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» Il laboratorio come strategia (I) - Infantiae.Org™ n.271/2006

di Massimo Baldacci, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Urbino


1. L’analisi logica del concetto di laboratorio

La rilevanza pedagogica del laboratorio risiede in larga misura nel suo offrirsi come dispositivo di innovazione scolastica globale: organizzativa, pedagogica e didattica al tempo stesso.

In sede Organizzativa, il laboratorio propone un nuovo modello degli spazi scolastici. In ambito Pedagogico dilata le dinamiche della socializzazione con un respiro ben più ampio di quello che possono fruire nell’aula-madre. Infine, in sede Didattica favorisce un insegnamento “altro”, basato sulla ricerca, anziché sulla lezione frontale.

Per iniziare ad affrontare la problematica pedagogica del laboratorio, abbiamo però bisogno di una sua prima e sommaria definizione. A questo proposito, si può asserire che il laboratorio è uno spazio attrezzato in cui si svolge un’attività centrata su un certo oggetto culturale. La funzione di questa definizione è solo quella di permettere una prima e ipotetica identificazione delle “categorie” che risultano, per così dire, “fondative” rispetto alla sua prassi: l’oggettualità, la spazialità e l’attività del laboratorio. Una descrizione schematica di tali “categorie” è la seguente:

a) L’Oggettualità: il laboratorio è sempre “laboratorio di...”: è caratterizzato da una intenzionalità che si esprime in una specificità oggettuale;

b) La Spazialità: il laboratorio è uno spazio dedicato in modo specifico a tale oggetto e presenta attrezzature (hardware e software) ad esso specifiche;

c) L’Attività: l’etimologia stessa del termine laboratorio rinvia ad un “lavoro” attivo (ad una prassi e ad una poiesi). Predomina l’apprendimento attivo, l’apprendere facendo.

Al di là della schematicità della descrizione fornita, il termine laboratorio è però di natura complessa e polisemica, viene usato in vari modi e con diversi significati, perciò è necessario ricostruirne la “geografia” logica, individuandone almeno due fondamentali accezioni, più “stretta” la prima, maggiormente “larga” la seconda.

In senso stretto il laboratorio corrisponde più o meno alla definizione sommaria (spazio, oggetto, attività) che ne abbiamo dato, con una specificità imperniata essenzialmente sullo “spazio” (si va in..., si è in..., si opera in...laboratorio) declinato come spazialità di posizione. In altri termini, il laboratorio e innanzitutto uno spazio diverso dall’aula-madre.

In senso largo si può invece definire “laboratorio” qualsiasi situazione didattica che presenta il carattere dell’apprendimento attivo, dell’imparare facendo. In questo caso l’etichetta “laboratorio” ha valenza programmatica circa la qualità pedagogica dell’attività che si svolgerà, perciò può diventare “laboratorio” anche uno spazio che non è tale come intenzionalità originaria; il laboratorio non è tale, ma si fa tale in ragione della qualità dell’attività. Questo è quanto avviene quando si usa l’espressione “fare un laboratorio”; per esempio, se una scuola asserisce di “fare un laboratorio sulla fiaba” non si pensa tanto all’allestimento di uno spazio attrezzato, quanto ad un certo genere di lavoro (attivo) sulla fiaba, indipendentemente dallo spazio in cui viene compiuto (che può essere anche l’aula-madre). Insomma, in questo caso il “laboratorio” definisce una spazialità di situazione più che di posizione, il sentirsi in una “situazione laboratoriale” più che l’essere in un laboratorio.

Le due accezioni descritte possono essere approssimativamente fatte corrispondere a due ipotetiche concezioni del laboratorio, di carattere parziale e unilaterale. Detto in termini schematici e antitetici: nella prima il laboratorio è “spazio” fisico (è ciò che contiene l’attività), nella seconda è “contesto” (è ciò che definisce il significato dell’attività). Ovvero: nella prima il laboratorio è “territorio” (materialità) , nella seconda è “mappa” (atteggiamento mentale: propensione attiva e riflessiva).

La conciliazione di queste due concezioni unilaterali (o meglio che abbiamo reso fittiziamente tali per mera convenienza espositiva) è un’esigenza pedagogica: lo spazio materiale, senza l’atteggiamento mentale è vano; ma l’atteggiamento senza condizioni materiali adeguate rischia di risultare impotente. Pertanto, si può arrivare a formulare l’idea di laboratorio come sintesi di una data “spazialità materiale” con un certo “atteggiamento mentale”, come “contesto” fisico e simbolico al tempo stesso; idea la cui funzione, squisitamente metodologica, è quella di natura eminentemente antidogmatica di promuovere un’attenzione pedagogica equilibrata tra queste due componenti nel concreto farsi della prassi educativa.

Sulla base di queste scarne premesse intendiamo adesso dare alcuni cenni di approfondimento alle tre “categorie” che identificano la fisionomia pedagogica del laboratorio.

2. La Spazialità del laboratorio

Per gli scopi del presente contributo, esaminare la dimensione della spazialità del laboratorio significa essenzialmente considerarne la cosiddetta prossemica. La “prossemica” è il linguaggio dello spazio: le relazioni spaziali (distanze, orientamenti, separazioni ecc.) sono significanti, denotano e connotano usi, dinamiche, rapporti per i quali un certo spazio è, o sembra, fatto. A questo proposito Dewey aveva intuito che dalle prossemiche degli ambienti scolastici se ne possono ricostruire le funzioni didattiche implicite:

(Scuola e società, 24) “Come il biologo con un osso o due può ricostruire l’intero animale, così noi, se rievochiamo dinanzi alla nostra mente un’aula scolastica ordinaria [...] possiamo ricostruire l’unica attività educativa che sia possibile svolgere in siffatto spazio. Tutto è fatto “per ascoltare” (1)

In altri termini, l’aula-madre ha una prossemica pensata per la trasmissione culturale, basata sulla dinamica: insegnante che espone, alunno che ascolta. Viceversa, si può asserire che il laboratorio presenta configurazioni prossemiche “alternative” a quelle dell’aula-madre: tutto è fatto “per agire e per interagire”; ovvero: per l’alunno l’aula-madre si offre come un contesto d’ascolto, mentre il laboratorio si presenta come un contesto d’azione. Ora, poiché ogni “Contesto” ((intendendo per “contesto”: una “struttura” invariante nel tempo che fissa il significato) è identificato come tale sulla base di qualche segno segna-contesto (2), la prossemica del laboratorio può divenire il segna-contesto di un contesto di apprendimento attivo (è cioè un metamessaggio che identifica la natura del contesto). Lo spazio laboratoriale può allora favorire la “laboratorialità” come spazialità di situazione, come atteggiamento mentale, determinando certe “attese” nell’alunno, quando viene condotto in laboratorio. Perciò lo spazio laboratorio non condiziona solo a livello di “Territorio” e di comportamenti, ma anche a livello di “Mappa”, di atteggiamenti. Insomma, per concludere, si può avanzare l’ipotesi che l’aspetto prossemico in quanto “segno”, rappresenta il ponte tra la dimensione fisica e quella mentale del laboratorio.


3. L’Attività del laboratorio: l’imparare facendo

Come abbiamo visto, l’aula-madre è fatta per ascolto, in quanto nella didattica di senso comune si pensa che la conoscenza si possa trasmettere attraverso le parole: ovvero, si crede che l’alunno impari ascoltando.

Ovviamente, sarebbe errato considerare l’imparare ascoltando come una forma di apprendimento necessariamente passiva: esiste un ascolto passivo e meccanico, in cui le parole sono solo memorizzate, e un ascolto attivo, in cui l’alunno cerca attivamente di capire e di collegare il contenuto della comunicazione con la propria esperienza e con le proprie conoscenze.

Tuttavia, il mezzo verbale è unilaterale: l’istruzione attraverso il linguaggio è sostanzialmente limitata alla riorganizzazione delle conoscenze che l’individuo possiede da altre fonti esperienziali (3) (è impossibile spiegare con parole la “prospettiva” ad un non vedente), anche se tale funzione riorganizzatrice è estremamente potente e rappresenta un moltiplicatore di grande forza delle possibilità di apprendimento dell’essere umano. Per questi motivi, l’apprendimento dall’esperienza è una componente necessaria della formazione, in quanto è il materiale dell’esperienza che viene sistematizzato dall’istruzione verbale. Ovviamente, dall’esperienza si impara anche e soprattutto al di fuori della scuola e prima ancora di iniziare la frequenza scolastica; tuttavia, mentre provvede a rifornire gli alunni di strumenti cognitivi necessari per riorganizzare queste esperienze, la scuola deve preoccuparsi anche di accrescere il loro bagaglio esperienziale, relativamente ad ambiti e modalità che si ritrovano meno frequentemente nell’extrascuola.

Secondo Dewey (4) l’esperienza comprende un aspetto attivo e uno passivo combinati in modo tale che il primo, sotto forma di azione-tentativo, precede il secondo, nel quale si sottostà alle conseguenze dell’azione compiuta. Perciò:

Imparare dall’esperienza significa fare una connessione reciproca fra quel che facciamo alle cose e quel che ne godiamo o ne soffriamo in conseguenza [...] in queste condizioni il fare diventa un tentare: un esperimento col mondo per scoprire che cos’è; e il sottostare diventa istruzione: la scoperta di un nesso tra le cose (5)

Così caratterizzato, l’apprendimento dall’esperienza rinvia chiaramente ad una situazione “laboratoriale”, in cui l’alunno è impegnato attivamente nel fare, nello sperimentare, nell’osservare le conseguenze ecc.

Apprendere per esperienza “diretta” non significa però che tale esperienza sia necessariamente “immediata”: l’esperienza, in ultima analisi, è sempre “mediata” da qualche tipo di azione in un ambito specifico: la conoscenza si ottiene attraverso l’attività esecutiva in un certo campo culturale o medium (6), perciò non si acquisisce indipendentemente dai mezzi usati, ma secondo forme a questi specifiche. Anche secondo Dewey il pensiero è specifico:

... è desiderabile che l’insegnante si liberi dall’idea che il pensiero sia un’unica, inalterabile facoltà; che riconosca che ‘pensare’ è un termine che denota i vari modi in cui le cose acquistano significato per l’individuo [...] Il pensiero è specifico, non un apparato meccanico bell’e pronto, capace di volgersi indifferentemente e a piacere su tutte le materie [...] così lo sviluppo della mente si attua attraverso la organizzazione logica delle materie trattate (7).

Occorre perciò intrecciare il carattere attivo dell’apprendimento con la specificità della materia trattata. Nel caso del laboratorio, questo significa considerare l’apprendere facendo in riferimento all’oggetto specifico a cui esso è intitolato.

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Note


(1)
J. Dewey, Scuola e società, Firenze, La Nuova Italia, 1949, p. 24

(2)
Cfr. G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1976, pp. 313-314.

(3)
Vedi D.R. Olson, Linguaggi, media e processi educativi, Torino, Loescher, 1979, p. 122.

(4)
J. Dewey, Democrazia ed educazione, Firenze, La Nuova Italia, 1965, p. 186.

(5)
Ivi, p. 187.

(6)
Vedi D.R. Olson, op. cit., pp. 108-109

(7)
J. Dewey, Come pensiamo, Firenze, La Nuova Italia, 1961, p. 111.

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