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  » Sezione Speciale - "Tirocinio" ©®2000-2008 Tutti i diritti riservati Infantiae.Org™ s.r.l.

» Le teorie - Sezione Speciale - "Tirocinio"

Il modello teorico del tirocinio dell’Università di Urbino (I)

Rita Croci, Paola Massaro, Monica Micheli, Mirca Montanari – Università di Urbino

Queste riflessioni rappresentano un tentativo di sistematizzare le scelte del Gruppo Supervisori dell’Università di Urbino, dichiarando i riferimenti di esperienza e teorici.

In questa presentazione si intrecceranno, speriamo in modo abbastanza chiaro, più aspetti e problemi, a noi preme in particolare far emergere le caratteristiche del progetto di tirocinio e parallelamente come in maniera via, via più completa, siano stati definiti la funzione e il ruolo del tutor. I due aspetti, infatti, hanno proceduto assieme, senza poter contare su una tradizione culturale. La figura del tutor in altri paesi, ricordiamo fra tutti quelli di area anglosassone, è invece una istituzione oramai consolidata. Da noi il tutor era al contrario ancora una figura sfocata.

Un gruppo di maestri, provenienti da diverse zone della regione, “viene dato in prestito” all’Università di Urbino per attivare il Tirocinio. Un insieme di persone che per costituirsi gruppo ha cominciato a confrontarsi, mettendo in gioco le biografie personali e professionali. Ognuno di noi non aveva potuto contare su una formazione iniziale e riconosceva come problema aperto, la formazione permanente / in servizio. Come spesso accade nelle nuove imprese era piuttosto chiaro cosa non intendevamo fare: ridurre il Tirocinio ad un turismo didattico, con il transito degli studenti in gruppo dentro le classi, nel ruolo di pubblico. Complesso era costruire qualcosa che fosse davvero formativo per gli studenti, ma ugualmente arricchente per le scuole/le classi/le sezioni che li avrebbero accolti.
Ciascuno ha costruito la sua identità professionale nel corso del tempo, a partire dall’esperienza diretta sul campo, da relazioni di scambio e di aiuto direttamente con colleghi nell’ambiente di lavoro, ma anche dalla casualità di alcuni incontri con dei “buoni maestri” che abbiamo conosciuto sui libri o, più raramente, personalmente. In primo luogo i riferimenti vanno ai pensatori della scuola attiva (C. Freinet, J. Dewey, M.Montessori o ricercatori e scienziati come S. Freud e J. Piaget), accanto a maestri più vicini a noi geograficamente (Don Lorenzo Milani, Mario Lodi, Margherita Zoebeli, Alberto Manzi, Gianni Rodari, Bruno Ciari).
Quello che ci interessava era riconoscere i debiti verso chi è stato citato, ma anche a tutto il movimento che, dalle loro sollecitazioni, ha preso avvio, dentro la scuola reale, quotidiana. I punti di convergenza, i passaggi significativi alla base della biografia di gruppo si possono sinteticamente riconnettere ai cambiamenti che hanno attraversato e fatto evolvere qualitativamente la scuola dell’infanzia ed elementare e che hanno trovato risposte legislative
puntuali nel corso degli ultimi trent’anni. Li accenniamo brevemente:
· i DPR. 416-417 del 1974, che hanno introdotto rispettivamente gli organi di gestione democratica della scuola e riconosciuto l’importanza della sperimentazione educativo-didattica;
· l’istituzione del tempo pieno prima e dei moduli poi, che ha affermato una diversa organizzazione del lavoro e il confronto nel team;
· la legge 517 del 1977 sull’integrazione dei bambini in situazione di handicap, che ha posto alcune questioni di fondo sulla revisione dei curricoli scolastici;
· l’introduzione dei Nuovi Orientamenti nella Scuola dell’Infanzia, che ha riconosciuto l’imprenscindibile valore formativo di questo ordine di scuola;
· la nascita degli Istituti Comprensivi, che ha “obbligato” ad una riflessione sulla scuola di base e sulla continuità da un ordine scolastico all’altro;
· per ultimo l’inserimento degli alunni provenienti da paesi stranieri che richiede un approccio interculturale.
·
Sono eventi che ci hanno fatto riflettere sul nostro ruolo di insegnanti, ci hanno portato a modificarlo e a rinnovarlo. Per questa “avventura” abbiamo contato sull’esperienza che è diventata negli anni il patrimonio culturale e politico (inteso questo termine nella sua accezione etimologica) della scuola di base; sulle nostre esperienze e storie individuali, ma anche sull’esperienza in azione degli insegnanti accoglienti, che gli studenti avrebbero avvicinato ed osservato.
In classe, come maestri, cerchiamo di creare /organizzare occasioni, situazioni significative per garantire la crescita dei bambini; facciamo in modo che per i soggetti coinvolti “l’incontro con la cultura e i saperi non si riduca solo a prestazioni scolastiche astratte e lontane dalla realtà, ma costituisca invece un’esperienza arricchente. La scuola conferma la sua identità e le sue funzioni specifiche nella misura in cui favorisce il passaggio dall’esperienza vissuta alla simbolizzazione, come capacità di rivivere l’esperienza stessa sotto il profilo culturale.....”. (!)
In qualità di tutor avremmo dovuto garantire per gli studenti situazioni di formazione interessanti, esperienze qualitativamente dense di senso: ecco il primo passo fuori dall’indistinto della nostra funzione. Era chiaro sin da questa fase che tutor e tutore non sono sinonimi.
A questo punto della riflessione è utile fermarsi sulla parola – chiave, ESPERIENZA, che in questo contesto richiede specificazioni, perché non va semplicemente intesa nella sua accezione quotidiana. Ci riferiamo in particolare a due autori; il primo è stato determinante per la creazione di quel patrimonio culturale, di filosofia dell’educazione citato, ed è J. Dewey; il secondo appartiene ed opera nell’ambito della sociologia, P. Jedlowsky. Due linguaggi diversi per affermare la valenza conoscitiva e formativa dell’esperienza.
Jedlowsky, partendo dall’etimologia della parola- ex- per -ire = attraversare/procedere- ha sottolineato come l’esperienza sia un processo. Ad essa va attribuita una doppia accezione: patrimonio di realtà e conoscenze che abbiamo, ma anche percorso, una sorta di “viaggio” che facciamo. Ciò che abbiamo attraversato ci trasforma e si sedimenta come un patrimonio che ci orienta in futuro.
La teoria dell’esperienza di Dewey si è rivelata più che mai attuale e pertinente anche al nuovo contesto operativo, quello del tirocinio. L’autore ha specificato che ogni educazione autentica e ogni formazione autentica, aggiungiamo noi, proviene dall’esperienza, ma non tutte le esperienze sono genuine e parimenti formative. E’ evidente, e sperimentato da tutti, che si vivono anche esperienze negative. Sono educative le esperienze che sono in grado di svilupparne altre, future. Ogni esperienza in virtù del principio del “continuum sperimentale” dovrebbe preparare l’individuo alle esperienze che verranno dopo. Infatti l’esperienza attuale è il frutto di quelle che l’hanno preceduta, è alimentata da fonti esterne, ma è anche la ri-costruzione da parte di chi la vive e la agisce in un dato tempo e momento dell’esistenza. Esiste in ogni esperienza, da parte del soggetto un elemento attivo che cambia in una certa misura le condizioni oggettive esterne, è un gioco fra due fattori: le condizioni oggettive e le condizioni interne, vale a dire i bisogni, i desideri, i propositi e le capacità personali.
Ogni uomo vive la propria esistenza, dalla nascita alla morte, in un mondo di persone e di cose che in larga misura è frutto di un trasmissione culturale sedimentata. Affermare che le persone vivono in “un mondo”, concretamente vuol dire che i soggetti vivono in una serie di situazioni. “In” significa che è in corso “un’interazione”,altro principio costitutivo della teoria dell’esperienza di Dewey- fra un individuo e/o oggetti e persone. La situazione e l’interazione non si possono concepire l’una scissa dall’altra. I due principi della Continuità e dell’Interazione non sono separati l’uno dall’altro: essi sono, per così dire, gli oggetti longitudinale e laterale dell’esperienza, ne rappresentano la dimensione diacronica e sincronica.
Esiste un collegamento organico fra esperienza personale ed educazione: responsabilità dell’educatore è promuovere delle esperienze di valore attraverso la scelta e l’organizzazione delle condizioni oggettive, unitamente alla comprensione dei bisogni e delle attitudini degli individui.
Riportato al nostro contesto di progettazione, ciò significa che abbiamo costruito la proposta di tirocinio cercando di garantire le due condizioni necessarie per Dewey a dare qualità all’esperienza degli studenti: il continuum sperimentale e l’interazione. Ogni studente vive la sua esperienza in una realtà istituzionale data (la scuola in cui viene accolto), sintesi di un processo storico, generato dal lavoro, dalle idee, dalle riflessioni dei soggetti coinvolti, nonché dalle trasformazioni legislative e organizzative; ma d’altra parte ri-costruisce quella realtà attraverso la sua soggettività (interazione). Operativamente ciò significa che ciascuno studente viene messo in condizione di seguire un percorso individuale e personalizzato.
Le riflessioni di partenza centrate sulle nostre biografie professionali e sulla “cultura della scuola ci hanno condotto, inevitabilmente, ad alcune domande:
COME POSSIAMO AVVIARE ALLA PROFESSIONE INSEGNANTE DEI RAGAZZI, DELLE RAGAZZE?
QUAL E’ LA SPECIFICITA’ DELLA FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI?
QUAL E’ LA SPECIFICITA’ DELL’ESPERIENZA DA COSTRUIRE?

Il mestiere dell’insegnante si esplica sostanzialmente in una serie abbastanza ampia di relazioni, dove possiamo collocare al primo posto le relazioni con il gruppo di allievi, ma assumono altrettanto peso gli scambi con la famiglia, con i colleghi, con i superiori. Sarebbe opportuno considerare l’importanza dell’intreccio di queste relazioni in una prospettiva di collegamento e non considerarle in modo a se stante e indipendenti. Procedendo per semplificazioni e pensando solo all’ambito più evidente di questo intreccio abbiamo un insieme di individui, allievi e insegnanti, in un dato tempo e in un dato luogo: la classe.Possiamo individuare due aspetti costitutivi della relazione insegnante-allievo nella classe: l’immediatezza e la durata.
La relazione educativa si svolge in un contesto che, pur essendo strutturato - ruoli, spazi, tempi, regole implicite ed esplicite - contiene molti aspetti di imprevedibilità: il qui ed ora si rivela, talvolta, come imprevisto e porta a dare risposte e trovare soluzioni immediate.
D’altra parte l’elemento della durata (il rapporto con gli allievi ha una durata lunga dai 3 a 5 anni, moltiplicato da una presenza giornaliera di 4 o 5 ore) è ciò che recupera la precarietà e la superficialità estemporanea di alcune risposte, dando appunto stabilità e sicurezza nel tempo al rapporto educativo.
Anche da una prima osservazione empirica possiamo evidenziare che una buona parte del lavoro di un insegnante è abitudinario e di routine, fatto dal ripetersi di gesti, azioni e comportamenti, che sembrano più legati ad una disposizione spontanea dell’agire. Quest’aspetto aiuta a svolgere questa professione con un certo senso di sicurezza e di economicità, non dovendo ad ogni incontro predisporre tutti i dispositivi di controllo per una relazione. Ciò non è in contraddizione con la grande valenza che va riconosciuta all’imprevisto, inteso come avvenimento non ipotizzato, nella nostra pratica quotidiana. L’imprevisto non va colto come qualcosa che disturba il nostro intervento, ma piuttosto va accettato, lo spiazzamento che esso provoca come risorsa per attivare un percorso nuovo, alternativo.
La capacità, per un insegnante, di acquisire un comportamento spontaneo “buono” è strettamente collegata alla capacità di riflettere e ri-pensare costantemente alla propria esperienza. La conoscenza esperienziale è un tipo di conoscenza che nasce dalla vita quotidiana e introduce degli interrogativi fra il fare quotidiano e il ruolo che si riveste; accumula “elementi” in ordine ad un obiettivo scelto, che si coltiva. Questo discernimento si realizza attraverso la consapevolezza ed è ciò che da sicurezza alla cosiddetta spontaneità.
Necessariamente la conoscenza esperienziale è legata al contesto e l’adeguatezza in campo educativo è data dall’orientamento di senso. “ Ogni insegnante, quando lavora, delinea un modello d’uso della sua professione, concretizza cioè (nel concatenarsi dei suoi gesti in una maniera del tutto originale) le informazioni che possiede e le aspettative che raccoglie circa il modo di svolgere il suo mestiere. (….) E’ un modello d’uso originale, diverso da quello descritto e proposto nelle sedi di formazione e da quello dei colleghi. Gli insegnanti nella scuola sono quindi possessori di una parte di conoscenza che è solo loro, e a cui non si può accedere che attraverso loro.” (2)
Da queste consapevolezze deriva la centralità attribuita alla figura dell’insegnante accogliente dentro il progetto di tirocinio.

(*) Docenti supervisori del Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria - Università di Urbino. Il saggio è stato progettato, discusso e realizzato congiuntamente dagli autori ed è da attribuire loro in parti uguali.

(1) NERI S., (1/12/2000) , Un curricolo continuo e articolato, editoriale, da “ l’Educatore” n.7, Milano, Fabbri Editore.
(2) CAVANA L., (1987), La competenza grezza degli insegnanti, tratto da “Scuola Città” , Firenze, La Nuova Italia, n. 5 /6 giugno, pag. 219.

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Tratto da Maria Chiara Michelini, (a cura di) L'apprendista insegnante, Quatroventi, Urbino 2003

Indice "Teorie"
Indice generale "Tirocinio"

   

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"DAP - Discorso e apprendimento"
-
(Cd-rom + guida pp.48) - Progetto interuniversitario
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