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Il curricolo prima del curricolo. Alcune esperienze della scuola dell’infanzia italiana (IV)

Battista Quinto Borghi

6. La rinascita degli anni Sessanta ed il “trentennio d’oro”

Senza dubbio gli anni Sessanta rappresentano un importante momento storico di ‘ripensamento’ e di riorganizzazione dei servizi educativi per l’infanzia italiani. Se inizialmente la scuola dell’infanzia tradizionale si basava, nella sostanza, sul modello agazziano, pur senza perdere di vista alcune suggestioni montessoriane, ora si comincia a respirare un’aria nuova dovuta a diversi ordini di fattori che possiamo sinteticamente ridurre a tre:
(a) Gli anni sessanta rappresentano il momento della rinascita italiana sul piano economico e si assiste in particolare al fenomeno, improvviso ma non imprevisto, dell’inserimento delle donne nel mondo del lavoro, soprattutto nelle fabbriche. Questo stato di fatto comporta la necessità di pensare ai servizi per l’infanzia anche come sostegno alla famiglia impegnata nel lavoro.
(b) I comuni si interessano all’infanzia e nasce un grande numero di scuole dell’infanzia gestite direttamente dai comuni. Alcune scuole, già gestite dai comuni vengono profondamente rinnovate, altre vengono assorbite da enti morali, da Opere Pie, ecc. Questo rappresenta un primo seme di ciò che successivamente diverranno le future scuole dell’infanzia con identità decisamente comunale (ricordiamo, fra le altre, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Torino, Parma, Pistoia, Firenze, Trento e tantissime altre);
(c) E’ un momento in cui lo Stato pone mano alla riforma della scuola di base: gli atti più significativi sono la riforma della Scuola Media (1963), l’istituzione – per la prima volta – di Scuole dell’Infanzia gestite direttamente dallo Stato (1968) – e la promulgazione di Orientamenti per la stessa scuola materna statale (1969).

La società cambia e cambiano le condizioni sociali delle persone. In un quadro così profondamente mutato, anche la scuola dell’infanzia si modifica e assume nuovi punti di riferimento. Queste nuove condizioni daranno il via ad un trentennio (dal 1970 al 2000) di elaborazione di modelli, di innovazioni, di sperimentazioni, di ricerca su e intorno all’infanzia. Su questa scia moltissime persone lavorarono, con entusiasmo e senza risparmiarsi, per la realizzazione di una scuola dell’infanzia al cui interno si insegnasse la libertà e la democrazia. La realizzazione di moltissime scuole dell’infanzia di elevata qualità sono il frutto di un “pensiero solidale”, del lavoro comune fra sindaci, assessori, pedagogisti, insegnanti e genitori. In questo clima di fermento e di desiderio di rinnovamento, le persone coinvolte in questo processo sono moltissime. Le nuove idee si diffusero a macchia d’olio ed i protagonisti che condividevano questa nuova impostazione furono tanti. Nella consapevolezza perciò che si è trattato di un processo di ampie dimensioni e, per così dire, corale, ci limitiamo a proporre qui un quadro sintetico attraverso la presentazione di alcune fra le figure più emergenti, consapevoli di tralasciarne moltissime altre che avrebbero anch’esse meritato altrettanta attenzione. Fra le molte, citiamo quattro figure, due hanno dato un forte contributo sul piano teorico (nei primi anni sessanta Francesco de Bartolomeis e successivamente Franco Frabboni) e due si sono mossi con grande ampiezza di vedute e con non poca capacità di precorrere i tempi sul piano pratico (Loris Malaguzzi e Sergio Neri).


7. Francesco De Bartolomeis: la dimensione personale e sociale del bambino

Non è facile, infatti, districarsi nella ressa delle figure di educatori che si sono affacciati negli anni del rinnovamento. Fra gli altri ma fra i primi per intuizione anticipatoria, intorno agli anni Sessanta si segnala il giovane professore dell’Università di Torino Francesco De Bartolomeis. Pubblicò in quegli anni un libro (1) destinato ad esercitare una certa influenza nelle nuove generazioni di insegnanti che lavorano in molte scuole comunali e, di lì a poco, anche in scuole statali di nuova istituzione. De Bartolomeis sembra volersi distaccare nettamente dal passato, movendosi su un terreno che vuole essere insieme laico e culturale. E, da questa prospettiva, il pedagogista torinese ipotizza sul piano teorico un modello di scuola dell’infanzia. Le riflessioni e le proposte di De Bartolomeis sono anticipatrici degli Orientamenti statali ufficiali che vedranno la luce nel 1969.
Ecco, sinteticamente, le linee di fondo tracciate dall’autore che eserciteranno una certa influenza nella pratica educativa e didattica di quegli anni, soprattutto nelle scuole gestite dai comuni.

Per un bambino reale
La scuola, per svolgere efficacemente il proprio ruolo educativo, deve tenere conto del bambino reale, al di fuori di posizioni preconcette o da impostazioni aprioristiche.
Il bambino descritto da De Bartolomeis ha una duplice dimensione: da un lato vive in una prospettiva sociale, ha cioè una propria vita affettiva in relazione al proprio contesto (familiare, amicale, della comunità a lui vicina: l’adattamento pratico, le abitudini, ecc.), dall’alto si muove in una dimensione personale, nel senso che è dotato, fin dalla più tenera età, di una personalità che lo caratterizza come individuale ed unico. Da qui l’esistenza di un mondo intimo del bambino spesso ignorato dagli adulti.
La scuola materna riveste perciò una grande importanza perché dal versante sociale “non ha la funzione di fronteggiare richieste contingenti della nostra società [ma] al contrario rappresenta, in rapporto allo sviluppo del mondo infantile, un naturale dilatamento dell’ambiente familiare … inquadrato in una prospettiva di esperienza che gradualmente si complica e si arricchisce” (2) , mentre dal versante personale “rende possibile l’organizzazione delle risposte organizzando gli stimoli, cioè fornendo le occasioni più favorevoli per le varie attività necessarie allo sviluppo personale” (3).
Da questa prospettiva, i modelli organizzativi e di contenuto praticati nella scuola non sono indifferenti: occorre una scuola dell’infanzia che sia soprattutto attenta allo sviluppo del bambino, che faccia riferimento da un lato alle regole intrinseche che governano questa età (lo sviluppo personale) e dall’altro alle interazioni ed agli scambi sociali (lo sviluppo sociale).

Ripensare la formazione degli insegnanti
Su questo punto l’autore ingaggia una battaglia i cui esiti emergeranno solamente dopo poco meno di quarant’anni: si tratta della necessità urgente di una riforma radicale della formazione degli insegnanti di allora. “… per il bambino si ritiene sufficiente una sorta di sub-educazione in vista del fatto che per essere tanto piccolo non è in questione la cultura…” (4). In quegli anni (e, sostanzialmente, fino alla soglia del 2000) era sufficiente un corso di secondaria della durata di un triennio, richiedendo una formazione nettamente inferiore rispetto agli altri gradi scolastici. Il rinnovamento della scuola dell’infanzia era imprescindibile senza quello contestuale della scuola magistrale. Il cammino, su questo fronte, sarà molto lungo e solamente nel 1999, anche nella prospettiva di un necessario adeguamento al sistema europeo, verrà istituito un corso di laurea ad hoc, che può essere frequentato solamente in seguito al conseguimento di un diploma di scuola secondaria che deve essere obbligatoriamente di durata quinquennale. De Bartolomeis propone una formazione di base degli insegnanti che si muova sullo sviluppo del bambino dal punto di vista personale (sviluppo cognitivo, motorio, affettivo, ecc.) e sociale (tenendo conto in particolare delle condizioni sociali attuali, prestando attenzione alle condizioni di partenza ed all’ambiente che circonda il bambino).

Attività aspecifiche
Sul piano dei saperi essenziali o ‘della vita’ prendiamo in considerazione essenzialmente due aspetti: la costruzione delle esperienze e la socialità.
In primo luogo, il bambino sviluppa attività (individuali) che de Bartolomeis definisce ‘largamente aspecifiche’. Il bambino di questa età non è in grado di seguire con sistematicità un progetto e di mirare ad un risultato; la sua attività è caratterizzata da continue interruzioni, deviazioni, progressioni e regressioni. Il bambino di quest’età, in altre parole, più che avere un progetto mirato ama immergersi in esperienze che siano per lui dense, interessanti, piacevoli, catturanti. Egli raggiunge tutto questo attraverso le attività di ‘governo’ (oggi noi preferiamo utilizzare il termine “autonomia”), e consistono nell’imparare a fare da sé, nell’autogestirsi, nell’assolvere compiti sociale.
In secondo luogo, manifesta il bisogno di stare insieme e di comunicare. Lo sviluppo ha una dimensione, in questa età, anche emotiva e sociale. Il bambino, nello stesso tempo impara dagli altri ed insegna agli altri (tanto in famiglia quanto a scuola): è in questo senso che assumono un’importanza particolare il lavoro di piccolo e di grande gruppo attraverso i quali viene influenzato dagli altri e, a sua volta, li influenza.

Spunti per un curricolo
Il sopra accennato carattere di aspecificità delle attività del bambino di questa età porta l’autore ad essere cauto nei confronti dell’organizzazione di attività specifiche e mirate oppure particolarmente strutturate. Questo non significa che non possano essere sviluppati aspetti specifici.
Il gioco. Il gioco infantile pervade tutte le altre attività ed ha un’ampia varietà di forme ed ognuna di essere assolve ad un particolare compito nello sviluppo infantile. Tutte le attività proposte a scuola devono muoversi in una prospettiva ludica. Il gioco ha funzione adattiva (‘esercizi’ di adeguamento/assimilazione alle regole del contesto), cognitiva (apprendimenti attraverso attività di discriminazione, classificazione, ordinamento logico ed attuazione di procedure), affettiva (proiezioni, assunzione di posizioni emotive, interpretazione di ruoli), sociale (assunzione di posizioni relazionali che richiamano la condivisione, la contrapposizione, il riconoscimento dell’altro, ecc.).
L’espressione grafica-e figurativa. E’ ingenuo pensare che il bambino di questa età sia, tout court, un artista, né che abbia in sé predisposizioni per l’arte; semplicemente l’attività rappresentativa figurativa del bambino serve per formalizzare la realtà: attraverso il disegno il bambino attua una sorta di rilettura di ciò che gli sta intorno e delle cose che lo colpiscono o incuriosiscono. E’ un suo modo, simbolico, di ri-raccontare la realtà.
Il linguaggio: attraverso il quale imparare a capire gli altri ed a comunicare. Il linguaggio ha nella scuola dell’infanzia una funzione essenzialmente pratica (raccontare, descrivere, porre domande, ecc.).
Le esperienze nell’ambiente naturale: dalla frequentazione di cortili e di giardini per le attività di gioco e svago alla scoperta degli elementi e dei fenomeni della natura (l’acqua, il vento, la pioggia, la neve, …).
La conoscenza dell’ambiente sociale: il lavoro, i mestieri, l’organizzazione dei servizi, il commercio, la produzione, ecc.
La musica, il canto, la ritmica: esperienze legate all’ascolto ed alla produzione di suoni con strumenti-oggetti dell’ambiente, l’ascolto di musica (pop e classica, dal disco, dalla radio o televisione, ecc.), giochi di ritmi.
Calcolo e misura: si tratta dell’avvio alla scoperta della quantità e dell’ordinamento.
Educazione sociale: conquiste dell’autonomia personale (sapersi vestire, conoscere i propri oggetti, attendere il proprio turno, tenere conto degli altri e rispettare gli altri…).
Educazione sessuale: riconoscimento del genere di appartenenza, accettazione spontanea di sé al di fuori di pregiudizi adultistici e di moralismi estranei al bambino.
Educazione fisica: lo scopo è l’equilibrio del corpo e la salute, dall’altro la capacità dell’impiego equilibrato di tutte le parti del corpo.

Note

(1) F. De Bartolomeis, Il bambino dai tre ai sei anni e la scuola materna, Gheroni, Torino, 1963. Lo stesso vo-lume, rinnovato ed ampliato comparirà cinque anni dopo, alla vigilia dell’istituzione della nuova scuola ma-terna statale, avvenuta con la legge n. 444 dello stesso anno: F. De Bartolomeis, il bambino dai tre ai sei anni e la nuova scuola infantile, La Nuova Italia, Firenze, 1968.
(2) Ibidem, p. 31
(3) Ibidem, p. 31
(4) Ibidem, p. 18.

Il presente contributo è apparso progressivamente in diversi numeri di Vita dell’Infanzia, la rivista dell’Opera Nazionale Montessori, in diversi numeri nel 2003.

» Indice generale di "Curricolo, programmazione e POF"

   

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» Titolo
"DAP - Discorso e apprendimento"
-
(Cd-rom + guida pp.48) - Progetto interuniversitario
- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università "La Sapienza" Roma
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