» Perché studiare la Pedagogia
oggi (II)
Franco Blezza, Facoltà di Scienze Sociali – Università
“G. d’Annunzio” – Chieti
L’educazione non è più replicazione di modelli:
i ritmi d’evoluzione culturale e la diffusione dell’informazione…
Un tempo, più o meno lontano, era plausibile un’educazione
che consistesse nella trasmissione e nella replicazione di modelli
prefissati. Oggi, se anche questo paradigma pedagogico fosse accettabile
in linea di principio, non sarebbe più possibile sul piano
pratico: sarebbe inattuabile sul piano di fatto.
Non è necessario dare un giudizio sul tempo attuale in
confronto col tempo passato, nel quale era effettivamente possibile
educare diversamente; quello che e necessario, imprescindibile,
fondamentale è riconoscere questo dato di fatto storico.
Ciascuno di noi, da un punto di vista strettamente personale e
soggettivo, può benissimo ritenere che la realtà
nella quale era effettivamente possibile educare trasmettendo
e replicando modelli che l'educatore a sua volta aveva ricevuto
dai suoi educatori quando era educando fosse una realtà
preferibile rispetto quella attuale. Nessuno può impedire
un’opinione del genere, che non ha neppure senso criticare
con strumenti strettamente pedagogici. Ciò non toglie che
nessuno sia esonerato dal prendere atto che una educazione di
quel tipo oggi non gli è più effettivamente praticabile;
andrebbe poi aggiunto che essa, fosse anche praticabile, non sarebbe
ciò di cui hanno bisogno gli educandi; ma di questo parleremo
fra breve.
Questa impraticabilità può essere vista, per lo
meno, sotto due fondamentali riguardi. Ciascuno dei due sarebbe
di per sé sufficiente, ma apparirà chiaro quanto
sia opportuno considerarli entrambi.
Un primo riguardo si delinea se consideriamo che noi educhiamo
nella storia, nell’evoluzione culturale: si tratta di prerogative
umane profonde ed essenziali, come dovrebbe essere chiaro a tutti,
ma innanzitutto a chi abbia cultura classica, umanistica; o per
lo meno storico-letterarie. È peraltro chiaro anche a chi
abbia una coultura scientifica, o tecnica, realistica, considerato
il carattere sempre ipotetico-interlocutotio, e mai definitivo,
di tutto quanto si afferma sia nell’una cultura che nell’altra.
Si vive da uomini nella storia, e l’umanità non sarebbe
neppure pensabile senza l’evoluzione culturale. Fintantoché
l’evoluzione culturale si svolgeva a ritmi sufficientemente
lenti, si poteva anche pensare che i modelli che si presupponevano
all’educazione e si trasmettevano all’educando avessero
ancora un qualche vigore al termine del processo educativo. Ma
se i ritmi dell’evoluzione culturale sono cresciuti, fino
a diventare terribilmente frenetici come sono oggi in tutta evidenza,
ciò non è più possibile e neppure ipotizzabile
in teoria. Una ipotesi di questo genere cadrebbe immediatamente:
un qualunque modello si presupponesse all’educazione, per
quanto bene studiato esso potesse essere, e qualunque cosa significhi
questo “bene”, ce lo vedremmo invecchiare rapidamente,
diventerebbe inservibile prima di poter dare i primi risultati
fruibili. E i nostri ragazzi, i nostri allievi, comunque i nostri
educandi, si renderebbero conto da soli di quanto esso non regga
anche a distanze di tempo relativamente brevi.
D’altra parte, i ritmi evolutivi sono diventati frenetici
per molti motivi, e tra questi assume una rilevanza particolare
il moltiplicarsi delle fonti che distribuiscono l’informazione
e che ne consentono lo scambio interpersonale. Certo, anche questo
dato di fatto è suscettibile di giudizi vari, in particolare
chiunque può pensare che ciò abbia anche degli aspetti
altamente negativi. Ciò non toglie che ci si debba prima
di tutto porre realisticamente di fronte a questo dato di fatto;
e, prima ancora di chiederci che cosa ci sia in questo di giusto
o di sbagliato, di migliore di peggiore, di preferibile o deprecabile,
dovremmo porci il problema dell’impiego che di tutta questa
ricca e variata diffusione dell’informazione poi possono
fare gli educandi, e semmai spostare il giudizio su questo piano,
quello degli usi che di tale enorme ricchezza possono essere fatti
o non fatti. Questo non ci consente solo di capire perché
l’educazione per omologazione a modelli rigidi e prefissati
non funzioni più oggi, non possa funzionare, ma integra
anche una deontologia positiva. È doveroso tener conto
nell’educazione di questo moltiplicarsi frenetico delle
fonti di informazione e della loro interazione, nonché
di tutta la rielaborazione che si verifica della comunicazione
tra persone, per poter operare oggi un buon lavoro educativo nei
confronti dei nostri soggetti educandi; non è neppure possibile
ipotizzare un buon agire educativo che prescindesse da questa
realtà, ricca e fin eccessiva, difficile da padroneggiarsi.
Semmai diremmo che oggi all’interno del compito educativo
vi sia tra i primissimi punti quello di educare a padroneggiare
e a farci strumento di tutto ciò, a non esserne passivi
oggetti a non diventare strumento di chi può avere mano
il grosso di queste informazioni. Questo, si capisce, ci porta
in dimensioni completamente diverse da quelle che trenta o cinquant’anni
fa potevamo dare pacificamente per acquisite e presupposte all’atto
educativo.
… e l’educazione esplicita per tutta la vita
Ma vi è almeno una altro riguardo sotto il quale comprendere
che oggi educare per replicazione, trasmissione, omologazione
a modelli rigidi prefissati, come pure avveniva in tempi non lontani,
non è praticamente effettuabile per ragioni di principio.
Questo ci rimanda ad un altro dato di fatto, quello secondo il
quale oggi l’educazione esplicita dura molto di più
di quanto non durasse, o non si ritenesse che potesse durare,
in un passato non lontano.
Anche in questo caso, tutto un discorso andrebbe fatto sull’evidenza
secondo la quale l’educazione, in realtà, non termina
mai, dura tutta la vita umana, sia pure in forme e secondo modalità
differenti. Quando si diceva che verso i 15-16 anni, o poco più
di là, l’educazione del figlio e del soggetto in
età dello sviluppo era terminata, e che sugli esiti di
questa educazione (quali che fossero stati) non erano più
possibili ulteriori azioni, in realtà si compiva un’operazione
consolatoria: l’educazione è una caratteristica intrinseca
dell’uomo in quanto tale, in Pedagogia diremmo in quanto
“persona” (2), e semmai ciò che va richiesto
è come cambi l’educazione terminate le età
dello sviluppo.
Oggi si parla correntemente di “educazione degli adulti”
e di “educazione degli anziani”. Questo è
un discorso che ci porterebbe lontano, al quale possiamo solo
accennare in questa sede: troveremmo sia nella antichità
che nel Medio Evo che fin nell’Evo Moderno contro-esempi
convincenti del fatto che vi era un’educazione esplicita,
studiata, teorizzata, strutturata anche in fasce di età
che non erano più quelle delle età dello sviluppo.
L’infanzia e la fanciullezza, da un’educazione negata
a un’educazione imposta
Fino ad alcuni decenni fa, quella che era educazione esplicita,
chiamata da tutti per tale, si riteneva invece senz’altro
che avesse una durata relativamente breve rispetto all’intero
corso dell’esistenza umana. Si parlava di una dozzina d’anni,
poco più, poco meno. Essa non cominciava a zero anni, e
nemmeno a tre; secondo alcuni, non iniziava neppure a cinque o
sei anni bensì, gradualmente, dopo: anzi, una sorta di
“parola d’ordine” riguardava l’obbligo
di lasciare che i bambini (cioè i soggetti della prima
e della seconda infanzia) fossero fondamentalmente lasciati giocare,
senza regole e con fondamentale indulgenza nei confronti della
loro esuberanza e senza strumenti né per poter sfruttare
le loro risorse né per potersi esprimere appieno come da
loro desiderio. Qui si collocava anche una sorta di Pedagogia
“scolastica – non scolastica”, nel senso di
dare ai bambini una scuola che non avesse le caratteristiche di
una scuola vera e propria, seguendo quel paradigma che si è
a lungo chiamato della “scuola materna”:
L’aggettivo “materna” serviva ad escludere
il carattere pienamente scolastico di un’istituzione (3),
nella quale era proibito insegnare a leggere (nonché a
scrivere), impiegare materiale educativo e didattico strutturato,
parlare di maestri (al maschile-neutro) anziché di “educatrici”
(senz’altro al femminile), di programmi didattici anziché
di “orientamenti delle attività educative”,
di programmazione, nonché di regole, di strumenti razionali
(anche nel disegnare, nel colorare, nel cantare,…), e così
via.
Operazioni di questo genere erano rinviate alla fascia d’età
immediatamente successiva, la quale si chiama, propriamente, “fanciullezza”.
Una versione particolare del “mito del buon selvaggio”
era pienamente applicato alla prima e alla seconda infanzia, anche
con una considerevole gratificazione per l’educatore
– non maestro, il quale poteva godere appieno di una
interazione non normata e non disciplinata.
Solo nella fanciullezza il soggetto veniva bruscamente richiamato
ai suoi doveri di educando, e l’educatore a sua volta virava
potentemente la sua azione in senso della trasmissione ed omologazione
di modelli che lui per primo aveva ricevuto, e che si era impegnato
a replicare.
Solo a quel punto comparivano rigore, severità, norme,
regole, esigenze, le richieste (o le pretese) di precisione, diligenza,
accuratezza, ortografia, grammatica e via elencando, cercando
di recuperare il più rapidamente possibile quanto in tal
senso non era stato operato nelle due fasce d’età
precedenti, e ubbidendo a principi e regole che l’educatore
(ora chiamato “maestro”) sentiva prima di
tutto su se stesso, assieme al dovere di trasmetterli come stavano
nell’educando. Solo a quel punto, insomma, comparivano quella
disciplina e quella normatività senza delle quali non era
possibile fare educazione come, del resto non è possibile
neppure oggi, e non è stato e non sarà possibile
mai. Ne conseguiva un’azione pesante e impositiva che, come
osservato, doveva durare abbastanza poco: una decina o una dozzina
d’anni all’incirca, più o meno in corrispondenza
allo sviluppo psicofisico. Solo questo limitato lasso di tempo
era considerato il dominio della educazione esplicita, piena,
e considerata e dichiarata per tale.
(2) “Persona” in Pedagogia
è termine tecnico, come ad esempio è tecnica la
locuzione “scuola materna” che impiegheremo più
avanti.
(3) Era la visione di tale istituzione educativa per la seconda
infanzia di Pauline Kergomard (1838-1925), svolta in una serie
di scritti raccolta sotto il titolo L’éducation
maternelle dans ‘'école (2 volumi: Hachette,
Paris 1886-1895). La prima traduzione in italiano è apparsa
nel 1889, e la versione italiana diffusa nel dopoguerra (L’educazione
materna nella scuola: La Scuola, Brescia 1969) è stata
fatta su una raccolta postuma, eseguita nel 1938. Questa idea
è stata ripresa in Italia dalle sorelle Agazzi, Rosa (1866-1951)
e Carolina (1870-1945); e questa particolare visione ha poi avuto
particolare successo per alcuni decenni nel secondo dopoguerra
presso settori della Pedagogia cattolica.
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