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» "Perché studiare la Pedagogia oggi" (III) - Infantiae.Org n.281/2006

Franco Blezza, Facoltà di Scienze Sociali – Università “G. d’Annunzio” – Chieti


L’educazione oltre le età dello sviluppo

A sviluppo psico-fisico completatosi, semmai, si riteneva che sopravvenissero altri processi.
Sembra curioso dover rimarcare oggi come, ad esempio, a fare il marito o la moglie, a fare il padre o la madre, lo si impari e lo si possa insegnare; ma in quei tempi considerazioni di questo genere venivano tranquillamente sottaciute

Anche qui, dati di fatto imprescindibili suggeriscono di orientarsi verso un approccio meno rigido: l’aumento della scolarità, ed anche il suo proseguire sotto altre forme praticamente lungo tutta l’esistenza lavorativa (ed anche oltre); lo spostamento in avanti delle età medie del matrimonio, o comunque della sistemazione autonoma rispetto alla famiglia d’origine, e della genitorialità sia maschile che femminile; l’accesso differito nel mondo del lavoro, e un accesso che rimane comunque caratterizzato da flessibilità anche quando il lavoro abbia trovato un suo assetto più continuativo e non precario; e così via. Sono fenomeni ed aspetti della realtà attuale che tutti noi conosciamo bene; fra l’altro, non solo questi momenti di viraggio nella vita vanno ben oltre le età dello sviluppo, ma essi si spostano mediamente sempre più in avanti, nonché si moltiplicano.

Se prima si poteva sottacere tutto ciò che vi corrispondeva, oggi questo non è più possibile. Anche l’educazione esplicita, dichiarata per tale, dura ben oltre quel limitato lasso di tempo della vita. Anche chi andasse a lavorare, diventasse genitore, vivesse da solo o si sposasse, poco oltre le età dello sviluppo, non per questo potrebbe illudersi di aver di fronte una vita definita una volta per tutte e che non ha più bisogno di educazione: al contrario questo bisogno si farà evidente e perentorio ben presto, se non lo e già stato al momento di compiere quei primi importanti passi personali, e tendenzialmente autonomi, nella società e nei confronti di essa.
Anche a questo specifico proposito, non mancheranno i laudatores temporis acti.

Si potrebbe, ad esempio, rimpiangere i tempi nei quali i nonni e i bisnonni di chi oggi ha 25 o 30 anni, e passi del genere li hanno ancora da compiere, li avevano invece compiuti, magari ad un’età ancora precedente. Non ha alcun senso discutere questo giudizio: ciò che invece è doveroso è, ancora una volta, prendere atto che la realtà è sostanzialmente cambiata, e che quelle evidenze che caratterizzavano le generazioni precedenti oggi non sarebbero praticamente attuabili, anzi tutto conduce a pensarla diversamente e, soprattutto, responsabilizza ad educare a tutt’altre prospettive di vita.

Soffermiamoci un attimo sul problema della formazione scolastica iniziale.
È ben vero che alcuni decenni or sono la gran parte dei lavoratori non andavano oltre le età dello sviluppo come scolarizzazione: questa poteva anche non essere neppure coperto integralmente dall’istruzione obbligatoria, che ammontava ad otto anni (in essi erano sei dal 1904, tre dal 1876, due dal 1859 con un’attuazione parziale, almeno in Italia). Ad essa faceva seguito quella che solo da pochi anni abbiamo imparato a chiamare “formazione continua”: certo, essa è diventata molto più impegnativa, profonda ed essenziale oggi di quanto essa non fosse un tempo, tanto che oggi non vediamo alcuna soluzione di continuità tra la formazione iniziale e la formazione continua, cosa che invece poteva essere plausibile in anni non lontani.

Un tempo aveva una sua credibilità l’immagine della vita lavorativa che tendeva a rimanere sostanzialmente stabile ed immutabile per quanti di più decenni fosse possibile; alla fine della quale vi era l’irreversibile decadimento della vecchiaia con la progressiva perdita di quanto faticosamente acquisito e, poi, mantenuto.

Se così è stato, oggi questa immagine non ha più alcun dato di realtà a suo sostegno. Al contrario, tutto ci porta a pensarla in maniera sostanzialmente differente. Da un lato, vanno messe nel conto tutta una serie di occasioni di educazione propriamente detta che si presenteranno nell’arco di questi decenni, comportando dei mutamenti sostanziali sia nel modo di lavorare che nel modo di essere nella società dal lavoratore, dal cittadino, dal familiare, insomma dalla persona; dall’altro l’immagine della vecchiaia come sostanziale perdita non è neppure più realistica, al contrario si tende a valorizzare la cosiddetta terza età come sede di nuove opportunità e nuove occasioni di interesse sociale, e che possono essere colte pienamente come occasioni di educazione vera e propria.

Tutto ciò, ed altro ancora, mette in gioco per l’intera durata del corso dell’esistenza le risorse umane più essenziali, l’essere uomo in modo pieno ed integrale: se ancora oggi vi e della riluttanza ad accettare il termine “educando” riferito in modo pieno e senza riserve a queste fasce d’età, questo ci permette di capire meglio sotto quali visioni limitate e riduttive l’educazione sia stata vista negli anni nei quali abbiamo cominciato ad essere educati tutti noi.
Presso taluni autori, si parla preferenzialmente di “formazione” anziché genericamente di educazione, di “formazione continua” a proposito delle fasce di età successive alle età dello sviluppo; il termine “aggiornamento” che pure si impiega, invece, è da considerarsi un eufemismo riduttivo, che non ha analoghi in inglese, né in francese od in altre lingue di riferimento. Peraltro, categorie professionalmente forti e strutturate come quelle della Sanità hanno accettato di chiamare la loro formazione continua con l’acronimo ECM, che sta per “Educazione Continua in Medicina”.

Va aggiunto che esistono in alcune lingue europee (ad esempio in Tedesco e in varie lingue slave) i termini “Andragogia” e “Geragogia”, anch’essi con il suffisso “-agogia” come si era preannunciato, a designare l’equivalente della Pedagogia per la seconda e la terza età rispettivamente; ma la tendenza largamente prevalente in Italia e negli altri Paesi è quella di mantenere il termine “Pedagogia” con riferimento a tutta la vita umana e a tutte le fasce d’età in essa, in linea con altre lingue occidentali e con ottemperanza attenta e provveduta all’etimo. La dizione “sei in corso di formazione (continua)” appare certo più facilmente accettabile che non la dizione “sei educando” in età adulta od anziana; ma l’essenziale è aver ben chiaro che non si tratta solo né principalmente di formazione “professionale”, bensì di una funzione ed insieme di un’esigenza essenziale per l’uomo in quanto persona.

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