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» L’insegnante discreta - Infantiae.Org n.281/2006

di Battista Quinto Borghi

Recentemente ho avuto l’occasione di far visita al Micronido di via Nomentana n. 54 di Roma, un servizio educativo gestito in collaborazione fra il comune di Roma e l’Opera Nazionale Montessori. Non si trattava di una vera scuola dell’infanzia e nemmeno di un asilo nido. Era piuttosto qualcosa che si collocava a metà via. Una sezione composta da ventiquattro bambini dai due ai tre anni che non aveva lo scopo specifico di realizzare in anteprima una sperimentazione sull’anticipo scolastico. Consisteva piuttosto in un’esperienza che si proponeva di accogliere un gruppo di bambini che non avevano compiuto ancora i tre anni e non potevano essere inseriti né nella normale scuola dell’infanzia né all’asilo nido per grave mancanza di posti disponibili nella zona. Più che altro, dunque, una risposta ai bisogni delle famiglie.

Ciò che nell’immediato maggiormente colpisce il visitatore esterno è l’atmosfera di tranquillità e di silenzio. Stupisce come gli educatori siano poco invadenti nei confronti dei bambini e come utilizzino con parsimonia le parole. Per lo più l’insegnante di riferimento si colloca a vista dei bambini senza essere tuttavia al centro delle attività. Non gestisce le situazioni, vi si affianca. Non guida le azioni dei bambini, le sostiene sulla base delle necessità del momento.
Le iniziative vengono prese dai bambini perché solo loro i protagonisti; l’adulto si limita (si fa per dire) ad organizzare preventivamente il contesto. Emerge così un’immagine assai discreta e poco ingombrante dell’adulto che rinuncia ad occupare la scena della vita quotidiana di sezione per lasciarla ai bambini. Nello stesso tempo non è affatto assente, dedica anzi molto tempo all’osservazione: conosce bene i bambini ad uno ad uno, sa come si muoveranno, che cosa faranno fra un po’, spera che facciano qualcosa che fino a qualche tempo prima non erano riusciti o non avevano osato fare. In una parola, sostengono lo sviluppo senza forzarlo. La gestione della sezione risulta così leggera, senza intoppi, senza rincorse, senza affanni. Non perché si tratti di una situazione speciale: i bambini sono come tutti gli altri, assomigliano in tutto a qualsiasi altro gruppo sezione. La calma, la tranquillità e la ‘laboriosità’ dipende essenzialmente dallo stile educativo scelto e praticato.
Nel Centro Infanzia di via Nomentana non ci sono, in apparenza, attività programmate nel senso tradizionale del termine, percorsi specifici previsti anticipatamente e a tavolino. Nello stesso tempo i bambini non fanno mai cose inutili, ripetitive, casuali. Sembra piuttosto che non vi sia bisogno che l’insegnante dica che cosa bisogna fare perché i bambini lo sanno già. L’ambiente perfettamente organizzato, i materiali accuratamente esposti, la costante disponibilità all’ascolto dell’insegnante sono gli ingredienti principali dell’impostazione educativa di quel servizio.

Per fare un esempio mi sembra utile citare tre momenti della giornata.
Il primo riguarda il pasto. Nel rispetto di tutte le norme e le procedure vigenti in materia di sicurezza, il personale di servizio rispetta profondamente i bambini. Il carrello delle stoviglie è pronto in anticipo in prossimità dei tavoli; ed i bambini secondo turni prefissati hanno tutto il tempo per apparecchiare la tavola. Non è una catena di montaggio: qui si siederà Stefano, là Lucia. Qui manca ancora una forchetta, là ci sono due bicchieri. E via a controllare con calma che cosa manca e che cosa non è ancora a posto. I piatti sono di ceramica, i bicchieri di vetro, le posate di metallo. Sono di vetro anche le caraffe per versale l’acqua. Quando i cibi arrivano dalla cucina è subito evidente l’organizzazione: la minestra di verdura è contenuta in una grande zuppiera, mentre diverse zuppiere, più piccole sono vuote. La minestra viene così travasata da un adulto nelle zuppiere più piccole (ogni volta in quantità modesta per servire ogni volta al massimo due o tre bambini). A questo punto gli adulti si fermano ed i camerieri versano la minestra nei piatti dei bambini. E’ possibile così osservare come bambini dai due ai tre anni siano in grado di apparecchiare la tavola, di scodellare la minestra, di versare l’acqua a sé ed ai compagni, di controllare le situazioni che riguardano l’organizzazione del pranzo. Se c’è un dubbio l’educatrice è sempre pronta ad offrire, a richiesta, suggerimenti ed incoraggiando nei momenti di incertezza, senza mai tuttavia intervenire di persona e sostituirsi ai bambini. Gli adulti non hanno fretta: sono attenti a lasciare ai bambini il loro tempo e questa forma di rispetto garantisce il miracolo di bicchieri non rovesciati, tovaglie non bagnate. Anche il pasto diventa in questo caso un vero e proprio momento educativo e non – come avviene in molte circostanze - una catena di montaggio nella quale gli adulti hanno come quasi esclusivo interesse quello di guadagnare tempo e di stare dentro a propri turni di lavoro.
Il secondo riguarda un’iniziativa intrapresa da una bambina: “Maestra, cantiamo?” – chiede. E la maestra prontamente: “Chiedi ai tuoi compagni se ne hanno voglia, poi sai come si fa …”. La bambina si avvia a predisporre un cerchio di sedie in un angolo dell’aula. Ogni tanto si gira verso la maestra per richiedere, con lo sguardo, conferma. E’ consapevole di agire da sola ma di poter contare costantemente, attraverso il rapporto visivo, il contatto l’adulto che l’aiuterà solo in caso di effettivo bisogno. Poi chiama alcuni bambini e chiede loro se hanno voglia di cantare. Il cerchio inizia ad affollarsi, qualcuno si guarda intorno perché è indeciso su quale posto occupare. La bambina intona una canzoncina e gli altri iniziano a muoversi ritmicamente. A questo punto la maestra si avvicina e si affianca alla bambina che ha avuto l’iniziativa per partecipare anch’essa al canto.
Il terzo momento riguarda le attività del mattino. L’insegnante è seduta vicino ad un gruppetto di bambini intenti ad esplorare delle piccole stoffe, mentre i bambini sono sparsi per l’aula concentrati in attività diverse. Anche in questo caso l’adulto rinuncia ad una guida esplicita ed esclude ogni forma di direttività. Non vi è – in quel momento - un’attività comune, se si esclude che ognuno segue direttamente un proprio filo conduttore. E’ possibile così osservare che un bambino si alza, prende un libro da un ripieno, lo sfoglia un momento, ne guarda un altro e poi opta per il primo. Lo porta al tavolo da lavoro e lo sfoglia attentamente. Fa notare un paio di figure ad un compagno vicino intento a compiere azioni diverse. Dopo un po’ di tempo si alza, ripone accuratamente il libro nello stesso posto in cui l’aveva preso, sceglie un raccoglitore di stoffe di un campionario dismesso, si guarda intorno per osservare gli altri oggetti presenti ed a disposizione e decide di portarsi al posto il campionario: esplora la tessitura, guarda i colori, arrotola, piega, ricompone, confronta. Poi riporta l’oggetto nel posto dove lo aveva trovato.
Si tratta di tre episodi semplici ma che la dicono lunga sullo stile educativo praticato. L’ispirazione montessoriana appare quanto mai moderna ed attuale. L’adulto svolge un ruolo attento e mirato nei confronti dei bambini, mai scontato, mai dettato da automatismi stereotipati. La routine non costituisce un semplice sfondo per le attività, diviene invece vera e propria occasione pedagogica e formativa. La discrezione e l’attenzione costituiscono il cuore del modello pedagogico praticato.
Ci pare di intravedere qui lo spirito montessoriano più profondo: “La maestra (…) diventa prudente, delicata e multiforme. (…) quel che occorre è la sua sapienza oculata nell’osservare, nel servire, nell’accorrere o nel ritirarsi, nel parlare o nel tacere, secondo i casi ed i bisogni ”. E ancora: “La maestra (…) deve distinguere due tempi diversi. Nel primo essa mette in comunicazione il bambino con il materiale, lo ‘inizia’ al suo uso (…). Nel secondo essa interviene ad illuminare il bambino che già è riuscito, coi suoi mezzi spontanei, a distinguere le differenze fra le cose. Allora la maestra può meglio determinare le idee acquisite spontaneamente dal bambino, se necessario, e dare la nomenclatura relativa alle differenze percepite” .
Queste parole sono state scritte esattamente cent’anni fa ma sono ancora quanto mai attuali. A volte assistiamo al lavoro di maestre perennemente attive, che servono i bambini, li controllano, li governano e li guidano instancabilmente e con polso fermo. Vanno di corsa e sembrano muoversi senza sosta e senza pace.
Le parole di Maria Montessori ci devono invece far riflettere perché i bambini hanno il piacere di crescere da soli e non vogliono un adulto che si sostituisca alla loro iniziativa. Vogliono un’insegnante attenta e discreta, che sa intervenire solamente quando è necessario, solamente cioè quando serve l’aiuto giusto. Vogliono che lo aiutino a crescere da solo.

da L'educatore, n. 05/2005, Rcs, Milano, pp. 154-155

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