di fare, comincia subito a ridere e a canzonare
Geppetto) e cose assolutamente tragiche (la morte di Lucignolo).
Perché Pinocchio è un mondo in equilibrio che non
idealizza né demonizza ma ci descrive proprio come siamo.
(Questo articolo è stato pubblicato su
Valore scuola, n.13, 2002)
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"Suono o Sono? - Un compito di consapevolezza fonologica"
- (Cd-rom + guida pp.24)
- di Margherita Orsolini, Sara Capriolo, Angela Santese
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