» GLI STRUMENTI DEL NIDO - Sezione Speciale - "
Infantiae.Org Nido"
"Dove va l'asilo nido?"
di Sandra Benedetti , Regione Emilia - Romagna
Ciò che per qualcuno appare una forza ritengo possa
rappresentare una debolezza nel panorama italiano, poiché
non credo a una pedagogia recintata dentro le periferie regionali.
Abbiamo un titolo V della Costituzione che assegna alle regioni
l’importanza di legiferare in questo campo, ma tutti i bambini
hanno diritti di cittadinanza ovunque nascono e quelli che non
possono avere pari opportunità, ma vivono situazioni di
estrema esposizione al disagio, dovrebbero essere tutelati dal
Parlamento, che comunque ha uno sguardo unitario sull’Italia,
che ancorché in piena “devolution” deve essere
però come dire animata da intenti comuni.
Allora due considerazioni: intanto un ringraziamento, perché
io m’attendo di imparare non solo di dare da questo incontro
e per questo motivo ho deciso di rimanere anche domani per onorare
diciamo un’etica professionale che è basata, quando
è possibile farlo, su quel principio tanto caro a Don Milani
che diceva: “un tratto che contraddistingue l’educare
è l’interesse verso l’altro”. La seconda
considerazione , non so se vale anche per la dott.ssa Lucia Trevisan,
è che chi è intervenuto ha una matrice comune, ossia
tutti siamo stati educatori.. Io credo che questo ci faccia fare
un salto nella sensibilità in quanto la matrice attiene
a qualcosa di antico, per cui quando parliamo, il linguaggio ha
un senso perché risuona delle mozioni di un’esperienza
vissuta e non solo letta. Per esempio, io sono nata come corrispondente
in lingue estere, poi ho fatto una scelta allora un po’
ideologica nel senso prima detto Lucia. La presa in carico delle
problematiche umane è un tratto che contraddistingue non
solo chi educa, ma anche chi si occupa di educazione; quindi io
allora feci la scelta di entrare nei nidi e poi ricuperai il “gap”
di formazione di base facendo la pedagogista per cui ho fatto
10 anni di educatrice nei nidi. Sono poi passata a gestire le
scuole dell’infanzia e le scuole medie e superiori per quel
che riguardava un progetto comunale che si chiamava “Scuola
e territorio” e poi ho fatto la pedagogista in due comuni
e sono stata collega anche di Francesca, quindi sono stata a Modena
e poi a Bologna. Adesso sono impegnata presso la Regione Emilia
Romagna che come voi sapete, ha una grande tradizione su questi
servizi, ci ha sempre creduto e come ente svolge l’importante
ruolo di regia. Tutto quello che avete sentito a questo tavolo
non nasce così improvvisamente, ma è frutto di trent’anni
di assiduo lavoro in una regione, parlo della nostra, che ha riconosciuto
l’importanza di queste politiche valorizzandole e governandole.
Francesca parlava di “welfare”, cioè di stato
sociale che potrebbe essere visto come residuale perché
in quello stato si collocano per tradizione soggetti considerati
più deboli: le donne, i bambini, gli anziani, con una differenza
che gli anziani votano, le donne votano, i bambini no con il rischio,
quindi, di essere scarsamente rappresentati o rappresentati da
un mondo adulto che fa poi delle fantasie sul mondo dell’infanzia;
rischio estremamente elevato.
Introduco subito il tema, ma era importante dare questa premessa
sul tema del coordinamento perché è quello nel quale
più s’è impegnata la regione, che ha dato
poi i frutti che in qualche modo già avete potuto constatare
da chi mi ha preceduto nelle relazioni e che poi io cercherò
di sottolineare nel mio intervento.
Allora noi siamo ad un bivio, già lo diceva anche il responsabile
nazionale della UIL, siamo ad un bivio storico in quanto i servizi
a domanda individuale sono per definizione “border line”,
cioè sono sempre su di un filo dove basta dare un colpo
e precipitano dove non si sa ; potrebbero precipitare anche nel
limbo e quindi è importante tenere desta ed accesa l’attenzione.
Noi crediamo che per tenere desta ed accesa l’attenzione
sia importante mantenere elevata la cultura dell’infanzia
, quella che per certi aspetti è stata rappresentata con
toni diversi da chi mi ha preceduto. Per noi il soggetto e dico
al maschile, ma potrei dire al femminile, che tiene alta e deve
tenere alta questa elaborazione è il o la coordinatrice
o coordinatore pedagogico. Io non so se questa platea è
rappresentata esclusivamente da educatrici o anche da coordinatori
pedagogisti. Spero che comunque aldilà di chi è
presente le cose che dirò vi risuonino dentro e magari
vengano riprese negli interventi di oggi o di domani.
Nella storia della regione Emilia Romagna la figura del coordinatore,
uso il termine maschile ma ci intendiamo è a doppia valenza,
la figura del coordinatore pedagogico viene introdotta nei servizi
per la prima infanzia e quando parlo di servizi per la prima infanzia
nella nostra regione parlo dei servizi da zero a sei anni e significativamente
nei nidi e nelle scuole dell’infanzia a partire grosso modo
dagli anni ’70 soprattutto nei comuni capoluogo di provincia
dove le amministrazioni si sono rivelate più sensibili
ai temi della cultura infantile. Sono infatti i comuni di capoluogo
di provincia, negli anni ’70, i primi ad adottare questa
figura nei propri organici assumendo i laureati in pedagogia o
in psicologia e più raramente in sociologia introducendo
con forza nei loro organici l’organismo definito “équipe”
pedagogica o coordinamento pedagogico.
Io qui devo fare per forza un riconoscimento, un ricordo a nomi
che voi forse avete trovato nei testi ma che per noi sono parte
della nostra stessa storia professionale: ricordo Bruno Ciari
a Bologna, ricordo Sergio Neri a Modena, ricordo Loris Malaguzzi
a Reggio Emilia, ricordo Duilio Santerin a Forlì, l’unico
vivente, perché gli altri ci hanno lasciati, ma non la
potenza del loro pensiero. Queste sono state le persone che sostanzialmente
nelle ploro postazioni, nei comuni che vi ho citato hanno dato
via ai coordinamenti e li hanno sostenuti dal punto di vista culturale.
Negli anni in cui i primi coordinamenti pedagogici, lo ricordava
già Roberto, operavano sui loro territori, la necessità
di rendere visibile la dimensione educativa del nido era molto
forte; non si avevano allora che ricerche condotte in orfanotrofi,
per esempio vi cito “Lotcy” sul quale abbiamo lavorato
molto, o altri luoghi pediatrici dove i bambini venivano ospedalizzati
e la dimensione sociale dell’infanzia non aveva visibilità
se non nella marginalità e nel disagio temporaneo o permanente.
Del resto lo stesso Piaget per esempio, ricordava che le sue osservazioni
le faceva sui propri figli in relazione non con i coetanei ma
con gli oggetti. Quindi i nidi sono diventati laboratorio pedagogico,
sede di ricerca sul campo motivata da una dimensione facilitata
dall’agio e non dal disagio, cioè da un contesto
diremmo oggi amichevole, in grado di sollecitare relazione significative,
di dare ai bambini ma anche alle loro famiglie, come ci ricordava
prima Francesca, sostegno ed accompagnamento nella crescita.
Sono emerse quindi attraverso i nidi le competenze dei bambini
e di conseguenza le necessità di affinare e perfezionare
le competenze delle educatrici attraverso un supporto coerente
ed adeguato ai presupposti teorici che motivavano e sorreggevano
il progetto pedagogico che via via in questi anni si è
reso sempre più visibile. Se la dimensione del nido si
è andata così affinando anche il ruolo del pedagogista
si è rivelato assolutamente indispensabile per la stessa
esistenza dei servizi dell’infanzia.
La nostra regione ha oggi 273 coordinatori pedagogici che operano
sia nei servizi pubblici che privati sono 400 circa i nidi pubblici
e privati nella nostra regione e quando parlo di nidi parlo di
nidi a tempo pieno, micro nidi, nidi part-time e sezioni primavera,
cioè sezioni che accolgono bambini dai due ai tre anni
spesso erogate e gestite dalla federazione italiana scuole materne
quindi da una associazione privata paritaria che solitamente gestisce
scuole dell’infanzia, ma che ha un novero anche di servizi,
come appunto le sezioni primavera ,che in questo caso vengono
normate da una legge, la stessa che in regione regola tutti gli
altri nidi. Poi abbiamo circa 180 servizi integrativi che vanno
a completare il diritto di scelta delle famiglie, cioè
se orientarsi verso una situazione di nido a tempo pieno o part
time, con una modellistica fortemente pedagogica impostata sulla
socializzazione e relazione collettiva oppure verso una dimensione
più intimistica e più ridotta che sono gli spazi
bambini che funzionano per cinque giorni alla settimana e per
massimo cinque ore. Vi sono i centri per bambini e genitori nei
quali i genitori non danno in affido i loro figli.
In questi ultimi cinque anni sono sorti servizi
integrativi sperimentali che consistono in servizi di educatrice
familiare, una sorta diciamo di baby sitter fortemente qualificata,
che oltre a possedere i titoli di studio di educatrice che opera
nei servizi tradizionali e in quelli innovativi, ha al suo attivo
un kit di ulteriori 400 ore di formazione volute rigorosamente
dalla regione, quindi, 400 ore dedicate alla relazione con tre
bambini in famiglia in una delle tre famiglie che mette a disposizione
consorziandosi la sua casa. E’ una formula traslata dall’esperienza
nord-europea ed in parte dalle “taghesmutter”, ma
con la caratteristica che l’educatrice non tiene i tre bambini
nella solitudine della casa, ma può avere un raccordo con
il coordinatore pedagogico, che sta e opera sul territorio. Il
coordinatore, quindi, tiene il proprio sguardo di coordinamento
anche su quest’educatrice che ha un ruolo diverso, cioè
opera in una famiglia. Con tre famiglie consorziate il rapporto
non è un rapporto pubblico, il comune offre un sostegno,
da un finanziamento sui giochi e gli arredi, ma non ha responsabilità.
L’altra tipologia sperimentale che noi chiamiamo servizi
integrativi sperimentali, è l’educatrice domiciliare
quella che presta la propria attività presso o il proprio
domicilio adeguato secondo gli standards della legge e/o presso
una sede messa a disposizione del comune che si convenziona con
l’educatrice domiciliare o presso i locali che la stessa
educatrice domiciliare individua e prende in affitto. L’educatrice
domiciliare non ha un rapporto uno a tre, ma uno a cinque bambini.
Sono bambini solitamente dell’età di due o tre anni
e si avvale molto spesso di una collaborazione, cioè di
una educatrice a part-time. In questo caso come in tutti i casi
dei servizi tradizionali integrativi tutti i soggetti privati,
convenzionati o no che offrono questi servizi per un totale di
quasi 600 servizi nella nostra regione devono essere autorizzati
al funzionamento, sia che vengano erogati nella propria abitazione
sia in locali presi in affitto, che in sedi costruite ad “hoc”.
Per quanto riguarda la regione Emilia Romagna non c’è
confusione tra nido aziendale, nido pubblico e nido privato, perché
è il sistema delle regole definite dalla legge regionale
che autorizza ed accredita il soggetto pubblico e quello privato
a fornire un servizio. Perché dico questo, perché
vedete, questo diventa un sistema di servizi talmente complesso,
talmente sofisticato, che c’è bisogno di un collante,
di una figura qualificata che dia un significato ed un orizzonte
di senso all’operare di tutte queste professionalità.
Per noi, pertanto, è importante che il coordinatore pedagogico
esista perché la diffusione ed il rafforzamento di una
cultura dell’infanzia educata in contesti extra familiari
ha bisogno di teorie e di pratiche che possano dirsi e darsi e
quindi di qualificate professionalità che siano in grado
di operare quella “lieson“ tra pratica e teoria e
di trasferirla in termini di sapere alle educatrici, ai genitori,
agli amministratori, anche ai politici e alla comunità
sociale. Ancora è importante dire che la regione Emilia
Romagna via via si è allontanata da criteri di finanziamenti
a pioggia, non dà più ai comuni i finanziamenti
sulla base del numero dei nidi, perché questo ci dava la
sensazione e la certezza che questi investimenti venissero ingrossati
automaticamente e routinariamente investiti senza verificarne
l’efficacia. La regione Emilia Romagna da oltre 10 anni
si è orientata a finanziare solo su progetti, perché
il progetto prevede degli obiettivi, dei descrittori, dei soggetti
che lo devono gestire, dei tempi e soprattutto degli strumenti
per essere verificato, sicché la spesa finanziata a quel
comune o a quel soggetto privato deve ritornare in termini di
efficacia verificabile.
Nelle realtà più decentrate e anche più fragili,
la regione ha dotato tutti i comuni minori quelli cioè
al sotto di 30.000 abitanti di coordinatore pedagogico pagandoglielo,
operazione nata alla fine degli anni ’80 e che ha visto
interessati tutti i comuni e sedi di nido aggregati tra loro.
Operazione che è nata alla fine degli anni ’80 e
che ha visto interessati tutti i comuni sedi di nido aggregati
tra loro. Appare chiaro che la regione non poteva finanziarie
un coordinatore al comune singolo che ha una tenza potenzialmente
attestata sui 20 bambini; per cui ha chiesto a quei comuni di
aggregarsi e di farlo su di un’ottica collaborativa e di
partecipazione assegnando un coordinatore sul numero definito
di servizi, sicché quel coordinatore veniva praticamente,
numericamente a corrispondere, al coordinatore che nella città
di Modena o di Bologna segue 4 o 5 nidi soltanto che a Modena
e Bologna dei 4 o 5 nidi sono in un unico quartiere, nella realtà
invece provinciale sono accorpati su 4 o 5 comuni. Oggi tutta
a questa operazione, ormai datata oltre 15 anni, ha fatto evolvere
fortissimamente questa figura che ha assunto nel tempo una definizione
di alto livello. Gli ambiti oggi e la formazione di queste figure,
contemplano i seguenti assi formativi. Il primo asse consiste
nel fatto che il coordinatore pedagogico deve essere attento alla
cultura dell’infanzia e a detta cultura deve mantenere accesa
la sua attenzione facendone riferimento per orientare la progettualità
educativa. La cultura dell’infanzia non è mai data
per definita e si definisce su di un’identità di
bambino e di famiglia co-evolutivamente coinvolti.
Nella relazione di cura, il solo contributo dei genitori oggi,
lo sappiamo e lo vediamo dalle cronache, non è del tutto
esaustivo. La cultura dell’infanzia si definisce anche attraverso
una tipologia di servizi educativi, siano essi tradizionali od
integrativi, sempre meno autoreferenziali e sempre eterodiretti,
che assumono il valore della comunicazione e dell’interlocuzione
come presupposto necessario a contrastare il rischio possibile
della delega educativa, offrendo alle madri e ai padri la possibilità
di ravvisare in essi luoghi di cura e di apprendimenti, senza
prefigurare tuttavia introduzioni massicce nella scelta che i
genitori possono compiere per i propri figli, ma anche per se
stessi.
Nella relazione con il personale educativo, i genitori possono
trovare un sostegno adeguato nella conoscenza dei propri figli,
il che può rafforzare, confermare, facilitare l’abbassamento
anche delle possibili e naturali ansie derivate dall’esercizio
della genitorialità o da quella sensazione di smarrimento
che può cogliere quando un mutamento destabilizza perché
modifica la vita per sempre, poiché è di questo
si tratta quando nasce un bambino. La coppia in qualche modo si
deve ridefinire, non è più in una fusione diadica,
ma la funzione diadica interessa adesso una donna ed un bambino,
ai quali, deve guardare lo sguardo amorevole di un padre che deve
imparare a riconoscersi o ridefinirsi e ad accettarsi come tale.
La relazione passa certamente da una relazione diadica a una relazione
triadica dove ci sono due adulti ed un bambino. Ma la cultura
dell’infanzia ci insegna a comprendere che sono due adulti
ed un bambino, ma soprattutto sono tre persone in grado cioè
di interagire già precocemente su più versanti,
quello sociale, quello relazionale e quello cognitivo. Questa
è in sintesi la cultura dell’infanzia che oggi sostiene
e deve dare vigore ai servizi. Il pedagogista però non
può limitarsi a fare il pedagogista e il sostenitore, il
rappresentante della cultura dell’infanzia, deve anche avere
uno sguardo sulle politiche rivolte all’infanzia ed alle
istituzioni socio-educative, cioè deve fare in modo che
il servizio nido esca e diventi il servizio nel territorio, nell’organizzazione
della città, nei tempi e nelle iniziative che la città
deve mettere in campo per la valorizzazione dell’infanzia
e dell’adolescenza, quindi quell’interesse non è
soltanto legato al nido, ma il pedagogista deve essere in grado
di fare collegamento tra il nido e il territorio, tra il nido
e la città.
In ambito più amministrativo il coordinatore pedagogico
deve conoscere i dispositivi legati ai budget di competenza, le
voci di bilancio, i sistemi di erogazione dei finanziamenti, le
circolari e le delibere di settore, la stesura dei progetti obiettivo,
i programmi economici-gestionali, con particolare riferimento
alla capacità di esercitare un ruolo di individuazione
delle risorse umane ed un loro soddisfacente impiego ai fini del
raggiungimento degli obiettivi prefissati da un lato, ma anche
al riconoscimento del valore motivazionale dei collaboratori che
lavorano con lui.
In un’ottica più allargata deve saper tessere una
rete di relazioni anche con il territorio, ovvero con chi in esso
opera direttamente od indirettamente a favore dell’infanzia
e della famiglia. Ciò vale in particolare per i nuovi indirizzi
previsti dalle leggi; penso alla legge 285 ma penso soprattutto
alla legge 328 che è la legge di riforma del Welfare sociale
che sollecita una progettualità nuova, rivolta alla visibilità
dei diritti di cittadinanza dei bambini nella città e comunque
nei luoghi non direttamente connotati come sedi specificatamente
educative.
Ecco il pedagogista deve essere in grado di possedere sistemi
più aggiornati e pertinenti di monitoraggio, di valutazione,
di misurazione e controllo degli indicatori di parametri che definiscono
la qualità non solo dei servizi ma anche delle procedure
attivate direttamente ed indirettamente dal coordinatore e dallo
staff col quale lui opera, per cercare di portare le competenze
dal proprio interno all’esterno, agli altri uffici, agli
altri assessorati che si incrociano con le tematiche dell’infanzia.
Di queste si possono considerare sia i servizi direttamente coordinati,
nidi e scuole dell’infanzia, servizi integrativi, sia quelli
esterni le biblioteche, le ludoteche per il segmento zero-sei
anni, sia tutti i servizi di raccordo all’interno del sistema
formativo inteso nel suo complesso.
Ancora il pedagogista deve possedere la progettualità che
si estende oltre ai servizi gestiti direttamente dal coordinamento
e parlo per esempio alla recente riforma dei cicli scolastici
la capacità di prefigurare un percorso di questo bambino
che entra al nido, ma che non rimane segmentato.
Lo diceva Lucia Trevisan prima, le educatrici lasciano, devono
elaborare il lutto della separazione ai tre anni, il pedagogista
invece deve tenere la cerniera di quel percorso di quell’itinerario
oltre i tre anni, dai tre ai sei anno e dai sei ai dieci –
quattordici anni.
Infine il pedagogista deve essere in grado di redigere piani di
formazione ed aggiornamento rivolti al personale dei servizi,
prefigurando percorsi formativi non stereotipati ma di forte impatto
con l’operatività del personale che gestisce i servizi
educativi e scolastici. All’interno di questo segmento si
aggiunge la capacità del coordinatore di individuare i
percorsi di autoaggiornamento adeguati alle esigenze imposte dai
tempi e dagli effettivi bisogni espressi dai servizi. E’
competenza del coordinatore pedagogico riuscire altresì
a prevedere una formazione non necessariamente ancorata alle tematiche
di natura esclusivamente pedagogica ma di prefigurare una formazione
sempre più caratterizzata dalla convergenza di saperi differenziati
che possano sostenere ed orientare il personale educativo e scolastico
nel saper affrontare in maniera efficace ed adeguata quesiti o
situazioni che a volte possono verificarsi ed essere determinate
da richieste che le famiglie ed il territorio rivolgono direttamente
al personale che operano nei servizi.
Allora pare evidente che anche il pedagogista, il coordinatore
pedagogista se deve sorreggere questo impianto così articolato
con questi saperi che noi definiamo plurimi deve essere lui stesso
formato in tre segmenti:
· l’ambito pedagogico,
· l’ambito giuridico-amministrativo,
· l’ambito valutativo di verifica e di controllo
e di documentazione.
Vi dico sommariamente a cosa attengono questi
tre ambiti, poi vi dico cosa fa la regione Emilia Romagna per
formare i coordinatori.
L’ambito pedagogico è evidente, è l’ambito
di forza, appare però necessario che il pedagogista in
questo ambito possa ridefinire tecniche di relazione-comunicazione
appropriandosi di strumenti più aggiornati per esempio
sulle dinamiche di gruppo, sugli stili ed i linguaggi da adottare
in presenza di differenti interlocutori, per esempio in situazioni
di “problem solving” da delegare ai collaboratori
e staff. Per esempio in sperimentazioni e simulazioni di situazioni
per la soluzione delle quali si richiede un concorso di più
forze appropriandosi di sistemi di rilevazione dei bisogni e di
risoluzione dei conflitti da trasferire in forme e con obiettivi
diversi a chi ? al personale dei servizi affinché li utilizzino
nel rapporto del proprio interno con i bambini e con le colleghe
e all’esterno con i genitori, gli amministratori e di coordinatori
pedagogici. Alle famiglie affinché possano avvalersi della
presenza del coordinatore pedagogico come consulente affidabile
e competente, agli uffici staff con il coordinatore, perché
il coordinatore pedagogico non può essere solitario, deve
avere uno staff col quale operare. Alla comunità cioè
a coloro che collaborano con i servizi: i volontari, gli associazionismo,
gli obiettori, con ruoli ed obiettivi diversi la cultura della
partecipazione, che è parte integrante della cultura dell’infanzia
non è un presupposto ma è un obiettivo al quale
lavorare e che implica la capacità di valorizzare tutte
le energie anche quelle umane presenti sul territorio.
Ancora l’ambito giuridico-amministrativo è un ambito
importante, il pedagogista non può non conoscere le leggi,
non può non conoscere l’elaborazione e la stesura
dei progetti che attengono e contaminano le leggi a loro volta,
va da sé che i saperi formativi vanno interpretati ed applicati
in forma differente a seconda della collocazione del coordinatore
pedagogico, cioè se è un coordinatore che sappia
prefigurare una professionalità in una cornice finanziariamente
adeguata e compatibile. Che cosa sta facendo in questo momento
la regione Emilia Romagna ?
Sta pensando intanto, sta finanziando i coordinamenti pedagogici
provinciali i pedagogisti, i 273 pedagogisti sono variamente collocati
in tutte le province, presso ogni provincia arrivano finanziamenti
ogni anno affinché le province possano con i coordinamenti
pedagogici provinciali, possano provvedere ad una formazione autonoma,
in loco, cioè in modo che i pedagogisti scelgano loro stessi
gli itinerari egli esperti in situazione decentrata per autoformarsi
o per formarsi. I pedagogisti vengono poi direttamente coinvolti
in una formazione di secondo livello attraverso scambi pedagogici
tra province. Sono diciamo comuni che vengono aggregati attorno
ad un comune capofila che li coordina, i pedagogisti lì
fanno scambi insieme anche agli educatori e questi scambi avvengono
tra tipologie di servizi diversi, sicché si ha un gruppo
di pedagogisti ed educatori che si scambiano attorno al tema dei
servizi tradizionali, un altro gruppo di pedagogisti ed educatori
che si scambiano attorno al tema dei servizi integrativi, un altro
gruppo di pedagogisti ed educatori che si scambiano attorno alle
esperienze prodotte nella scuola dell’infanzia. Anche questi
scambi vengono finanziati dalla regione e servono per aprire l’orizzonte
del campanile e mettere invece insieme l’esperienza maturata
all’interno della dimensione regionale ciascuna nella propria
provincia. Perché questo ?
Perché noi auspichiamo tra breve di proporre ad altre regioni
che sono con noi in sintonia gli scambi interregionali per poi
presentarsi a livello europeo a scambi e perché no con
le “maisons vertes” francesi della Francoise Dolto,
che potrebbero essere così vicine ai nostri centri per
bambini e agli spazi per bambini e quindi prefigurando in progressione
una opportunità di scambio che va dal micro al macro dove
il micro non è meno del macro, ma ha una dimensione diciamo
di territorialità che è più limitata rispetto
ovviamente alla dimensione europea.
La nostra regione finanzia ogni due anni un convegno dedicato
appositamente ai coordinatori pedagogici; il primo è avvenuto
a Reggio Emilia l’anno scorso e i pedagogisti, per la prima
volta, del pubblico e del privato hanno avuto in quella sede l’occasione
di parlarsi non addosso ma insieme, cercando di trovare il bandolo
della propria professione in una fase storica di così grande
importanza perché è, ripeto nella figura del pedagogista
che converge tutta la progettualità non solo del nido,
ma dal nido fino alla città.
Il prossimo convegno sarà il prossimo anno a Rimini, presso
la provincia di Rimini e gli esiti di questi convegni sono sempre
documentati da atti che la regione finanzia.
Un ulteriore momento di formazione avverrà attraverso un
prossimo Protocollo d’intesa con l’Università
che stabilisce per i propri studenti, un curriculum comprensivo
di corsi, post laurea, per educatori delle scuole dell’infanzia
e dei nidi, che comprendono temi che sono oggetto del lavoro delle
educatrici nei servizi, in modo che sia educatrici che pedagogisti
quando entrano nei servizi, sappiano cosa vanno a fare e la formazione
loro sia parzialmente scremata, sia cioè parzialmente data
nella fase di primo livello che è quella universitaria
e l’impatto quindi con il mercato del lavoro non sia faticoso
e non sia dato alle educatrici mentre lavorano con i bambini di
dover in qualche modo formare la neo collega che la affianca in
una dimensione spesso che sta tra l’agio e il disagio.
Ancora la regione sta finanziando un centro di documentazione
che raccolga tutte le elaborazioni dei pedagogisti prodotti da
Ponte dall’Olio che è l’ultimo paese in provincia
di Piacenza fino a San Giovanni Marignano che è l’ultimo
comune in provincia di Rimini.
In questa linea diretta che è data metaforicamente dalla
Via Emilia, ci sta tutta una progettualità nei centri grossi
come in quelli minori che hanno diritto di visibilità perché
la cultura dell’infanzia nasce solo attraverso la documentazione
che non è solo orale, anzi quella orale si disperde mentre
quella scritta si trattiene quindi il consolidare la cultura dell’infanzia
oggi significa potenziare i centri di documentazione educativa
dove convergono tutti gli elaborati da quelli cartacei a quelli
per esempio videoregistrati e infine l’ultimo punto, che
è un punto prezioso per noi in regione, vi ho detto che
tutti i soggetti possono stare dentro al nostro sistema purché
rispettino le regole e per questo devono essere autorizzati al
funzionamento e questo vale per i soggetti privati che vogliono
aprire servizi. Ma anche il pubblico se vuole stare nel sistema
deve accreditarsi non con il bollino blu, non con l’ISO
9001 perché l’ISO 9001 molto spesso è un bollino
che si acquista e che una volta acquistato si imprime sulla maglia
come etichetta, ma la maglia, come dire io posso utilizzare l’ISO
9001 per stabilire se la maglia è di qualità, se
cioè ha un tasso di cachemire piuttosto che di sintetico.
Con i bambini non funziona così, con i servizi alla persona
non può valere il bollino blu. Io non posso studiare le
relazioni o certificare la complessità delle relazioni
comprando un bollino ed appiccicandolo, io devo avere sistemi
affinati di autovalutazione che il personale che opera nel servizio
deve possedere per autovalutarsi e sistemi eterovalutativi in
cui il coordinatore entra ma che a sua volta è valutato.La
regione Emilia Romagna proprio per sostenere un accreditamento
coerente in una cultura dell’infanzia che in qualche modo
ha raggiunto buoni livelli di espressione di sé, sta affinando
un master che probabilmente dedicherà ai pedagogisti senior,
quelli cioè che hanno più esperienza nel settore
e con questo master i pedagogisti formati andranno a misurare,
a eterovalutare il sistema dei servizi a ciò che in qualche
modo gli stessi servizi possano essere rappresentati autorevolmente
attraverso sistemi di valutazione adeguati. Questo per noi è
l’accreditamento cioè quel sistema di misurazione
della qualità che non si da una volta ma che ogni tre anni
si rimette in movimento.
Tutte queste cosucce che vi ho raccontato in maniera più
o meno simpatica le potete scaricare perché sono indicate
in un sito che recita così:
www.regione.emilia-centraleromagna.it/infanzia che si apre una
Home Page che c’è il fritto misto della casa, nel
senso che lì c’è tutto quello che vi ho raccontato,
articolato per leggi, regolamenti, progetti, convegni, iniziative,
bibliografie, tutto quello che vi può essere utile ed anche
da la possibilità di interagire dal punto di vista comunicativo
con noi perché voi aprirete delle finestre se vi interessa
per esempio l’infanzia, avete la possibilità di cliccare
sull’infanzia, se vi interessano le politiche femminili,
cliccate, se vi interessano i centri per le famiglie potete cliccare
sui centri, le banche del tempo e via via.
La cosa alla quale vi rimando e che vi ha detto è la legge
n. 1 del 2000 è proprio la legge che ha inaugurato il nuovo
secolo e che tratta delle norme proprio per la prima infanzia
dove sono indicati tutti i servizi che vi ho raccontato in particolare
voi troverete in quella legge agli artt. 33, 34, 35 il coordinatore
pedagogico che cos’è, ma voi troverete tutte le cose
che più o meno in sintesi vi ho detto. Troverete anche
in quella legge che cos’è l’autorizzazione
al funzionamento e l’accreditamento e la direttiva applicativa
che è la n. 1390 del 2000. Infine se tra i presenti vi
sono dei soggetti gestori privati, possono andarsi a leggere la
direttiva n. 227 del 2001 che è la direttiva con la quale
noi trattiamo i soggetti privati, li trattiamo in maniera rigorosa
però diamo loro alla fine i finanziamenti direttamente,
cioè se loro stanno nel sistema delle regole, loro con
questa legge ricevono direttamente i finanziamenti per il tramite
delle province e questa credetemi è una grossa novità
anche per il sistema privato.
L’Asilo nido nella mente e nelle azioni delle educatrici
e degli educatori - Materiali dal convegno provinciale
organizzato dalla UIL FPL provinciale di Venezia - Venezia Mestre
6/7 dicembre 2002 - Trascrizione curata da Anna Grandi, comune
di Venezia.
» Indice
di "Strumenti del Nido"
» Indice
generale di "Infantiae.Org™ Nido
| |
|
» Prodotto editoriale
di riferimento
|
|
|
 |
|
» Titolo
"ZeroTre - Che cosa fanno i bambini al Nido"
- (Cd-rom + guida pp.24)
- di Camilla Monaco
- Prefazione di Clotilde Pontecorvo
»
Spese di spedizione
- PACCO ORDINARIO (consegna 8/10 gg lavorativi) = €
0,93 (*)
- PACCO ORDINARIO CONTRASSEGNO (consegna 8/10 gg lavorativi)
= € 2,70
- PACCO CELERE TRE CONTRASSEGNO (consegna 3/4 gg lavorativi)
= € 8,00
(*) Pagamento in carta di credito, bonifico
bancario, c/c postale
• Contatti
- Ordini via FAX al numeri +39.06.7102526
- Informazioni al numero mobile 329.7004539
e/o a commerciale@infantiae.org |
|