"Capire e spiegare i testi"
Presentazione
di Margherita Orsolini e Cristina Maronato
Il titolo di questa parte della sezione è piuttosto ambizioso: come è
possibile aiutare i bambini non solo a comprendere i testi scritti,
ma anche a trarne piacere? Che tra le due finalità ci sia
uno stretto rapporto ce lo dicono non solo Pennac e Barthes, ma
anche il nostro buon senso. E’ impossibile trarre piacere
da un’attività che ci lascia sempre con la sensazione
del non capire. Ma è anche difficile capire pienamente
qualcosa che stiamo facendo solo perché lo dobbiamo fare.
Il nostro ispiratore Pennac ricorda: “Il verbo leggere non
sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni
altri verbi: il verbo “amare”... il verbo “sognare”...
Naturalmente si puo’ sempre provare. Dai, forza: “Amami!”
“Sogna!” “Leggi!” “Sali in camera
tua e leggi”
Risultato? Niente. Si e’ addormentato sul libro
Anche “apprendere” non sopporta l’imperativo,
cosi’ come “giocare”.
“Apprendi!” “Gioca!”. Se non ci va di
giocare non riusciamo a giocare.
Cosi’ apprendiamo veramente qualcosa non quando ubbidiamo
alle richieste di qualcuno (“Vai al corso di aggiornamento!”),
ma quando dentro di noi si risveglia la curiosita’ e l’interesse
per quello che stiamo facendo.
In questa parte della sezione proporremo riflessioni sul capire
i testi, e riporteremo esperienze di insegnanti che stanno tentando
di lavorare sui testi promuovendo una ricerca di spiegazioni.
Osservare il “capire”
Un filosofo che ha cambiato il nostro modo di riflettere
sul linguaggio, L. Wittgenstein, si chiede che cosa significhi
capire una parola. Ad esempio, che succede quando capiamo la parola
“maestoso”? Siamo tentati di rispondere che questa
parola ci fa venire in mente un certo tipo di immagine, diversa
da quella della parola “superbo” o della parola “grande”.
Così decidiamo di usare una tecnica per sapere se la parola
è stata capita da un bambino: proponiamo le immagini di
tre paesaggi e chiediamo al bambino di scegliere quella che può
essere descritta dalla parola “maestoso”. Se sceglierà
l’immagine di una montagna imponente piuttosto che quella
di una dolce collinetta, diremo che ha capito. Ma Wittgenstein
ci fa notare che in questo modo noi abbiamo spostato il problema
del “capire”: abbiamo pensato ad una particolare applicazione
della parola “maestoso” (descrivere un paesaggio)
e abbiamo verificato se il bambino conosca quest’applicazione.
Lo spostamento del problema può essere una buona partenza
per cercare una soluzione. Ma pensare ad una sola possibile applicazione
della parola non è invece una buona idea.
Le parole hanno un insieme di significati, e ognuno ha applicazioni
e usi diversi. Per sapere se un bambino comprende una certa parola,
dovremmo quindi chiederci quali usi conosce, in quali contesti
riesce ad applicare la parola. Capire è molto imparentato
col “padroneggiare” alcune tecniche. Appunto, tecniche
di impiego della parola.
Le parole non sono descrizioni di ciò che succede nella
nostra mente. Non sono fotografie di ciò che vediamo o
di ciò che ricordiamo. E del resto, anche molte vere descrizioni
(una carta stradale, un disegno architettonico) non si limitano
a raffigurare la realtà, sono rappresentazioni che “fanno
fare” qualche cosa a chi le guarda.
Diamo la parola a Wittgnestein: “Ciò che chiamiamo
“descrizioni” sono strumenti per impieghi particolari.
Pensa, a questo proposito, al disegno di una macchina, a una sezione,
o a un piano prospettico che un meccanico ha davanti a sé.
C’è qualcosa di fuorviante nel pensare a una descrizione
come a un quadro verbale dei fatti: forse si pensa soltanto ai
quadri appesi alle nostre pareti, che sembrano semplicemente riprodurre
una cosa così come appare, com’è fatta”
(Wittgenstein, 1956; oss.291). I disegni non sempre servono per
illustrare qualcosa. Spesso servono per mostrare a una persona
come deve costruire un certo oggetto, o come può arrivare
in un certo luogo (carte stradali). Dunque sono strumenti per
attività che hanno scopi diversi dal ricreare la realtà
con un’immagine.
La riflessione di Wittgenstein può orientare la nostra
riflessione sul capire le storie. Anche in questo caso, iniziamo
cercando una tecnica per conoscere che cosa un bambino abbia capito
di una storia. Possiamo decidere che la storia è stata
capita se il bambino sa ricostruire la sequenza dei fatti narrati.
Per esempio, sa identificare le immagini che illustrano questi
fatti e sa ordinarle rispettando la sequenza narrativa. Questa
procedura mette in primo piano la capacità del bambino
di ricordare eventi secondo “un prima e un dopo”.
Come abbiamo già osservato per la comprensione delle parole,
questa tecnica di verifica lascia in ombra aspetti piuttosto cruciali
del capire una storia. Ad esempio, ci fa perdere di vista che
nei testi narrativi i fatti sono narrati secondo una particolare
“prospettiva”, volendo creare nel lettore o ascoltatore
una certa impressione o un giudizio. Se pensiamo alle “tecniche
di impiego” delle storie, ci accorgiamo che la descrizione
di una sequenza di fatti è uno strumento per azioni comunicative
più complesse, come anticipare il carattere di un personaggio,
o presentare un evento creando una suspense.
Di Ulisse, sappiamo fin dai primi versi, “che tanto vago’,
dopo che distrusse la rocca sacra di Troia: di molti uomini vide
le città’ e conobbe i pensieri, molti dolori pati’
sul mare nell’animo suo....E quando il tempo arrivo’,
col volger degli anni, nel quale gli dei stabilirono che a casa
tornasse, ad Itaca, neanche allora fu salvo da lotte persino tra
i suoi”. Da questa premessa possiamo capire che si parlerà
di guerra, di mare, di ritorno a casa. Tuttavia, la funzione di
questa parte del testo non è descrivere eventi, ma presentare
un personaggio: Ulisse come uomo coraggioso, saggio, che vive
dentro un destino tracciato dagli dei.
Capire una storia significa non solo comprendere i fatti che narra,
ma cogliere di quei fatti anche un punto di vista: una valutazione
(saggio, coraggioso), un’ironia, un umorismo, un insegnamento.
Per ognuno di questi aspetti potremmo pensare a procedure con
cui osservare che cosa i bambini abbiano compreso. Se un bambino
scuote la testa dopo che il gatto e la volpe propongono a Pinocchio
di seminare le monete d’oro... Se sorride ironicamente quando
il principe infila la scarpina nel piedone della sorellastra di
Cenerentola… Se si commuove alle parole che la volpe dice
al Piccolo Principe “Tu diventi responsabile per sempre
di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua
rosa”. L’elenco di procedure “indirette”
con cui potremmo assistere alla comprensione di un testo narrativo
è interminabile.
Capire e spiegare
Una procedura più diretta con cui possiamo osservare il
“capire” un testo è chiedere a qualcuno di
spiegarlo. Nello spiegare, il testo non viene semplicemente “capito”,
ma fatto oggetto di una riflessione e un pensiero consapevoli.
Spiegare una storia, dal punto di vista cognitivo, significa ricostruire
una catena causale delle azioni e degli eventi narrati. Questa
complessa elaborazione non è fondata soltanto su operazioni
di tipo logico-causale, come riteneva Piaget; si avvale anche
di conoscenze linguistiche e, soprattutto, di conoscenze sul mondo.
Le conoscenze che già possediamo intorno alla situazione
descritta in un testo ci permettono di capire che alcune azioni
sono la conseguenza di altre, o sono mezzi per raggiungere un
certo scopo.
Anche per ricostruire una catena causale che colleghi le diverse
parti del testo narrativo non ci basta però stabilire dei
nessi causali tra gli eventi narrati. E’ necessario stabilire
dei nessi anche tra le parole con cui i personaggi (o il narratore)
ci presentano o commentano un fatto, e alcuni eventi precedentemente
descritti. Per capire la prospettiva con cui il narratore descrive
o commenta un fatto ci avvaliamo spesso di inferenze, costruendo
un “ponte” (Lumbelli, 1996; 2001) tra quello che il
narratore-personaggio ci dice (es. “tu sei responsabile
della tua rosa”) e gli eventi che permettono di interpretare
questo dire.
Spiegare è anche un’attività discorsiva in
cui applichiamo all’interno della nostra mente quelle strategie
che abbiamo appreso attraverso l’interazione con altri.
Spiegare, in questo senso, significa prendere coscienza di un
problema, pensare a un’ipotesi per risolverlo, considerare
i dati su cui quest’ipotesi si appoggia. Così, spiegare
un testo può diventare un processo di interpretazione che
dura nel tempo, con cui ritorniamo al testo (Olson, 1991/1995),
avvalendoci anche del confronto con le interpretazioni di altre
persone.
In conclusione, l’attività di spiegare è una
particolare applicazione del “capire”. Osservando
come i bambini spiegano un testo possiamo vedere come ragionino
intorno ai fatti narrati, come li colleghino in termini di causa
e di effetto, di motivi e di azioni; come colgano quello che il
testo suggerisce senza dire esplicitamente. Se adottiamo questa
procedura, troveremo un modo per verificare un aspetto importante
della comprensione: la consapevolezza di non aver capito. Quando
saranno i bambini a chiederci di spiegare ciò che in un
testo è per loro oscuro, sapremo che la loro mente è
impegnata a comprendere, e che del comprendere stanno già
sperimentando un ritmo: il suo “soffermarsi”, il suo
non cercare soluzioni ovvie e immediate.
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Prodotto editoriale di riferimento
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» Titolo
"Suono o Sono? - Un compito di consapevolezza fonologica"
- (Cd-rom + guida pp.24)
- di Margherita Orsolini, Sara Capriolo, Angela Santese
- Facoltà di Psicologia 2, Università "La
Sapienza" Roma
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