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Il curricolo prima del curricolo. Alcune esperienze della scuola dell’infanzia italiana (II)

di Battista Q. Borghi (1)


Parte precedente


3. Quando l’Italia era bambina

Dal 1860, anno di unificazione dell’Italia, l’impegno fondamentale del secondo Ottocento era di affrontare il problema di una crescita nazionale omogenea ed equilibrata. Ci si trovava di fronte ad una molteplicità di culture e di tradizioni che, solamente con il tempo e con molte difficoltà, avrebbe portato all’unità del paese.
Si presentava all’orizzonte un’Italia ‘bambina’, distante da una cultura e da una prospettiva europea, inevitabilmente concentrata sui numerosi problemi interni: da un lato occorreva combattere con urgenza l’arretratezza economica, dall’altro vi era il bisogno di educare le nuove generazioni in una prospettiva anche civile e patriottica.
E’ nata, in questa prospettiva, anche un’attenzione sulla scuola e sui problemi educativi. La formazione delle nuove generazioni si doveva muovere su due direzioni fondamentali: da un lato la formazione culturale e tecnica del nuovo cittadino, dall’altra l’adesione civile alla nuova patria ed ai suoi ideali di unità e di identità nazionale.
Si sono fatti strada, in questo spirito, molti movimenti solidaristici che guardavano all’infanzia ed all’adolescenza in termini nuovi. Su quest’impronta civile e patriottica si muoverà, fra gli altri, Rosa Agazzi e Maria Montessori.


4. Il bambino attivo di Rosa Agazzi

La relazione che Rosa Agazzi (1866-1951) tenne sul tema “Ordinamento pedagogico dei giardini d’infanzia secondo il sistema di Fröbel” (2) costituisce, ancor oggi, un punto di riferimento storico importante e rappresenta una svolta fondamentale nel panorama pedagogico italiano fra Ottocento e Novecento.
E’ utile ricordare che l’unità d’Italia era avvenuta nel 1860 e che la preoccupazione del legislatore di quegli anni, per quanto riguarda la formazione delle giovani generazioni, era interamente centrata sulla scuola elementare, mentre la scuola dell’infanzia (e la sua organizzazione) era interamente affidata a persone generose ed animate da buona volontà, anche se non mancavano qua e là (ed uno di questi casi è proprio la città di Brescia) alcuni comuni che organizzavano scuole dell’infanzia pubbliche.
Nella relazione, accanto ad un’appassionata diagnosi della scuola reale (ponendo l’accento sui suoi gravi limiti) Rosa Agazzi propone una serie di elementi che pongono le basi per la realizzazione di una ‘nuova scuola’.
Rosa Agazzi non si basa (3) tanto su presupposti teorici, quanto sulla conoscenza diretta degli asili e dei giardini infantili, traendo spunti dalle insufficienze, contraddizioni ed inefficienze della pratica educativa quotidiana del tempo. Sentiva soprattutto l’esigenza di fondare la scuola efficiente sul piano concreto allo scopo di fare il “bene del bambino italiano”. Gli indirizzi della nuova scuola dovevano derivare, di conseguenza, dall’osservazione diretta degli asili, le educatrici dovevano fare del bambino il proprio oggetto di studio privilegiato come base fondamentale per ricavare le norme concrete che, nella pratica quotidiana a scuola, consentivano di educarlo. Rosa Agazzi vede, in altre parole, la necessità di fondare la propria azione educativa concentrandosi sulla quotidianità, su ciò che accade ogni giorno “ed ogni ora” con il bambino.
La scuola ha, per Rosa Agazzi, una “missione sociale” per il bambino e per la famiglia.
Per il bambino, in quanto la scuola ha il compito di “ingentilire l’animo” (4), vale a dire di formarlo ai più alti valori morali e civili; questo significa formare l’individuo come persona nel senso più alto del termine, sia cioè in senso spirituale ed etico, sia nel senso sociale e civile.
Per la famiglia, in quanto può essere aiutata ed orientata, dall’azione positiva della scuola, a prendere coscienza dei propri doveri, delle esigenze dei propri figli e dei diritti di tutti i bambini, indipendentemente dalle condizioni sociali di appartenenza (5).
Rosa Agazzi si è adoperata molto per la realizzazione di una “scuola viva” e, sulla via tracciata da Fröbel, prefigura la costruzione di un bambino attivo e creativo, che ha in sé le potenzialità per crescere ed autoeducarsi. Ed è in questa prospettiva che Rosa Agazzi chiede alla maestra la capacità “… di saper dare forma educativa alle aspirazioni fisiche e spirituali del bambino, per modo che egli inconsciamente arrivi ad acquisire quelle abitudini senza le quali si ha pigrizia, debolezza fisica, disobbedienza, ostinazione, volubilità, noia, mancanza di sentimento, di dignità, di carattere” (6). E, in questa prospettiva, a poco a poco metterà a punto il proprio “metodo”.
Il testamento pedagogico di Rosa Agazzi consiste essenzialmente nella consapevolezza che qualsiasi progetto educativo deve poggiare sulle situazioni concrete dei bambini e sugli autentici e puntuali loro bisogni di crescita umana all’interno della propria comunità. Può essere considerata la vera e propria fondatrice di una didattica (più che di una pedagogia) per la scuola dell’infanzia. Il suo compito principale è, infatti, di promuovere la formazione del bambino attraverso l’azione.
L’organizzazione della giornata educativa del bambino è una sequenza ordinata di impegni e di compiti. Il bambino impara facendo, acquisisce delle abilità ed affina le proprie capacità attraverso l’azione e il lavoro.
La competenza è, nella prospettiva agazziana, essenzialmente legata al fare. Non è però un fare casuale, l’azione non è mai fine a se stessa. Il sapere e la competenza si acquisiscono attraverso un lungo e paziente lavoro. Per Rosa Agazzi la competenza (anche se non viene mai usato questo termine) assume una dimensione quasi valoriale. Lo scopo del giardino d’infanzia è, come più sopra accennato, di ‘ingentilire l’animo’ dei bambini, ossia di formare “l’uomo” che è in ognuno di loro. Il paziente lavoro quotidiano della maestra agazziana si muove costantemente nella prospettiva di un futuro che le deve apparire sempre visibile. Le azioni agazziane di ogni giorno sono, insomma, fortemente finalizzate, si muovono sulla base di un campo - ipotesi a monte ben visibile ed esplicito, movendosi in una duplice direzione.

Da un lato promuove, per la scuola dell’infanzia, un sistema di attività che si avvicina, per certi versi ai ‘saperi’ disciplinari: lingua, scienze, disegno, musica, ecc. ad esempio, “lingua parlata” ha un proprio oggetto specifico, così come il “canto educativo” viene insegnato attraverso percorsi didattici rispettosi dello statuto specifico della musica come disciplina. La stessa cosa avviene per altri ambiti di esperienza.
Dall’altro si impegna ad inserire tali ‘saperi disciplinari’ in un quadro di riferimento insieme ampio e coerente: per fare solo un esempio, i materiali musicali contenuti nella Guida (7) hanno sempre un fine extramusicale, cioè di scoperta dell’ambiente, di raccordo con la famiglia, di esplorazione religiosa; così avviene anche per la lingua, per le attività di vita pratica, ecc.
L’opera più nota ed universalmente diffusa presso le insegnanti di scuola dell’infanzia italiane che ha costituito per molti anni un punto di riferimento costante dalla fine degli anni Trenta fino alla conclusione degli anni Sessanta è stata la Guida per le educatrici d’infanzia (8). Anche se non si tratta dell’opera più significativa di Rosa Agazzi, ci pare utile cogliere da essa gli elementi principali di quell’idea di bambino e di scuola che tanto diffusamente è entrata nelle pratiche educative di un gran numero di insegnanti per un tempo notevolmente lungo. Dalla Guida è, in altri termini, possibile individuare il curricolo implicito attuato da generazioni di insegnanti. La Guida è la raccolta di articoli su svariati argomenti che Rosa Agazzi aveva prodotto negli anni 1929-1930 (9): si tratta di una miscellanea che raccoglie in un unico corpus una molteplicità materiali, proposte, riflessioni ed esperienze didattiche pratiche.
Pur nella consapevolezza che ogni schematizzazione è una semplificazione che non rende giustizia sia della problematicità che della ‘sistemicità’ della proposta agazziana, ci pare utile individuare un “impianto curricolare” nelle ‘tracce’ educative e didattiche che l’Agazzi ci ha tramandato.

Rosa Agazzi pensa ad un bambino concreto, pratico e ‘quotidiano’ (di ogni giorno e di ogni ora’), fonte di bisogni e ricco di potenzialità, in contrapposizione ad un bambino teorico, solamente ‘pensato’ nei metodi formali del suo tempo (fröbelismo).
Il giardino d’infanzia accoglie i bambini di tutti i ceti, anche quelli provenienti dalle famiglie più povere. Ogni bambino, indipendentemente dalla propria provenienza, è portatore, dentro di sé, di un “germe vitale” che permette una crescita personale ed autonoma.
L’emancipazione del bambino che frequenta il giardino d’infanzia coincide con la conquista di una serie di autonomie personali di carattere pratico e legate alla vita quotidiana. I caratteri di tale autonomia sono sia personali, sia sociali.
Sul piano delle conquiste personali, Rosa Agazzi rivolge la propria attenzione a diversi aspetti di cura di sé nella quotidianità, come ad esempio:
- l’igiene personale: il bambino deve essere pulito, pettinato, dotato di abiti adeguati e puliti, ecc.; l’educatrice è tenuta ad effettuare controlli (che sono un segno sia di attenzione al benessere, sia di rispetto del bambino) giornalieri;
- l’igiene fisica come attenzione alle energie vitali del corpo: da un lato devono essere favorite le potenzialità del corpo attraverso una molteplicità di occasioni di movimento, dall’altro deve essere prestata attenzione a tutte le occasioni di salubrità, come aprire le finestre, arieggiare gli ambienti, ecc.
- l’ordine: Rosa Agazzi non pensa solamente all’ordine della persona (il vestito, le scarpe, ecc.) ma anche ad una serie di abilità (riconoscere il proprio posto, avere cura dei materiali e degli strumenti messi a disposizione, ecc.) che sono il segno di un’organizzazione interiore. Il bambino deve sapere riconoscere le proprie cose (si pensi all’impiego dei famosi ‘contrassegni’), mettere in ordine riponendo gli oggetti che utilizza, rispettare sé e gli altri attraverso la cura costante degli oggetti, dell’ambiente e delle altre persone del proprio contesto di vita. L’ordine assume, in altre parole, un significato civile, di educazione alla vita futura.
Sul piano delle conquiste sociali, sono privilegiate le relazioni con gli altri bambini in termini di:
- rispetto costante degli altri bambini;
- ascolto reciproco;
- forme diverse di mutuo aiuto (il più grande ha il compito di aiutare il più piccolo e, a sua volta il piccolo ha il dovere di ascoltare il più grande);
- la costruzione comune delle esperienze attraverso l’acquisizione del senso della comunità.
Il bambino del giardino dell’infanzia di Rosa Agazzi è soprattutto un bambino ‘operoso’, che cresce attraverso il lavoro. La sua giornata è interamente centrata su esperienze di vita pratica: dall’abbottonare e sbottonare, al manipolare oggetti e collocarli al loro posto, fino alla capacità di realizzare prodotti complessi (la costruzione di una scatola, la cura delle piante e dell’orto, ecc.

La vita del bambino nel giardino d’infanzia rappresenta anche un esempio da imitare per la famiglia. In altre parole, le cose che si fanno in esso sono occasioni di stimolo e suggerimenti per le famiglie che in questo modo possono apprendere come un bambino deve essere accudito, aiutato sostenuto, quali abitudini deve acquisire, che cosa deve essere evitato e così via (ordine, igiene e salubrità, correttezza dei comportamenti e collaborazione sono aspetti che il bambino apprende a scuola ma che deve trovare / attuare anche nella famiglia).
La scuola è inoltre un luogo ricco di occasioni di stimolo per l’autonomia personale, la vita pratica, le relazioni sociali e le esperienze di apprendimento. Si tratta cioè di un luogo non solo nel quale il bambino è ben accudito ma nel quale vengono offerte molte occasioni di apprendimento. E’, insomma, soprattutto e innanzi tutto, un luogo di sviluppo del bambino sano. Questo principio, che oggi può essere scontato, ha rappresentato in quegli anni un cambiamento radicale rispetto alla tradizione che vedeva negli ‘asili’ essenzialmente dei luoghi di custodia e di assistenza caritatevole.
La scuola è infine per Rosa Agazzi un “fattore di civiltà”, poiché ha il compito di educare il popolo e tale processo educativo avviene attraverso l’eliminazione di ogni forma di rozzezza, e questo può essere effettuato educando al sentimento di bellezza ed all’esaltazione dell’animo per mezzo di forme diverse di controllo.

Spesso nelle scuole del tempo erano inserite come maestre persone piene di buona volontà ma impreparate, capaci più di assistere i bambini che di aiutarli, generose ma spesso totalmente prive di cultura.
Se da un lato l’insegnante deve essere dotata di capacità umane profonde (sensibilità, spirito di osservazione e predisposizione all’introspezione, disposizione alla comunicazione, pazienza, tenacia, propensione organizzativa, abilità nel controllo del gruppo), dall’altra la formazione professionale (conoscenze pedagogiche e didattiche, capacità di organizzare e controllare processi educativi) e culturale (lingua, letteratura, musica, ecc.) è indispensabile. Più precisamente, secondo Rosa Agazzi la maestra:
- deve essere dotata di disponibilità amorevole nei confronti dei bambini, deve sapere insieme comprenderli e guidarli con fermezza;
- deve possedere capacità pratiche che le consentono sia di gestire la sezione nel lavoro quotidiano, sia di predisporre materiali didattici ed affiancare i bambini nelle azioni della vita di tutti i giorni;
- deve possedere una cultura acquisita attraverso una formazione predisposta ad hoc;
- deve essere educatrice per tutta la vita, il ruolo educativo coinvolge l’intera persona e finisce per trasformarsi in un habitus che la caratterizza in modo permanente, diviene uno status ed una testimonianza di vita.

Il bambino è costantemente invitato a partecipare attivamente alla realizzazione del progetto che la scuola si propone. La cura degli oggetti, l’aiuto all’insegnante, il sostegno ai più piccoli presuppone un bambino attivo e collaboratore nei confronti delle esperienze che vengono proposte. Attraverso le esperienze di vita pratica e di organizzazione della molteplicità degli aspetti quotidiani (apparecchiare e sparecchiare la tavola, preparare i materiali per un gioco, pulire il giardino, ecc.) ma anche attraverso le diverse occasioni di controllo di sé (come saper parlare al proprio turno oppure essere in grado di controllare bene il tono della propria voce e conquistare una buona intonazione nel canto, seguire ritmi dati, ecc.) il bambino acquisisce le abilità utili per la vita quotidiana nell’ambito famigliare o nel mondo degli adulti, apprende le regole del vivere civile e così via. In altre parole, il giardino d’infanzia prepara il bambino a divenire ‘cittadino’, partecipe della vita sociale ed attivo nella propria comunità. I valori della correttezza personale, della solidarietà, dell’attiva collaborazione con gli altri ne costituiscono le componenti fondamentali.
Da tutto questo non è esclusa “l’educazione al sentimento”: in questo ambito si inserisce sia la dimensione religiosa, sia quella più propriamente morale (educazione all’onestà, alla correttezza nelle relazioni con gli altri, al controllo di sé – nei comportamenti così come nel linguaggio -, alla cura degli animali e di tutte le forme di vita, ecc.).

Il giardino d’infanzia è autentica scuola nella quale il bambino trova condizioni favorevoli per l’apprendimento. I diversi scritti di Rosa Agazzi mettono in evidenza la grande cura necessaria l’organizzazione delle occasioni didattiche da offrire ai bambini. Le sue opere contengono molti esempi e proposte, indicazioni, spunti di riflessione e si propongono come un aiuto per l’insegnante nel proprio lavoro.
Sinteticamente, il modello didattico agazziano può essere colto nei seguenti punti.

I sensi ed il loro sviluppo.
Questo ambito richiama abilità distinte. Un primo gruppo fa riferimento alle capacità percettive propriamente dette (la conoscenza e la scoperta dei colori, il riconoscimento dei contrasti visivi, la discriminazione dei suoni e così via). Il secondo richiama operazioni più propriamente mentali, la discriminazione come il confronto fra dimensioni diverse, il riconoscimento dell’uguaglianza e della differenza, la seriazione e la simmetria, l’ordinamento. Tutto questo avviene in forma occasionale e prendendo spunto dagli aspetti di vita quotidiana che, ricca di opportunità e sollecitazioni com’è, esenta la maestra dal dovere inventare forme di esercizio artificiose e astrattamente costruite.

La lingua parlata.
La lingua si impara ascoltando e parlando, e la scuola dell’infanzia è una palestra all’interno della quale, con la preziosa azione della maestra, è possibile imparare la “grammatica senza la grammatica”. Nella scuola dell’infanzia si apprendono in altre parole le regole che governano la lingua attraverso il suo pratico corretto riconoscendone, a poco a poco, la struttura interna (la conoscenza dei nomi delle cose, l’uso degli articoli e degli aggettivi, il riconoscimento del maschile e del femminile, l’impiego corretto dei verbi, nonché la correzione degli errori in cui i bambini incorrono nella lingua parlata). Particolare rilievo, per l’apprendimento della lingua parlata assumono anche i racconti e le favole (che la maestra deve sapere presentare ai bambini nel modo migliore) e l’apprendimento di poesie (per occasioni particolari, come le stagioni o il Natale, che i bambini possono imparare a memoria).

Il canto educativo.
“Tra i vari mezzi di cui l’uomo si serve per mettere in comunicazione l’interno sentimento con la vita esteriore, dopo la parola, il più comune, il più efficace, è il canto” (10). Lo scopo essenziale del canto è di ‘ingentilire l’animo’: occorre immergere gli uomini nel mondo puro dei suoni perché la conquista della civiltà avviene, anche, attraverso l’arte. La proposta didattica agazziana del canto educativo è puntuale e precisa (11): occorre da un lato (a) l’educazione dell’orecchio (i bambini devono essere coinvolti nell’ascolto dei suoni e del canto, la musica può essere utilizzata come sfondo in diverse occasioni didattiche, attraverso l’ascolto il bambino memorizza gli intervalli), e dall’altro (b) l’educazione della voce (dal controllo della respirazione, agli esercizi di dizione e dell’emissione intonata della voce, fino all’acquisizione sicura degli intervalli della scala diatonica maggiore).

Il lavoro manuale.
Sul piano del metodo, l’idea centrale che accompagna l’intera proposta agazziana si muove sull’assunto di un bambino laborioso che fa ed impara facendo. La frequenza del giardino d’infanzia richiede dedizione e impegno ed il bambino è in grado di apprendere solamente attraverso l’acquisizione puntuale e progressiva di procedimenti non immediatamente accessibili. Non basta la buona volontà e la disponibilità naturale. La vita pratica, oltre che alla soluzione dei problemi immediati, consente di costruire un rapporto più stretto e proficuo con il mondo. In questa prospettiva, assume un peso del tutto particolare il lavoro manuale che in mille occasioni, senza bisogno di un piano strutturato e formalizzato di azioni, si presenta nella vita quotidiana: ad esempio predisporre i vasi dei fiori e realizzazione fiori di carta, preparare il presepio, il calendario, realizzare rosoni o cornici con la carta lacerata, realizzare piccoli lavoretti come il porta carte per il babbo, ecc.

Il giardinaggio e l’agricoltura
La scuola agazziana, collocata nel mondo rurale della fine dell’Ottocento e degli inizi del Novecento, è immersa nell’ambiente naturale e nel mondo agricolo e contadino. Manipolare la terra (vangarla e zapparla), occuparsi di pianticelle ed avere cura della concimaia, così come allevare animali, nutrirli e curarli, è normale nella scuola agazziana come lo era per i bambini a casa nelle rispettive famiglie. Attraverso il giardinaggio e l’agricoltura si porta a scuola la natura e le regole che la governano e nello stesso tempo si ripercorrono importanti elementi di la vita dei genitori a casa. Si porta a scuola cioè il patrimonio di esperienze dell’ambiente rurale di provenienza: scuola e casa in questo caso coincidono nel senso di un forte interscambio e di un intento comune. Il giardinaggio è perciò sorgente viva di educazione perché lega i bambini alle mamme e ai babbi, alla terra ed alla natura, ai tempi ed alle scadenze lente e cadenzate delle stagioni, ai ritmi ed alle fatiche del lavoro dei campi.

Rosa Agazzi può essere considerata, come detto, una vera e propria fondatrice della didattica per la scuola dell’infanzia.
La competenza nella prospettiva agazziana è, come detto, essenzialmente legata al fare. Non è però un fare casuale, l’azione non è mai fine a se stessa. I saperi e le competenze si acquisiscono attraverso un lungo e paziente lavoro. In questo senso, la competenza (anche se Rosa Agazzi non ha mai usato questo termine) assume una dimensione di alto valore umano e civile.


Note

1 Dirigente pedagogico degli asili nido e delle scuole dell’infanzia della città di Torino (Italia). Direttore della rivista on line www.infantiae.org. Professore a contratto presso la Libera Università di Bolzano.
2 Agazzi R. (1898), Ordinamento pedagogico dei giardini d’infanzia secondo il sistema di Fröbel, in R. Agazzi, P. Pasquali, (1973) Scritti inediti e rari, La Scuola, Brescia.
3 Ad un secolo di distanza, il comune di Brescia ha voluto ricordare questo avvenimento con un poderoso studio i cui risultati sono stati pubblicati in volumi separati: Dalle Fratte G., a cura di, (2001), Azione educativa, formazione professionale, comunità: le tracce agazziane, Borghi B. Q., (2001), Coro di bimbi a Mompiano. La didattica del canto in Rosa Agazzi, Bergamo, Junior; Frabboni F., a cura di, (2001), Il trenino agazziano alle soglie del terzo millennio, Bergamo, Junior; Macchietti S., a cura di, (2001) Alle origini dell’esperienza agazziana: sottolineature e discorsi, Bergamo, Junior; Marolla A., Rossetto T., a cura di (2001), La scuola agazziana fra presente e futuro, Bergamo, Junior; Paparella N., a cura di, (2001), Infanzia: apprendimento e creatività, Bergamo, Junior; Perucca A., a cura di, (2001), esperienze dell’infanzia e prospettive interculturali, Bergamo, Junior.
4 Agazzi R. (1909), L’Abbicì del canto educativo, p. 10.
5 Macchietti S., cit. p. 23
6 In R. Agazzi, P. Pasquali, (1973) Scritti inediti e rari, cit. p. 69-70.
7 Agazzi R. (1931), Guida per le educatrici d’Infanzia, Brescia, La Scuola Editrice, 1961.
8 Agazzi R. (1931), Guida, cit.
9 I diversi contributi avevano trovato, negli stessi anni, collocazione nella rivista “Pro Infantia”, pubblicata a Brescia negli anni 1929-30.
10 Agazzi R. (1908) L’abbicì del canto educativo, Milano.
11 Borghi B. Q., (2001), Coro di bimbi a Mompiano, cit


Il presente contributo è apparso progressivamente in diversi numeri di Vita dell’Infanzia, la rivista dell’Opera Nazionale Montessori, in diversi numeri nel 2003.

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