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didattica musicale: la proposta di Rosa Agazzi (II) - Infantiae.Org™
n.274/2006
di Battista Quinto Borghi
• La parte precedente
La proposta di didattica musicale di Rosa Agazzi
Non è possibile, in questa sede, una disamina
approfondita della didattica musicale agazziana. Ci limitiamo
perciò qui ad alcuni accenni essenziali, rimandando ad
altre letture gli approfondimenti necessari (7).
Innanzi tutto va precisato che il corpus delle proposte di didattica
musicale di Rosa Agazzi è sostanzialmente raccolto in tre
opere: L’abbicì del canto educativo
(8), Bimbi cantate! (9) e la Guida per le educatrici
d’infanzia (10). Si tratta di tre contributi pensati
in tempi differenti e con intenti almeno parzialmente diversi.
Nella sostanza, l’educazione musicale agazziana consiste
essenzialmente nel canto che è da ritenere importante perché
si propone come segno di civiltà e di cultura.
La pratica del canto è per l’Agazzi un assunto pedagogico
di fondo, e non certamente relegato ad un’abilità
tecnico-espressiva, che ripropone incessantemente tutti i suoi
scritti: il vociare ed il gridare, così come qualsiasi
uso scomposto della voce (compresa la pronuncia approssimativa
delle parole) sono il segno di un disordine che non è solamente
esteriore. Conseguentemente il canto assume un ruolo centrale
nell’educazione perché è la prima - e profonda
- forma di controllo di sé e di adeguamento agli altri.
Il canto è inoltre una forma di educazione estetica
in quanto mira all’educazione alla qualità della
vita della persona secondo i criteri dell’armonia, della
bellezza e dell’ordine (11). In questo senso, la didattica
della musica è un compito specifico della scuola - a partire
dal giardino d’infanzia - come substrato e base per costruire
gli altri saperi dell’esperienza.
Sul piano del metodo, l’assunto che accompagna
l’intera proposta della didattica musicale agazziana si
muove alla luce di alcuni assunti fra loro reciprocamente complementari.
Rosa richiama, anche in quest’ambito, il bambino laborioso:
il canto richiede dedizione e impegno, e il bambino è in
grado di apprendere solamente attraverso l’acquisizione
puntuale e progressiva di un complesso di regole non immediatamente
accessibili alle sue capacità di comprensione. Non basta
la buona volontà ed è inefficace ogni tentazione
spontaneistica. Per avvalorare questa convinzione, Rosa non esita
ad utilizzare la parola “metodo”, inteso come un sistema
di regole che è indispensabile acquisire gradualmente.
La prima regola è di superare la stanchezza e la noia che
una situazione di esercizio può creare. “E’
assolutamente necessario che l’esercizio del cantare venga
accolto dai fanciulli con espressione di contentezza”
(12). In altre parole, è importante che il bambino sia
motivato, che sia condotto ad apprezzare il canto e che tale pratica
sia per lui un’occasione di soddisfazione e di godimento.
I punti focali sui quali Rosa Agazzi si muove sono essenzialmente
l’educazione all’orecchio e l’educazione alla
voce.
L’orecchio
Per quanto riguarda il primo aspetto, secondo
l’Agazzi, l’educazione all’udito (13) deve essere
messo in atto, nel giardino d’infanzia, attraverso:
- l’ascolto sistematico di suoni proposti in forma sia diacronica
(si tratta di essere in grado di ascoltare melodie e riguarda
la capacità di cogliere tanto il variare delle altezze
quanto la dimensione ritmica) sia sincronica (è la capacità
di ascoltare suoni armonici, cioè di cogliere differenze
fra più suoni uditi simultaneamente) (14);
- il coinvolgimento, nell’ascolto, sia dei bambini intonati
sia di quelli stonati: in altre parole, chi ha l’orecchio
più disorientato e incerto avrà l’opportunità
di migliorarsi e di imparare prestando attenzione agli altri (15);
- l’utilizzo, in occasione di attività educative
non musicali, della musica come sfondo. Ad esempio durante certe
occupazioni manuali non particolarmente impegnative, l’educatrice
può mettersi a cantare ed a suonare ed accadrà che
molti bambini interromperanno il loro lavoro perché verranno
attratti dai suoni;
- l’ascolto ha lo scopo di favorire la ‘memoria musicale’:
dall’udito si passa alla memoria e l’esperienza di
un orecchio allenato all’ascolto porta alla capacità
di ricordare e di avere sicurezza sia nell’intonazione sia
nella pratica degli intervalli. Sarà opportuno, a questo
proposito, partire da brevi gruppi melodici che potranno essere
formati da una o poche parole (cantate) (16);
- l’ascolto ha lo scopo di aiutare il bambino nella comprensione
(e nell’attuazione pratica) dei toni e degli intervalli
fra i suoni. Attraverso l’ascolto e la pratica costante
del canto, nel rispetto delle regole musicali, il bambino dovrà
progressivamente maturare una memoria musicale finalizzata all’affinamento
del gusto.
La voce
Possiamo sintetizzare la proposta metodologica
e didattica dell’Agazzi nei seguenti punti (17).
- Cantare con il corpo: per potere cantare bene occorre,
innanzi tutto, conquistare progressivamente il controllo della
respirazione e questo rappresenta una tappa fondamentale
del controllo generale. Occorre una buona ‘armonia’
fra il ritmo respiratorio ed il brano che si deve cantare. In
questo senso, l’inspirazione deve sempre essere abbondante
e calma e l’espirazione misurata. E, da questo punto di
vista, il primo - e immediato - modo di educare la voce rimanda
ad una buona educazione fisica.
- La dizione. E’ un’ottima propedeutica all’utilizzo
estetico della voce. La voce, poi, deve essere come uno strumento
perfettamente accordato: è necessaria una voce sempre perfettamente
intonata e ‘soave’ (cioè controllata, gradevole
e dolce come frutto di un’accurata e paziente educazione).
- La qualità della voce. A volte può trattarsi
di un dono naturale, tutti però hanno il dovere di coltivarla
ed esercitarla. La grammatica della qualità della
voce umana, su cui effettuare un esercizio accurato e costante
(18), oltre ad una qualità complessiva della vita. Il canto
corale educativo, che non ha nulla a che fare con il canto ‘artistico’
(cioè il cantante d’Opera) che invece tende a forzare
la voce, si muove proprio sull’opposto: sulla leggerezza
costante della voce e sulla neutralizzazione delle vocali. In
altre parole, la posizione sempre controllata della bocca, il
controllo delle accentazioni, il contenimento complessivo ottenuto
attraverso la ‘rotondità’ della voce costituiscono
gli ingredienti necessari del colore della voce al di fuori di
ogni sguaiatezza. Il canto corale educativo consiste, in ultima
analisi, in una forma del controllo di sé.
- Un altro aspetto importante riguarda l’estensione
della voce. L’Agazzi padroneggia molto bene i problemi
tecnici connessi. In linea con la tradizione e la manualistica
del tempo, ritiene si possano rintracciare, nei bambini e nelle
bambine, due tipi di voce: quella del soprano o quella del contralto.
- Rosa Agazzi attribuisce infine un ruolo del tutto particolare
alla scala diatonica di modo maggiore. Il bambino è
invitato a muoversi con scioltezza nei salti di intervallo più
frequenti: di seconda (ascendente e discendente), poi di terza,
di quarta e così via.
Su questa falsariga, la proposta di didattica musicale di Rosa
Agazzi ha retto per parecchi decenni ed ha rappresentato per diverse
generazioni di bambini e di insegnanti un punto fermo. Nel bene
e nel male; nei pregi come nei limiti.
E oggi?
A distanza di un secolo, la proposta di Rosa
Agazzi non appare, almeno dal punto di vista delle strategie didattiche,
particolarmente innovativa. Riletta oggi mostra anzi i segni di
un tempo che è definitivamente tramontato. Ugualmente vale
la pena di interrogarci sulle ragioni di un relativo successo,
ragioni quanto mai preziose se consideriamo che, oggi, l’educazione
musicale è praticamente del tutto scomparsa dalla scuola,
sia primaria che dei gradi successivi. Di fronte al vuoto di oggi,
le esperienze passate rappresentano un interessante punto di riferimento.
Quali sono le ragioni per le quali la proposta agazziana è
da considerarsi definitivamente tramontata? Che cosa possiamo
trarre, nella prospettiva di una possibile educazione musicale
del nostro tempo, dall’esperienza del modello agazziano?
In sé, la tecnica di educazione alla voce
rimane più o meno la stessa: il primo approccio al canto
corale non è molto diverso nemmeno oggi, gli esercizi preliminari
rimangono gli stessi. Rosa Agazzi non ha fatto altro che accogliere
una prassi già consolidata ai suoi tempi.
Ai suoi tempi però la musica (ed il canto) faceva parte
di una tradizione consolidato, costituiva la cultura del tempo.
La musica era, almeno da noi, in generale, musica popolare, fatte
ovviamente le dovute eccezioni. La produzione musicale (di natura
popolare) rappresentava una prassi relativamente consolidata.
La musica si era, insomma, in qualche modo, ‘abbassata’
per divenire accessibile a tutti, per consentire a tutti di essere,
a diversi livelli, protagonista. Non era avvertita, in altre parole,
la necessità di una produzione ‘dotta’, separata,
rivolta a pochi addetti ai lavori. Un rappresentante illustre
di questa linea di tendenza è rappresentata da Felice Moretti,
alias padre Davide da Bergamo. Conosceva alla perfezione la tecnica
di composizione di una fuga; era completamente padrone delle vette
dell’armonia del tempo. Il largo impiego della settima diminuita
ha qualcosa di simile all’impiego che ne faceva Verdi (anche
se la genialità di quest’ultimo va ben oltre). Ugualmente,
tutta la produzione di Moretti rimane ‘popolareggiante’:
come scelta e non come debolezza.
Non solo. La musica di carattere popolare era in grado di rappresentare
sensazioni, sentimenti e pensieri di un personaggio (rappresentato
dal canto) o di un popolo (rappresentato dal coro) ed hanno costituito
un deposito di usi sociali e sentimenti collettivi che rappresentavano
il substrato della cultura dell’epoca. Forse, mai come nel
nostro Ottocento, il melodramma ha rappresentato per l’immaginario
collettivo, una metafora della condizione sociale e dei sentimenti
sociali di una nazione che stava nascendo e che, in seguito, si
accingeva a muovere i primi passi. Mai come in quel periodo la
musica costituiva un marcatore di identità sociale.
Oggi siamo invece nell’epoca della globalizzazione. La musica,
non più regionale, non costituisce più il segno
di appartenenza di una comunità locale. L’epoca attuale
produce, semmai, musiche generazionali (musiche per i bambini,
per gli adolescenti, per i giovani, per coloro che giovani non
sono più): il senso di appartenenza si fa trasversale ed
accompagna le età più che i luoghi. La musica è
pronta per essere consumata ed ognuno, appunto, consuma la propria
musica. Inoltre, la produzione della cosiddetta “musica
colta” tende ad abbandonare sempre di più la gran
massa, per rivolgersi a pochi intimi. Sarà la nuova strada
che, a parte un certo Puccini, caratterizzerà l’intero
Novecento.
Non c’è più bisogno, inoltre, di produrre
musica, perché la troviamo già pronta, in mille
fogge e mille forme, generalmente perfetta sul piano della riproduzione.
Nell’età del mercato, siamo diventati, insomma, degli
esclusivi consumatori. La produzione è affidata alla tecnologia
ed a pochi ‘eletti’ (che a diventano ‘divi’),
mentre noi siamo diventati più o meno raffinati consumatori.
Note
(7) Battista Q. Borghi, Coro di bimbi a Mompiano,
Junior, Bergamo, 2001.
(8) Di questa opera Rosa Agazzi ha curato due edizioni. La prima,
del 1908, è contenuta nella Bibliotechina pratica per le
Educatrici diretta da G. Merendi. La seconda, pubblicata dalla
casa editrice La Scuola di Brescia, è del 1936.
(9) Quest’opera compare per la prima volta nel 1911 e conoscerà
diverse edizioni con i tipi della premiata stamperia Fratelli
Geroldi di Brescia.
(10) R. Agazzi, Guida per le educatrici d’infanzia,
La Scuola Editrice, Brescia, 1961
(11) Rosa Agazzi contrappone il ‘canto gentile’ tout
court alla ‘volgarità’ in modo simile alla
differenza che esiste fra intelligenza e stupidità. Si
veda: L’Abbicì, cit., p. 24.
(12) Agazzi R., L’abbicì, cit. p. 34
(13) Battista Q. Borghi, Coro di bimbi a Mompiano, cit.
(14) Queste cose devono inoltre stare insieme: vi è “chi
sa prendere esattamente colla voce qualunque nota in questo o
in quel dato punto della scala e non lo sa poi cogliere diatonicamente;
v’ha chi per intonare ha bisogno di cantare insieme agli
altri e chi invece, nel coro, perde la bussola”. R.
Agazzi, L’Abbicì, cit., pp. 40-41.
(15) Rosa Agazzi non esclude, a questo proposito, l’opportunità
di formare due gruppi (gli intonati e gli stonati). Attenzione
però: se vuole, i due gruppi possono essere formati ‘nella
mente’ dell’educatrice. L’Abbicì,
cit., pp. 45.
(16) R. Agazzi, L’Abbicì, cit., pp. 48-49.
(17) Battista Q. Borghi, Coro di bimbi a Mompiano, cit.
(18) R. Agazzi, L’Abbicì, cit., p. 23.