» INDAGINE ESPLORATIVA SUGLI INTERVENTI INTERCULTURALI
NEGLI ASILI NIDO E NELLE SCUOLE DELL’INFANZIA DELLA CITTA’
DI TORINO - Documento di sintesi
L'indagine è frutto di un gruppo di lavoro ed
è stata curata da Santo Balistreri, Battista Q.Borghi,
Gabriella Celentano, Marica Marcellino, Rinaldo Orsolani, Umbertina
Tomaselli, Nicoletta Vigliani, del Comune di Torino -
SECONDA PARTE
5. STRATEGIE EDUCATIVE E PRATICHE DIDATTICHE
(ovvero l’intercultura da discorso di adulti ad azione con
i bambini)
Fin qui il questionario affrontava il tema dell’intercultura
essenzialmente come faccenda fra adulti: enunciazione programmatica
nel POF, formazione degli educatori, strategie e modalità
di comunicazione scuola-famiglia, partecipazione e occasioni di
confronto fra modelli culturali diversi.
Con la quinta domanda si entra più direttamente nel campo
delle pratiche educative, a partire dall’aspetto preliminare,
costituito dal contesto ambientale e dai materiali/strumenti che
lo costituiscono.
I materiali
Si chiede infatti se nella scuola siano presenti “oggetti,
materiali, immagini che danno visibilità ad altre culture
ed infanzie”: lo sono in oltre l’80% dei nidi
ed il 66% delle scuole dell’infanzia.
PRESENZA DI MATERIALI |
NIDI |
SCUOLE |
| SI |
80,5% |
66,5% |
| NO |
19,5% |
33,5% |
È interessante soffermarsi sulla tipologia dei materiali
citati. L’elenco seguente li mette in ordine da quelli che
risultano maggiormente utilizzati a quelli che, pur presenti,
lo sono però in misura minore.
1. LIBRI e RIVISTE
2. CARTELLONI
3. BAMBOLE e GIOCATTOLI
4. MATERIALE MUSICALE
5. FOTOGRAFIE e DIAPOSITIVE
6. TESSUTI e ABBIGLIAMENTO
7. VIDEO
8. MATERIALE GEOGRAFICO (solo scuole) |
La parte del leone, come si vede, la fanno libri, riviste e cartelloni,
vale a dire strumenti essenzialmente linguistici (a riprova di
come ancora sia questa la chiave in cui si gioca, per buona parte,
la partita interculturale). Il materiale legato alla musica (linguaggio
universale per eccellenza) arriva solo quarto e più in
generale, ben 6 su 8 dei materiali citati appartengono alla categoria
degli strumenti audio-visivi (del resto, non è la nostra
essenzialmente una cultura dell’occhio? e la domanda stessa
non parlava di “visibilità” da dare
alle altre culture?)
La valorizzazione della lingua d’origine
Censiti in qualche modo gli strumenti e i materiali, l’indagine
si volgeva alle pratiche, per chiedere a nidi e scuole se e come
nelle loro attività venga valorizzata la lingua di origine
di ciascun bambino.
Hanno risposto affermativamente circa un terzo dei nidi e oltre
la metà delle scuole.
Nello specificare attraverso quali modalità sia realizzata
questa valorizzazione, le risposte sono state varie e articolate,
andando a costituire una sorta di repertorio di attività
e di pratiche didattiche:
dalla letture in lingua da parte delle mamme straniere, alla ricerca
su danze, favole e modi di dire, dal calendario tradotto nelle
varie lingue alla registrazione di nomi e parole dalla voce dei
genitori.
| Comunicazione e messaggi in varie lingue |
5 NIDI (10,6 %) |
23 SCUOLE (27 %) |
| Storie, tradizioni, racconti, filastrocche, canzoni
|
9 NIDI (19%) |
10 SCUOLE (11,8%) |
| Attività di sostegno al bilinguismo e allo
sviluppo della lingua d’origine |
0 NIDI |
5 SCUOLE (5,9 %) |
| Attività dell’insegnante di lingua
straniera |
0 NIDI |
4 SCUOLE (4,70 %) |
Ancora una volta si registra la grande importanza della collaborazione
con le famiglie (una vera risorsa, se intelligentemente valorizzata),
mentre pare poco sfruttata l’opportunità costituita,
in materia di educazione interculturale, dalle insegnanti cosiddette
“bilinguiste”.
Una notazione a parte meritano, sul fronte opposto, le motivazioni
di quanti hanno risposto di non prevedere una valorizzazione delle
lingue di origine: “i bimbi parlano bene l'italiano”,
“le famiglie vogliono che usino la nostra lingua”.
Sono argomenti diffusi, che rivelano quanto sia ancora prevalente
un approccio “strumentale” alla lingua, vista soprattutto
come mezzo per la comunicazione, di contro ad un concezione per
così dire “culturale”, che ne privilegia l’aspetto
espressivo e la vede come portatrice di un universo di senso e
di significati altrimenti inaccessibile.
Le attivita’ad indirizzo interculturale
Le domande numero 7 e 8 del questionario chiedevano rispettivamente
se fossero in corso nel nido o nella scuola attività ad
indirizzo interculturale e se fosse disponibile una documentazione
che ne illustrasse modalità e contenuti.
| NIDI |
SCUOLE |
Attività in corso 12 (25%) |
Attività in corso 36 (42,3%) |
| Di cui documentazione disponibile 6 |
Di cui con documentazione disponibile 30 |
| Nessuna attività interculturale in corso 36 (75%) |
Nessuna attività interculturale in corso 49 (57,6%) |
Può essere interessante incrociare questo dato con quello
relativo alla presenza dell’intercultura nel POF, per verificare
quello che potremmo definire lo scarto fra il “dire”
e il “fare”. Ebbene se le scuole che citavano
l’intercultura nel loro POF erano il 47% ed i Nidi il 30%,
ora possiamo verificare che questo scarto al momento di rispondere
al questionario non è superiore al 5%.
Ma quali sono state le attività citate da educatrici ed
insegnanti? Sostanzialmente, a parte i progetti speciali (Sul
Tappeto Volante, Polo Educativo Porta Palazzo, Progetto Infanzia
di Capo Verde), si è trattato di attività definite
di “laboratorio”, segno forse che l’intercultura
si pone ancora come aspetto particolare, come momento a sé
nel percorso didattico, più che caratterizzarsi come atteggiamento
trasversale, giunto in qualche modo a permeare l’insieme
della didattica stessa.
Sono stati dunque attivati laboratori interni (lettura, teatro,
musica, danza) e ci si è avvalsi delle offerte esterne,
in particolare delle proposte del “Centro per l’educazione
all’identità e alle culture” di via Domodossola.
Infine, per quanto riguarda la documentazione disponibile, non
ci sono sostanziali differenze fra nidi e scuole dell’infanzia,
e il materiale si può suddividere in tre gruppi:
1. Audiovisivi (che raccolgono il maggior numero di citazioni)
2. Documenti istituzionali (Programmazione, Progetto specifico)
3. Disegni e lavori prodotti dai bambini
6. UNA RIFLESSIONE CONCLUSIVA (ovvero: insegnando si
impara)
Come ultimo punto l’indagine suggeriva ai singoli collegi
una riflessione aperta:
“La presenza di bambini e famiglie straniere ha modificato
atteggiamenti e strategie della scuola?”
NIDI |
SCUOLE |
| SI 27 (55%) |
SI 51 (60%) |
| NO 16 (33 %) |
NO 33 (38,8%) |
| OMESSI 6 (12%) |
OMESSI 1 (1,2%) |
| TOTALE 49 (100%) |
TOTALE 85 (100%) |
Ancora una volta, può essere curioso notare che mentre
il 51% delle scuole dice di aver modificato in qualche misura
il proprio modo di lavorare, solo il 47% ha inserito l’intercultura
nel POF. Al contrario, il 30% nidi dei parla di educazione interculturale
nel POF, ma solo il 27% dichiara aver cambiato significativamente
strategie e atteggiamenti.
Tuttavia, la parte più interessante è quella relativa
al come sono cambiate le strategie o
al perché non sono cambiate.
Quanti hanno dichiarato un cambiamento, sia nidi che scuole, sottolineano
la crescita della capacità di ascolto e di comunicazione
con le famiglie, l’attenzione sempre più individualizzata
ai loro problemi e una maggior disponibilità ad accogliere
le diversità, specie in materia di religione, feste, usi
e costumi, abbigliamento, alimentazione, regole e divieti.
Le scuole dell’infanzia, inoltre mettono l'accento sulle
possibilità aperte dalla collaborazione con i genitori
stranieri, sull’importanza del confronto fra i diversi stili
educativi, ma soprattutto danno spazio alle problematiche poste
dalla lingua: da un lato evidenziando i percorsi predisposti per
accrescere le competenze linguistiche (laboratori di lingua, piccoli
gruppi seguiti dalla logopedista, laboratori di lettura), dall’altra
dichiarando di aver “ridimensionato il veicolo linguistico”
a vantaggio dell’esperire e del "fare".
Il secondo gruppo (quello che dichiara di non aver registrato
significativi mutamenti) offre alla riflessione uno spunto piuttosto
interessante. Accanto ad argomenti classici, quali il numero “non
rilevante” dei bambini provenienti dall’estero e la
buona integrazione delle famiglie, spicca infatti – in particolare
da parte dei nidi – la convinzione che i propri stili e
metodi educativi, mettendo al centro la specificità e l’individualità
di ogni bambino, comportino già l’attenzione e il
rispetto delle diversità, anche etniche e culturali, e
non richiedano dunque grossi cambiamenti.
Non stupisce che questa osservazione provenga dai nidi, essa sembra
infatti postulare la centralità della “cura”
all’interno del compito educativo e insieme presupporre
che identiche modalità di cura siano adeguate per tutti
i bambini. Non a caso nelle risposte dei nidi il cambiamento educativo
riguarda soprattutto la relazione con i genitori (solo tre nidi
parlano esplicitamente di considerazione per le differenti forme
di cura del bambino).
Le cose vanno un po’ diversamente nelle scuole dell’infanzia,
qui (pur emergendo ancora, qua e là, un approccio di tipo
solidaristico/umanitario all’integrazione) il centro del
lavoro educativo viene progressivamente occupato dalla sfera tecnico-didattica
e si registra una maggior attenzione nei confronti della programmazione
e della scelta di attività, materiali e percorsi che possano
garantire un’apertura interculturale. Ne è una riprova,
fra l’altro, il rilievo che diverse scuole muovono circa
l’insufficienza dei riferimenti teorico-pedagogici ufficiali
in materia.
Infine, anche dove non si è ancora registrato un mutamento
significativo nelle strategie educative, alcuni collegi hanno
dichiarato che il questionario è stato comunque utile ad
avviare una riflessione.
Era quanto ci auguravamo all’inizio del lavoro. Ora, nel
ringraziare tutti coloro che hanno fatto la fatica di seguirci,
ci auguriamo che la riflessione prosegua, che sia seria e che
si traduca in progetti, in attività, in pratiche, ogni
giorno, nei nostri nidi e nelle nostre scuole.