» Comunicazione & Contatti
Info e contatti
Portfolio

» Seminari & Convegni
» Eventi e prodotti editoriali

» Newsletter
Archivio newsletter
Pagina di registrazione
Newsletter 323/2008

» Ricerca nel sito

» Le Sezioni Speciali
ZeroTre Nido - Novità!
Infantiae Nido 2002-2006
Sviluppo del linguaggio
Programmazione e Pof
Il tirocinio
Come romanzi...
Diagnosi e intervento
Giocare con Infantiae.Org™
Infanzia e Lingua Scritta
» Le Edizioni Infantiae.Org™

» I Cd-Rom/libri di Infantiae.Org™

"ZEROTRE Bambini al Nido"
• "DAP Discorso e apprendimento"
"PLAYWAY Giocare per crescere"
"SUONO o SONO?"
"ELABORA Le Scienze nella scuola"
"FOAI Bambini e lingua scritta"
Entra nel catalogo online!
Torna alla pagina principale
  » Infantiae.Org Nido ©®2000-2008 Tutti i diritti riservati Infantiae.Org™ s.r.l.

» GLI STRUMENTI DEL NIDO - Sezione Speciale - " Infantiae.Org Nido"

"Dove va l'asilo nido?"

di Sandra Benedetti , Regione Emilia - Romagna

Ciò che per qualcuno appare una forza ritengo possa rappresentare una debolezza nel panorama italiano, poiché non credo a una pedagogia recintata dentro le periferie regionali. Abbiamo un titolo V della Costituzione che assegna alle regioni l’importanza di legiferare in questo campo, ma tutti i bambini hanno diritti di cittadinanza ovunque nascono e quelli che non possono avere pari opportunità, ma vivono situazioni di estrema esposizione al disagio, dovrebbero essere tutelati dal Parlamento, che comunque ha uno sguardo unitario sull’Italia, che ancorché in piena “devolution” deve essere però come dire animata da intenti comuni.

Allora due considerazioni: intanto un ringraziamento, perché io m’attendo di imparare non solo di dare da questo incontro e per questo motivo ho deciso di rimanere anche domani per onorare diciamo un’etica professionale che è basata, quando è possibile farlo, su quel principio tanto caro a Don Milani che diceva: “un tratto che contraddistingue l’educare è l’interesse verso l’altro”. La seconda considerazione , non so se vale anche per la dott.ssa Lucia Trevisan, è che chi è intervenuto ha una matrice comune, ossia tutti siamo stati educatori.. Io credo che questo ci faccia fare un salto nella sensibilità in quanto la matrice attiene a qualcosa di antico, per cui quando parliamo, il linguaggio ha un senso perché risuona delle mozioni di un’esperienza vissuta e non solo letta. Per esempio, io sono nata come corrispondente in lingue estere, poi ho fatto una scelta allora un po’ ideologica nel senso prima detto Lucia. La presa in carico delle problematiche umane è un tratto che contraddistingue non solo chi educa, ma anche chi si occupa di educazione; quindi io allora feci la scelta di entrare nei nidi e poi ricuperai il “gap” di formazione di base facendo la pedagogista per cui ho fatto 10 anni di educatrice nei nidi. Sono poi passata a gestire le scuole dell’infanzia e le scuole medie e superiori per quel che riguardava un progetto comunale che si chiamava “Scuola e territorio” e poi ho fatto la pedagogista in due comuni e sono stata collega anche di Francesca, quindi sono stata a Modena e poi a Bologna. Adesso sono impegnata presso la Regione Emilia Romagna che come voi sapete, ha una grande tradizione su questi servizi, ci ha sempre creduto e come ente svolge l’importante ruolo di regia. Tutto quello che avete sentito a questo tavolo non nasce così improvvisamente, ma è frutto di trent’anni di assiduo lavoro in una regione, parlo della nostra, che ha riconosciuto l’importanza di queste politiche valorizzandole e governandole. Francesca parlava di “welfare”, cioè di stato sociale che potrebbe essere visto come residuale perché in quello stato si collocano per tradizione soggetti considerati più deboli: le donne, i bambini, gli anziani, con una differenza che gli anziani votano, le donne votano, i bambini no con il rischio, quindi, di essere scarsamente rappresentati o rappresentati da un mondo adulto che fa poi delle fantasie sul mondo dell’infanzia; rischio estremamente elevato.

Introduco subito il tema, ma era importante dare questa premessa sul tema del coordinamento perché è quello nel quale più s’è impegnata la regione, che ha dato poi i frutti che in qualche modo già avete potuto constatare da chi mi ha preceduto nelle relazioni e che poi io cercherò di sottolineare nel mio intervento.

Allora noi siamo ad un bivio, già lo diceva anche il responsabile nazionale della UIL, siamo ad un bivio storico in quanto i servizi a domanda individuale sono per definizione “border line”, cioè sono sempre su di un filo dove basta dare un colpo e precipitano dove non si sa ; potrebbero precipitare anche nel limbo e quindi è importante tenere desta ed accesa l’attenzione.

Noi crediamo che per tenere desta ed accesa l’attenzione sia importante mantenere elevata la cultura dell’infanzia , quella che per certi aspetti è stata rappresentata con toni diversi da chi mi ha preceduto. Per noi il soggetto e dico al maschile, ma potrei dire al femminile, che tiene alta e deve tenere alta questa elaborazione è il o la coordinatrice o coordinatore pedagogico. Io non so se questa platea è rappresentata esclusivamente da educatrici o anche da coordinatori pedagogisti. Spero che comunque aldilà di chi è presente le cose che dirò vi risuonino dentro e magari vengano riprese negli interventi di oggi o di domani.

Nella storia della regione Emilia Romagna la figura del coordinatore, uso il termine maschile ma ci intendiamo è a doppia valenza, la figura del coordinatore pedagogico viene introdotta nei servizi per la prima infanzia e quando parlo di servizi per la prima infanzia nella nostra regione parlo dei servizi da zero a sei anni e significativamente nei nidi e nelle scuole dell’infanzia a partire grosso modo dagli anni ’70 soprattutto nei comuni capoluogo di provincia dove le amministrazioni si sono rivelate più sensibili ai temi della cultura infantile. Sono infatti i comuni di capoluogo di provincia, negli anni ’70, i primi ad adottare questa figura nei propri organici assumendo i laureati in pedagogia o in psicologia e più raramente in sociologia introducendo con forza nei loro organici l’organismo definito “équipe” pedagogica o coordinamento pedagogico.

Io qui devo fare per forza un riconoscimento, un ricordo a nomi che voi forse avete trovato nei testi ma che per noi sono parte della nostra stessa storia professionale: ricordo Bruno Ciari a Bologna, ricordo Sergio Neri a Modena, ricordo Loris Malaguzzi a Reggio Emilia, ricordo Duilio Santerin a Forlì, l’unico vivente, perché gli altri ci hanno lasciati, ma non la potenza del loro pensiero. Queste sono state le persone che sostanzialmente nelle ploro postazioni, nei comuni che vi ho citato hanno dato via ai coordinamenti e li hanno sostenuti dal punto di vista culturale.

Negli anni in cui i primi coordinamenti pedagogici, lo ricordava già Roberto, operavano sui loro territori, la necessità di rendere visibile la dimensione educativa del nido era molto forte; non si avevano allora che ricerche condotte in orfanotrofi, per esempio vi cito “Lotcy” sul quale abbiamo lavorato molto, o altri luoghi pediatrici dove i bambini venivano ospedalizzati e la dimensione sociale dell’infanzia non aveva visibilità se non nella marginalità e nel disagio temporaneo o permanente. Del resto lo stesso Piaget per esempio, ricordava che le sue osservazioni le faceva sui propri figli in relazione non con i coetanei ma con gli oggetti. Quindi i nidi sono diventati laboratorio pedagogico, sede di ricerca sul campo motivata da una dimensione facilitata dall’agio e non dal disagio, cioè da un contesto diremmo oggi amichevole, in grado di sollecitare relazione significative, di dare ai bambini ma anche alle loro famiglie, come ci ricordava prima Francesca, sostegno ed accompagnamento nella crescita.

Sono emerse quindi attraverso i nidi le competenze dei bambini e di conseguenza le necessità di affinare e perfezionare le competenze delle educatrici attraverso un supporto coerente ed adeguato ai presupposti teorici che motivavano e sorreggevano il progetto pedagogico che via via in questi anni si è reso sempre più visibile. Se la dimensione del nido si è andata così affinando anche il ruolo del pedagogista si è rivelato assolutamente indispensabile per la stessa esistenza dei servizi dell’infanzia.
La nostra regione ha oggi 273 coordinatori pedagogici che operano sia nei servizi pubblici che privati sono 400 circa i nidi pubblici e privati nella nostra regione e quando parlo di nidi parlo di nidi a tempo pieno, micro nidi, nidi part-time e sezioni primavera, cioè sezioni che accolgono bambini dai due ai tre anni spesso erogate e gestite dalla federazione italiana scuole materne quindi da una associazione privata paritaria che solitamente gestisce scuole dell’infanzia, ma che ha un novero anche di servizi, come appunto le sezioni primavera ,che in questo caso vengono normate da una legge, la stessa che in regione regola tutti gli altri nidi. Poi abbiamo circa 180 servizi integrativi che vanno a completare il diritto di scelta delle famiglie, cioè se orientarsi verso una situazione di nido a tempo pieno o part time, con una modellistica fortemente pedagogica impostata sulla socializzazione e relazione collettiva oppure verso una dimensione più intimistica e più ridotta che sono gli spazi bambini che funzionano per cinque giorni alla settimana e per massimo cinque ore. Vi sono i centri per bambini e genitori nei quali i genitori non danno in affido i loro figli.

In questi ultimi cinque anni sono sorti servizi integrativi sperimentali che consistono in servizi di educatrice familiare, una sorta diciamo di baby sitter fortemente qualificata, che oltre a possedere i titoli di studio di educatrice che opera nei servizi tradizionali e in quelli innovativi, ha al suo attivo un kit di ulteriori 400 ore di formazione volute rigorosamente dalla regione, quindi, 400 ore dedicate alla relazione con tre bambini in famiglia in una delle tre famiglie che mette a disposizione consorziandosi la sua casa. E’ una formula traslata dall’esperienza nord-europea ed in parte dalle “taghesmutter”, ma con la caratteristica che l’educatrice non tiene i tre bambini nella solitudine della casa, ma può avere un raccordo con il coordinatore pedagogico, che sta e opera sul territorio. Il coordinatore, quindi, tiene il proprio sguardo di coordinamento anche su quest’educatrice che ha un ruolo diverso, cioè opera in una famiglia. Con tre famiglie consorziate il rapporto non è un rapporto pubblico, il comune offre un sostegno, da un finanziamento sui giochi e gli arredi, ma non ha responsabilità.

L’altra tipologia sperimentale che noi chiamiamo servizi integrativi sperimentali, è l’educatrice domiciliare quella che presta la propria attività presso o il proprio domicilio adeguato secondo gli standards della legge e/o presso una sede messa a disposizione del comune che si convenziona con l’educatrice domiciliare o presso i locali che la stessa educatrice domiciliare individua e prende in affitto. L’educatrice domiciliare non ha un rapporto uno a tre, ma uno a cinque bambini. Sono bambini solitamente dell’età di due o tre anni e si avvale molto spesso di una collaborazione, cioè di una educatrice a part-time. In questo caso come in tutti i casi dei servizi tradizionali integrativi tutti i soggetti privati, convenzionati o no che offrono questi servizi per un totale di quasi 600 servizi nella nostra regione devono essere autorizzati al funzionamento, sia che vengano erogati nella propria abitazione sia in locali presi in affitto, che in sedi costruite ad “hoc”. Per quanto riguarda la regione Emilia Romagna non c’è confusione tra nido aziendale, nido pubblico e nido privato, perché è il sistema delle regole definite dalla legge regionale che autorizza ed accredita il soggetto pubblico e quello privato a fornire un servizio. Perché dico questo, perché vedete, questo diventa un sistema di servizi talmente complesso, talmente sofisticato, che c’è bisogno di un collante, di una figura qualificata che dia un significato ed un orizzonte di senso all’operare di tutte queste professionalità.

Per noi, pertanto, è importante che il coordinatore pedagogico esista perché la diffusione ed il rafforzamento di una cultura dell’infanzia educata in contesti extra familiari ha bisogno di teorie e di pratiche che possano dirsi e darsi e quindi di qualificate professionalità che siano in grado di operare quella “lieson“ tra pratica e teoria e di trasferirla in termini di sapere alle educatrici, ai genitori, agli amministratori, anche ai politici e alla comunità sociale. Ancora è importante dire che la regione Emilia Romagna via via si è allontanata da criteri di finanziamenti a pioggia, non dà più ai comuni i finanziamenti sulla base del numero dei nidi, perché questo ci dava la sensazione e la certezza che questi investimenti venissero ingrossati automaticamente e routinariamente investiti senza verificarne l’efficacia. La regione Emilia Romagna da oltre 10 anni si è orientata a finanziare solo su progetti, perché il progetto prevede degli obiettivi, dei descrittori, dei soggetti che lo devono gestire, dei tempi e soprattutto degli strumenti per essere verificato, sicché la spesa finanziata a quel comune o a quel soggetto privato deve ritornare in termini di efficacia verificabile. 

Nelle realtà più decentrate e anche più fragili, la regione ha dotato tutti i comuni minori quelli cioè al sotto di 30.000 abitanti di coordinatore pedagogico pagandoglielo, operazione nata alla fine degli anni ’80 e che ha visto interessati tutti i comuni e sedi di nido aggregati tra loro.

Operazione che è nata alla fine degli anni ’80 e che ha visto interessati tutti i comuni sedi di nido aggregati tra loro. Appare chiaro che la regione non poteva finanziarie un coordinatore al comune singolo che ha una tenza potenzialmente attestata sui 20 bambini; per cui ha chiesto a quei comuni di aggregarsi e di farlo su di un’ottica collaborativa e di partecipazione assegnando un coordinatore sul numero definito di servizi, sicché quel coordinatore veniva praticamente, numericamente a corrispondere, al coordinatore che nella città di Modena o di Bologna segue 4 o 5 nidi soltanto che a Modena e Bologna dei 4 o 5 nidi sono in un unico quartiere, nella realtà invece provinciale sono accorpati su 4 o 5 comuni. Oggi tutta a questa operazione, ormai datata oltre 15 anni, ha fatto evolvere fortissimamente questa figura che ha assunto nel tempo una definizione di alto livello. Gli ambiti oggi e la formazione di queste figure, contemplano i seguenti assi formativi. Il primo asse consiste nel fatto che il coordinatore pedagogico deve essere attento alla cultura dell’infanzia e a detta cultura deve mantenere accesa la sua attenzione facendone riferimento per orientare la progettualità educativa. La cultura dell’infanzia non è mai data per definita e si definisce su di un’identità di bambino e di famiglia co-evolutivamente coinvolti. 

Nella relazione di cura, il solo contributo dei genitori oggi, lo sappiamo e lo vediamo dalle cronache, non è del tutto esaustivo. La cultura dell’infanzia si definisce anche attraverso una tipologia di servizi educativi, siano essi tradizionali od integrativi, sempre meno autoreferenziali e sempre eterodiretti, che assumono il valore della comunicazione e dell’interlocuzione come presupposto necessario a contrastare il rischio possibile della delega educativa, offrendo alle madri e ai padri la possibilità di ravvisare in essi luoghi di cura e di apprendimenti, senza prefigurare tuttavia introduzioni massicce nella scelta che i genitori possono compiere per i propri figli, ma anche per se stessi.

Nella relazione con il personale educativo, i genitori possono trovare un sostegno adeguato nella conoscenza dei propri figli, il che può rafforzare, confermare, facilitare l’abbassamento anche delle possibili e naturali ansie derivate dall’esercizio della genitorialità o da quella sensazione di smarrimento che può cogliere quando un mutamento destabilizza perché modifica la vita per sempre, poiché è di questo si tratta quando nasce un bambino. La coppia in qualche modo si deve ridefinire, non è più in una fusione diadica, ma la funzione diadica interessa adesso una donna ed un bambino, ai quali, deve guardare lo sguardo amorevole di un padre che deve imparare a riconoscersi o ridefinirsi e ad accettarsi come tale. La relazione passa certamente da una relazione diadica a una relazione triadica dove ci sono due adulti ed un bambino. Ma la cultura dell’infanzia ci insegna a comprendere che sono due adulti ed un bambino, ma soprattutto sono tre persone in grado cioè di interagire già precocemente su più versanti, quello sociale, quello relazionale e quello cognitivo. Questa è in sintesi la cultura dell’infanzia che oggi sostiene e deve dare vigore ai servizi. Il pedagogista però non può limitarsi a fare il pedagogista e il sostenitore, il rappresentante della cultura dell’infanzia, deve anche avere uno sguardo sulle politiche rivolte all’infanzia ed alle istituzioni socio-educative, cioè deve fare in modo che il servizio nido esca e diventi il servizio nel territorio, nell’organizzazione della città, nei tempi e nelle iniziative che la città deve mettere in campo per la valorizzazione dell’infanzia e dell’adolescenza, quindi quell’interesse non è soltanto legato al nido, ma il pedagogista deve essere in grado di fare collegamento tra il nido e il territorio, tra il nido e la città.

In ambito più amministrativo il coordinatore pedagogico deve conoscere i dispositivi legati ai budget di competenza, le voci di bilancio, i sistemi di erogazione dei finanziamenti, le circolari e le delibere di settore, la stesura dei progetti obiettivo, i programmi economici-gestionali, con particolare riferimento alla capacità di esercitare un ruolo di individuazione delle risorse umane ed un loro soddisfacente impiego ai fini del raggiungimento degli obiettivi prefissati da un lato, ma anche al riconoscimento del valore motivazionale dei collaboratori che lavorano con lui.
In un’ottica più allargata deve saper tessere una rete di relazioni anche con il territorio, ovvero con chi in esso opera direttamente od indirettamente a favore dell’infanzia e della famiglia. Ciò vale in particolare per i nuovi indirizzi previsti dalle leggi; penso alla legge 285 ma penso soprattutto alla legge 328 che è la legge di riforma del Welfare sociale che sollecita una progettualità nuova, rivolta alla visibilità dei diritti di cittadinanza dei bambini nella città e comunque nei luoghi non direttamente connotati come sedi specificatamente educative.

Ecco il pedagogista deve essere in grado di possedere sistemi più aggiornati e pertinenti di monitoraggio, di valutazione, di misurazione e controllo degli indicatori di parametri che definiscono la qualità non solo dei servizi ma anche delle procedure attivate direttamente ed indirettamente dal coordinatore e dallo staff col quale lui opera, per cercare di portare le competenze dal proprio interno all’esterno, agli altri uffici, agli altri assessorati che si incrociano con le tematiche dell’infanzia. Di queste si possono considerare sia i servizi direttamente coordinati, nidi e scuole dell’infanzia, servizi integrativi, sia quelli esterni le biblioteche, le ludoteche per il segmento zero-sei anni, sia tutti i servizi di raccordo all’interno del sistema formativo inteso nel suo complesso.

Ancora il pedagogista deve possedere la progettualità che si estende oltre ai servizi gestiti direttamente dal coordinamento e parlo per esempio alla recente riforma dei cicli scolastici la capacità di prefigurare un percorso di questo bambino che entra al nido, ma che non rimane segmentato.
Lo diceva Lucia Trevisan prima, le educatrici lasciano, devono elaborare il lutto della separazione ai tre anni, il pedagogista invece deve tenere la cerniera di quel percorso di quell’itinerario oltre i tre anni, dai tre ai sei anno e dai sei ai dieci – quattordici anni.

Infine il pedagogista deve essere in grado di redigere piani di formazione ed aggiornamento rivolti al personale dei servizi, prefigurando percorsi formativi non stereotipati ma di forte impatto con l’operatività del personale che gestisce i servizi educativi e scolastici. All’interno di questo segmento si aggiunge la capacità del coordinatore di individuare i percorsi di autoaggiornamento adeguati alle esigenze imposte dai tempi e dagli effettivi bisogni espressi dai servizi. E’ competenza del coordinatore pedagogico riuscire altresì a prevedere una formazione non necessariamente ancorata alle tematiche di natura esclusivamente pedagogica ma di prefigurare una formazione sempre più caratterizzata dalla convergenza di saperi differenziati che possano sostenere ed orientare il personale educativo e scolastico nel saper affrontare in maniera efficace ed adeguata quesiti o situazioni che a volte possono verificarsi ed essere determinate da richieste che le famiglie ed il territorio rivolgono direttamente al personale che operano nei servizi.
Allora pare evidente che anche il pedagogista, il coordinatore pedagogista se deve sorreggere questo impianto così articolato con questi saperi che noi definiamo plurimi deve essere lui stesso formato in tre segmenti:
· l’ambito pedagogico,
· l’ambito giuridico-amministrativo,
· l’ambito valutativo di verifica e di controllo e di documentazione.

Vi dico sommariamente a cosa attengono questi tre ambiti, poi vi dico cosa fa la regione Emilia Romagna per formare i coordinatori.

L’ambito pedagogico è evidente, è l’ambito di forza, appare però necessario che il pedagogista in questo ambito possa ridefinire tecniche di relazione-comunicazione appropriandosi di strumenti più aggiornati per esempio sulle dinamiche di gruppo, sugli stili ed i linguaggi da adottare in presenza di differenti interlocutori, per esempio in situazioni di “problem solving” da delegare ai collaboratori e staff. Per esempio in sperimentazioni e simulazioni di situazioni per la soluzione delle quali si richiede un concorso di più forze appropriandosi di sistemi di rilevazione dei bisogni e di risoluzione dei conflitti da trasferire in forme e con obiettivi diversi a chi ? al personale dei servizi affinché li utilizzino nel rapporto del proprio interno con i bambini e con le colleghe e all’esterno con i genitori, gli amministratori e di coordinatori pedagogici. Alle famiglie affinché possano avvalersi della presenza del coordinatore pedagogico come consulente affidabile e competente, agli uffici staff con il coordinatore, perché il coordinatore pedagogico non può essere solitario, deve avere uno staff col quale operare. Alla comunità cioè a coloro che collaborano con i servizi: i volontari, gli associazionismo, gli obiettori, con ruoli ed obiettivi diversi la cultura della partecipazione, che è parte integrante della cultura dell’infanzia non è un presupposto ma è un obiettivo al quale lavorare e che implica la capacità di valorizzare tutte le energie anche quelle umane presenti sul territorio.

Ancora l’ambito giuridico-amministrativo è un ambito importante, il pedagogista non può non conoscere le leggi, non può non conoscere l’elaborazione e la stesura dei progetti che attengono e contaminano le leggi a loro volta, va da sé che i saperi formativi vanno interpretati ed applicati in forma differente a seconda della collocazione del coordinatore pedagogico, cioè se è un coordinatore che sappia prefigurare una professionalità in una cornice finanziariamente adeguata e compatibile. Che cosa sta facendo in questo momento la regione Emilia Romagna ?

Sta pensando intanto, sta finanziando i coordinamenti pedagogici provinciali i pedagogisti, i 273 pedagogisti sono variamente collocati in tutte le province, presso ogni provincia arrivano finanziamenti ogni anno affinché le province possano con i coordinamenti pedagogici provinciali, possano provvedere ad una formazione autonoma, in loco, cioè in modo che i pedagogisti scelgano loro stessi gli itinerari egli esperti in situazione decentrata per autoformarsi o per formarsi. I pedagogisti vengono poi direttamente coinvolti in una formazione di secondo livello attraverso scambi pedagogici tra province. Sono diciamo comuni che vengono aggregati attorno ad un comune capofila che li coordina, i pedagogisti lì fanno scambi insieme anche agli educatori e questi scambi avvengono tra tipologie di servizi diversi, sicché si ha un gruppo di pedagogisti ed educatori che si scambiano attorno al tema dei servizi tradizionali, un altro gruppo di pedagogisti ed educatori che si scambiano attorno al tema dei servizi integrativi, un altro gruppo di pedagogisti ed educatori che si scambiano attorno alle esperienze prodotte nella scuola dell’infanzia. Anche questi scambi vengono finanziati dalla regione e servono per aprire l’orizzonte del campanile e mettere invece insieme l’esperienza maturata all’interno della dimensione regionale ciascuna nella propria provincia. Perché questo ?

Perché noi auspichiamo tra breve di proporre ad altre regioni che sono con noi in sintonia gli scambi interregionali per poi presentarsi a livello europeo a scambi e perché no con le “maisons vertes” francesi della Francoise Dolto, che potrebbero essere così vicine ai nostri centri per bambini e agli spazi per bambini e quindi prefigurando in progressione una opportunità di scambio che va dal micro al macro dove il micro non è meno del macro, ma ha una dimensione diciamo di territorialità che è più limitata rispetto ovviamente alla dimensione europea.

La nostra regione finanzia ogni due anni un convegno dedicato appositamente ai coordinatori pedagogici; il primo è avvenuto a Reggio Emilia l’anno scorso e i pedagogisti, per la prima volta, del pubblico e del privato hanno avuto in quella sede l’occasione di parlarsi non addosso ma insieme, cercando di trovare il bandolo della propria professione in una fase storica di così grande importanza perché è, ripeto nella figura del pedagogista che converge tutta la progettualità non solo del nido, ma dal nido fino alla città.

Il prossimo convegno sarà il prossimo anno a Rimini, presso la provincia di Rimini e gli esiti di questi convegni sono sempre documentati da atti che la regione finanzia.

Un ulteriore momento di formazione avverrà attraverso un prossimo Protocollo d’intesa con l’Università che stabilisce per i propri studenti, un curriculum comprensivo di corsi, post laurea, per educatori delle scuole dell’infanzia e dei nidi, che comprendono temi che sono oggetto del lavoro delle educatrici nei servizi, in modo che sia educatrici che pedagogisti quando entrano nei servizi, sappiano cosa vanno a fare e la formazione loro sia parzialmente scremata, sia cioè parzialmente data nella fase di primo livello che è quella universitaria e l’impatto quindi con il mercato del lavoro non sia faticoso e non sia dato alle educatrici mentre lavorano con i bambini di dover in qualche modo formare la neo collega che la affianca in una dimensione spesso che sta tra l’agio e il disagio.

Ancora la regione sta finanziando un centro di documentazione che raccolga tutte le elaborazioni dei pedagogisti prodotti da Ponte dall’Olio che è l’ultimo paese in provincia di Piacenza fino a San Giovanni Marignano che è l’ultimo comune in provincia di Rimini.

In questa linea diretta che è data metaforicamente dalla Via Emilia, ci sta tutta una progettualità nei centri grossi come in quelli minori che hanno diritto di visibilità perché la cultura dell’infanzia nasce solo attraverso la documentazione che non è solo orale, anzi quella orale si disperde mentre quella scritta si trattiene quindi il consolidare la cultura dell’infanzia oggi significa potenziare i centri di documentazione educativa dove convergono tutti gli elaborati da quelli cartacei a quelli per esempio videoregistrati e infine l’ultimo punto, che è un punto prezioso per noi in regione, vi ho detto che tutti i soggetti possono stare dentro al nostro sistema purché rispettino le regole e per questo devono essere autorizzati al funzionamento e questo vale per i soggetti privati che vogliono aprire servizi. Ma anche il pubblico se vuole stare nel sistema deve accreditarsi non con il bollino blu, non con l’ISO 9001 perché l’ISO 9001 molto spesso è un bollino che si acquista e che una volta acquistato si imprime sulla maglia come etichetta, ma la maglia, come dire io posso utilizzare l’ISO 9001 per stabilire se la maglia è di qualità, se cioè ha un tasso di cachemire piuttosto che di sintetico. Con i bambini non funziona così, con i servizi alla persona non può valere il bollino blu. Io non posso studiare le relazioni o certificare la complessità delle relazioni comprando un bollino ed appiccicandolo, io devo avere sistemi affinati di autovalutazione che il personale che opera nel servizio deve possedere per autovalutarsi e sistemi eterovalutativi in cui il coordinatore entra ma che a sua volta è valutato.La regione Emilia Romagna proprio per sostenere un accreditamento coerente in una cultura dell’infanzia che in qualche modo ha raggiunto buoni livelli di espressione di sé, sta affinando un master che probabilmente dedicherà ai pedagogisti senior, quelli cioè che hanno più esperienza nel settore e con questo master i pedagogisti formati andranno a misurare, a eterovalutare il sistema dei servizi a ciò che in qualche modo gli stessi servizi possano essere rappresentati autorevolmente attraverso sistemi di valutazione adeguati. Questo per noi è l’accreditamento cioè quel sistema di misurazione della qualità che non si da una volta ma che ogni tre anni si rimette in movimento.

Tutte queste cosucce che vi ho raccontato in maniera più o meno simpatica le potete scaricare perché sono indicate in un sito che recita così:
www.regione.emilia-centraleromagna.it/infanzia che si apre una Home Page che c’è il fritto misto della casa, nel senso che lì c’è tutto quello che vi ho raccontato, articolato per leggi, regolamenti, progetti, convegni, iniziative, bibliografie, tutto quello che vi può essere utile ed anche da la possibilità di interagire dal punto di vista comunicativo con noi perché voi aprirete delle finestre se vi interessa per esempio l’infanzia, avete la possibilità di cliccare sull’infanzia, se vi interessano le politiche femminili, cliccate, se vi interessano i centri per le famiglie potete cliccare sui centri, le banche del tempo e via via.

La cosa alla quale vi rimando e che vi ha detto è la legge n. 1 del 2000 è proprio la legge che ha inaugurato il nuovo secolo e che tratta delle norme proprio per la prima infanzia dove sono indicati tutti i servizi che vi ho raccontato in particolare voi troverete in quella legge agli artt. 33, 34, 35 il coordinatore pedagogico che cos’è, ma voi troverete tutte le cose che più o meno in sintesi vi ho detto. Troverete anche in quella legge che cos’è l’autorizzazione al funzionamento e l’accreditamento e la direttiva applicativa che è la n. 1390 del 2000. Infine se tra i presenti vi sono dei soggetti gestori privati, possono andarsi a leggere la direttiva n. 227 del 2001 che è la direttiva con la quale noi trattiamo i soggetti privati, li trattiamo in maniera rigorosa però diamo loro alla fine i finanziamenti direttamente, cioè se loro stanno nel sistema delle regole, loro con questa legge ricevono direttamente i finanziamenti per il tramite delle province e questa credetemi è una grossa novità anche per il sistema privato.

L’Asilo nido nella mente e nelle azioni delle educatrici e degli educatori - Materiali dal convegno provinciale organizzato dalla UIL FPL provinciale di Venezia - Venezia Mestre 6/7 dicembre 2002 - Trascrizione curata da Anna Grandi, comune di Venezia.

» Indice di "Strumenti del Nido"

» Indice generale di "Infantiae.Org™ Nido

   

  » Prodotto editoriale di riferimento

» Titolo
"ZeroTre - Che cosa fanno i bambini al Nido"
-
(Cd-rom + guida pp.24)
- di Camilla Monaco
- Prefazione di Clotilde Pontecorvo





Catalogo "ZeroTre" (CD-ROM + GUIDA/libretto pp.24) a € 18,50 + spese di spedizione

» Spese di spedizione
- PACCO ORDINARIO (consegna 8/10 gg lavorativi) = € 0,93 (*)
- PACCO ORDINARIO CONTRASSEGNO (consegna 8/10 gg lavorativi) = € 2,70
- PACCO CELERE TRE CONTRASSEGNO (consegna 3/4 gg lavorativi) = € 8,00

(*) Pagamento in carta di credito, bonifico bancario, c/c postale

Contatti
- Ordini via FAX al numeri +39.06.7102526
- Informazioni al numero mobile 329.7004539 e/o a commerciale@infantiae.org

 

 

  » Cos'è e come iscriversi alla nostra newsletter ©®2000-2008 Infantiae.Org™ s.r.l. - Note legali
 

» Cos'è una newsletter
La newsletter è una modalità di comunicazione via Internet (testo scritto e/o pagina web) che generalmente viene inviata nella casella di posta elettronica di un utente/abbonato. Tutti gli abbonati alla news di Infantiae.Org™ ricevono periodicamente e gratuitamente un breve messaggio di testo con i titoli dei diversi contributi settimanali.

» Iscriviti subito!
Progetti didattici, esperienze, recensioni di testi, notizie di attualità sulle politiche educative delle diverse realtà territoriali, rappresentano solo una parte dei contenuti che settimanalmente proponiamo ai nostri lettori. » Pagina di registrazione

» Come consultare le newsletter precedenti
(A) Visitando il nostro "archivio"
(B) Utilizzando il motore di ricerca delle newsletter in basso

» Il motore di ricerca delle "newsletter"

» Cosa trovare all'interno

Questo motore di ricerca è collegato solo ed esclusivamante all'elenco completo delle newsletter di Infantiae.Org™ e non deve essere consultato per la ricerca di articoli/contributi suddivisi per argomento e/o parole chiave. Per la ricerca di questi ultimi utilizzare il motore di ricerca generale presente nella parte alta di questa pagina.

» Come funziona il motore di ricerca
(A) Digitare all'interno della casella di testo l'istruzione letter01 per la newsletter n.1 (letter con numero senza spazi e senza virgolette), "letter02" per la newsletter n.2 e così via.
(B) Cliccare il pulsante "Invia" a lato.

- ATTENZIONE! Per evitare l'intero elenco delle newsletter precedenti, ovvero centinaia di news in un singolo files, digitare specificatamente letter01 (letter con numero senza spazi e senza virgolette) e non soltanto la parola "letter". In caso contrario il database pubblicherà l'intero elenco dei files contenenti la parola letter!

» Trova le newsletter precedenti


 

 
  » Torna alla pagina principale ©®2000-2008 Infantiae.Org™ s.r.l.