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» Le teorie - Sezione Speciale - "Tirocinio"

L’apprendista insegnante: formazione e tirocinio, quale futuro?

Massimo Baldacci, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione Primaria dell’Università di Urbino

I presenti contributi raccolgono gli Atti del Seminario Nazionale: L’apprendista insegnante: formazione e tirocinio, quale futuro? svoltosi all’Università di Urbino lo scorso 19 Febbraio 2003.

Il seminario, tematizzato sul tirocinio nella formazione universitaria degli insegnanti, ha costituito indubbiamente un momento di riflessione prezioso, sia per fare un bilancio provvisorio del tragitto sin qui percorso, sia per confrontare il sistema d’ipotesi messo a punto nella nostra università con quelli elaborati presso altre sedi accademiche, sia – infine – per avviare la prosecuzione del lavoro verso ulteriori e importanti traguardi. Il tirocinio rappresenta, infatti, un’innovazione che ridefinisce profondamente l’impianto metodologico della formazione universitaria degli insegnanti. Un’innovazione in qualche modo necessaria rispetto ai profili di competenza da assicurare a chi intende esercitare la complessa professione della docenza. Oggi infatti, l’insegnante è chiamato ad esercitare le proprie capacità in relazione ad almeno tre aree:
- l’area delle competenze culturali, che nell’epoca della società conoscitiva devono essere assicurate a livelli elevati indipendentemente dal segmento scolastico specifico nel quale l’insegnante presterà la propria opera; sia per favorire una forma di mobilità verticale dei docenti che non provochi cadute nella qualità delle prestazioni formative; sia perché in una stagione storica nella quale i curricoli scolastici saranno prevedibilmente aggiornati con una frequenza molto maggiore che in passato, per rispondere alle esigenze di una società in rapida trasformazione, solo una formazione adeguata sui nuclei fondanti dei saperi metterà in grado i docenti di seguire le trasformazioni dei loro assetti conoscitivi.

- L’area delle competenze metodologiche, che nell’ambito della scuola dell’autonomia devono rappresentare il patrimonio professionale comune di tutti i docenti, per gli elevati standard di progettualità didattica ed organizzativa che gli istituti sono chiamati ad assicurare per poter garantire un piano dell’offerta formativa che aderisca in maniera puntuale e flessibili ai bisogni formativi della propria utenza, e per lo stile di lavoro collegiale e partecipato che deve caratterizzare questa progettualità, che implica una comune cultura didattica da parte del corpo docente.

- L’area delle competenze relazionali, che nel quadro di una scuola che si avvia a diventare sempre più multietnica e multiculturale, si pongono come ineludibili per una gestione pedagogica delle dinamiche sociali in direzioni tali da tutelare e da valorizzare gli stili comunicativi presenti nella comunità scolastica, secondo modalità che non determinino una frammentazione di quest’ultima ad opera di microconflittualità diffuse, bensì la sua apertura e la sua coesione umana e civile.

A fronte di questi profili formativi, gli assetti curricolari dei Corsi di laurea di formazione primaria sono chiamati a non limitarsi alla mera trasmissione di conoscenze astratte, ma, per l’appunto, a formare “competenze” intese come capacità d’uso dei saperi disciplinari, metodologico-didattici e psico-relazionali negli effettivi contesti d’esercizio della professione docente.

Di fronte ad una finalità di questa natura, il tradizionale impianto formativo, articolato su “lezioni” (volte alla trasmissione dei saperi disciplinari, didattici e relazionali) e “seminari” (mirati a coltivare metacompetenze di riflessione e di discussione) nonostante queste forme di lavoro rimangano entrambi ineludibili, risulta insufficiente e la stessa innovazione dei “laboratori” (per quanto importante per il suo accento sul saper fare intelligente e riflessivo) non sembra decisiva per mettere l’università in grado di assolvere questo compito. Infatti, le carenze di una formazione tutta interna ai circuiti accademici risiedono in larga misura nel carattere “situato” dell’apprendimento, che rischia di esaurirsi in competenze incapsulate, il cui trasferimento nei veri contesti d’uso è spesso lento e difficoltoso.
Il tirocinio in itinere ai percorsi universitari appare allora come una strategia atta a completare l’impianto della formazione accademica iniziale dei docenti, aggiungendovi l’ingrediente dell’apprendimento in situazione, attraverso l’interazione con insegnanti esperti e la partecipazione a pratiche non puramente canoniche (come quelle intramoenia, seminariali o laboratoriali), bensì connotate da logiche formative e problematiche scolastiche reali e dirette.
In questa maniera, le competenze prodotte dai curricoli universitari acquisiscono un più elevato tasso di trasferibilità ed una maggiore spendibilità nelle concrete situazioni lavorative che caratterizzano l’insegnamento.

Questa potenzialità del tirocinio non deve però condurre a considerarlo come una panacea per riconciliare la formazione universitaria dei docenti col mondo del lavoro scolastico. Se le conoscenze e le abilità formate al di fuori dei contesti d’uso rischiano d’essere astratte, quelle generate dalla mera pratica sul campo tendono a risultare rigide, difficili da aggiornare o da riconvertire. Perciò, il valore del tirocinio emerge pienamente solo nel quadro di un sistema didattico universitario nel quale questa strategia s’integri in modo sinergico con le lezioni, i seminari e le attività laboratoriali. A questo scopo, è indispensabile che il tirocinio non si esaurisca in esperienze estemporanee, di mera immersione nei contesti del lavoro scolastico; la sua qualità formativa fa tutt’uno con una logica di progettazione dell’intervento e di riflessione sulla processualità e sugli esiti prodotti. Il percorso di tirocinio prevede pertanto, da parte dello studente, la formulazione di un progetto, l’interazione col tutor universitario e con quello dell’istituzione ospitante, la stesura di una relazione sull’attività svolta. Tutti elementi, questi, che tendono a collocare questo segmento formativo entro la cornice del pensiero riflessivo e renderlo così un percorso per imparare ad apprendere dalla propria esperienza professionale. Lo studente che avrà imparato ciò potrà continuare a formarsi e a migliorarsi per tutta la propria vita lavorativa di insegnante.

Per realizzare quanto sopra i percorsi del tirocinio devono essere concepiti e praticati secondo due fondamentali coordinate teoriche e metodologiche di carattere complementare ed interdipendente: il modello dell’apprendistato e il modello della ricerca-azione.

Il modello dell’apprendistato è basato sull’apprendimento di competenze nel loro contesto d’uso (la classe scolastica), attraverso l’osservazione e l’imitazione di un soggetto esperto (il docente accogliente, in questo caso) e l’interazione discorsiva situata con questi.

Il modello della ricerca-azione è invece fondato sulla concreta soluzione di problemi della pratica formativa, attraverso un percorso di analisi – progettazione – attuazione – valutazione dell’intervento didattico, costantemente illuminato dal deweyano “pensiero riflessivo”, così che tale percorso che si fa momento di autoformazione del docente.

Il primo, l’apprendistato, è mirato alla trasmissione-assimilazione della “tradizione” didattica attraverso l’interazione tra docenti esperti e principianti dell’insegnamento; il secondo, la ricerca-azione, è volto a mettere in grado i futuri insegnanti, come quelli già in servizio, di andare oltre la tradizione consolidata, verso gli orizzonti dell’innovazione curricolare, organizza-tiva e didattica.

Se queste coordinate teoriche e metodologiche del tirocinio didattico, nella loro integrazione dialettica, sono capaci di assicurargli l’indispensabile coniugazione di teoria e prassi, nel quadro della “tensione essenziale” fra tradizione e innovazione, la sua collocazione istituzionale dipende invece dagli assetti normativi della formazione degli insegnanti. Assetti normativi attualmente in corso di ridefinizione, in direzioni però non sempre convincenti. Due, in particolare, i punti in cui la cosiddetta Riforma Moratti sembra esporre la formazione dei futuri docenti ad esiti deboli.
Il primo è quello della preparazione degli insegnanti di scuola secondaria entro le Lauree specialistiche delle singole Facoltà, anziché nel quadro di una struttura di Ateneo; soluzione che potrebbe indebolire fortemente lo spazio ed il ruolo delle scienze dell’educazione nella preparazione del docente, col ritorno ad uno scenario “gentiliano” di assoluta preminenza della competenza di natura disciplinare.

Il secondo è quello di un tirocinio che sembrerebbe tutto, o in larga misura, collocato a valle dell’acquisizione della laurea, anziché essere situato anche in itinere ai percorsi di formazione universitaria; soluzione che potrebbe indebolire fortemente la dialettica tra teoria e prassi e tra tradizione e innovazione, col ritorno ad uno scenario di separazione tra momento accademico e momento scolastico e col conseguente riaffiorare dell’astrattezza del primo e dell’empiricità del secondo.

Ci auguriamo, perciò, che opportuni interventi di messa a punto di questi assetti normativi possano sciogliere questi due nodi, cosicché la formazione iniziale dei docenti possa risultare articolata sull’equilibrata composizione tra le conoscenze disciplinari e quelle inerenti le scienze dell’educazione ed essere accompagnata da adeguate esperienze di tirocinio tanto a monte, quanto a valle dell’acquisizione della laurea.

Indice "Teorie"
Indice generale "Tirocinio"

   

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» Titolo
"DAP - Discorso e apprendimento"
-
(Cd-rom + guida pp.48) - Progetto interuniversitario
- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università "La Sapienza" Roma
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» Costo

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