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» Perché studiare la Pedagogia oggi (I)

Franco Blezza, Facoltà di Scienze Sociali – Università “G. d’Annunzio” – Chieti


Una necessità odierna

Il tema di questa nostra conversazione ha la forma un’affermazione di principio, Essa riguarda la necessità di Pedagogia che si avverte oggi: la necessità di una competenza pedagogica nelle sedi più diverse, e presso i soggetti più diversi, che non si avvertiva alcuni decenni or sono.
Anche la proposta avanzata autorevolmente dal professor Brunello, e ripresa in quest’alta sede, che Treviso abbia una cattedra universitaria di Pedagogia, pur non esistendovi i corsi di laurea specifici, fa seguito ad istanze autorevoli della città e della sua cultura, va nella medesima direzione e testimonia efficacemente di come sia necessario studiare la Pedagogia oggi, ovunque si abbiano socialità, relazionalità umana, politica nel senso ampio del termine.
Si tratta di un’esigenza sociale acutamente avvertita. Per molti anni, alla mancanza di questo apporto hanno supplito gli interventi da parte di professionisti e cultori di materie vicine, come ad esempio alcuni psicologi, assistenti sociali, operatori giuridici, operatori sanitari. Questo ha certo potuto aiutare: ma non ha consentito di cogliere il centro della problematica, pur evidenziandola, e ha fatto così mancare l’intervento specifico in quello che è il senso più profondo di ciò di cui nel merito la società ha bisogno oggi. Il bisogno è rimasto sostanzialmente insoddisfatto, e ha seguitato a farsi più grande e più acuto.


Una disciplina dall’etimo antico

Dobbiamo scontare, in apertura, quelle riserve che potrebbero rimandare a considerazioni superficiali e non pienamente provvedute a proposito dell’etimo del termine “Pedagogia” e derivati. La riflessione su tutto ciò che è materia educativa è uno dei non molti campi di studio che non si denominano con un termine caratterizzato dal suffisso “-logia”, pur essendo indubbiamente anche un “logos”. Anzi il suffisso “-agogia” è probabilmente una sorta di hapax legomenon, in questo termine e in alcuni termini strettamente correlati, cui accenneremo più avanti (Andragogia, Geragogia).
Ci sono delle ragioni profonde per cui il discorso e la riflessione sull’educazione, come il teorizzare, il programmare e il trattare comunque di educazione; si chiamano con questo nome dall’etimologia anomala: “Pedagogia”. Per comprenderlo, dobbiamo rifarci alla figura del “pedagogo” (paidagógos in greco, paedagogus in latino), una figura delle età classiche che ha incontrato molteplici incarnazioni nella storia, di diversa dignità, sia alle origini che nei millenni successivi.
Il termine astratto comparve dapprima in latino (“Paedagogia”, appunto) alle fine del secolo XV, e subito dopo nel tedesco Pädagogik. Comprendiamo allora come la Pedagogia rappresentasse fin dalle sue radici non solo il considerare e lo studiare l’educazione e il condurre riflessioni su di essa, ma anche ed innanzitutto un farsi carico dell’educando, un prendersene cura e un prenderselo a cuore, un condurlo in quelle situazioni sociali che si ritengono le più adatte e fattive e le maggiormente propizie possibili in quel preciso momento perché la sua educazione abbia luogo positivamente, ed altresì un vigilare e controllare su queste situazioni, un riscontrarne l’esito che ne consegue.
In questo non deve indurci in un errore facile e quanto fuorviante il fatto che nel termine compaia il verbo “ago” (che, comunque, non è “duco”, per chi ami il latino). Al contrario, questo “agere” riguarda un rispetto della persona nell’educando, e un soddisfacimento delle sue esigenze primarie ed umanamente imprescindibili come lo sono quelle educative (1).
In particolare, non c’è niente di dittatoriale, impositivo, oppressivo nel pensare e nell’agire pedagogico, per lo meno come l’intenderemo oggi. L’agire pedagogico è essenzialmente promozionale: si tratta di consentire al soggetto di porre in atto nel modo più pieno ed integrale possibile le sue personali potenzialità. Per far questo, bisogna anche collocare quel soggetto in situazioni tali che questa estrinsecazione, questa messa in atto, possa avere luogo in esse nel modo più pieno, cioè che il soggetto possa evolvere culturalmente. Va tenuto presente, al riguardo, che queste situazioni sono in divenire continuo; un divenire nel cui processo il soggetto educando deve essere messo a regime come parte attiva, in grado di svolgervi il ruolo suo proprio.


L’educazione è proiezione nel futuro

Non si dà educazione, secondo la visione attuale di questa altissima prerogativa umana, se non previsionalmente, promozionalmente, in proiezione nel futuro. Queste caratteristiche sono fondative ed irrinunciabili nel “fare pedagogia”, a qualunque livello. L’educazione va pensata, prima ancora che essere attuata, con riferimento organico all’evoluzione culturale, cioè ad un divenire sistematico, senza fine né fini; in particolare, tenendo conto organicamente della necessità del soggetto di essere attrezzato a vivere attivamente e positivamente tale divenire, e non a subirlo.
I laudatores temporis acti, coloro cioè che esaltano il tempo passato solo perché è passato, possono aver avuto in altri periodi (anche recenti) un loro ruolo, eventualmente anche importante: ma essi non ne hanno alcuno nella Pedagogia odierna, se non come esempi negativi. Si potrebbe, ad esempio, muovere dal convincimento secondo il quale in un qualche tempo passato le cose andavano “meglio”, indipendentemente da ciò che questo può significare e sempre ammesso che significhi qualche cosa: ad esempio perché educare era più semplice, o perché era più immediato individuarne e conseguirne gli scopi. Anche se si muovesse da simili avvisi, comunque, si dovrebbe prendere atto che non sono più quelle le condizioni nelle quali si educa oggi, e soprattutto che sono profondamente cambiati i contesti rispetto ai quali noi dobbiamo educare i nostri interlocutori, in particolare le giovani generazioni, affinché siano attrezzati a vivervi e ad agirvi da persone mature, responsabili, attive, padrone della loro dignità e del loro ruolo.
Qualunque sia il giudizio che un educatore può esprimere sul contesto nel quale si colloca l’atto che egli e chiamato a compiere nei confronti delle educando, ciò non toglie che con quel contesto e con il corrispondente divenire storico egli deve e dovrà avere a che fare, e dovrà avervi a che fare in modo organico ed essenziale. Si tratta di un modo di formulare una norma deontologica: la deontologia del realismo.
Che questo lo impegni in modo profondo, e in modo sostanzialmente nuovo che non per il passato, lo comprendiamo in modo facile quanto immediato: e questo ci porta direttamente nel vivo della tematica della presente conversazione. Qui sta il passaggio logico e concettuale fondamentale per comprendere il senso di quanto cercheremo di esporre oggi in questa sede.

(1) Lo agere non riguarda una direttività in senso forte dell’educatore sull’educando, come vorrebbero talune letture superficiali e poco provvedute del termine; bensì un agire conducendo l’allievo nelle situazioni educativamente rilevanti, cioè un metterlo nelle condizioni di potersi attuare come persona, e nulla che abbia a che vedere con una trasmissione o una normatività sull’educando da parte dell’educatore.

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