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» "Perché studiare la Pedagogia oggi" (IV) - Infantiae.Org n.283/2006

Franco Blezza, Facoltà di Scienze Sociali – Università “G. d’Annunzio” – Chieti

I due fattori convergono nell’indicare l'esigenza di nuove idee di fondo su che cosa significhi educare oggi, nuove rispetto ad un passato cronologicamente non lontano. I ritmi d’evoluzione si sono fatti frenetici a seguito dell’azione di un moltiplicarsi di fonti di diffusione dell’informazione e di relativa rielaborazione; e i tempi dell’educazione si sono fatti anche esplicitamente, dichiaratamente, consapevolmente più lunghi, fino a riguardare l’intero corso della vita umana. L’eventuale proposizione di un modello quale sia, e per rispettabile che sia, diviene obsoleta ben presto, e ha molto più tempo per diventarlo.
Per ragioni di fondo come queste affermiamo qui che oggi è necessario studiare la Pedagogia per tutti noi, in quanto soggetti sociali e culturali, cittadini, padri e madri, genitori e figli, componenti di famiglia e uomini di cultura, docenti e discenti, lavoratori di ogni tipo.
Potrebbe insorgere a questo punto l’interrogativo, legittimo, secondo il quale a tale evidente necessità odierna potesse essere corrisposto in altri tempi un minore rilievo per tutto ciò che era educazione allora. Non va confuso, a questo specifico proposito, il bisogno di riflessione provveduta e profonda sull’educativo con la necessità di un investimento pesante nell’agire educativo: le due cose sono profondamente differenti in linea di principio, e si divaricano proprio in corrispondenza ai tempi che abbiamo appena trascorso, alla transizione che è occorsa negli ultimi decenni e alle modificazioni sostanziali che l’educazione ha incontrato da alcuni decenni fa ad oggi.

Fino ad alcuni decenni fa, come lungo tutto l’Evo otto-novecentesco (4), l’investimento educativo era pesantissimo ed estremamente dispendioso. L’atto di educare non lo si poteva considerare poco coinvolgente né meno impegnativo per l’educatore. In particolare, svolgere i ruoli educativi del padre e della madre richiedeva presenza, sacrificio, dedizione, impegno, sensibilità, il dispendio di tutte le risorse umane più pregiate che ciascun soggetto educatore aveva a disposizione. C’era, è vero, una profonda a-simmetria tra i generi, per lo meno per le prime fasce di età dello sviluppò, e nemmeno in tutte. Almeno fino alla fanciullezza o alla pre-adolescenza, dei genitori chi operava un investimento di risorse umane più pesante nell’educazione diretta dei figli era la madre, mentre il padre questo dispendio era chiamato ad operarlo, per lo più, al di fuori; ma anche questo investimento esterno aveva delle ricadute educative sostanziali, che sarebbe un grave errore sottovalutare o passare in secondo piano. Comunque anche questa a-simmetria tendeva a compensarsi con l’andare degli anni fino a rendere evidenti i ruoli educativi profondi e impegnativi di entrambi i genitori, almeno, dall’adolescenza in poi.
Anche nei casi nei quali il padre rimaneva a lungo sullo sfondo, egli accresceva i suoi significati educativi diretti, espliciti e personali con la crescita del giovane fino ad esplicitare in pieno la propria essenza educativa prima che il processo potesse essere considerato compiuto relativamente alle età dello sviluppo.

Detto che l’investimento di coppia comportava un dispendio comunque essenziale di risorse umane da parte di entrambi i contraenti, sia pure in campi e domini diversi per largo tratto, va anche detto che questo investimento nel campo educativo era pesante, elevatissimo, estremamente dispendioso. Il trasmettere e replicare modelli educativi considerati validi a priori negli educandi richiedeva un impegno notevole da parte degli educatori. La presenza forte della figura genitoriale, sia pure prima prevalentemente di quella femminile e poi gradualmente anche di quella maschile, per l’educando era qualche cosa di irrinunciabile, e che tutti noi la ricordiamo come un fattore forte e chiaro: tanto, che eravamo indotti ad attribuire ai nostri genitori, come del resto ai nostri maestri e a tutti quelli che avevano funzioni educative come adulti di riferimento per noi, caratteri di infallibilità, di potenza smisurata se non proprio di onnipotenza, di conoscenza sconfinata se non proprio di onniscienza, e via elencando. D’altra parte lo stesso educatore si faceva scrupoli a pensare che avrebbe potuto deludere siffatte aspettative: per esempio una preoccupazione che tutti gli educatori avevano quel tempo era di non dimostrarsi mai fallibili nei confronti degli educandi, di non ammettere mai di essersi sbagliati, semmai di nascondere i propri limiti o perlomeno di saperli adeguatamente mascherare: e tutto questo era fatto in perfetta buona fede, in quanto si riteneva che se un educatore, un insegnante, una figura adulta comunque di riferimento, avesse ammesso di fronte agli educandi di essersi sbagliato, di non sapere, di non capire, ciò avrebbe fatto perdere loro qualche cosa di irrinunciabile, di essenziale, li avrebbe messi in crisi, li avrebbe fatti crescere insicuri e senza fondamenta adeguatamente salde.
L’investimento umano nell’educazione familiare, e non solo familiare, nei confronti delle giovani generazioni lungo tutto l’evo otto-novecentesco e stato fortissimo. Esso richiedeva un dispendio estremamente elevato da parte di chiunque fosse educatore in senso esplicito. Il dispendio sul piano umano, del resto, era chiarissimo a chi educava, come l’esperienza dei presenti può facilmente testimoniare e corroborare.
Dove sta quindi la differenza sostanziale rispetto all’educare oggi, visto che l’educare oggi non richiede un impegno né maggiore né minore, ma altrettanto dispendioso, sul piano umano più essenziale?
La differenza di fondo sta nel fatto che educare per trasmissione e replicazione di modelli non richiedeva competenze particolari. Ed invece educare oggi ne può richiederne, e ne richiede effettivamente di specifiche.

Che cos’era, un tempo, un buon educatore

Non c’era alcun bisogno di aver studiato Pedagogia, per essere un eccellente educatore allora; questo ruolo e queste mansioni non richiedevano alcuna riflessione profonda sull’educare. Al contrario, e per paradossale che possa apparirci oggi, riflettervi avrebbe potuto comportare dei gravi inconvenienti, in quanto avrebbe intaccato la parvenza di sicurezza ed indiscutibilità che quell’educazione esigeva. Non era richiesto neppure uno studio sulle finalità che ci si poneva nell’educare, sul loro significato sociale, storico, culturale, sui rapporti tra famiglia e società, tanto tutto ciò veniva dato per scontato e, per lo più, sottaciuto. Non c’era nemmeno bisogno di aver studiato. Un educatore del tempo poteva svolgere in modo eccellente il proprio compito anche da analfabeta.
Ad una figura adulta, perché potesse essere un buon educatore, alla fin fine si richiedeva un solo requisito, in quei modi di intendere l’educazione che hanno retto per circa due secoli ed hanno retto egregiamente: quello di essere stato a propria volta educato, e educato secondo i medesimi principi, cioè di aver fatto propri quei modelli che sono stati proposti dai propri educatori a suo tempo e di impegnarsi a replicarlì nei propri educandi, senza riserve e con il massimo convincimento possibile, con disponibilità al sacrificio, con senso del dovere, con spirito di servizio, con la certezza che quei modelli costituivano “il bene” (o “il Bene”) per i propri educandi, come per la società intera.
All’interno di quel modo di educare, non stupisce che si potesse giungere a forme di imposizione piuttosto pesanti, e che oggi considereremmo inaccettabili nel modo più assoluto, sia per quel che riguarda il ricorso a strumenti coercitivi violenti (“il bastone e un ottimo maestro di latino”, era un modo di dire più serio che non faceto), sia a strumenti coercitivi peggio che violenti come sarebbero i ricatti morali, affettivi, comunque incentrantisi sulla necessità che l’educando ha dell'educatore.
Per chi appartenga alla generazione dello scrivente, era esperienza comune di vita vissuta l’aver subito atti violenti in nome dell’educazione sia a casa che, soprattutto, a scuola. L’impiego delle percosse, a mani nude o con qualche strumento, l’inginoccharsi per terra, su terra nuda o su qualche cosa di più doloroso, il rimanere al freddo, in piedi con le mani alzate, l’essere costretto ad esercizi umilianti e dolorosi, era considerato dalla vox populi non solo come fatto ammesso ed accettato, ma come segno irrinunciabile di perizia professionale da parte del maestro. Dei miei maestri non desidererei parlare qui in questa sede, salvo che far presente che essi erano figli del loro tempo anche a questo specifico riguardo; su di essi non potrei esprimermi altrimenti che con profondo affetto e con convinta e fondata gratitudine; comunque, potrei e dovrei aggiungere che le principali sofferenze che ho partito a scuola o nel periodo scolare non le ritengo assolutamente ascrivibili a punizioni e comportamenti materialmente violenti, che pure ci sono stati e che ho subito.
Qui mi basterà ricordare che, di tutti i maestri di quella grande scuola elementare che ho frequentato non in questa città, colui che veniva unanimemente ritenuto il maestro più bravo e più stimato in assoluto era un docente di una classe vicina alla mia, dallo sguardo diabolico e fulminante, che intimidiva, con la barbetta mefistofelica, il quale aveva sulla pedana a fianco della cattedra una serie di canne di lunghezza crescente, con le quali poteva abilmente percuotere ogni singolo alunno senza doversi neppure alzare dalla sedia. Quel maestro era da tutti considerato senza dubbio alcuno il migliore in assoluto, il massimo che si potesse richiedere in termini di perizia professionale per quel particolare ruolo educativo.
Ma, si osservava, la percossa sistematica non era l’ipotesi peggiore.
Quante volte si sentiva prescrivere all’educando di agire o non agire in un determinato modo, con la sola motivazione che ciò faceva male all’educatore (ad esempio al genitore)? Quante volte il genitore stroncava un figlio con la semplice asserzione che il di lui comportamento “l’aveva fatto vergognare” di fronte a parenti o a conoscenti? Una percossa o financo una bastonata può fare molto meno male che sentirsi anche solo adombrata l’eventualità di aver mancato alle aspettative dei genitori, o di sentirsene condizionati in modo essenziale tanto la buona disposizione quanto l’apporto necessario di questi quando l’agire non fosse conforme a ciò che essi imponevano. Peggio ancora era quando questo coinvolgeva l’affetto delle persone più care, il quale andava “comprato” o barattato con la rinuncia a scelte proprie e con l’adesione supina ed acritica ai modelli che essi proponevano (o, meglio, imponevano).
Ovviamente, non vi era alcuna consapevolezza negli educandi del fatto che questi modelli erano stati a loro volta oggetto di analoga imposizione oppressiva nei confronti dei loro educatori solo qualche decennio prima. D’altra parte, una critica a-temporale, non storicizzata, a qual modo di concepire ed attuare l’educazione non avrebbe alcun senso.
Inviterei, quindi, a fissare piuttosto l’attenzione critica su un altro aspetto del problema educativo in quel contesto: solamente la certezza assoluta da parte delle educatore di essere in possesso di ciò che era senza ombra di dubbio “il bene” (o “il Bene”) dell’educando lo autorizzava sia materialmente che moralmente ad utilizzare qualunque strumento che egli ritenesse utile ed appropriato allo scopo. Qualunque cosa facesse, lo faceva “per il suo bene/Bene”. L’educatore che poneva in essere atti violenti diceva spesso, e pensava più spesso, che questo faceva pur più male a lui stesso che non all’educando. Non va creduto che gli educatori di quell’epoca fossero tutti dei sadici, malati e che trovavano negli educandi delle età più tenere dei comodi oggetti di sfogo delle loro proprie frustrazioni personali; ce ne saranno stati indubbiamente alcuni, e (se è per quello) ce ne sono anche oggi, ma se il grosso degli educatori agiva così, e per la quasi totalità essi erano convinti che l’agire così fosse un buon agire, vanno ricercati tutt’altri motivi.
Quel modo di intendere l’educazione, per quanto impegnativo esso fosse per l’educatore, per quanto esso richiedesse una presenza costante, assidua, dominante, fin opprimente da parte dell’educatore nei confronti dell’educando, dal punto di vista culturale era un modo assai facile di educare, facilissimo quanto il dire che cosa significasse educare, in che cosa consistesse l’educazione.
Educazione, per il paradigma dominante lungo l’Evo otto-novecentesco e fino a pochi decenni or sono, significava niente altro che trasmettere, replicare, trasferire negli educandi quei modelli che erano considerati in astratto validi, buoni, assoluti, indiscutibili, non criticabili né criticati, che l’educatore a sua volta aveva ricevuto. Se si tratta del “bene/Bene” dei nostri educandi, non dobbiamo far altro che metterlo comunque in atto.
Si pensi, sempre a titolo d’esempio, ad un altro modo di dire che era così comune in quel contesto educativo e culturale. Oggi si parla correntemente di “orientamento”; si tratta di un atto complesso e che richiede competenze pedagogiche avanzate evidenti; va notato qui, incidentalmente, che l’orientamento dev’essere operato prima per la vita e poi, solo secondariamente, per la scuola; mentre invece ancora troppo spesso si indulge ad un viceversa che è sempre e comunque un errore grave; ad ogni modo, anche di orientamento, cioè di dare delle coordinate affinché l’educando sia poi in grado di cercarsi la sua propria strada, si è preso a parlare solo da alcuni decenni, tanto che prima di circa cinquant’anni fa il termine non era assolutamente impiegato in quel senso; a quel tempo non si parlava di orientamento bensì si parlava di “retta via”.
L’educazione era, propriamente, un instradamento lungo la “retta via”.
Si capiscono immediatamente due concettualità importanti in questa adusata locuzione. Innanzitutto l’articolo determinativo al singolare, il che dava per scontato e prestabilito (ed anche pregiudicato) che questa via fosse una ed una sola, tutto il resto fosse errore. In secondo luogo, l’aggettivo “retta” possiede due significati, diversi ma che in questo caso si sovrapponevano: il significato di “diritta” per cui, una volta imboccata questa via, la virtù stava nel seguirla senza la benché minima deviazione, anch’essa considerata senz’altro come un errore, e il significato di “giusta”.

Che cosa possono essere, oggi, un buon educatore e un buon educare

Non ci sentiamo, quindi, obbligati a muovere neppure un cenno di critica a quel modo di intendere l’educazione, e neppure a chi educava in quel modo considerandolo un proprio dovere; non pensiamo neppure che questo abbia fondamentalmente senso se non viene collocato quel modo di educare nel suo contesto storico, sociale, culturale.
Ciò di cui dobbiamo invece prendere atto è che quel modo di educare non è più praticabile oggi. Oggi il pensare ad una strada tracciata una volta per tutte al termine delle età dello sviluppo, e che fosse seguibile per tutto il restante corso dell’esistenza sia nel lavoro che nella cultura che nella società che in tutte le relazioni umane e relative sedi, non sarebbe neppure concepibile. Anche quando si fosse conseguita una posizione che consentisse di dare il meglio di sé in un certo momento nel campo del lavoro, della cultura, delle relazioni sociali, delle relazioni familiari, ciò non solo non ci esimerebbe da prendere in esame le eventualità del cambiamento futuro, virtuale e probabilmente imminente, ma ci comporterebbe al contrario la pesante responsabilità di predisporre una reazione costruttiva e positiva di fronte a quei cambiamenti che siamo certi interverranno in tutte queste sedi ed in altre, e dobbiamo attenderci che sia a scadenza breve.
Oggi, quindi ed in altre parole, si tende certamente ad aiutare l’educando a cercarsi una posizione ottimale per porre in atto le proprie potenzialità in tutti questi campi, ma così facendo si pone la massima cautela nel predisporre l’educando stesso a quelle profonde trasformazioni che egli sarà chiamato a vivere e a padroneggiare in senso attivo, e comunque a prevenire tutti i rischi evidenti che vi sarebbero in un trincerarsi da parte dell’educando su posizioni già conseguite in una realtà che comunque è in continua e frenetica evoluzione.
La virtù non è più nella costanza conservativa, presunta “affidabilità”, ma nella flessibilità: è nella capacità di convertirsi, di aggiornarsi, e non solo nei settori in cui questo e più evidentemente urgente come sono i settori professionali o quelli culturali; bensì in tutti i settori di socialità e relazionalità umane, compresa la famiglia o, meglio e per certi aspetti, proprio a cominciare da essa.
Al riguardo, sarà il caso di rimarcare quanto sia finto il dualismo tra formazione iniziale e formazione continua, anzi come sia fondamentalmente sbagliato chiamare con termini differenti quello che è un processo continuo, di educazione o formazione per tutta la vita. Si può bene individuare questa esigenza in alcuni settori particolari, come sarebbero ad esempio quelli delle professionalità tecnologicamente più avanzate, con quelli delle professionalità che seguono la vita di tutti giorni (giornalisti ad esempio) oppure le dinamiche contestuali (avvocati o commercialisti), ma sarebbe un errore grave volerlo ridurre ad essi questi: in fondo, tutte le professionalità, costituiscono certo degli ottimi esempi, purché se ne colga la portata generale.
Non è certo una scoperta di oggi che ai nostri allievi ed educandi, quando li facciamo studiare, una delle cose principali da fornire loro è la capacità di studiare, variamente chiamata a seconda dei tempi e dei contesti (metodo di studio, stile di vita da studente, amore per la cultura o “filosofia” in senso ampio, ...): questa deve essere sempre a disposizione del soggetto umano perché possa porre in essere tutte le azioni culturali necessarie ogniqualvolta il contesto glielo richiederà.

La necessità odierna di studiare la Pedagogia…

Per tutti questi motivi, che sono peraltro evidenti all’esperienza e alla sensibilità di ciascuno, ed ancora per altri motivi che potremo ulteriormente prendere in esame ma ce ne asteniamo perché il tempo disponibile comincia a volgere al termine, si capisce bene come educare oggi sia enormemente più complesso, più culturalmente fondato, che non per il passato, e che possa di conseguenza richiedere delle competenze specifiche che in altri tempi non erano richieste, in quanto non considerate necessarie, e non considerate necessarie correttamente e fondatamente.
Questo, da un lato, comporta che lo studio della Pedagogia comincia ad essere richiesto un po’ dappertutto, nella formazione dei settori nei quali fino a qualche decennio fa nessuno si sognava neppure di evocare questo nome: e ciò, sia pure con tutte le lentezze, con tutte le inerzie e con tutte le resistenze che si incontrano in ogni campo del sapere.
Se prendiamo come valido esempio l’Università, come sede della formazione più elevata ma sempre tenendo presente la portata generale di questa esemplificazione, fino a non molti decenni or sono all’Università la Pedagogia era studiata quasi esclusivamente dagli studenti dei Magisteri. Erano queste delle particolari Facoltà, che non esistono più, ma che erano state create in Italia nel 1935 per dare uno sbocco universitario anche i maestri i quali, diversamente, si vedevano preclusa questa via in quanto studiavano un anno di meno della quasi totalità dei loro colleghi frequentanti le scuole superiori. Queste Facoltà formavano inizialmente Direttori Didattici, Ispettori Scolastici, Insegnanti di Scuola Media, costituendo quasi un completamento di un circuito chiuso tra i primi gradi della scuola e l’Università stessa. Al di fuori dei Magisteri si trovavano pochissimi esempi di insegnamenti pedagogici, per lo più legati a situazioni personali e locali assolutamente particolari, e comunque in Facoltà affini ai Magisteri come in particolare Lettere e Filosofia, per lo più riconducendovisi l’insegnamento della Pedagogia ad una sorta di Dépendance degli insegnamenti filosofici. Oggi, l’insegnamento pedagogico è presente all’Università non solo in tutti i settori delle Scienze Umane, Sociali e della Cultura (Psicologia, Sociologia, Scienze Politiche, Economia e Commercio, Servizio Sociale,......) ma comincia ad avere una sua non trascurabile importanza anche in altri settori, come ad esempio nei corsi di laurea in Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, nei corsi di laurea della Facoltà di Medicina e Chirurgia, ed ancora non si sono neppure avvicinati i limiti di questo dominio, in ampliamento evidente quanto necessario.
Si diceva in apertura dell’alta istanza, avanzata da autorità culturali in città, perché a Treviso vi sia una cattedra piena di Pedagogia, anche se non vi sono corsi di laurea specifici. Bene, seguendo indirizzi razionalmente consolidati, ciò potrebbe avvenire già oggi nei corsi di laurea attivati in questa sede dalle Facoltà di Economia e Commercio, o di Lingue e Letterature Straniere; né si può escludere che ciò possa avvenire relativamente ad altre Facoltà in un futuro non lontano e che già si delinea. Ma insegnamenti universitari pedagogici a Treviso e provincia già oggi esistono, nei vari corsi di laurea e di laurea specialistica attivati nel Capoluogo, a Conegliano e a Castelfranco dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Padova. Si tratta di presenze apprezzabili e degne di menzione: ma, allo stato attuale, esse presentano tutti i limiti di ogni corso tenuto da personale esterno all’Università, reclutato con contratti annuali o con affidamenti gratuiti o a basso costo nei quali vi è certo il meglio dell’esplicazione di qualità da parte di soggetti onorati dalla collaborazione all’Università, ma che fanno mancare all’Università e al territorio un rapporto organico di direzione, di ricerca, di scientificità.
Se ne può avere un’ulteriore immagine esemplare considerando quanto di specificamente pedagogico era assente nei libri di testo antologici o storici, ad esempio, di Letteratura o di Filosofia in quanto considerato non pienamente pertinente o secondario o non rilevante per indirizzi culturali generali, mentre oggi torna ad essere sviluppato, sia pure anche qui in misura ancora inadeguata, e scritti sull’educazione compaiono là dove decenni or sono nessuno si sarebbe sognato di includerne o di cercarne.
Ma non è solo un problema di Università e Scuola, cioè di quella parte della formazione che è maggiormente centrata sui saperi, anche se in quelle sedi si è cominciato a dare una risposta positiva precedentemente che non in altre, e i primi risultati sono meglio leggibili ancorché inadeguati.



(4) Si tratta di un Evo breve, durato all’incirca due secoli scarsi, successivo a quell’Evo che storiograficamente si chiama “Moderno” in senso proprio. Esso ha avuto origine con le rivoluzioni borghesi di fine ‘700, con qualche significativo precedente nell’Inghilterra circa un secolo prima; e che ha incontrato la transizione successiva tra gli anni ’50 e gli anni ’90 del secolo scorso cronologicamente inteso. Per quanto diremo più avanti circa il significato culturale delle scansioni secolari (previa retrodatazione della decorrenza di alcuni decenni), potremmo identificare questo “evo breve” nei secolo XIX e XX culturalmente intesi.

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