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  » Sezione Speciale - "Tirocinio" ©®2000-2008 Tutti i diritti riservati Infantiae.Org™ s.r.l.

» Le teorie - Sezione Speciale - "Tirocinio"

Il tirocinio come percorso formativo integrato (V)

di Franco Biancardi, Dirigente scolastico, supervisore coordinatore delle attività di tirocinio nell’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria

5. L’accompagnamento riflessivo

Nell’economia di una trattazione necessariamente sintetica delle attività di tirocinio non può, tuttavia, mancare una riflessione finale sull’accompagnamento del tirocinante da parte del suo tutor.

Nella fase iniziale del tirocinio è più che naturale che gli studenti desiderino mettere in pratica le prime conoscenze teoriche acquisite, soprattutto se le originarie esperienze sono di osservazione del contesto organizzativo, delle strutture e dei professionisti in esse operanti ai vari livelli di competenza e responsabilità.

Considerando che i numerosi cambiamenti sociali, le riforme e le innovazioni in atto postulano una sempre più stretta e profonda partecipazione dell’insegnante nella definizione del suo compito, occorre che, fin dalle primissime fasi, il rapporto che si crea fra tirocinante e soggetti istituzionali impegnati nel tutoring sia di natura riflessiva o, per meglio dire, sia di accompagnamento riflessivo (D. Schon, 1993). L’accompagnamento riflessivo, infatti, si delinea come una modalità didattica privilegiata per favorire lo sviluppo dell’identità professionale del futuro docente.

Nel processo di formazione alla riflessività è possibile distinguere sette fasi da attuare con sistematica gradualità (Donnay, Charlier, 1991; Donnay, Raisiere, Chaubet, 1993).

La prima è la fase dell’evocazione. Al tirocinante viene offerta la possibilità di formulare emozioni, sentimenti ed impressioni personali nella massima libertà, senza alcun vincolo imposto da predefinite griglie esplicite di lettura. In questa fase il ruolo del tutor è quello di sollecitatore e facilitatore del libero fluire delle idee e dei pensieri sia in dimensione individuale sia in quella gruppale. In tal modo l’evocazione del vissuto da parte del tirocinante si modula e si espande, si sostanzia in senso e significato, veicola rappresentazioni e letture personali del passato, del presente e del futuro, si stratifica nella coscienza fino alla predisposizione del terreno per la successiva riflessività guidata.

La fase successiva è quella dell’esplicazione. Con l’aiuto del suo tutor lo studente effettua un’iniziale analisi ricognitiva della situazione professionale globale, ponendo in relazione comparativa i fondamentali elementi del proprio vissuto emozionale ed esperienziale con alcuni essenziali fattori connotanti il modo di essere professionale. Questa fase aiuta il tirocinante a distaccarsi in modo pressoché “indolore” dalla precedente congerie evocativa per entrare nell’universo del significato di senso professionale.

La terza fase è chiamata della descrizione contestualizzata. Grazie all’introduzione di mirate ed articolate griglie di descrizione, lo studente impara a ragionare sulla peculiare situazione dei processi d’insegnamento / apprendimento in termini di sistema. La puntuale individuazione e descrizione dei vari elementi che costituiscono tale sistema e l’analisi delle loro molteplici e multidimensionali interrelazioni consentono al tirocinante di effettuare un ulteriore, significativo passo in avanti sulla strada della formazione all’esercizio delle funzioni educative. Le stesse griglie descrittive non esauriscono le loro funzioni ad un livello strumentale in quanto rappresentano esse stesse motivo di analisi e riflessione. È evidente che in questa fase è indispensabile la contestualizzazione in situazione delle esperienze, cioè vivere le esperienze nelle classi, con i bambini reali.

La fase susseguente è quella dell’analisi interpretativa. Il fulcro di ogni attività è qui rappresentato dall’accurata analisi ed interpretazione delle varie situazioni educative, alla luce delle maggiori teorie psicopedagogiche o delle personali teorie del tutor o, ancora, dei suoi studenti. In questo processo analitico è fondamentale che qualsiasi teoria sia dibattuta al fine di evidenziarne i punti di forza e quelli di debolezza. Il confronto abitua i tirocinanti ad attivare costantemente momenti di analisi dialettica, esplicitando le diverse teorie di riferimento; non a caso questa fase è anche conosciuta come quella della teorizzazione.

L’ulteriore fase è chiamata della ricerca delle possibilità. I tirocinanti, naturalmente guidati dal tutor, ricercano e confrontano le varie possibilità d’intervento e d’azione rispetto ad una certa situazione educativa. Le diversità e le discrepanze sono messe in luce, commentate, discusse in modo sistematico ed approfondito. Questa fase è molto importante per realizzare nell’aspirante insegnante la predisposizione alla ricerca ed alla valutazione comparativa delle strategie educative, anche ai fini di una flessibile, efficace e preventiva pianificazione programmatica degli interventi da adottare di volta in volta nelle molteplici situazioni formative.

La fase seguente è quella delle decisioni. Sulla base della pregressa analisi comparativa in termini di fattibilità, il formatore, insieme ai tirocinanti, giunge all’assunzione di decisioni circa il piano operativo da realizzare in una data situazione educativa. Ogni decisione dev’essere il risultato di un accurato confronto impostato in termini di stretta professionalità.

L’ultima fase riguarda il passaggio all’atto, cioè la traduzione in pratica delle azioni educative progettate.

Anche se i modelli teorici di formazione alla riflessività sono molteplici, è possibile, tuttavia, classificarli in tre categorie (K.M. Zeichner, 1993): quelli impostati sull’efficacia, vale a dire sull’accertamento dell’effettivo conseguimento degli obiettivi prefissati; quelli basati sull’azione pratica, cioè sull’analisi dei presupposti e delle teorie che hanno orientato e guidato il piano educativo programmato; quelli fondati sulla riflessione critica, cioè sulla disamina dei criteri di ordine etico o, addirittura, morale che hanno informato le azioni educative intraprese ed alla luce dei quali queste ultime sono valutate al termine di tutto il processo formativo.
In generale, nella realizzazione di ogni modello si sostanzia un approccio cosiddetto bottom up, cioè che parte “dal basso”, vale a dire dalla diretta esperienza di riflessività sull’azione da parte del tirocinante. Un simile approccio dà piena ragione della rinnovata professionalità docente che vede in ogni insegnante un ricercatore, un regista educativo, un precursore di itinerari di sviluppo e non un semplice esecutore di riforme e di direttive provenienti dall’alto (approccio top down).

Questo principio fondante ha, peraltro, straordinarie conseguenze sullo stage formativo dei futuri docenti in quanto costituisce tutte le condizioni per una preparazione professionale decisamente impostata sul piano della responsabilità, correttamente intesa come la capacità di assumere in piena coscienza ed autonomia, pur nel rispetto di principi generali e condivisi, decisioni educative di volta in volta calibrate ed opportunamente flessibilizzate in relazione ai bisogni formativi degli alunni.

In definitiva, il rapporto che si instaura fra tutor e tirocinante si configura in termini di accompagnamento riflessivo; il tutor, cioè, accompagna il soggetto in stage nel graduale processo di definizione della sua identità professionale, senza per questo trascurare tutti i fondamentali elementi umani che, comunque, devono connotare qualsiasi professionista e, a maggior ragione, chi sarà impegnato nelle delicatissime funzioni educative.

In quest’ottica, diventa altrettanto evidente che il rapporto dialettico nello stage non può esaurirsi fra chi esercita funzioni di tutorship e chi ne beneficia ma deve estendersi a tutti i soggetti che sono, a vario titolo, coinvolti nel complessivo progetto formativo del futuro insegnante, vale a dire i professori “di cattedra”, i mèntori operanti nelle strutture scolastiche “accoglienti”, tutti coloro che, nei diversi livelli di responsabilità, vi intervengono. In tal modo si viene a creare una rete formativa integrata università – scuola che può rispondere in modo esaustivo non solo ad esigenze di natura strettamente istituzionale ma anche a necessità di configurazione della professionalità in termini di riconoscimento e legittimazione sul piano sociale. Proseguendo sul filo di questa logica si potrebbe addirittura ipotizzare una formazione di stage aperta a significative esperienze vissute presso altre agenzie, in senso ampio formative, presenti sul territorio come, ad esempio, gruppi di volontariato, enti di cura e riabilitazione per l’infanzia, associazioni di genitori impegnate nel sostegno all’innovazione metodologico-didattica, referenti istituzionali negli Enti Locali.

Se la funzione educativa si esercita e si sostanzia storicamente nella società e se, per dirla con Boltanski e Thevenot, l’educazione diventa “il bene comune della città”, allora si evidenzia l’opportunità di organizzare una formazione di livello universitario che coinvolga attivamente tutti i luoghi in cui, direttamente o indirettamente, si esercita l’azione educativa, creando in tal modo un’efficiente rete collaborativa di partner che condividono nei suoi fondamentali obiettivi un comune progetto formativo integrato.

È questo un possibile, interessante itinerario di sviluppo, certamente tutto da inventare ma che può sortire effetti assolutamente straordinari.

Indice "Teorie"
Indice generale "Tirocinio"

   

  » Prodotto editoriale di riferimento








» Titolo
"DAP - Discorso e apprendimento"
-
(Cd-rom + guida pp.48) - Progetto interuniversitario
- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università "La Sapienza" Roma
- Vai alla Sezione dedicata al "DAP" per conoscere gli altri autori: clicca qui


» Costo

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