» Le radici della via italiana alla
didattica musicale: la proposta di Rosa Agazzi (I) (*) - Infantiae.Org™
n.273/2006
di Battista Quinto Borghi
Un modello dimenticato
Oggi il ‘Metodo Agazzi’ per la scuola
dell’infanzia appare distante, obsoleto, pressoché
dimenticato, più il frutto di un retaggio del passato che
un’opportunità utile per la scuola di oggi. La lezione
agazziana ci appare un lontano ricordo che tendiamo a localizzare
in una ristretta area geografica del nostro paese ed in un contesto
culturale circoscritto. Eppure, basta volgere lo sguardo indietro
di una generazione di insegnanti per richiamare un ricordo vivo
ed un’esperienza densa.
Attualmente, sul piano istituzionale ed ‘ufficiale’
esiste una sola scuola dell’infanzia ad indirizzo agazziano
(1), ma il modello messo a punto da Rosa Agazzi ha influenzato
fortemente le teorie e le pratiche dei servizi per l’infanzia
per oltre mezzo secolo nella pri-ma metà del Novecento.
Ed anche la particolare proposta agazziana per quanto riguarda
l’educazione musicale dei piccolissimi ha avuto un’influenza
tutt’altro che marginale e tutt’altro che effimera
nel panorama educativo italiano che ha coinvolto diverse genera-zioni
di bambini per circa un settantennio.
Per diversi decenni, generazioni di maestri, attraverso la frequenza
della scuola magistrale hanno frequentato le lezioni di canto
previste dai programmi e l’educazione musicale per molto
tempo è stata intesa come una componente essenziale della
didattica che i futuri maestri avrebbero dovuto svolgere nel loro
lavoro educativo nei confronti dei loro alunni.
Non mancano critiche a tutto questo. Molti autori sono convinti
che l’educazione musicale era fatta male e che gli stessi
programmi dei Conservatori (che formavano a loro volta gli insegnanti
di musica) facevano acqua da tutte le parti. Tutto questo è
vero: rimane il fatto che, comunque, in passato qualcosa si faceva,
l’educazione musicale, pur con innumerevoli limiti era una
pratica diffusa. Ora invece nella scuola comune semplicemente
non esiste più.
Oggi molte ‘chincaglierie’ educative agazziane sono
dimenticate anche perché completamente assorbite dalla
pratica quotidiana della scuola dell’infanzia: ne fanno
talmente parte da non essere più visibili. Sono divenute
trasparenti a se stesse, non più percepibili. Basti pensare
ai principi connessi con la concettualizzazione della lingua per
dimenticare gli insegnamenti a proposito di ‘lingua parlata’
di Rosa Agazzi. Oppure il gioco con le ‘cianfrusaglie’
che si trovavano nelle tasche dei bambini viene oggi trasferito
alla scoperta dell’ambiente circostante e ad alcuni campi
di esperienza più di altri.
Se la pedagogia agazziana tradizionale è oggi sostanzialmente
dimenticata, non solo per i profondi cambiamenti culturali avvenuti
nel corso di un secolo ma anche perché alcuni suoi valori
sono stati profondamente assimilati e sono nel tempo venuti a
costituire una sorta di substrato muto di una prassi educativa
costante, non così è avvenuto a proposito del modello
di educazione musicale messo a punto da Rosa Agazzi.
Leggere la lezione agazziana alla luce dell’oggi
La risposta – non poi così ovvia – a questo
interrogativo riguarda il carattere di ‘contingenza storica’
della proposta di Rosa Agazzi. In altre parole, l’impostazione
proposta dall’Agazzi può considerarsi valida per
quel determinato tempo e, conseguentemente, per quel determinato
contesto culturale, nel quale si è sviluppato.
E storicizzare la proposta agazziana significa per noi non solo
rileggerla alla luce dell’oggi ma vederne anche gli elementi
di validità e, per certi aspetti, di attualità.
La pedagogia musicale agazziana appare oggi interessante non solo
per ragioni di ricerca storica. Ora l’educazione musicale
nella scuola dell’infanzia non c’è più.
Non è presente nei programmi e non lo è, di fatto,
nella pratica didattica quotidiana. Ed i gradi scolastici successivi
non sono certamente meglio. Questa assenza non è priva
di significato. La musica (e l’educazione) non appare più,
per il legislatore attuale, un fatto di cultura e, come tale,
degno di essere insegnato. La musica è vissuta oggi essenzialmente
come un oggetto di consumo. Ed al mercato anche i bambini appaiono
come un interessante segmento nella diversificata gamma dei consumatori
più o meno consapevoli.
Nella pratica diffusa, anche quando è lastricata delle
migliori intenzioni, la musica nella scuola dell’infanzia
non riveste nulla di più di una funzione di sfondo. L’immagine
utilizzata da Eric Satie, per altro quasi contemporaneo di Rosa
Agazzi, di ‘musica d’arredamento’ appare quanto
mai indovinata ed attuale. La musica è percepita insomma
come un oggetto dallo scopo immediatamente utilitaristico, ossia
da consumarsi a piacere e, conseguentemente, la sua produzione
vede luoghi deputati ad hoc, centri specializzati.
Tutto questo è molto lontano dall’idea diffusa che
ha percorso tutto l’Ottocento e parte del Novecento secondo
cui la musica era un oggetto a cui tutti avevano – pur a
titolo e con condizioni diverse – accesso. Da qui la concezione
‘popolare’ (e ‘vocale’) di gran parte
della produzione dell’Ottocento italiano che ha influenzato
anche i grandi come ad esempio, per limitarci ad una sola citazione,
Giuseppe Verdi.
Il terreno di coltura
Per comprendere la relativa fortuna di cui la
proposta di Rosa Agazzi, pur nella sua relativa semplicità,
ha goduto, occorre volgere uno sguardo indietro.
“Col permesso del signor Zio, io fui avviata allo studio
del pianoforte. Contavo allora sette anni. L’impegno che
il maestro poneva nell’insegnar¬mi era pari alla passione
mia nell’apprendere”(2). Il signor zio era monsignore
e reggeva la parrocchia di Guastalla. La sua dichiarata propensione
mazziniana gli aveva pure creato qualche problema. Rosa Agazzi
ancora bambina avrà la possibilità di sedersi all’organo
della chiesa e, come era abbastanza normale in quel tempo, una
tastiera è sempre una tastiera: non si facevano distinzioni
troppo sottili fra pianoforte ed organo.
Rosa stessa ama ricordare un episodio della sua infanzia.
“Una volta che l’Arciprete era partito per Guastalla
… l’organista espresse a mia madre il desiderio di
sentirmi eseguire sull’organo una graziosa pastorale che
avevo allora allora imparata. Se la prova fosse riuscita, che
gradita sorpresa per il signor Zio! … Dopo la non perfetta
esecuzione della pastorale, il buon uomo ebbe la cattiva idea
di esercitarmi in un repertorio in cui mi sentivo più sicura.
Allora è avvenuto … che nella volta della chiesa
le mie minuscole mani diffondessero le dolenti note dell’addio
della Traviata. Quando il signor Zio venne a conoscenza del mio
infantile concerto nella casa del Signore, lo disapprovò.
Ma disapprovò più il programma che l’intenzione
del promotore”(3) .
L’episodio citato ci offre non poche informazioni sulla
sensibilità musicale dell’epoca. E’ noto come,
in quel periodo, il melodramma coincidesse essenzialmente con
la musica tout court e come l’opera godesse di una vastissima
fama anche popolare. I compositori (e Verdi in particolare) si
avvalevano per le loro composizioni di melodie che si stampassero
facilmente nella memoria di tutti, compresi i più umili.
Mai come in quel periodo la musica cosiddetta ‘colta’
era vicina, se non addirittura si identificava, con la musica
di consumo (o popolare). L’una prendeva spunti dall’altra
ed ognuna era riferimento costante per l’altra.
Non deve sorprendere perciò se una melodia d’opera
fosse suonata in chiesa. Non va dimenticato che molti compositori
(non si tratta, per altro, di un caso solamente italiano, né
circoscrivibile esclusivamente a quel periodo) fossero organisti
di chiesa o, per lo meno, si fossero in gioventù ripetutamente
seduti sulla panca dell’organo. E, si sa, mai come allora
l’organo rappresentava lo strumento dei poveri, costituiva
per molti l’unica possibilità per ascoltare musica.
E gli organi erano straordinariamente diffusi in ogni chiesa,
dalle solenni cattedrali delle grandi città, fino alle
modeste parrocchie rurali. Si tratta di una tradizione vecchia
di secoli che trae origine – nei territori in cui è
vissuta Rosa Agazzi – dagli Antegnati e dai Facchetti per
arrivare fino allo splendore dei Serassi. Avviene così
che il melodramma ispira la musica per organo e, contemporaneamente,
i costruttori d’organo si impegnano in sonorità brillanti
e poderose (caratterizzate soprattutto dalle ance) che a loro
volta influenzano, in certa misura, il melodramma stesso.
Un ulteriore elemento che occorre non dimenticare riguarda la
tradizione delle bande cittadine. Le bande costituivano il versante
laico (e quindi ancor più popolare) dei consumi della musica
della gente comune. Non va dimenticato che c’era una banda
in ogni paese; in ogni paese c’era quindi anche un maestro
che insegnava musica. E spesso era una personalità, godeva
di un riconoscimento sociale importante. Si trattava, forse, di
musiche non sublimi per le raffinate orecchie dei dotti, ma erano
pur sempre musiche che finivano per formare e forgiare l’identità
di gruppi appartenenti ad una determinata realtà territoriale.
La musica, insomma, come segno di appartenenza, come marcatore
sociale e culturale.
E’ anche per questo motivo che organo, banda, canto corale
e melodramma camminano insieme e percorrono la stessa strada.
Ed è per la medesima ragione che il confronto tardo romantico
fra Verdi e Wagner non ha nessuna ragione d’essere, né
sul piano culturale, né su quello storico.
Non crediamo che mancasse cioè un’aggregazione culturale
e stilistica o si manifestasse in ritardo rispetto alla musica
d’Oltralpe, né che la produzione musicale di casa
nostra si soffermasse troppo provincialmente su scoperte tardive
e su valori altrove già superati . L’idea culturale
che ha caratterizzato il nostro Ottocento era proprio quello di
essere vicino al popolo, di farsi riconoscere, di richiamare temi,
sonorità e ritmi popolari. Si tratta di uno statuto estetico
molto lontano rispetto al contesto culturale che ha generato prima
Betthoven e poi via via Schubert, Chopin, Schumann e Liszt. E’
qualcosa di diverso, non di inferiore: è semplicemente
un’altra strada.
E’ sul terreno della concezione popolare ed identitaria
della musica che si muove Rosa Agazzi.
• la lettura continua nella prossima newsletter
(*) Relazione tenuta al convegno “EDUCAZIONE MUSICALE NELLA
SCUOLA PRIMARIA” IRRE E.R. - Facoltà di Scienze della
Formazione, Università di Bologna, Sala San Francesco,
Piazza Malpighi n. 9, Bologna, 13 novembre 2004
(1) Si tratta della scuola comunale dell’infanzia “Sorelle
Agazzi” e della sede staccata “Agazzi-Valotti”
di Brescia
(2) Rosa Agazzi, Francesco Maria Zapparoli, sacerdote e patriota,
Milano, 1940, p.32. Si tratta di don Francesco Maria Zapparoli,
zio di parte materna di Rosa e Carolina. Il marito della sorella
di don Zapparoli, Ormisda Spedini è il padre di Angela
Spedini, a sua volta madre di Carlo, Rosa e Carolina Agazzi.
(3) Rosa Agazzi, Francesco Maria Zapparoli, cit., p. 32.
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